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(QUI TUTTI I RIASSUNTI) RIASSUNTO ANNI dal 1465 al 1479 

ITALIA - A VENEZIA SONO VICINI I TURCHI
E GLI ALTRI STANNO A GUARDARE

ORSATTO GIUSTINIANI - SIGISMONDO MALATESTA IN MOREA - IMPRESE DI VITTORE CAPPELLO - GIORGIO SCANDERBERG - CADUTA DI NEGROPONTE - LA LEGA ITALIANA DEL 1470 E LA DIETA DI RATISBONA DEL 1171 - AMBASCERIE DEL PONTEFICE AI PERSIANI - MORTE DI PAOLO II ED ELEZIONE DI SISTO IV - CONTESE PER LA SUCCESSIONE DI BORSO D' ESTE --- IMPRESE DI PIETRO MOCENIGO IN ORIENTE -- AMBASCIATORI VENEZIANI IN PERSIA - AVVENIMENTI DI CIPRO - LA REGINA CATERINA CORNARO - ASSEDIO DI SCUTARI E DI LEPANTO - I TURCHI PRENDONO CAFFA - ARMISTIZIO - VALOROSA RESISTENZA DI CROIA - BATTAGLIA DI TIRANA - SCORRERIA DEI TURCHI NEL FRIULI -RESA DI CROIA - SECONDO ASSEDIO DI SCUTARI - PACE DEL 1479

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DALLA MORTE DI PIO II 
ALL'INTERVENTO DI VENEZIA A CIPRO

La guerra tra Venezia e i Turchi era iniziata fin dal 1463. Fallita la crociata di Pio II, i Veneziani affidarono il comando della flotta ad ORSATTO GIUSTINIANI, il quale sebbene disponesse di trentadue galee, non seppe compiere nessuna impresa vantaggiosa e fece la guerra più da pirata che da ammiraglio. Tentò egli, è vero, d'impadronirsi di Lesbo, ma dopo un primo successo venne ricacciato con gravissime perdite e fu tale il dolore provato per questa sconfitta che di li a pochi giorni mori.

Migliori cose non seppe fare in quel medesimo anno 1465 l'esercito che operava in Morea. Cecco Brandolin e Giovanni della Tela, caduti in una imboscata nelle campagne di Mantinea, vennero fatti a pezzi con mille e cinquecento soldati, e Sigismondo Malatesta, assoldato dalla repubblica, invano assediò la rocca di Misitra e prima che finisse  l'anno, saputo che il Pontefice voleva assediargli e privarlo di Rimini, lasciò la Morea e se ne tornò in Romagna. (le vicende le abbiamo già lette nella precedente puntata)

` Al Giustiniani successe nel comando delle forze navali VITTORE CAPPELLO. Questi prese il Pireo, assalì ed espugnò Atene, ma l'abbandonò dopo averla saccheggiata. Imbaldanzito da questi successi, mosse nel 1466 con la flotta contro Patrasso, che venne assalita per ben due volte senza alcun frutto, anzi con un grave danno per i Veneziani che vi persero parecchie migliaia di uomini tra cui il capitano Niccolò Ragio e il provveditore Giacomo Barbarigo.

Con maggiore energia intanto si combatteva in Albania. Qui l'eroico Scanderberg nel 1464 sconfiggeva ripetutamente Jakub e il pascià Ballaban Badera e nell'anno successivo, dopo essersi invano recato a Roma per ottenere aiuti dal Pontefice, liberava Croia dall'assedio dei Turchi, ne uccideva il generale e inseguiva il nemico, facendo risuonare le montagne albanesi delle sue armi e la sua fama per le stragi che vi portava.
Ma dopo pochi mesi l'eroe moriva e l'Albania cadeva in mano ai Turchi, i quali vennero in tanta audacia che nel 1469, comandati dal rinnegato Hassan Bey, fecero una sanguinosa scorreria nella Croazia spingendosi fin quasi ai confini del Friuli.

Venezia continuava fiaccamente la guerra, cambiando ogni anno ammiraglio. Al Cappello era successo Antonio Venier e a questo Giacomo Loredano; all'inizio del 1470 teneva il comando della flotta veneziana NICCOLÒ CANAL; intanto i Turchi facevano energiche offensive e mettevano in mare un gran numero di navi. Nella primavera del 1470 un esercito di trecentomila uomini - al dir degli storici del tempo - Maometto II li faceva avanzare dalla Tracia verso la Grecia e una flotta di quattrocento navi usciva dai Dardanelli. 

Da mettere di fronte a una flotta così poderosa il Canal non aveva che trentacinque galee. Avuta notizia -non della consistenza ma solo che il nemico era giunto nelle acque di Tenedo, il Canal, che si trovava a Negroponte, fece avanzare Lorenzo Loredano con una squadra di dieci galee con l'ordine di attaccare il naviglio turco se non fosse più numeroso di sessanta legni; ed egli stesso con il resto volle tenersi in disparte, quasi dietro, per assalire il nemico dopo che la battaglia fosse cominciata.
 
Ma quando furono in vista della flotta turca il Canal e il Loredano compresero che sarebbero stati sopraffatti se avessero iniziato  il combattimento e si nascosero dietro l'isola di Sciro, poi certi che i Turchi muovevano alla volta dell'Eubea (Negroponte), mandarono ad approvvigionare Calcide, che era la città più importante di quell' isola. 
Quegli aiuti furono provvidenziali perché alcuni giorni dopo lo stretto era in potere delle flotta ottomana, che ne aveva chiuso le bocche, e il sultano, giunto nell'Attica, costruiva un gran ponte di barche, vi faceva passare su l'esercito ed andava a porre l'assedio a Calcide, dove vi era uno scarso presidio veneziano comandato dal bailo Paolo Erizzo, dal capitano Luigi Calvo e dal provveditore Giovanni Coldumier. 

Giunta a Venezia la notizia dell'assedio di Negroponte, il senato ordinò che si armassero tutte le navi delle repubblica e si mandassero, man mano che fossero pronte, in soccorso della città assediata; anche Girolamo Molino, che governava Candia in nome di Venezia, mandò sette galee e in breve il Canal ebbe sotto di sé una flotta così poderosa da poter far fronte con probabilità di vittoria a quella turca riunita dietro il ponte di barche. 

L' 11 luglio Niccolò Canal riuscì a rompere le catene e a penetrare nello stretto, infondendo con la sua comparsa nuovo coraggio negli assediati, i quali dal 25 giugno al 5 luglio avevano ributtato in mare con tre terribili assalti uccidendo - al dir degli storici - circa ventimila Turchi.

 Se il Canal avesse investito risolutamente il ponte lo avrebbe facilmente mozzato tagliando all'esercito assediante le comunicazioni con la terraferma, avrebbe liberata la città e sbaragliato completamente il nemico; invece rimase inoperoso ad aspettare che il resto della sua flotta entrasse nello stretto e diede il tempo a Maometto II di far manovrare le sue navi e di assalire con estremo vigore la città la quale però si difese magnificamente fino al calar della notte. 

All'alba del 12 i Turchi tornarono all'assalto, e poiché le mura erano state sbrecciate dalle artiglierie, poterono, dopo un accanito combattimento, penetrare in Negroponte. La guarnigione, terribilmente assottigliata, contese lungo le vie a palmo a palmo il terreno all'avanzata nemica, e gli Ottomani con grandissimo stento e gravissime perdite poterono impadronirsi della città. 
Quasi tutti i difensori erano caduti combattendo; solo un pugno di uomini col bailo ERIZZO era riuscito a salvarsi chiudendosi nella fortezza. Ma inutile sarebbe stato resistere e il bailo si arrese a condizione di aver salva la testa. Maometto mantenne la parola, ma mise a morte il valoroso Erizzo facendogli segare il corpo, senza tagliargli la testa. 

Dopo la caduta di Negroponte la flotta turca si ritirò verso i Dardanelli e il Canal la inseguì fino a Scio, ma, pur potendola sconfiggere, non l'attaccò. Tornato indietro tentò di liberare Calcide, ma non gli riuscì. La repubblica, affidato il comando della flotta a PIETRO MOCENIGO, richiamò in patria l'ammiraglio e lo condannò al confino in Portogruaro, dove egli morì tredici anni dopo. 
Fu tale l'impressione prodotta in Italia dalla caduta di Negroponte che non fu difficile al Pontefice stringere in una lega tutti gli stati italiani. 

La lega - come abbiamo detto altrove - fu stipulata il 22 dicembre del 1470; ma essa non diede che scarsissimi risultati. Migliori se ne aspettava la cristianità dalla dieta di Ratisbona del giugno 1471; ma qui si fece solo un gran discorrere della necessità che vi era di mettere un argine ai progressi turchi e la risoluzione presa che l' impero germanico avrebbe contribuito efficacemente alla guerra non aveva alcuna probabilità di esser tradotta in pratica. Per molti i Turchi erano cose lontane, che non riguardavano l'Europa, ma semmai solo i Bizantini, e qualche mercante di Venezia. 

Insieme ai Veneziani Paolo II cercò aiuti in altre parti. Cercò di spingere contro i Turchi Hassan Beg, conquistatore della Persia, e per mezzo del frate francescano Luigi di Bologna riuscì a stringere un'alleanza con lui; ma il Pontefice non riuscì a vedere i risultati di questa alleanza, essendo morto - come si è detto - nel luglio del 1471. 

A Paolo II successe il cardinale savonese FRANCESCO DELLA ROVERE, che venne eletto Pontefice il 9 agosto del 1471 e prese il nome di SISTO IV. Il nuovo Papa nei primi mesi del suo pontificato si mostrò pieno di zelo per la difesa della cristianità, preparando navi e raccogliendo somme nei vari stati d'Europa; ma mentre era intento a quest'opera poco mancò che una contesa scoppiata nel ducato di Ferrara non minacciasse di estendersi nelle altre parti d'Italia e distrarre Venezia dalla lotta contro il Turco.


LA BATTAGLIA PER IL DUCATO DI FERRARA

Un mese dopo che era morto Paolo II, era morto pure BORSO d'ESTE che il papa aveva appena gratificato con il titolo duca di Ferrara. Questi morendo aveva designato come suo successore il fratello ERCOLE, contro il quale però sorse un pretendente: NICCOLÒ, figlio di Lionello d' Este.

 Ercole si impadronì di Castelnuovo sul Po e chiese l'aiuto dei Veneziani che fecero avvicinare a Ferrara una flottiglia e radunarono nel Polesine di Rovigo quindicimila uomini; Niccolò invocò il soccorso del duca di Milano, che riunì un numeroso esercito nel territorio di Parma, e quello di suo cognato Ludovico Gonzaga presso di cui si ritirò. 

Prevalse Ercole, il quale penetrato in Ferrara, vi fu gridato duca. Le cose finirono lì e Venezia riusci a disimpegnarsi e a tornare con maggior lena alla guerra contro il Turco. 
Moriva il 9 novembre il vecchio doge CRISTOFORO TORO e gli succedeva NICCOLÒ TRON. Sotto questo doge cominciarono a vedersi gli effetti dell'alleanza con i Persiani, che, sollecitati dall'ambasciatore veneziano CATERINO ZENO, penetrarono, a cominciar dal 1472, con trentamila cavalli, nell'Armenia, devastarono e saccheggiarono la regione ed espugnarono la città di Tocat. 

In questo medesimo anno più efficace fu l'attività di Pietro Mocenigo. Nella primavera saccheggiò Mitilene e Delo ed effettuò parecchi sbarchi, seguiti da spoliazioni e stragi, nell'isola di Coo e nelle coste della Caria.

A giugno, ricevuto un rinforzo di diciassette galee napoletane comandate dall'ammiraglio Requesens e diciannove galee papali capitanate dal cardinale OLIVIERO CARAFFA, diede l'assalto ad Attalea, ricca città della Panfilia, ne espugnò i sobborghi e fece un ricchissimo bottino; saccheggiò le coste dell'antica Jonia, davanti a Chio, e da ultimo fece vela per Smirne. Il 13 settembre la città fu assalita e occupata; un esercito turco accorso in difesa venne sconfitto; e i Veneziani, dopo aver dato il sacco a Smirne, andarono a depredare Clazornene. Questa fu l' ultima operazione di guerra dell'annata 1472: il Mocenigo andò a svernare a Modone in Morea, il Requesens se ne era tornato a Napoli dopo il saccheggio d'Attalea, il cardinal Caraffa spiegò le vele per l' Italia e il 23 gennaio del 1473 fece il suo solenne ingresso a Roma, portando con sé le catene del porto di Attalea che vennero appese alle porte del Vaticano. 

A cominciare dall'inizio del 1473 Venezia intensificò i suoi rapporti con Hassan Beg di Persia e gli inviò parecchi ambasciatori (che compirono viaggi leggendari) alcuni dei quali ci lasciarono relazioni interessantissime dei loro difficili ed audaci viaggi. Il primo di questi fu GIOSOFAT BARBARO, il quale dalla costa dell'Asia per la Piccola Armenia e il Kurdistan, dopo molte peripezie raggiunse a Tauride Hassan Beg e di là tornò a Venezia, molti anni dopo per la via d'Aleppo. Altro ambasciatore fu LEOPOLDO BETTONI che si recò in Persia attraverso la via di Trebisonda. Il terzo fu AMBROGIO CONTARINI: parti da Venezia il 25 febbraio del 1473 e con un lungo tortuoso giro, passando dalla Polonia  si recò a Caffa, poi nella Colchide, nella Georgia, e nell'Armenia ed infine ad Isplhaan, donde ripartì, pel viaggio di ritorno, nell'aprile del 1475 dopo avere attraversata la Tartaria, la Russia, la Polonia e la, Germania era nuovamente a Venezia il 10 aprile del 1476. 

Mentre Venezia intensificava i suoi rapporti con Hassan Beg, Pietro Mocenigo riprendeva le ostilità contro i Turchi. Con una flotta di cinquanta galee si presentava davanti alla costa asiatica che guarda Cipro; assediava ed espugnava Sikin, Selefki e Kurko; s'impadroniva di Mira nella Licia sconfiggendo il pascià turco di quella regione, e faceva una scorreria nella Caria; ma ben presto sospendeva la guerra contro gli  infedeli e dedicava tutta la sua attività a Cipro. 

Regnava in questa isola il bastardo GIACOMO di LUSIGNANO, che l'aveva tolta alla sorella CARLOTTA e al cognato LUDOVICO di SAVOIA e stava in amicizia e sotto la protezione dei Veneziani. Anzi, per assicurarsi maggiormente l'appoggio della repubblica, malgrado l'opposizione di Ferdinando di Napoli il quale cercava di sposare il figlio Alfonso con una figlia del re di Cipro, aveva nel 1472 condotta in moglie CATERINA CORNARO, figlia del ricco patrizio veneziano ANDREA. 
Nel giugno del 1473 Giacomo morì, lasciando la moglie incinta di un figlio, designato come erede del trono. La reggenza fu assunta da Caterina; ma contro di lei fu ordita una congiura che venne messa in esecuzione la notte del 14 novembre del 1473: Andrea Cornaro, suo nipote MARIO BEMBO e il medico della regina vennero uccisi e Caterina fu circondata di guardie. 

Avuta notizia di questi fatti, PIETRO MOCENIGO mosse con la sua flotta su Cipro liberò la regina rimettendola nella sua piena autorità, condannò a morte tutti i congiurati che riuscì ad avere nelle mani, esiliò i sospetti di complicità, presidiò le principali fortezze con soldati veneziani e sotto pretesto di consolidare il potere della regina ridusse tutta l' isola sotto la dipendenza di Venezia, lasciando a Caterina - che nel 1474 doveva perdere il figlio natogli da Giacomo - soltanto il nome e la pompa dì sovrana.

DAL PRIMO ASSEDIO DI SCUTARI ALLA PACE DEL 1479

Questi avvenimenti di Cipro sopra appena accennati, tenendo rivolte verso l' isola l'attenzione e le forze dei Veneziani, diedero spazio e tempo ai Turchi di passare all'offensiva. Imbaldanzito da una grande vittoria riportata a Kara-Hissar su i Persiani, MAOMETTO II inviò, nel maggio del 1474, il pascià SOLIMANO ad assediare Scutari con un esercito che gli storici, forse esagerando, dicono di sessantamila uomini. 
Scutari, fortissima per la sua posizione, sotto l' illuminato comando di ANTONIO LOREDANO, per quanto tormentata dalla sete, resistette valorosamente e nell'agosto, respinto un robusto attacco dei Turchi dopo un combattimento durato otto ore, costrinse Solimano a levare l'assedio. 

Nel 1475 Solimano andò ad assediare Lepanto, ma questa impresa non ebbe esito migliore di quella di Scutari. Lepanto, vettovagliata dal Loredano - essendo il Mocenigo ammalato, era stato messo al comando della flotta, - resistette eroicamente per quattro mesi, infliggendo con frequenti sortite del suo presidio rilevanti perdite a Solimano, il quale anche questa volta dovette allontanarsi.
Pari insuccesso ebbe un tentativo della flotta turca di impadronirsi del castello di Coccino nell' isola di Lemmo, tempestivamente soccorso dalle forze del Loredano che misero in fuga le navi ottomane.
Fortuna invece fu una spedizione turca contro CAFFA. 

Questa florida colonia genovese, che la madre patria non poteva soccorrere per la via dei Dardanelli e del Bosforo in potere degli Ottomani, si trovava da sei settimane assediata dai Tartari quando vide comparire davanti le sue mura un altro nemico ben più formidabile: il Turco. I Genovesi resistettero valorosamente sei giorni, ma, essendo state le mura sbrecciate dalla potente artiglieria ottomana, il 6 giugno del 1471 si arresero a patti. I quali però non furono osservati dal nemico: i magistrati della città vennero messi a morte; millecinquecento fanciulli furono mandati a Costantinopoli e il resto degli abitanti fu trasferito a Pera.
I Veneziani, spossati da una così lunga guerra che costava loro somme ingenti, tentarono di indurre il sultano alla pace; ma le pretese di Maometto II erano eccessive: voleva la cessione di Croia in Albania e di tutte le terre che la repubblica durante la guerra aveva acquistate, inoltre il pagamento di centocinquantamila fiorini; tuttavia si concluse un armistizio di sei mesi.

La guerra ricominciò nel 1477. Un esercito turco andò ad assediare Croia nella primavera di quell'anno; ma la città, comandata da PITRO VETTORI, si difese valorosamente per alcuni mesi, dando tempo al provveditore FRANCESCO CONTARINI di radunare alcune migliaia di cavalli e di fanti per andare a liberarla dall'assedio. 
Il 2 settembre il Contarini iniziò la battaglia contro il nemico nella pianura di Tirana e, sebbene inferiore di forze, dopo mezza giornata di combattimento lo costrinse a ritirarsi sui monti vicini. Rimasti padroni del campo, a sera, i Veneziani si diedero a saccheggiare il territorio; ma, mentre erano intenti a fare bottino, i Turchi piombarono loro addosso improvvisamente e li sbaragliarono, uccidendo un migliaio di uomini fra cui lo stesso provveditore.

Venezia non si era ancora rimessa dallo spavento prodotto da questa sconfitta quando, nell'ottobre di quello stesso anno, il pascià della Bosnia comparve con un esercito turco alla sponda sinistra dell'Isonzo, passò il ponte di Gorizia e ingaggiò battaglia con l'esercito veneziano, comandato dal veronese GIROLOMA NOVELLO, posto a difesa dei trinceramenti di confine. 
Accanito fu il combattimento e all'inizio fu favorevole alle milizie della repubblica, ma, essendosi fra queste prodotto un improvviso panico per un rovescio toccato alla loro avanguardia caduta in una imboscata, i Turchi ne approfittarono, inseguirono i Veneziani che si erano dati alla fuga. li raggiunsero e ne fecero strage. Perì in battaglia Girolamo Novello insieme con il figlio e parecchi altri capitani.

Dopo tale vittoria la cavalleria turca dilagò nella pianura tra l'Isonzo e il Tagliamento saccheggiando ed incendiando le campagne e i paesi, poi passò il Tagliamento e mise a ferro e a fuoco il territorio fino al Piave. 
Venezia, vedendo il nemico quasi alle porte, non si scoraggiò, e diede ordine ai provveditori delle varie province di metter subito insieme quante milizie potevano. Il 2 novembre un esercito era già pronto e si metteva in marcia per scacciare i Turchi, ma questi, sia che temessero una vigorosa controffensiva sia perché forse volevano mettere in salvo il bottino, si erano già ritirati oltre l'Isonzo.

La repubblica, per evitare che gli Ottomani tornassero con forze maggiori nel Friuli, fece fortificare Gradisca, fece rafforzare una linea di trinceramenti che correvano da Gorizia ad Aquileia, mandò a guardia di quel confine un forte corpo di cavalli comandati da CARLO da MONTONE e costituì un esercito di ventimila uomini destinato a difendere la frontiera dell' Isonzo.

Intanto continuava l'assedio di Croia, la quale, difettando le vettovaglie, era ridotta agli estremi. Disperando di poterla soccorrere e d'altro canto stanca della guerra, Venezia intavolò trattative di pace col Sultano, offrendo persino la cessione di Croia; Maometto però, sapendo che la città non avrebbe potuto prolungare di molto la resistenza, pretese che gli fosse ceduta Scutari. I Veneziani naturalmente rifiutarono, e la guerra continuò.
Il 15 giugno del 1478 Croia si arrese a condizione che gli abitanti fossero lasciati liberi di trasferirsi in territorio veneziano. Dopo la capitolazione il sultano non tenne fede ai patti e fece passare a fil di spada l'eroica popolazione che aveva difeso per un anno le mura della propria patria.

Dopo la caduta di Croia Maometto, alla testa di ottantamila uomini, investi Scutari, la quale era comandata dal provveditore veneziano ANTONIO di LEZZE, che, aspettandosi di essere assalito, aveva mandato fuori della città tutte le bocche inutili. Una sola cerchia di mura chiudeva la città e la formidabile artiglieria turca in breve vi aprì delle brecce, dopo di che, il 22 luglio, gli Ottomani mossero all'assalto; ma dopo un furioso combattimento vennero respinti con gravissime perdite. 
Un secondo assalto fu sferrato il 27, per il quale Maometto aveva disposto che tutto l'esercito turco fosse impegnato a schiere che dovevano succedersi ininterrottamente fino a quando la resistenza dei difensori non fosse fiaccata. 

L'assalto cominciò prima dell'alba e durò frenetico e senza un istante di tregua tutto il giorno, tutta la notte e metà del giorno seguente; infine Maometto, avendo visto l' inutilità degli sforzi davanti alla straordinaria resistenza della guarnigione scutarina ed avendo perduto circa un terzo del suo esercito, fece suonare a raccolta e deliberò di prendere per fame la città.
Per togliere agli assediati ogni speranza di soccorso, il sultano ordinò al pascià della Bosnia di invadere nuovamente il Friuli e impiegò buona parte dell'esercito che aveva intorno a Scutari per sottomettere le terre vicine. Sebenico si arrese; Driva fu presa dopo sei giorni d'assedio e il procuratore Giacomo dal Mosto decapitato; Alessio, abbandonata dagli abitanti, cadde in potere dei Turchi; la sola Antivari resistette.
Il pascià della Bosnia intanto si era spinto nuovamente fino all'Isonzo con quindicimila cavalli. Ma la frontiera era ben custodita dalle milizie veneziane comandate da Vittore Soranzo e da Carlo da Montone, né era facile forzarla. Il pascià cercò di provocare a battaglia i Veneziani, ma questi si tennero prudentemente dietro i ripari ed allora i Turchi, fallito ogni loro tentativo di penetrare nel Friuli, si ritirarono.

La resistenza di Scutari e il fallimento della spedizione contro il Friuli erano purtroppo successi ben magri per Venezia, i quali non potevano affatto compensare le gravi perdite subite e gli enormi sacrifici pecuniari a cui si era assoggettata. Era tale la situazione militare e quella politica che, a lungo andare, la guerra si sarebbe risolta in un disastro per Venezia. Essa non solo era stata lasciata sola alle prese con i Turchi, ma era anche sicura che il re di Napoli cercava di accordarsi con il sultano contro la stessa Venezia; mentre anche Carlotta di Lusignano si affaccendava presso il sultano d' Egitto per essere aiutata a riconquistare Cipro; cosicché le discordie italiane minacciavano di fare scoppiare una guerra nella penisola.

In simili circostanze si imponeva per Venezia la necessità della pace con gli Ottomani e questa non poteva ottenersi che con dei sacrifici territoriali. Furono avviate trattative con Costantinopoli e il 26 gennaio del 1479 tra la repubblica e il sultano venne firmato un trattato col quale Venezia rinunziava a Negroponte, alle Sporadi e a Lemmo, cedeva Scutari ed alcune terre occupate in Morea durante la guerra e infine si obbligava di pagare diecimila ducati l'anno in compenso delle franchigie commerciali che le venivano accordate in tutti gli stati ottomani.
Oltre alla pace con "gli infedeli" si pensò anche agli affari; due cose che sdegnarono gli ipocriti stati e staterelli italiani rimasti a guardare, forse in attesa della fine della Repubblica.

In esecuzione di questo trattato ANTONIO di LEZZE uscì da Scutari con i superstiti dell'assedio, quattrocentocinquanta uomini e centocinquanta donne. Portavano con sé le reliquie delle chiese, i loro oggetti preziosi e le cose affettive e passarono attraverso all'esercito turco fatti a segno al più grande rispetto per il valore dimostrato. Tutti i prigionieri vennero rilasciati senza taglia.

"Dopo sedici anni - scrive il Battistella - cessava una lotta che aveva esaurite tutte le finanze di Venezia,  percossi a morte i suoi commerci e dimezzato il suo impero coloniale. In essa molti errori politici e militari si erano commessi, aventi come causa immediata un criterio direttivo debole e irresoluto e le angustie economiche tra le quali il governo si dibatteva e alle quali sono imputabili le deficienze di preparazione e di armamento e la decadenza delle virtù marinare. Un cronista contemporaneo, Giovanni Duglos, si lagnò che Venezia avesse sottoscritto questo trattato con disonore proprio e di tutta la cristianità, e se ne dolsero vivamente anche i principi cristiani di cui l'inerzia e il mal talento erano stati non ultima ragione che si stipulasse. 
Ben meglio sarebbe stato per loro e per essa se tale ipocrita concordia nei lamenti e nelle accuse si fosse palesata invece nella volontà di soccorrerla a tempo contro quel nemico di cui si deploravano i trionfi  dopo che con delazioni, con favori, con eccitamenti si era aiutato a conseguirli ».

Ma se a Venezia in questi anni si soffriva, e quasi si "affondava"
a Milano gli Sforza prosperavano; é a loro che ora dobbiamo ritornare

trattando il periodo che va dal 1466 al 1480 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - 
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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