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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI dal 1466 al 1480 

GLI SFORZA - FINO A LUDOVICO IL MORO

MATRIMONIO TRA GALEAZZO MARIA SFORZA E BONA DI SAVOIA - MORTE DI BIANCA MARIA VISCONTI -CRUDELTÀ DI GALEAZZO MARIA - FESTE MILANESI - VIAGGI DI GALEAZZO A FIRENZE, A LUCCA E A GENOVA - MALCONTENTO DEI GENOVESI - RIVOLTA DI GIROLAMO GENTILE - NICCOLÒ ED ERCOLE I D' ESTE - MORTE DI AMEDEO IX DI SAVOIA E REGGENZA DI JOLANDA - GUERRA TRA LA DUCHESSA DI SAVOIA E CARLO IL TEMERARIO E INTERVENTO DI GALEAZZO MARIA SFORZA - ASSASSINIO DEL DUCA DI MILANO - SUPPLIZIO DI GIROLAMO OLIATI - GIOVANNI GALEAZZO SFORZA NUOVO DUCA DI MILANO - REGGENZA DI BONA - CICCO SIMONETTA - OSTILITÀ DEI FRATELLI DI GALEAZZO MARIA - RIVOLTA DI GENOVA - PROSPERO ADORNO GOVERNATORE DI GENOVA - CONGIURA MILANESE - PROSPERO ADORNO SI PROCLAMA DOGE DI GENOVA - SCONFITTA DI SFORZINO - BATTISTA DI CAMPOFREGOSO - GUERRA TRA MILANO E GLI SVIZZERI - LUDOVICO IL MORO A MILANO - MORTE DEL SIMONETTA - LUDOVICO IL MORO PADRONE DI MILANO

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GALEAZZO MARIA SFORZA

Galeazzo Maria Sforza - lo abbiamo già letto di sfuggita nei precedenti periodi che ora torniamo ad esaminare- regnava in Milano dal 20 marzo del 1466. Devoto al re di Francia, che era andato a difendere per ordine del padre, e desideroso di imparentarsi con uno dei più potenti sovrani d'Europa, egli cadde facilmente nelle reti di LUIGI XI. 
Per mezzo di parentadi questo re cercava di esercitare grande influenza sugli affari degli stati dell'Italia settentrionale. Del Piemonte era quasi divenuto - come abbiamo visto - un protettore, sposando CARLOTTA, sorella dell' imbelle Amedeo IX di Savoia; per estendere la sua influenza sulla Lombardia, combinò un matrimonio tra Galeazzo e la cognata BONA di SAVOIA, assegnando a questa ultima in dote la città di Vercelli, di cui però invano il duca tentò di impadronirsi. Queste nozze si celebrarono il 6 luglio del 1468 e Galeazzo per diventare cognato del re di Francia non esitò a lasciare la figlia del marchese Gonzaga con la quale da parecchio tempo era fidanzato.

A fargli conseguire il ducato aveva contribuito molto la madre BIANCA VISCONTI con la sua energia, e sulle prime parve che Galeazzo gliene fosse grato tanto che la volle partecipe alle cure del governo ed associò persino alla propria l' immagine di lei sulle monete; ma non tardò ad avere a noia o gelosia l'autorità che esercitava la madre e i loro rapporti divennero così tesi che nell'autunno del 1468 Bianca Maria decise di recarsi a Cremona città che il padre le aveva assegnata, con Pontremoli, come dote. Ma durante il viaggio, a Melegnano la duchessa si ammalò improvvisamente e in pochi giorni cessò di vivere (23 ottobre).
Questa morte improvvisa fu attribuita a veleno e si vociferò che fosse stato proprio il figlio colui che lo aveva propinato per timore che la madre cedesse Cremona ai Veneziani. Noi non sappiamo quanto ci fosse di vero in queste dicerie, ma il fatto che esse vennero sparse ci prova quale opinione avessero (una parte dei) i contemporanei di Galeazzo Maria.

Il quale, in verità, fu un uomo dissoluto e un sovrano malvagio. Egli non solo era straordinariamente ambizioso, ma avido di danari, libidinoso, crudele e amante dello sfarzo. I suoi sudditi li opprimeva con imposte, per danaro assolveva dalle condanne, si dilettava di assistere alle esecuzioni capitali e ai tormenti e per un nonnulla condannava a supplizi strani ed atroci. Il Corio narra che il duca fece morir di fame un prete solo perché gli aveva predetto che avrebbe regnato undici anni e che costrinse un contadino a inghiottire cruda e con la pelle una lepre che aveva, contro i suoi ordini uccisa.

"Gli storici suoi contemporanei - scrive il Bertolini - segnalano pure fra i vizi del duca la sua sfrenata libidine, che creò molte vittime tra le femmine più avvenenti, e non pago di averle le offendeva nell'onore quando abbandonava alla brutalità dei suoi favoriti. Una sola di queste femmine seppe farsi da lui rispettare, così da obbligarlo a una temperanza che parve un miracolo. Si chiamava LUCIA MARLIANI figlia di un patrizio milanese e moglie di un altro patrizio, Ambrogio dei Reverti; il duca si innamorò di lei verso la fine del 1474, e nei due anni che durò la relazione, egli fece della sua amante la donna più ricca d'Italia.
 
Qualche buona opera tuttavia comparsa in questo fascio di iniquità non può temperare il rigore del giudizio della storia su questo tiranno, come si è senza successo tentato di fare ai giorni nostri, perché non vi è vita di tiranno che non presenti anche qualche segno umano, come non vi è rigor d' inverno che non abbia una giornata di sole. Perciò apprendiamo senza stupirci, ma anche senza ricrederci nei nostri giudizi, che Galeazzo Maria incoraggiò molto lo sviluppo della crescente arte tipografica, che si applicò alla musica, che pensò di onorare la memoria di suo padre dedicandogli una statua equeste, la quale poi non si eseguì non trovandosi chi sapesse fonderla in bronzo ». (Bertolini)

Del suo amore per il fasto fanno fede i suoi viaggi e le feste da lui date. Nel 1472 celebrò con grandissima pompa il fidanzamento del suo primogenito GIAN GALEAZZO, allora fanciullo, con Isabella, figlia del duca di Calabria e di Ippolito Sforza. Nel 1473 diede feste grandiose in occasione della venuta del Cardinale Pietro Riario, nipote di Sisto IV e nel marzo dell'anno seguente accolse con grandissima solennità MATTIA CORVINO, re d'Ungheria, cui fece un presente di diecimila zecchini. Queste feste e questi regali gravavano naturalmente sulla borsa dei poveri milanesi.

Dei suoi viaggi rimase famoso quello del 1471; in quell'anno, sotto pretesto di sciogliere un voto, si recò con la duchessa a Firenze. Duecentomila fiorini furono spesi per questo viaggio. Non essendovi strade rotabili negli Appennini, furono trasportati sui muli, per servizio di Bona di Savoia, dodici carri coperti di drappi d'oro; inoltre la duchessa aveva a sua disposizione cinquanta chinee e il duca altrettanti cavalli coperti da ricchissime gualdrappe; lo seguivano un migliaio e mezzo di cortigiani, una scorta di cento uomini d'armi e cinquecento staffieri vestiti di drappi di seta e d'argento, cinquecento coppie di cani da caccia e moltissimi falconi.

Splendide furono le accoglienze che ricevette dai Medici, i quali fecero stupire l'ospite con le numerose e preziose opere d'arte di cui avevano adornata la loro casa. E con la munificenza dei loro signori gareggiarono i Fiorentini, che alloggiarono e spesarono il corteggio ducale e fecero assistere gli ospiti a tre sacre rappresentazioni, l'Annunciazione della Vergine, l'Ascensione di Cristo e la discesa dello Spirito Santo, ch'ebbero luogo nelle chiese di San Felice, dei Carmelitani e di Santo Spirito.

Da Firenze Galeazzo Maria andò a Lucca, che lo accolse con grandi feste e a perpetuare il ricordo di quella visita aprì una nuova porta nelle mura e la intitolò allo Sforza. Il quale, ritornando a Milano, volle prima passare da Genova, di cui era signore. I Genovesi gli avevano preparato grandi accoglienze, ma il duca, forse stizzito perché essi non mostravano eccessiva obbedienza e servilità, ricusò gli alloggi ed andò ad abitare nel castello, da dove dopo tre giorni, parti come un fuggiasco.
Dobbiamo supporre che egli non si fidasse troppo della fedeltà di Genova. Difatti, quando fu di ritorno a Milano, ordinò che tra il castello e il mare si costruisse una fila di fortificazione che avrebbe divisa la città in due parti, ciascuna delle quali sarebbe stata più agevolmente tenuta a freno dalla guarnigione. 

Già si erano iniziati i lavori e fremeva la popolazione che però non osava apertamente deplorare l'agire del duca, quando un certo LAZZARO DORIA ordinò agli operai in nome della città di sospendere quei lavori che erano contrari alle convenzioni stipulate tra la repubblica e Francesco Sforza. 
La folla presente approvò le animate parole del Doria, gli operai si ritirarono e il governatore ducale, temendo una sommossa, si chiuse nel castello. Alla notizia di questo fatto, Galeazzo montò su tutte le furie, minacciò di vendicarsi, radunò armati da mandare in Liguria e fece arrestare Prospero Adorno, uno dei più ragguardevoli cittadini di Genova; poi, temendo di suscitare uno sdegno maggiore fra i Genovesi, finse di acquietarsi. 

Ma gli abitanti di Genova vivevano in continua trepidazione. Più degli altri, Galeazzo temeva le future vendette del duca GIROLAMO GENTILE, giovane mercante, animato da un vivissimo amore per la libertà. Egli riuscì ad organizzare una insurrezione e nel giugno del 1476 alla testa di un buon numero d'armati corse per le vie di Genova chiamando i cittadini alle armi e si impadronì delle porte. Se avesse assalito subito il palazzo del comune l' insurrezione sarebbe riuscita vittoriosa, invece egli indugiò e dell' indugio trasse profitto il governatore Guido Visconti, il quale, convocato il Senato, riuscì a non fare estendere la rivolta. Molti di quelli anzi che si erano uniti al Gentile lo abbandonarono e lui, deciso a vender cara la vita, si trincerò con un esiguo manipolo di fedeli a Porta San Tommaso. Non ci fu però bisogno delle armi per sloggiare i ribelli dal loro precario fortilizio. Il Gentile, vistosi troppo debole, scese ad accordi e per la somma di settecento ducati si ritirò. 
Galeazzo Sforza dovette esser lieto esito di quella insurrezione perché in quel tempo teneva gli sguardi su Ferrara e sul Piemonte dove avevano luogo avvenimenti ai quali non era estranea la sua attività.

Contro ERCOLE I d' Este egli favoriva segretamente NICCOLO, figlio di Lionello, il quale da Mantova, dove abitava presso il cognato, aspettava l'occasione propizia per insignorirsi di Ferrara strappandola allo zio. L'occasione gli si presentò nel settembre del 1476. Approfittando dell'assenza di Ercole, che si era recato a Belriguardo, il primo di quel mese Niccolò con mezzo migliaio d'armati penetrò in Ferrara, sperando che la popolazione si sarebbe schierata  in suo favore; ma i Ferraresi, invece di spalleggiarlo, si unirono con Sigismondo d' Este fratello di Ercole, che si trovava nella fortezza., e costrinsero Niccolò alla fuga. Catturato dai contadini mentre cercava di ritornare a Mantova, Niccolò venne ricondotto a Ferrara e, per ordine di Ercole, decapitato.

Nel Piemonte era morto il 30 marzo del 1472 AMEDEO IX di Savoia, lasciando come successore il primogenito FILIBERTO, che, assendo in età di otto anni, era stato posto sotto la reggenza della madre JOLANDA, sorella del re Luigi XI di Francia. Contro la duchessa era sceso in armi Carlo il Temerario, duca di Borgogna, il quale prima l'aveva avuta come alleata in una guerra infelice contro gli Svizzeri, poi, sconfitto da essi a Morat nel giugno del 1476, temendo che si distaccasse da lui, l'aveva fatta prigioniera.

In aiuto della sorella mandò un esercito il re Luigi presso cui s'era rifugiato il piccolo Filiberto, in favore del quale si schierò anche lo zio GALEAZZO MARIA. In questa guerra lo Sforza ebbe con sè i più valorosi condottieri del tempo: Ludovico Gonzaga, Guglielmo del Monferrato, Giacomo di Ventimiglia e Pietro Dal Verme, e in essa diede le prime prove del suo valore un uomo che doveva acquistare fama di grande capitano, GIAN GIACOMO TRIVULZIO. Questi all'assalto di San Germano, nel Vercellese, fu difatti il primo a scalare le mura e a piantarvi la bandiera dello Sforza.
La sconfitta di San Germano consigliò Carlo il Temerario a ritirarsi verso le Alpi (dicembre); essendo cominciato l' inverno, anche Galeazzo fece lo stesso e condotte le soldatesche ai quartieri invernali, si ritirò a Milano proponendosi di riprendere le armi alla prossima primavera.

Ma i suoi nemici non gliene diedero il tempo: i suoi giorni erano contati. Fra i numerosi nemici che il duca si era fatto, tre erano che lo odiavano terribilmente:
GIAN ANDREA LAMPUGNANI, GIROLAMO OLGIATI, e CARLO VISCONTI. 
Erano stati tutti educati dall'umanista bolognese Niccolò Montano, il quale con gli esempi della storia greca e romana aveva saputo ispirare nell'animo dei suoi discepoli un odio vivissimo contro il tiranno, sentimento che poi fu accresciuto da motivi particolari e molto personali. Infatti la libidine del duca sia al Lampugnani che all'Olgiati aveva macchiato l'onore della famiglia; mentre il Visconti lo aveva ingiustamente spogliato di un podere.

Essi decisero di uccidere Galeazzo il 26 dicembre nella chiesa di S. Stefano, dove il tiranno doveva recarsi ad udire la messa. La mattina di quel giorno,  il duca era appena entrato nel tempio quando gli si fece incontro il Lampugnani il quale, inginocchiato davanti a lui come un supplicante, improvvisamente con la destra che impugnava uno stile nascosto dentro una lunga manica gli vibrò un colpo nel ventre. Nello stesso attimo precipitandosi  l'Olgiati e il Visconti ferivano il duca alla gola, al petto e alla schiena. Lo Sforza cadde tra le braccia degli ambasciatori di Mantova e di Ferrara che gli stavano accanto e spirò esclamando "O nostra Donna!"

Alla fulminea scena dell'assassinio scoppiò nella chiesa scoppiò un gran tumulto; molti sguainarono le spade e le guardie del duca si diedero ad inseguire i congiurati. Il Lampugnani, nella foga mentre cercava di fuggire dal tempio, cadde al suolo, e, raggiunto da uno scudiere dello Sforza, venne ucciso sull'istante; Carlo Visconti cadde nelle mani delle guardie e fu messo a morte; l'Olgiati invece riuscì a scappare, ma i suoi familiari non vollero riceverlo e dovette chiedere asilo nella casa di un amico. Egli sperava che il popolo si sarebbe sollevato; ma i Milanesi rimasero tranquilli e alcuni giorni dopo l'Olgiati venne arrestato.

Sottoposto alla tortura, egli sopportò con grande coraggio i tormenti durante i quali dettò una particolareggiata confessione della congiura che, riferitaci dallo storico Ripamonti, finisce con queste parole: «Adesso, santa madre di nostro Signore, e voi, o principessa Bona, io vi imploro affinché la vostra clemenza e la bontà vostra provvedano alla salute dell'anima mia. Io chiedo solo che si lasci a questo misero corpo sufficiente vigore perché io possa prepararmi l'anima secondo i riti della Chiesa, e subire la sorte che mi è destinata ».

L'Olgiati fu condannato ad essere attanagliato e fatto a pezzi vivo. Al prete che lo andava esortando al pentimento è fama ch'egli rispondesse: 
«Io so di aver meritate per molti fatti queste pene, e più grandi ancora se il mio debole corpo potesse sopportarle. Ma quanto alla bella azione per cui muoio, questa allevia la mia coscienza; e, lungi dal credere che per essa io abbia meritata la presente pena, spero anzi che per ciò il Supremo Giudice mi perdonerà gli altri miei peccati. Non rea cupidigia mi mosse a tale azione, ma solo il desiderio di liberarci da un tiranno che non potevamo più soffrire. Invece di esserne pentito, se io dovessi dieci volte rivivere per perire dieci volte tra gli stessi tormenti, non lascerei di consacrare le mie forze ed il mio sangue per così alto fine ».
 Mentre il carnefice gli apriva il petto con un coltello che tagliava anche male, l'Olgiati, per incoraggiare se stesso, esclamò: "mors acerba, fama perpetua, stabit vetus memoria facti".


GIOVANNI GALEAZZO SFORZA
 REGGENZA DI BONA - I FRATELLI SFORZA
 VICENDE DI GENOVA - LUDOVICO IL MORO PADRONE DI MILANO


Il defunto duca lasciava dei figliuoli. Il primogenito, che si chiamava GIOVANNI GALEAZZO, aveva circa otto anni. CICCO Simonetta, segretario di stato, lo fece proclamare duca e fece assumere la reggenza alla duchessa BONA con l'assistenza di due consigli, uno di stato, che doveva aver sede nel castello, l'altro di giustizia che doveva risiedere nel palazzo ducale; fece inoltre deplorare pubblicamente l'assassinio e per mantenere la tranquillità nella cittadinanza e conciliare al nuovo governo il favore della popolazione abolì le gabelle più  moleste e fece fare una distribuzione di grano.

L'opera del Simonetta, se riuscì gradita ai Milanesi, dispiaceva invece ai fratelli di Galeazzo Maria. Tre di questi, MARIA duca di Bari, ASCANIO e LUDOVICO detto il Moro, che dal fratello per diffidenza erano stati tenuti lontani da Milano, appena ne seppero la morte vi tornarono e pretesero di partecipare alla reggenza mettendosi in urto con la cognata e col ministro di lei. Interpose la sua mediazione, per metter termine alla contesa, Ludovico Gonzaga, il quale nel febbraio del 1477 si recò a Milano e riuscì a metter d'accordo  la duchessa e i tre fratelli cui fu accordata una pensione annua di dodicimila e cinquecento fiorini d'oro, un palazzo nella città e alcuni castelli nel ducato.

Così tornò la calma in Milano; invece a Genova nacquero subito dei torbidi e nel marzo dello stesso anno la famiglia dei Fieschi e quella dei Campofregoso, unite insieme, fecero sollevare i Genovesi e costrinsero il governatore sforzesco Giovanni Francesco Pallavicini a chiudersi nel castello.
Se il duca di Milano riuscì a ristabilire la sua autorità in Genova il merito fu tutto del Simonetta. L'accorto segretario, sapendo che cosa difficilissima sarebbe stata rioccupare quella città fino a tanto che le fazioni rimanevano unite, pensò invece di suscitarvi la discordia, e fatto uscire dalla prigione Prospero Adorno, - che nel 1471, come si è detto, era stato arrestato per ordine di Galeazzo Maria - gli diede il comando dell'esercito destinato a soccorrere il Pallavicini e si fece promettere di ristabilire in Genova l'autorità del duca, ristretta nei limiti assegnati dal trattato di dedizione a Francesco Sforza.

PROSPERO ADORNO accettò e, assunto il comando di un esercito di dodicimila uomini raccolto da Roberto Sanseverino, da Ludovico il Moro e da Ottaviano Sforza, mosse alla volta di Genova, che occupò con l'aiuto dei suoi partigiani, dai quali fu accolto al grido di Viva gli Adorno! (30 aprile 1477) Giunto a Palazzo, l'Adorno promise il condono a quei ribelli che deponevano le armi ed assunse in nome del duca la carica di governatore. Da Genova il Sanseverino andò ad assediare Savignone, castello dei Fieschi, che alcuni giorni dopo si arrese; indi fece ritorno a Milano con gli Sforza.

Questi forse durante la spedizione genovese avevano cominciato a intessere le fila di una trama a danno della reggente e del Simonetta ed avevano fatto sposare la loro causa al Sanseverino, al condottiero Donato del Conte e ad Ibletto Fieschi; ma il Simonetta, che teneva gli occhi aperti, venuto a conoscenza della trama, il 25 maggio fece improvvisamente arrestare il del Conte e lo chiuse nelle prigioni di Monza.
Avuta notizia dell'arresto del loro complice, gli Sforza presero le armi, si  impadronirono di porta Tosa e cercarono di muovere alla rivolta la cittadinanza al grido di Morte ai forestieri. Essi alludevano al Simonetta, che era calabrese; ma questi godeva le simpatie del popolo e nessuno si mosse in favore dei congiurati, i quali, il giorno dopo presero la fuga. 
Ottaviano Sforza perì mentre passava a nuoto l'Adda, gli altri fratelli riuscirono a salvarsi e furono dalla reggenza esiliati, Sforza Maria nel ducato di Bari, Ludovico il Moro a Pisa, Ascanio a Perugia.
 Solo Filippo Sforza, altro fratello, che non aveva voluto prender parte alla congiura, rimase a Milano. Varia fu la sorte degli altri congiurati: Donato del Conte, in un tentativo di fuga, cadde nella fossa del castello di Monza e per le ferite riportate morì alcuni giorni dopo; Ibletto Fieschi venne arrestato al confine dell'Astigiano e ricondotto in Milano; Roberto Sanseverino, più fortunato, riparò ad Asti e si mise sotto la protezione del duca d'Orléans.

Dopo questi avvenimenti si ebbe nel ducato di Milano un periodo di pace che durò circa un anno e della quale la reggenza approfittò per celebrare l'incoronazione di Giovanni Galeazzo, che ebbe luogo nel Duomo il 24 aprile del 1478. 
Due giorni dopo scoppiava a Firenze la "CONGIURA DEI PAZZI - di cui si parlerà in un prossimo capitolo - che provocava due forti leghe, pronte e entrambe a scannarsi. Una tra il re di Napoli e il Pontefice, l'altra tra Milano e Firenze. Allo scopo di crear noie ai Milanesi ed istigato da Sforza Maria duca di Bari, il re di Napoli cominciò a far pratiche con Prospero Adorno per spingerlo a ribellarsi.

Avuta notizia delle intese che correvano tra re Ferdinando e l'Adorno, la duchessa Bona mandò a Genova il vescovo di Como per destituire l'Adorno; ma questi, il 25 giugno del 1478, fece prender le armi ai suoi partigiani, costrinse il vescovo a chiudersi nel castello con le milizie milanesi e assunse il titolo di doge. Però fino a quando le truppe sforzesche tenevano il castello, Genova non poteva considerarsi completamente libera. Si aggiunga che al colpo di stato non avevano partecipato le famiglie nobili, i Doria e gli Spinola, anzi si erano uniti al vescovo di Como e i Milanesi avevano, oltre la fortezza, occupate parecchie case vicine, da dove molestavano continuamente l'Adorno.
Allo scopo di procacciarsi aiuti, il doge chiamò da Asti Roberto di Sanseverino, che accorse sollecitamente con una schiera di armati e, saputo che da Milano era partito un esercito, si fortificò nelle gole degli Appennini con un ragguardevole numero di Genovesi accorsi sotto le sue insegne. Contemporaneamente l'antico doge Ludovico di Campofregoso conduceva a Genova sette galee napoletane.

L'esercito sforzesco era comandato da un figlio naturale del duca Francesco, a nome Sforzino, ed era composto di duemila cavalli, ottomila corazzieri appiedati e seimila fanti. Esso si scontrò con le milizie del Sanseverino la mattina del 7 agosto. Dopo sette ore di combattimento, tornati inutili gli sforzi di conquistare i trinceramenti genovesi ed avendo subìto molte perdite, Sforzino diede l'ordine della ritirata, la quale si mutò in una rotta completa. Assaliti da ogni parte in un'angusta valle, i Milanesi subirono altre gravi perdite e infine non trovarono altra via di salvezza che la resa.
La duchessa, convinta che non le sarebbe mai riuscito di recuperare Genova con le armi, ricorse al sistema usato già un volta, quello di suscitar nella città le discordie tra le fazioni e cedette il castello a Battista di Campofregoso, figlio dell'antico doge Pietro. Questi ebbe il sopravvento sull'Adorno e sul finire di novembre riuscì a cacciarlo con il Sànseverino dalla città. Ma la sconfitta di Prospero Adorno non fu di alcun giovamento a Milano perché il Campofregoso si fece proclamare doge.

Nello stesso mese in cui l'Adorno veniva cacciato da Genova, SISTO IV riusciva a mettere contro il ducato sforzesco di Milano altri nemici: gli Svizzeri del cantone di Uri, i quali, a causa di un bosco la cui proprietà era loro contestata dai Milanesi, nel novembre del 1478, avanzando nella valle del Ticino, si spinsero fino a Bellinzona, che però non riuscirono ad espugnare, quindi, costretti dai rigori dell' inverno, si ritirarono. Contro di essi allora marciò un esercito ducale condotto da Marsilio Torelli; ma nelle valli in cui si era inoltrata la sua cavalleria trovò tale difficoltà a manovrare che, assalita dalle fanterie svizzere, fu agevolmente battuta e lasciò nelle mani del nemico numerosi prigionieri e non poca artiglieria.

Con questa battaglia ebbe termine la breve guerra tra il ducato di Milano e il cantone di Uri. Per merito dell'opera di Cicco Simonetta delle trattative vennero intavolate e presto fu conclusa la pace con la cessione agli Svizzeri del bosco contestato e il pagamento di alcune migliaia di fiorini. 
Ma la guerra, terminata da una parte, si riaccendeva da una altra. La minaccia ora veniva dal sud ed era costituita dal Sanseverino e dai fratelli Sforza, i quali stavano accampati presso Borgotaro e si stavano preparando ad invadere il ducato non per abbattere - dicevano - la duchessa Bona e il giovane duca, ma per liberarli dal potente ministro Simonetta.

Mentre stavano nella valle del Taro, il 27 luglio del 1479, cessò di vivere SFORZA MARIA. 
Circa un mese dopo Ludovico il Moro, il 23 agosto, si presentò davanti a Tortona e se ne impadronì in nome della cognata e del nipote.
Nella lotta che aveva iniziata, LUDOVICO il MORO non si serviva soltanto delle armi ma anche - e forse più - degli intrighi. Egli sapeva che alla corte di Milano viveva un certo ANTONIO TASSINO, ferrarese, favorito di Bona e nemico del Simonetta. Di lui si valse Ludovico per ottenere la riconciliazione con la cognata; e il favorito tanto disse e fece che alla fine  riuscì a piegare la duchessa ad accogliere il cognato in Milano.

Narrano gli storici che Cicco Simonetta, quando seppe la decisione di Bona, le disse: "Io perderò la testa, ma voi perderete lo stato". Né s' ingannava. Il 7 settembre Ludovico il Moro entrò in Milano e prestò giuramento di fedeltà al duca, ma quattro giorni dopo fece trarre in arresto il Simonetta col figlio Antonio, il fratello Giovanni ed alcuni amici di lui.

Dopo l'arresto del ministro calabrese le redini del governo passarono nelle mani di Ludovico il Moro, il quale staccò il giovane duca dalla madre e lo affidò alla sorveglianza di alcuni amici fidati, si circondò di persone devotissime e cominciò con molta abilità a trarre dalla sua parte la maggior parte di coloro che godevano il favore della cognata. 

Quando vide la propria posizione consolidata, pensò di sbarazzarsi di quelli che potevano creargli fastidi: il 7 ottobre del 1480 Antonio Tassino e il padre Gabriele furono chiusi nel castello di porta Giovia, poi vennero spogliati dei loro beni e mandati in esilio; Cicco Simonetta, che da un anno languiva nelle prigioni del castello di Pavia, fu prima invitato a riscattarsi pagando quarantamila fiorini che teneva in deposito in certe banche di Firenze; essendosi rifiutato, venne a lungo torturato, infine fu decapitato il 30 ottobre. La moglie del ministro, che era anch'essa una Visconti, impazzì.

Negli ultimi mesi di quell'anno la duchessa Bona fu trattata così malamente che, alla fine avvilita e sdegnata, rinunciò alla tutela del figlio e, avuta promessa di un consistente annuo appannaggio, il 2 novembre lasciò Milano. 
Essa voleva recarsi a Vercelli, ma le venne assegnata come sede Abbiategrasso. Partita la madre, il giovanetto Giovanni Galeazzo nominò suo tutore Ludovico il Moro che ricevette anche la carica di governatore, in altre parole era ormai il vero padrone di Milano e del ducato.

Se a Milano accadevano tutti questi fatti -congiure e lotte - degli Sforza, nello stesso periodo
 a Firenze non c'era serenità neppure dentro la famiglia dei Medici, né mancavano le congiure:
come la "Congiura dei Pazzi". 

Passiamo al periodo dal 1469 fino al 1481 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - 
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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