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(QUI TUTTI I RIASSUNTI) RIASSUNTO ANNI dal 1492 al 1495 

CARLO VIII IN ITALIA - PAPA ALESSANDRO IV

PIERO DE' MEDICI SUCCESSORE DI LORENZO IL MAGNIFICO - MORTE DI INNOCENZO VIII - ELEZIONE DI ALESSANDRO VI - IL PASSATO DEL NUOVO PONTEFICE - SUO NEPOTISMO - ALLEANZA TRA LUDOVICO IL MORO, ALESSANDRO VI E VENEZIA - PRATICHE DI LUDOVICO IL MORO CON MASSIMILIANO D'AUSTRIA E IL RE DI FRANCIA - CARLO VIII - AMBASCERIA DI PERRON DE BASCHE IN ITALIA - ACCORDO TRA FERDINANDO I ED ALESSANDRO VI - MORTE DI FERDINANDO I - ALFONSO II. - CARLO VIII IN ITALIA - CONVEGNO DI VICOVARO - FEDERIGO D'ARAGONA IN LIGURIA: ASSALTO DI PORTOVENERE E BATTAGLIA DI RAPALLO - FERDINANDO IN ROMAGNA - CONDIZIONI DEL DUCATO DI SAVOIA E DEI MARCHESATI DI MONFERRATO E SALUZZO - CARLO VIII IN PIEMONTE E IN LOMBARDIA - MORTE DI GIAN GALEAZZO SFORZA - LUDOVICO IL MORO DUCA DI MILANO - CARLO VIII IN TOSCANA - RIBELLIONE DI PISA. - PIERO DE' MEDICI PERDE LA SIGNORIA DI FIRENZE - FIERA RISPOSTA DI PIER CAPPONI AL RE DI FRANCIA - CARLO VIII E IL PONTEFICE - RESA DI CAPUA - ABDICAZIONE DI ALFONSO II - FERDINANDO II SUL TRONO DI NAPOLI - CARLO VIII A NAPOLI - LEGA CONTRO CARLO VIII - RITIRATA DI CARLO - BATTAGLIA DI FORNOVO - CARLO VIII IN PIEMONTE - PACE E RITORNO DI CARLO IN FRANCIA

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ALESSANDRO VI 
ALLA VIGILIA DELLA DISCESA  DI CARLO VIII IN ITALIA

La morte di Lorenzo il Magnifico costituì una gravissima perdita non solo pel casato dei Medici e per Firenze, ma anche per l'Italia, perché con lui venne a mancare l'uomo che poteva ancora mantenere l'equilibrio nei vari stati della penisola ed impedire che altri turbassero la pace.

Il figlio Piero, che gli successe in età di 21 anni, non rassomigliava affatto al padre. Cresciuto alla scuola del Poliziano, era abbastanza colto per la sua età, ma la sua indole era leggera ed orgogliosa, egli amava più gli esercizi fisici e le feste che le cure del governo e ben presto per il suo carattere divenne insopportabile agli stessi suoi amici e perfino in casa.

Tre mesi e mezzo dopo la morte di Lorenzo, cessava di vivere, il 25 luglio del 1492, a sessant'anni, INNOCENZO VIII, che come il suo predecessore aveva arricchito i parenti, ma non aveva saputo costituire degli stati, che non aveva voluto o saputo opporsi agli scandali e ai traffici della curia, che niente aveva fatto per la religione, ma aveva mostrato di amar la pace, meritando l'epigrafe che venne scritta sul suo sepolcro Italicae pacis custodi.

I cardinali, in numero di ventitré, si riunirono in conclave il 6 agosto e vi rimasero sei giorni; ma furono spesi in patteggiamenti indegni di un sacro collegio. I cardinali infatti, salvo alcuni, non si curarono di ricercare fra loro chi potesse giovare alla Chiesa, ma si curarono soltanto dei personali interessi e scelsero chi più degli altri promettesse ricchezze e benefici. 
Il più ricco e il più abile dei cardinali era lo spagnolo Rodrigo Borgia, nipote di Callisto. Egli riuscì a comperare i voti dei colleghi, eccettuati quelli del cardinale di Portogallo e degli italiani Caraffa, Piccolomini e Zen. Al cardinale Orsini promise i castelli di Monticello e Soriano, al cardinale Colonna l'abbazia di Subiaco, al cardinale di Sant'Angelo il vescovado di Porto con gli arredi, le suppellettili e la fornitissima cantina, al cardinale di Parma la città di Nepi, a quello di Genova la chiesa di Santa Maria in via lata, al Savelli la chiesa di Santa Maria Maggiore e la città di Civitacastellana. Al cardinale Ascanio Sforza, che aveva cercato di far convergere sopra di sé i voti, Rodrigo Borgia promise il proprio palazzo con tutti i mobili, l'ufficio di vicecancelliere, numerosi benefici ecclesiastici e gli mandò - come poi si disse - quattro muletti carichi di denaro.

L' 11 agosto 1492, il BORGIA veniva eletto Pontefice ed assumeva il nome di ALESSANDRO VI. Il nuovo Papa aveva sessantun anno; era nato a Xativa, presso Valenza, il 1° gennaio 1431 da una sorella di Callisto e, adottato dallo zio, aveva cambiato il proprio cognome di Lanzol in quello di Borgia; ancor giovinetto era stato colmato dallo zio di onori e ricchezze e il 21 settembre del 1446 (a 15 anni! così si eleggevano i "Vicari di Cristo"!) era stato creato cardinale e nominato vicecancelliere della Chiesa. Aveva una facile parlantina, era accorto, piuttosto flessibile, ma abilissimo diplomatico e, sotto Sisto IV, era stato impiegato con buon esito in parecchie ambascerie, nelle quali si era acquistata fama di inarrivabile disinvoltura.

Uomo di mondo più che di Chiesa, per i suoi costumi licenziosi si era procacciati i rimproveri di Pio II; ma a nulla erano valsi. Pontificando Paolo II, aveva avuta come amante la romana Vannozza de' Cattauei, dalla quale ebbe cinque figli ("evangelicamente, non disdegnavano la "carne" che serve a "crescere e moltiplicarsi" Ndr.) da lui pubblicamente riconosciuti, e alla quale poi gli procurò un marito (scegliendo lui) per ben tre volte. Qualche anno prima di ricevere la tiara si era innamorato di Giulia Farnese, detta la Bella, moglie di un Orsini, la quale con le sue grazie gli aveva fatto dimenticare un po' e a lasciare da parte la Vannozza.

"" Certo questi scandali - scrive l'Orsi -  della vita privata del nuovo Papa erano grandi, ma a quei tempi non rappresentavano un'eccezione; perciò la sua elezione non suscitò tra i contemporanei quell'indignazione, che a noi oggi sembrerebbe cosa naturale. Anzi la sua incoronazione, celebratasi il 26 agosto con grande lusso e magnificenza, fu salutata con viva acclamazione dal popolo romano, il quale sperava bene da un Papa ("gagliardo" e "virile"!  Ndr.) , che all'intelligenza univa la ricchezza e l'amore alla vita gioconda ».

Come i suoi predecessori, appena salito al soglio papale, Alessandro VI mostrò di volere consolidare la potenza della propria famiglia per mezzo di cariche e di matrimoni. Il suo primogenito Pier Luigi aveva ricevuto dal re di Spagna il titolo di duca di Gandia. Morto lui nel 1491 il titolo era passato al secondogenito Giovanni. Al terzogenito Cesare, che contava, sedici anni (!! Ndr.)  il padre diede il vescovado di Valenza e al nipote Giovanni Borgia, vescovo di Monreale, il cappello cardinalizio. 
Nè si fermò qui:  la figlia Lucrezia, che aveva poco più di dodici anni, fu fidanzata con Giovanni Sforza di Pesaro, che la sposò il 14 giugno del 1493, e il minore dei figli avuti dalla Vannozza, di nome Giuffrè, fu più tardi promesso a Sancia, figlia del duca Alfonso di Calabria, cui portò in dote dieci mila ducati e il ducato di Squillace.
Pareva che con l'avvento di Alessandro VI al Papato non dovesse più essere turbata la pace né c'era più il pericolo della rottura degli equilibri in Italia; e invece nello stesso anno nacquero fra i vari stati diffidenze pericolose e si produssero nuove alleanze. 
Fu causa di tutto ciò la vanità di Piero de' Medici.
 
Appena eletto Alessandro VI, LUDOVICO  il MORO, che più d'ogni altro per l'ubicazione del ducato di Milano temeva una discesa del re di Francia, per mostrare a costui che fra le potenze firmatarie della pace di Bagnolo regnava sempre un perfetto accordo, propose che gli ambasciatori del re di Napoli, di Firenze, di Venezia e di Milano si presentassero insieme al Pontefice per fargli le congratulazioni dei loro rispettivi stati. Ma Piero de' Medici -il vanitoso- volendo figurar più degli altri con una propria ambasciata in cui avrebbe fatto sfoggio delle sue ricchezze, consigliò Ferdinando di Napoli a non accettar la proposta dello Sforza.

Il rifiuto del re di Napoli insospettì Ludovico il Moro, il quale era convinto che Ferdinando si volesse segretamente alleare con Firenze per abbatterlo. Tentò egli allora per mezzo del fratello cardinale Ascanio di distaccare Roma da Napoli, e poichè in quel tempo Virginio Orsini, parente di Piero e condottiero dell'Aragonese, aveva comperato da Franceschetto Cibo i feudi di Anguillara e di Cerveteri, il cardinale Sforza, dimostrando al Pontefice che quella compera veniva ad assicurare il passo tra il Napoletano e la Toscana e riusciva dannosa alla sicurezza dello stato ecclesiastico, lo persuase a non ritenerla valida.
Fu questo un primo successo di Ludovico il Moro, al quale di lì a poco ne ottenne un secondo: un'alleanza tra Milano, Roma e Venezia, alla quale aderirono la repubblica di Siena, il duca di Ferrara e il marchese di Mantova. Con questa lega l'equilibrio d'Italia minacciava di crollare (22 aprile 1493).

Su questa alleanza però Ludovico il Moro faceva poco assegnamento sapendo che Venezia vi era entrata malvolentieri e che il Pontefice per la mobilità del suo carattere non dava garanzia di mantenerla. Nell' intento di procurarsi altri e più sicuri amici, avviò pratiche con MASSIMILIANO re dei Romani, che reggeva l'amministrazione dell'impero in nome del padre Federico III, chiedendogli l'investitura del ducato di Milano e offrendogli in sposa la figlia Bianca Maria con una dote di quattrocento ducati. Contemporaneamente cercò di indurre CARLO VIII a scendere contro Ferdinando di Napoli e gli mandò come ambasciatori il conte Carlo Barbiano di Belgioioso e il conte di Caiazzo, figlio di Roberto da Sanseverino.

CARLO VIII era successo al padre LUIGI XI il 30 agosto del 1483. L'ambasciatore veneziano Zaccaria Contarini che lo conobbe nel 1492, così lo descrive: "La maestà del re di Francia è di età di 22 anni, piccolo e mal composto della persona, brutto di volto; ha gli occhi grossi e bianchi e molto più usi a veder poco che assai, il naso aquilino similmente grande e grosso molto più del dovere, i labbri eziandio grossi, i quali continuamente tiene aperti, ed ha, alcuni movimenti di mano spasmodici che paiono molto brutti a vedersi, ed è tardissimo nella locuzione. Per opinione mia, la qual potrebbe essere falsa, tengo per fermo che d'ingegno e di corpo poco valga; tuttavia è lodato da tutti a Parigi perchè è gagliardissimo a giocar a palla, a caccia, e alla giostra, nei quali esercizi o bene o male ci mette e distribuisce tempo assai ».

Il ritratto che ne fa il Contarini può esser completato con quel che ne scrive il Guicciardini, il quale dice che "questo sovrano, e per natura poco intelligente delle azioni umane, è trasportato da ardente cupidigia di signoreggiare e da appetito di gloria, e ciò piuttosto per leggerezza d'animo ed impeto che per maturità di consiglio, e prestando, o per propria inclinazione, o per l'esempio e ammonizioni paterne, poca fede ai signori ed ai nobili del regno, dacchè era uscito della tutela di Anna duchessa, di Borbone, sua sorella, non udiva più i consigli dell'ammiraglio e degli altri, i quali erano stati grandi in quel governo, ma si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola condizione, allevati al servizio della persona sua, che facilmente erano stati corrotti ».

I consiglieri cui allude il Guicciardini erano Stefano di Vesc, antico cameriere del re, e Guglielmo Brigonnet, che da mercante era divenuto vescovo di Saint-Malo. Presso questi due, con doni e promesse, cominciò a brigare il conte di Belgioioso per indurli a consigliare Carlo all'impresa di Napoli; il conte di Caiazzo invece fece sì che le proposte di Ludovico il Moro fossero appoggiate da alcuni esuli napoletani, quali il principe Antonello di Salerno e i principi di Bisignano, i quali facevano apparire l' impresa facilissima e assicuravano che le popolazioni del Napoletano si sarebbero schierate in favore dei Francesi.

Carlo VIII, spinto dall'ambizione e persuaso dai suoi consiglieri e dagli esuli, promise agli ambasciatori che sarebbe sceso contro Ferdinando a patto che Ludovico il Moro gli concedesse libero passaggio attraverso il ducato, una scorta di cinquecento uomini d'arme, un prestito di duecentomila ducati e il permesso di armare a Genova le navi necessarie. Il re si impegnava di difendere chiunque, ma in particolare Ludovico e lo stato milanese e, a conquista fatta, di concedergli il principato di Taranto.

Deliberata l' impresa, Carlo VIII pensò di risolvere tutte le contese che aveva con gli stati vicini. Il 3 novembre del 1492 stipulò un trattato di pace con ENRICO VII d'Inghilterra, nel gennaio del 1493 si conciliò con il RE di SPAGNA e il 25 maggio dello stesso anno firmò un accordo con MASSIMILIANO d'Austria. 
Quindi, per assicurarsi delle disposizioni dei vari governi d' Italia, mandò nella penisola un'ambasceria diretta da Perron de Basche, originario di Orvieto. Questi nel giugno del 1493 si recò presso Ludovico il Moro, il quale, dopo aver sollecitato la discesa di Carlo VIII, esitava ad incoraggiarla pensando alle conseguenze che potevano derivarne e che gli erano state prospettate, nell'aprile di quell'anno, da ANTONIO GENNARO, ambasciatore di Ferdinando di Napoli:
« Consideri bene le cose passate et veda quante volte per le interne dissensioni se sono chiamate et conducte in Italia potentie ultramontane, che poi l'anno oppressa et tirannizata che ancora se ne vedono li vestigia». Gennaro -come vedremo- non si sbagliava!

Da Milano, Perron de Basche passò a Venezia a chieder consiglio ed aiuto per il suo re, ma il 12 luglio la repubblica gli rispose in modo ambiguo: « che il re saria sempre il benvenuto in Italia, ma non poter i Veneziani al presente prestargli alcun soccorso per la sospettione che avevano dei Turchi; e che il dar consiglio a sì savio re, appresso a cui assistevano continuamente persone prudentissime, paria un mostrare grandissima presuntione; ma che in ogni evento poteva promettersi di loro piuttosto gratissime dimostrationi et affetto che il contrario ».
Evasiva fu pure la risposta che Perron si ebbe a Firenze dal consiglio dei settanta, che era tutto composto da uomini dei Medici. Firenze non voleva tradire Ferdinando di Napoli con il quale era alleata, ma non voleva neppure inimicarsi con la Francia dove i Fiorentini tenevano molti banchi di commercio; diede quindi una risposta molto vaga e si affrettò a spedire a Carlo VIII due ambasciatori per assicurarlo dell'amicizia della repubblica.

I Senesi, interpellati, risposero che la loro debolezza li consigliava a mantenere la più scrupolosa neutralità. Alessandro VI, sollecitato per ultimo dagli ambasciatori francesi, disse che, prima di togliere alla casa d'Aragona l' investitura che i suoi predecessori le avevano accordata, occorreva esaminare minutamente quale delle due case, l'Aragonese o l'Angioina, avesse maggior diritto al reame di Napoli; inoltre fece presente che, essendo il reame feudo della Santa Sede, solo al Pontefice spettava, giudicare fra i pretendenti e infine fece osservare che occupare il Napoletano con le armi sarebbe stato lo stesso che assalire la Chiesa.
Mentre Carlo VIII tastava il terreno, Ferdinando non rimaneva inoperoso. E prima di tutto mandò allo stesso Carlo come ambasciatore CAMILLO PANDONE perché ottenesse dal re il rinnovo dei trattati conclusi con Luigi XI e gli proponesse di sottoporre all'alto arbitrato del Papa ogni futura contesa tra Napoli e la Francia. Ma il risultato di quest'ambasceria fu che il Pandone ricevette l'ordine di allontanarsi immediatamente dalla Francia.

Nello stesso tempo Ferdinando trattava con Alessandro VI per mezzo del secondogenito Federico, il quale riuscì a concludere un accordo tra suo padre e il Pontefice. Virginio Orsini si obbligò a pagare alla Santa Sede venticinquemila ducati e in cambio -dal Papa- ricevette l'investitura di Anguillara e Cerveteri; inoltre si combinò - come più indietro si è detto - un matrimonio tra il figlio minore di papa Alessandro VI, Giuffrè, con Sancia, figlia naturale di Alfonso di Calabria.

Riconciliatosi con il re di Napoli, il Pontefice si guadagnò l'amicizia di Giuliano della Rovere, amico del re, e il 20 settembre del 1493 nominò dodici nuovi cardinali, tra cui il figlio (!! Ndr.) Cesare, diciassettenne, ed Alessandro Farnese, fratello di Giulia la Bella (la sua nuova amante!).

Anche con Ludovico il Moro il re Ferdinando fece dei sondaggi, ma questi non approdarono a nulla perché lo Sforza era rimasto indispettito all'annunzio della riconciliazione tra Roma e Napoli e ora mandava nuovamente in Francia il conte di Belgioioso a sollecitare la discesa di Carlo VIII. 
Allora Ferdinando si preparò a respingere i nemici con le armi, allestendo una flotta di sessantadue navi che mise sotto il comando di Federico e armando un esercito che diede al primogenito ALFONSO. Ma non vide neppure l' inizio di quella guerra che aveva tanto cercato di scongiurare. 
Morì il 25 gennaio del 1494, all'età di sessant'anni. «Egli - scrive il Sismondi - non fu dotato di nessuna delle qualità che sono proprie dei grandi uomini; non di generosità, non di nobiltà d'animo, ma era un uomo di consumata prudenza, e la sua politica fu poche volte fallace. Conseguì quanto volle, e in quel modo che gli scellerati giungono ai loro scopi, in onta alle regole della giustizia e dell'onestà. Regnò lungamente e morì sul trono. Se questo era il suo scopo, egli l'ottenne; ma regnò esecrato e mori lasciando la famiglia in gravissimo pericolo e quando quella prudenza, che era in lui conosciuta ed aborrita, poteva sola salvare suo figlio dall'imminente rovina ».

ALFONSO II RE DI NAPOLI
SPEDIZIONE FRANCESE IN ITALIA 
CARLO VIII IN PIEMONTE, IN LIGURIA E IN TOSCANA
PIER CAPPONI

Il duca Alfonso di Calabria, salito sul trono di Napoli subito dopo la morte del padre, intensificò i preparativi di guerra e nello stesso tempo cercò alleati contro il re di Francia. Egli contava sugli aiuti di Piero de' Medici, di Faenza, Imola e Forlì che erano sotto la protezione dei Fiorentini, e di Giovanni Bentivoglio di Bologna. Il Pontefice si era un po' raffreddato con la corte di Napoli e nuovamente alienata l'amicizia con il cardinale Giuliano della Rovere. Tuttavia Alfonso riuscì di nuovo a trarre dalla sua parte Alessandro VI e il 18 aprile del 1494 ricevette l'investitura del reame. 
Conseguenza di questo riavvicinamento furono l' incoronazione di Alfonso alla presenza del cardinale GIOVANNI BORGIA, legato pontificio, le nozze di Giuffrè con la principessa Sancia, e la concessione, da parte del sovrano, di feudi, prebende e cariche al duca di Gandia, figlio secondogenito del Papa, a Cesare Borgia e a Virginio Orsini. 

Non contento di essersi assicurato l'appoggio di Alessandro VI, il re Alfonso tentò di suscitare contro Carlo VIII le armi di Bajazet, al quale fece sapere che il re di Francia voleva impadronirsi del reame di Napoli per muover poi alla conquista dell'impero d'Oriente. Ma il sultano, che era di indole pacifica, invece di mandare in Italia i seimila pedoni e i seimila cavalli chiesti dal re, si limitò a concentrare un piccolo esercito a Vaiona come misura precauzionale.

In questo frattempo Carlo VIII si preparava a scendere in Italia, faceva allestire a Marsiglia una flotta di cui doveva prendere il comando il duca d'Orléans, suo cugino, incaricava Antonio di Bassey di assoldare un corpo di fanteria nei cantoni svizzeri e mandava a Genova il suo grande scudiero Pietro d' Urfè per allestirvi un'altra flotta di ottanta galee e di circa cento navi onerarie. Per sorvegliare più da vicino tutti questi preparativi, nel marzo del 1494 lo stesso sovrano si trasferiva a Lione.
Il re Alfonso avuta notizia dei grandi preparativi navali che si facevano a Genova, diede il comando di una flotta di sessantacinque navi, tra grosse e piccole, al fratello Federico ordinandogli di recarsi a Livorno e di impedire che le navi francesi navigassero alla volta di Napoli. 
Correva voce difatti che Carlo VIII volesse assalire dalla parte del mare il Napoletano e veramente era questa la via più spedita e meno difficile per una spedizione, perché, per terra, il Francese avrebbe dovuto superare le difese degli Appennini e si sarebbe trovato di fronte agli eserciti della Toscana, del Riario, del Manfredi e del Papa.

Ma nella primavera di quell'anno seppe Alfonso che il re di Francia aveva mandato un'ambasceria a Firenze e a Roma e, sebbene le risposte date da Piero de' Medici e da Alessandro VI fossero tali da lasciarlo tranquillo, sospettò che il nemico avesse intenzione di prender la via di terra e di raccogliere al suo passaggio gli aiuti di Ludovico il Moro, del Duca Ercole I di Ferrara e forse anche del marchese Gian Francesco III Gonzaga.

Delineandosi pertanto la possibilità che Carlo attraversasse la penisola, Alfonso, convocò i suoi alleati a Vicovaro, presso Tivoli, per discutere sulle misure difensive da adottare. In questo convegno, che ebbe luogo il 13 luglio, furono prese le seguenti decisioni: il re di Napoli con un corpo dell'esercito doveva tenersi ai confini degli Abruzzi; Virginio Orsini con alcune schiere doveva rimanere nei dintorni di Roma per tenere sotto controllo Prospero e Fabrizio Colonna dichiaratisi per il re di Francia; Ferdinando (Ferrandino) duca di Calabria, figlio d'Alfonso, insieme con Gian Giacomo Trivulzio, il conte di Pitigliano e Pietro d'Avalos, marchese di Pescara, alla testa di un altro corpo d'esercito, dovevano recarsi in Romagna, unirsi alle milizie del Riario e del Bentivoglio, sbarrare il passo ai Francesi e cercar di muovere a ribellione la Lombardia.
Al convegno di Vicovaro partecipò il vecchio cardinale Paolo di Campofregoso, il quale propose di cacciare da Genova gli Adorni con l'aiuto di Ibletto dei Fieschi. La proposta venne accettata e fu dato ordine a Federico di prendere a bordo della flotta i fuorusciti genovesi e di far vela verso la riviera di Levante.

Federico, raccolti gli esuli ed altre truppe, il 16 luglio del 1434 comparve davanti a Portovenere e diede l'assalto a terra; ma dopo un inutile combattimento durato sette ore dovette ritirarsi. Recatosi a Livorno, vi rimase circa un mese, poi, spiegate nuovamente le vele, si diresse verso le coste liguri e il 4 settembre giunse davanti a Rapallo, occupò il territorio sbarcandovi Ibletto dei Fieschi con tremila fanti.
Alla notizia di questo sbarco, Anton Maria da Sanseverino, figlio di Roberto, che si trovava a Genova al servizio di Ludovico il Moro, si mosse con un piccolo esercito verso Rapallo, mentre il duca d'Orléans vi si recava per la via del mare con una flotta di trenta navi, recanti le milizie assoldate da Antonio di Bassey. Federico, temendo di venire a battaglia con le navi francesi armate di colubrine di grosso calibro, prese il largo, e il duca di Orléans riuscì a sbarcare le sue truppe senza nessun ostacolo. Quello stesso giorno, sostenute dalle artiglierie della flotta, le milizie svizzere e quelle genovesi del Sanseverino assalirono Ibletto dei Fieschi e, dopo accanito combattimento, lo sbaragliarono.
 
Gli Svizzeri si segnalarono più per la loro ferocia che per il loro valore e non solo trucidarono i nemici che si erano arresi, ma saccheggiarono Rapallo e ne uccisero molti abitanti, suscitando lo sdegno dei Genovesi, i quali, al ritorno di quelle barbare soldatesche, le assalirono e ne avrebbero fatta strage se non fosse intervenuto a impedirla Giovanni Adorno. 
Federico, impedito dal vento contrario, non aveva potuto recar soccorso ai suoi, finita la battaglia, raccolse i superstiti e se ne tornò a Livorno, da dove poi fece vela per le coste del Napoletano.

Intanto Ferdinando duca di Calabria avanzava verso la Romagna col proposito di entrare nel Parmense e incitare la popolazione a ribellarsi a Ludovico il Moro, mentre a fronteggiarlo lo Sforza mandava ai confini del Ferrarese il conte di Caiazzo e le prime schiere francesi e svizzere inviate da Carlo VIII sotto il comando del d'Aubigny. Ferdinando, assecondato dal Trivulzio, avrebbe voluto assalire subito il nemico; il conte di Pitigliano consigliava invece di temporeggiare. Intanto giungeva la notizia degli insuccessi di Federico; allora il duca di Calabria rinunziò all'offensiva e si ritirò sotto le mura di Faenza.

CARLO VIII era rimasto a Lione fin quasi alla fine di luglio per un momento era sembrato che volesse abbandonare l' impresa ; ma spronato dagli incitamenti del cardinale Giuliano Della Rovere, era passato a Vienne e a Grenoble e ai primi del settEmbre del 1494 sI ero, mosso verso l'ltalia. Il suo esercito contava tremilaseicento uomini armati, seimila arcieri brettoni, altrettanti balestrieri francesi, ottomila pedoni di Guascogna armati di spade e moschetti, e ottomila tra Svizzeri e Tedeschi armati di picche e di alabarde; esercito per quel tempo formidabile, che più tardi, ingrossato dalle milizie italiane, doveva raggiungere il numero di sessantamila uomini circa. 
Tra i più illustri capitani si contavano il duca d'Orléans, che aveva il comando della flotta a Genova, il duca di Vendòme, il conte di Montpensier, Ludovico di Ligny e Ludovico de la Treumoulle. Seguivano il re i due suoi fidati consiglieri Stefano di Vesc e Guglielmo Brigonnét.

Sebbene così numeroso, questo esercito difficilmente avrebbe potuto passare le Alpi se ci fosse stato un nemico a difenderne i valichi; ma sfortunatamente gli stati di Savoia, del Monferrato e di Saluzzo non erano in grado di opporsi alla discesa del monarca francese.

Scrive l'Orsi: « ...La decadenza del ducato di Savoia, cominciata con Ludovico, cresciuta sotto il debole governo di Amedeo IX e sotto la reggenza di Filiberto I morto a soli 17 anni nel 1482, era sembrato arrestarsi sotto il fratello suo successore, CARLO I, tanto più che appunto allora moriva il re Luigi XI, che aveva sempre cercato di dettare legge in Piemonte. Carlo I, appena pervenuto all'età adatta alle armi, diede subito una terribile lezione al marchese Ludovico di Saluzzo, che aveva creduto di poter approfittare della debolezza sabauda per sottrarsi da ogni obbligo di vassallaggio. Riuscì ad occupare molte delle terre del marchesato, poi strinse d'assedio la stessa Saluzzo, che resistette valorosamente per parecchi mesi, ma alla fine si vide costretta a capitolare il 3 aprile 1487.
 Il marchese Ludovico che si era riparato in Francia  dichiarandosi, come al solito, vassallo del re di Framncia, cercava di indurlo ad aiutarlo, ma non riuscì a ottenere da Carlo VIII se non intervento amichevole. Le negoziazioni, assai complesse per i vantati diritti della corte di Francia alla supremazia feudale del marchesato, rese poi ancora più difficili per le frequenti violazioni della tregua che avvennero dall'una parte e dall'altra; andarono per le lunghe e duravano ancora, quando il giovane duca Carlo I di ritorno da un viaggio fatto in Francia per accelerarne la soluzione, morì il 13 marzo 1489.
 
"...Egli aveva ereditato poco prima dalla zia Carlotta, morta a Roma nel 1487, il vago titolo di re di Cipro, che non portò alla casa di Savoia altre conseguenze che di metterla in aperto contrasto con Venezia, mentre fino allora i due stati si erano quasi sempre trovati d'accordo per il comune interesse di ingrandirsi a spese del ducato di Milano; quel titolo ai Sabaudi riuscì quindi soltanto di danno.
"...Del resto Carlo I si era segnalato anche per la buona amministrazione dei suoi domini, così che la sua morte, avvenuta quando aveva appena ventun anni, riuscì assai dannosa per la sua dinastia o favorì le mire della Francia che nel parere di molti dei contemporanei vollero vedere in essa l'effetto di un avvelenamento propinatogli in Francia.
"...Il ducato toccò a suo figlio CARLO II, bambino allora di nove mesi. Ne assunse la reggenza la madre, BIANCA di Monferrato; ma questo fatto diede origine a nuove contrasti e disordini, che favorirono di nuovo l'ingerenza della Francia nelle cose sabaude; così che all'epoca della discesa di Carlo VIII questo ducato non solo non era in grado di fare alcuna opposizione, ma viveva quasi all'ombra del protettorato francese...." (Orsi)

Nelle stesse condizioni si trovavano il Monferrato, dove per la tenera età di Guglielmo, primogenito del marchese Bonifazio che era morto nel 1495, teneva la reggenza la vedova, Maria, e Saluzzo, il cui marchese Ludovico, marito di Margherita di Foix, si era messo da tempo sotto la protezione della Francia.

La via dunque era libera per Carlo VIII in Italia attraverso il Piemonte e la Lombardia. Il 2 ottobre egli valicò il Monginevro ed entrò a Susa, dove gli venne incontro il marchese Ludovico di Saluzzo, che lo accompagnò a Torino. Qui fu accolto con molti onori dalla duchessa Bianca di Savoia, e, poichè gli mancavano denari, ricevette in prestito le gioie che impegnò ricavandone dodicimila ducati. Uguale somma il re francese ricavò impegnando i gioielli della marchesa del Monferrato quando, dopo pochi giorni, da Torino si recò a Casale.
Il nove settembre Carlo VIII entrò ad Asti, dominio degli Orléans, dove vennero ad ossequiarlo Ludovico il Moro, la moglie, i figli e il suocero Ercole I di Ferrara con un largo seguito di belle donne milanesi. Trascorsero alcuni giorni con tante feste, poi il re si ammalò e dovette fermarsi a Casale per circa un mese. Guarito, si recò poi a Pavia.

Nel castello di questa città, viveva quasi in prigionia, con la moglie e i figli, il duca Gian Galeazzo, allora infermo. Il re proibì ai suoi cortigiani di entrare nel castello, ma andò a far visita al duca, del quale era cugino perché figlio di una sorella di sua madre. Vivissima fu la pietà che il sovrano provò alla vista dell' infelice duca, tuttavia cercò di dissimularla per non dispiacere a Ludovico il Moro, che era presente. Durante la visita, si presentò al re la duchessa Isabella che, inginocchiatasi davanti a lui, lo supplicò di aver pietà del padre Alfonso di Napoli e del fratello Ferdinando. Questa volta Carlo VIII non riuscì a  nascondere il proprio turbamento, ma rispose che ormai era troppo tardi e non si poteva far più nulla per loro.

Da Pavia Carlo VIII passò a Piacenza, sempre accompagnato da Ludovico il Moro. In questa città o, come altri affermano, a Parma, giunse la notizia che Gian Galeazzo era in fin di vita. Allora LUDOVICO, il quale fin dal 5 settembre aveva ricevuto da Massimiliano l' investitura del ducato, tornò a Milano. Il nipote morì il 20 ottobre, lasciando un figlio di per nome FRANCESCO; ma il giorno dopo Ludovico il Moro si proclamò duca; quindi si affrettò a raggiungere di nuovo l'esercito francese.
Dall'Emilia Carlo VIII avrebbe potuto scendere nella Romagna, sicuro di esser sostenuto dal duca di Ferrara e da Caterina Sforza, vedova di Girolamo Riario, che si era all'ultimo momento schierata a favore dei Francesi. Ma lì c'era sempre l'esercito di Ferdinando e una sconfitta sarebbe stata disastrosa alle armi francesi nel caso in cui lo Sforza, capace di un tradimento, fosse passato dalla parte del vincitore tagliando la ritirata ai vinti. 
Carlo aveva interesse di scendere in Toscana, dove Lucca e Siena si erano schierate con lui, inoltre la vicinanza della flotta gli poteva essere utilissima. Oltre tutto sperava di trarre a sé Piero de' Medici, il quale non solo non aveva protetto il confine, ma teneva un contegno molto esitante.

Per queste ragioni Carlo VIII scelse la via che da Parma conduce nella Lunigiana e passando per Fornovo e Pontremoli, si diresse verso Sarzana. La prima terra fiorentina, che l'esercito francese incontrò fu Fivizzano. Questa fu assalita ed espugnata la guarnigione venne massacrata e degli abitanti fu fatta strage. Nello stesso tempo l'avanguardia di Carlo, guidata da Gilbert de Montpensier sorprendeva una schiera di Fiorentini, che si recava a rinforzare il presidio e la difesa di Sarzana, e la faceva a pezzi.

Queste prime imprese degli invasori gettarono nello spavento  tutta la Toscana. Più di ogni altro ne rimase atterrito Piero de' Medici, il quale non solo non si era preparato ad opporsi all' invasione, ma per la sua arroganza e per la sua inettitudine politica aveva suscitato un gran malcontento a Firenze e si era procurato molti nemici, tra cui alcuni parenti, che, cacciati da lui dalla città, erano andati ad unirsi a Carlo.
Non avendo più il tempo di sbarrare il passo ai Francesi, Piero pensò di intavolare trattative con il re, anzi egli stesso andò incontro a Carlo VIII, e fu ricevuto lo stesso giorno che il sovrano di Francia  faceva assalire Sarzanello. Carlo sapeva con chi aveva a che fare e non fu modesto nelle richieste: pretese il pagamento di duecentomila fiorini e la consegna di Sarzana, Pietrasanta, Ripafratta, Pisa e Livorno, che avrebbe restituite solo dopo la conquista del reame di Napoli.
Piero de' Medici non seppe negare nulla, promise che avrebbe fatto dare in prestito la somma richiesta e, disponendo liberamente delle terre che il re aveva chieste, quasi fossero cose sue e non della repubblica, ordinò che le fortezze fossero consegnate ai Francesi, senza curarsi di chiedere garanzie per la restituziane. Fu stabilito che il trattato di pace a guerra terminata si sarebbe fatto a Firenze.

Ottenuto tutto quello che voleva, Carlo VIII andò a Lucca dove si fece dare un prestito di diecimila ducati, poi si recò a Pisa, dove entrò l' 8 novembre, accolto festosamente dalla popolazione, la quale per mezzo di lui sperava di riacquistare la libertà. Il giorno dopo una numerosa deputazione venne inviata al re. La capitanava SIMONE ORLANDI, che con calde parole chiese al sovrano in nome della cittadinanza di render libera la città dai Fiorentini. 
Carlo VIII, non potendo disporre di una terra che non era sua, rispose evasivamente che sarebbe stato lieto di vedere i Pisani ricuperare la loro libertà. Questa risposta, interpretata a modo loro dai cittadini, produsse grandi urla di gioia nella popolazione. 
In breve le vie si gremirono di gente che gridava libertà ! libertà; il presidio fiorentino, i gabellieri, gli esattori delle imposte furono cacciati, i marzocchi posti alle porte dei pubblici edifici vennero abbattuti e gettati in Arno e furono eletti dieci cittadini che amministrassero la risorta repubblica.

Nello stesso giorno che.Pisa si ribellava, Firenze si sottraeva alla signoria dei Medici. La notizia della viltà commessa da Piero de' Medici nel cedere le fortezze al re di Francia aveva prodotto un vivissimo fermento tra i Fiorentini, che era subito stato sfruttato dai numerosi malcontenti e dai nemici di Piero.
 Il 4 novembre, in un'assemblea convocata dalla Signoria, PIER CAPPONI, uno dei più ragguardevoli e coraggiosi cittadini, aveva detto che era tempo di scuotere il giogo mediceo e il giorno dopo, insieme con fra GIROLAMO SAVONAROLA, TANAI de' NERLI, PANDOLFO RUCELLAI e GIOVANNI CAVALCANTI, era stato inviato a Carlo VIII per trattare con lui direttamente in nome della repubblica.
I cinque ambasciatori trovarono il re a Lucca, ma non riuscirono a ricevere udienza; lo seguirono a Pisa, tenendo un contegno sprezzante verso Piero, che anche lui seguiva il sovrano, ma anche qui non furono ricevuti se non dopo parecchi giorni da Carlo, il quale disse loro che si sarebbe parlato di tutto con il suo passaggio a Firenze.

Mentre gli ambasciatori fiorentini da Lucca si recavano a Pisa, Piero de' Medici, insospettito dalla loro presenza, si recava frettolosamente a Firenze. Vi giunse l' 8 novembre, ma fu ricevuto molto freddamente dai suoi amici. Il giorno dopo volle andare al palazzo della Signoria, ma trovò il portone chiuso e custodito da guardie; ritiratosi allora in casa, chiamò il cognato PAOLO ORSINI con le sue milizie e ordinò al fratello, il cardinale Giovanni, di correr con i famigliari per la città al grido di Palle ! Palle !
Ma a quel grido, che un giorno era stato molto caro al popolo, i cittadini non si mossero in favore dei Medici e il cardinale, giunto a metà di via de' Calzaiuoli, si trovò il passo sbarrato dalla folla che urlava contro la famiglia del tiranno. Allora Piero e l'altro fratello, GIULIANO, protetti dalle soldatesche dell'Orsini, si ritirarono verso Porta San Gallo e qui tentarono di muovere, con distribuzioni di denaro, gli artigiani del quartiere a prender le armi per loro, ma, poiché per le vie si udivano grida minacciose e già le campane cominciavano a suonare a stormo, uscirono dalla città. 
Il cardinale, travestitosi da frate francescano, raggiunse i fratelli sugli Appennini.

I Medici ripararono a Bologna e di là a Venezia. Dopo la loro fuga il popolo fiorentino svaligiò alcune case, quelle del cancelliere e del provveditore del Monte di Pietà, il palazzo del cardinal Giovanni e i giardini di San Marco, ma non riuscì a saccheggiare il palazzo mediceo di via Larga opportunamente custodito da numerose guardie. La Signoria dichiarò i Medici traditori e ribelli, fece confiscare i loro beni e promise una taglia a chi li arrestasse; gli esuli vennero richiamati e fra questi i due figli di Pier Francesco de' Medici che erano stati scacciati dal cugino Piero.

Intanto Carlo VIII, lasciato un presidio francese a Pisa, avanzava col suo esercito verso Firenze. Giunto a Signa, mandò ordine al d'Aubigny, che era in Romagna, di correre a Firenze con le sue truppe. A Signa altri ambasciatori fiorentini vennero a trovarlo, ma a loro rispose che si sarebbe accordato con la Signoria non appena giunto in città.
Il 17 novembre Carlo VIII lasciò Signa e verso il tramonto giunse a Firenze presso la porta di San Frediano. Fu ricevuto dal vescovo, dal clero, dalla Signoria, e da una gran folla. Entrò a cavallo con la lancia in resta, come un conquistatore, seguito dal suo esercito e dalle sue artigliere. I fiorentini facevano ostentazione di accogliere il sovrano amichevolmente, ma a buon conto avevano prese le loro misure di precauzione, avevano fatto entrare parecchie migliaia d'uomini armati dalla campagna ed avevano concentrato entro le mura le milizie al soldo della repubblica, e che avevano ricevuto l'ordine di dare addosso ai Francesi al primo suonar delle campane.

Carlo VIII ebbe assegnato come dimora il palazzo de' Medici e, appena giuntovi, cominciò a trattare con i commissari della Signoria. Ma dato il contegno e le pretese del re si temette subito che si dovesse venire ad una rottura. Incidenti non lievi avvennero per le vie tra soldati francesi e popolani; tuttavia le trattative continuarono, ma in un'atmosfera di diffidenza reciproca.
Dopo lungo discutere, specialmente sull'entità della somma che il re pretendeva da Firenze e che sembrava ed era enorme, Carlo VIII fece leggere dal suo segretario le sue definitive condizioni. Quando il segretario ebbe terminata la lettura, PIER CAPPONI, uno dei commissari della repubblica, gli strappò di mano il foglio dei patti e, sdegnosamente laceratolo, gridò in faccia al sovrano: "Ebbene! Giacchè si domandano cose tanto disoneste, voi suonerete le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane. E, così detto, uscì dalla sala".

Carlo VIII restò colpito dalle coraggiose parole del Capponi e credendo che i Fiorentini disponessero di numerose forze e nello stesso tempo temendo di dover combattere per le strette vie della città, dove non avrebbe potuto impiegare la sua cavalleria, richiamò i commissari e propose loro patti accettabili. 
Firenze si obbligava a sussidiare la spedizione francese con centoventimila ducati, da pagarsi in tre rate, la prima di quarantamila subito, la seconda di cinquantamila alla fine di marzo, la terza di trentamila il 24 giugno. Da parte sua il re s'impegnava di restituire a guerra finita le fortezze avute da Piero. I Pisani dovevano tornare sotto il dominio di Firenze e impunita doveva rimanere la loro ribellione, annullate dovevano essere la confisca dei beni medicei e la taglia posta sui Medici; in quanto a Pietrasanta e Sarzana, che a nome di Genova veniva reclamata da Ludovico il Moro, Firenze e Milano avrebbero sottoposta la questione al giudizio di arbitri scelti di comune accordo. Infine il re ridava ai mercanti fiorentini tutti i privilegi che essi godevano in Francia e che erano stati allo scoppio della guerra revocati. I capitoli del trattato furono firmati e solennemente giurati nel Duomo il 25 novembre; poi tre giorni dopo Carlo VIII, alla testa di tutto il suo esercito, usciva da Firenze e prendeva la via di Siena.

FERDINANDO II SUL TRONO DI NAPOLI
I FRANCESI CONQUISTANO IL NAPOLETANO
 RITIRATA DI CARLO VIII

Di fronte alla rapida e felice avanzata di Carlo VIII, il Pontefice andava di giorno in giorno perdendo coraggio e non sapeva a qual partito appigliarsi. Abituato a una politica tortuosa, pur mantenendosi amico del re di Napoli cercò di negoziare con i Francesi e mandò a Firenze il cardinale FRANCESCO PICCOLOMINI; ma Carlo non volle neppure riceverlo. Allora ALESSANDRO VI si abboccò con il cardinale ASCANIO SFORZA ma concludendo costui nulla inviò altri ambasciatori al re di Francia, il quale si dichiarò disposto ad entrare in trattative col Pontefice a condizione che non vi prendesse parte il re di Napoli.
Come ambasciatori, Carlo mandò a Roma Ludovico di Tremouille, i cardinali Ascanio Sforza e Federico da Sanseverino e PROSPER COLONNA, mentre, lasciata Siena il 4 dicembre, si dirigeva verso Viterbo. Nello stesso tempo il duca Ferdinando di Calabria, reduce dalla Romagna, entrava con il suo esercito assottigliato a Roma e si mostrava disposto a farvi resistenza.

Incoraggiato dall'arrivo del principe napoletano, il 9 dicembre il Pontefice fece arrestare Prospero Colonna e i cardinali Sforza, Sanseverino, Lunate, Estouteville e li fece chiudere in Castel Sant'Angelo. Intanto Carlo VIII entrava in Viterbo senza incontrarvi resistenza e di là avanzava nella Campagna romana, favorito dall' indecisione del Papa. 
Difatti, tutti coloro che tenevano per Alessandro VI, vedendo che egli si mostrava irresoluto, cominciarono a trattare per conto proprio con Carlo e lo stesso VIRGINIO ORSINI concesse al sovrano francese libero passaggio attraverso i suoi feudi e lo fornì di vettovaglie. Così Carlo riuscì, aiutato anche dai Colonna, a percorrere liberamente il territorio, mandare ad Ostia cinquecento lancieri, occupare Civitavecchia e Corneto, trovare ospitalità a Bracciano presso gli Orsini.

Dopo questi ultimi successi dei Francesi, il Papa tornò a scoraggiarsi. Temeva sopratutto la presenza del cardinale Giuliano Della Rovere, suo accanito nemico, schieratosi con il re, e che cercava di far convocare un concilio il quale deponesse il Pontefice simoniaco. Vinto da questi timori, Alessandro VI prima mandò da Carlo il cardinal Sanseverino, poi accolse gli ambasciatori del re, Stefano di Vesc e Giovanni dei Gannay e, avuta promessa che Carlo VIII avrebbe rispettato l'autorità papale e le immunità della Chiesa, se fosse stato ricevuto amichevolmente, acconsentì alle richieste del sovrano, tanto più che questi dichiarava di voler soltanto libero il passo verso il Napoletano.
Alessandro VI, che già vedeva vicino un accomodamento con il re di Francia, convinse Ferdinando a partire il 25 dicembre con le sue soldatesche e il 31 di quello stesso mese Carlo VIII fece il suo solenne ingresso a Roma per la porta di Santa Maria del Popolo.
L'avanguardia era costituita dalle soldatesche svizzere e tedesche, precedute dagli stendardi, pittoreschi nei loro costumi, armate parte di lancia e spada o di lunghe alabarde, parte di archibugi. Veniva poi un corpo di cinquemila balestrieri di Guascogna, seguiti da duemila cinquecento corazzieri, a cavallo accompagnati da altrettanti paggi e da un numero doppio di scudieri. Dietro di loro galoppavano cinquemila cavalieri dai manti di seta e dalle lucide armature, poi quattrocento arcieri, di cui cento, di nazionalità scozzese, facevano ala al re, che cavalcava tra Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere ed era immediatamente seguito dai cardinali Colonna e Savelli, da Prospero e Fabrizio Colonna, dai capitani e da duecento cavalieri francesi. Chiudevano l' interminabile colonna, che sfilò dalle tre pomeridiane fino a sera inoltrata, le artiglierie: trentasei cannoni di bronzo, lunghi otto piedi e del peso di seimila libbre ciascuno, le colubrine lunghe dodici piedi e infine i falconetti.

Carlo VIII andò ad alloggiare nel palazzo di San Marco, il Pontefice rimase in Vaticano, ma alcuni giorni dopo essendo scoppiate risse tra i soldati francesi e i romani, Alessandro VI andò a chiudersi in Castel Sant'Angelo. Le trattative tra il re e il Papa però continuarono e il 15 gennaio del 1495 si venne ad un accordo definitivo. 
Secondo i patti, Carlo VIII rinunciava all'idea di convocare un concilio e prometteva al Pontefice amicizia e rispetto; Alessandro VI doveva consegnare sino alla fine della guerra le fortezze di Civitavecchia, Terracina e Spoleto, accordare libertà di transito all'esercito francese e dare in ostaggio per quattro mesi il figlio Cesare Borgia. Concluso l'accordo, il Pontefice ritornò in Vaticano dove ammise il sovrano al bacio dei piedi, poi consegnò il cappello cardinalizio al Briconnet, vescovo di Saint-Malò e a Filippo, vescovo di Mans.

Dopo un mese circa di permanenza a Roma, Carlo VIII iniziò le operazioni contro il reame di Napoli che volle assalire con due corpi dell'esercito. Un corpo affidò a Fabrizio Colonna, ad Antonello Savelli e a Roberto di Lenorncourt, i quali. penetrarono negli Abruzzi e, favoriti dalle popolazioni che innalzarono la bandiera francese al primo apparire dell'esercito, si impadronirono in breve di quasi tutta la regione. L'altro corpo, il più numeroso, rimase sotto il comando del re, che partì da Roma il 28 gennaio del 1995. 
Cinque giorni prima, il 23 di quel mese, ALFONSO, scoraggiato dal fermento dei suoi sudditi, aveva in Castel dell'Ovo abdicato a favore del figliuolo FERDINANDO II e si disponeva a partire per Mazzara, in Sicilia, dove doveva morire il 9 novembre di quel medesimo anno. La notizia di quella rinuncia faceva sperare a Carlo che non avrebbe trovato grande difficoltà a conquistare il reame.
Ma appena il Francese ebbe lasciata Roma, Alessandro VI, pentito della pace conclusa, pensò di romperla e di creare fastidi a Carlo e mentre si rifiutava di consegnare Spoleto ai luogotenenti del re si accordava con ANTONIO FONSECA, ambasciatore di Spagna, per distogliere il sovrano dall'impresa. 

Quando l'esercito francese fu giunto a Velletri il Fonseca protestò a nome del suo re per quella spedizione e prospettò con termini energici la possibilità di una rottura tra la Spagna e la Francia: ma né le proteste né le minacce dell'ambasciatore, né la fuga di Cesare Borgia, avvenuta in quei giorni, preoccuparono Carlo VIII, il quale continuò ad avanzare e di lì a qualche .giorno diede un saggio - se pur ce n'era bisogno - del modo in cui intendeva fare la guerra. 
Montefortino, di proprietà, di Giacomo dei Conti, venne assalito, sbrecciato con le artiglierie ed espugnato: gli abitanti furono passati a fil di spada. La stessa sorte subì Monte San Giovanni, che apparteneva ad Alfonso d'Avalos, marchese di Pescara: i difensori, in numero di ottocento, vennero tutti trucidati e il castello date alle fiamme.

Intanto Ferdinando si preparava a sbarrare il passo all'invasore, conducendo il suo esercito a San Germano, luogo molto adatto per una resistenza; ma i suoi soldati erano atterriti dalle notizie che giungevano al campo dei progressi di Fabrizio Colonna negli Abruzzi e delle stragi di Montefortino e Monte S. Giovanni, e con truppe così demoralizzate, com'erano le sue, il re napoletano temeva, malgrado la poderosa fortezza  e le opere difensive innalzate, di non potere impedire l'avanzata del nemico.

E così fu infatti; appena comparvero davanti a San Germano le avanguardie francesi comandate dal duca di Guisa e da Giovanni di Rieug, l'esercito napoletano abbandonò il luogo che doveva difendere e si ritirò frettolosamente a Capua. L'esercito francese veniva così ad avere il passo libero; però tutto non era perduto per Ferdinando il quale poteva benissimo fermare il nemico prima che entrasse nella città. Però, mentre egli si preparava ad fortificarsi, ebbe avviso che a Napoli erano scoppiati dei tumulti e fu costretto ad accorrere nella capitale, raccomandando ai suoi capitani di non accettar battaglia prima del suo ritorno.
II re placò facilmente i tumulti di Napoli, ma, durante la sua assenza, il suo condottiero Gian Giacomo Trivulzio entrò in trattative con Carlo VIII e il 19 febbraio gli aprì le porte di Capua. 
Alla perdita di questa città seguì la resa di Nola. Gli eventi precipitavano: Carlo giungeva senza incontrare ostacoli ad Aversa; Napoli tornava a tumultuare, i resti dell'esercito napoletano tentennavano. Nelle difficili condizioni in cui si trovava, Ferdinando non vide altra via di scampo che la fuga. Lasciata la difesa di Castel dell'Ovo al marchese di Pescara, il 21 febbraio salpò con venti vascelli in compagnia dello zio Federico, della zia Giovanna e della nonna, e riparò nella vicina isola d'Ischia. Il giorno dopo, Carlo VIII faceva il suo ingresso in Napoli prendendo come suo luogo di dimora il castello di Porta Capuana.

Il 6 marzo Castel Nuovo apri le porte ai Francesi e il 15 dello stesso mese anche Castel dell'Ovo capitolava. Tutto il regno si poteva dire in mano di Carlo; soltanto Brindisi, dove si era chiuso don CESARE d'ARAGONA, fratello naturale del re, Tropea, Amantea, Bari, Gallipoli, Scilla e Reggio si mantenevano fedeli a Ferdinando. 
Intanto i fuorusciti rientravano nel reame e frequentavano la corte del conquistatore sperando di ottenere favori; infatti sul nuovo re si fermavano gli sguardi e le speranze dei fautori della Casa d'Angiò.
Ma tutte queste speranze tramontarono presto. Carlo, una volta che si fu impadronito del regno, non si curò di coltivarsi l'amicizia dei fuorusciti e del partito angioino, che potevano costituire per lui una solidissima base, non revocò le antiche confische, non distribuì cariche ed onori a coloro che avevano sofferto sotto la passata monarchia e al pari di Carlo d'Angiò, ma mise francesi alla testa dell'amministrazione e al comando delle varie province, suscitando un malcontento di cui pareva non accorgersi.

CARLO  che aveva senza alcuna difficoltà conquistato il regno credeva che senza difficoltà potesse mantenerselo e invece la tempesta si addensava sul suo capo. Alessandro VI rifiutava di concedergli l'investitura e ricominciava a mostrarsi nemico; Firenze non nascondeva il suo malcontento verso di lui sia perchéi non accennava a restituire le città toscane occupate e far tornare Pisa all'obbedienza, sia perché si vociferava che volesse rimettere in Signoria Piero dei Medici; i Veneziani erano allarmati dai successi di Carlo, che non solo era divenuto padrone del regno di Napoli, ma, tenendo in suo potere parecchie città della Toscana e, per mezzo dei Colonna altre terre dello stato della Chiesa, pareva volesse predominare in tutta la penisola; il re di Spagna nutriva vive preoccupazioni per la Sicilia temendo che su questa isola potessero estendersi le brame del re di Francia.

Più preoccupato e malcontento di tutti era però Ludovico il Moro; fin dai primi di dicembre del 1494 si era mostrato pentito di avere invitato i Francesi in Italia e a Sebastiano Badoer, ambasciatore veneziano, aveva manifestato i suoi timori e le misure prese per ostacolare l' impresa di Carlo, dicendogli: «Ho fatto disarmar tutta l'armata di Genova e dato modo ed ordine che più di così non potevo fare, e questo ho fatto affinché il re Alfonso non avendo timor di armate poi potesse farsi più forte alla frontiera e ai suoi confini per resistergli; e ho revocato e fatto tornare a casa tutte le genti mie dalla Romagna affinché  il duca di Calabria potesse andare ad unirsi con le genti del padre, che senza il mio aiuto là non avrebbe potuto andare; ho fatto intendere al Papa che stia di buon animo e perseveri nella sua disposizione nel favorir re Alfonso, e ho dato avviso e Sua Santità dopo aver scritto, come in effetto ho fatto a mons Ascanio mio fratello, che veda di riconciliarsi con lui ad ogni modo e che non permetta  nessun patto con quella gente che ce l'ha con lui come i signori Colonna, né permetta che molestino in alcuna parte né le cose della Chiesa né del re Alfonso, anzi in secreto ho fatto confortar il re Alfonso a pazientare questi due brutti mesi nella sua difensione, perchè in effetto questo re di Francia non può durar non avendo denari ».

Ora che Carlo si era reso padrone del regno di Napoli, Ludovico temeva che la potenza francese in Italia si consolidasse, sapendo che il duca d'Orléans desiderava metter le mani sul ducato di Milano e che Gian Giacomo Trivulzio, suo fiero nemico, era passato al servizio del re di Francia.
Inoltre il Moro era malcontento dell'agire del re, il quale si era rifiutato di cedergli Sarzana, che bramava di possedere, e pareva si fosse dimenticato della promessa fatta di cedergli il principato di Taranto.

Tra i Veneziani e Ludovico il Moro si erano iniziate trattative fin dal tempo che Carlo VIII marciava alla volta di Napoli. Ben presto le due potenze, persuase che era necessario cacciare via i Francesi dall'Italia, si accordarono tra loro e stabilirono di formare una grande lega che doveva aver per iscopo l'allontanamento del re straniero e il ristabilimento dell'equilibrio nella penisola. Aderirono alla lega l'imperatore Massimiliano, il re di Spagna e il Pontefice. 
Furono sollecitati a parteciparvi i fiorentini e il duca di Ferrara ma i primi non vollero venir meno ai patti del 25 novembre sperando sempre che Carlo avrebbe restituite le terre occupate e li avrebbe aiutati a sottomettere Pisa, mentre Ercole I si dichiarò neutrale pur concedendo di mandare il suo primogenito Alfonso al soldo del duca di Milano.

La lega fu stretta a Venezia il 31 marzo del 1495. Doveva avere la durata di venticinque anni; i confederati si impegnavano a mettere in armi trentaquattromila cavalli e ventimila fanti e di sborsare il danaro occorrente per allestire una flotta se questa fosse stata necessaria. 

Questi furono i patti pubblicati; ma c'erano altri patti segreti: la lega si proponeva di riporre sul trono di Napoli Ferdinando e fissava il piano d'azione, secondo il quale, l' imperatore e il re di Spagna dovevano assalire la Francia; i Veneziani con la loro flotta dovevano operare contro le coste del regno di Napoli; Ludovico il Moro doveva cacciare da Asti il duca d'Orléans e impedire che dalla Francia scendessero milizie in soccorso del nemico. Il re di Spagna per suo conto fece di più, mandò cioè in Sicilia una flotta di sessanta galee e un piccolo esercito di seicento cavalli e cinquemila fanti sotto il comando del famoso capitano Consalvo di Cordova.

Pubblicamente si disse che scopo della lega era di andare contro il Turco; ma il sultano Bajazet fu informato dal suo ambasciatore del vero scopo dell'alleanza e promise anche lui di assalire i Francesi. A Venezia si trovava allora in qualità di ambasciatore di Carlo VIII lo storico FILIPPO di COMINES che ci narrò brillantemente le vicende della calata in Italia del suo sovrano. Assistette alle feste date in occasione della pubblicazione dell'alleanza e non si fece illusioni circa lo scopo di essa, che sapeva diretta contro il suo signore. Un mese dopo abbandonò Venezia per andare a raggiungere il re e la sua partenza fu quasi il segnale della rottura delle relazioni tra Carlo e i confederati.

Quando Carlo VIII ebbe notizia della lega e dei preparativi che facevano i suoi nemici, ne fu vivamente impressionato. Egli avrebbe voluto rimanersene a Napoli ad aspettarvi i soccorsi dalla Francia e in questo senso lo consigliavano alcuni baroni, ma altri, insinuandogli  che difficilmente questi aiuti sarebbero riusciti a passare per la penisola o a giungergli per la via del mare e mostrandogli che la la situazione del regno non era rosea; che la popolazione era irritata dalle prepotenze commesse dai Francesi e sospirava il ritorno di Ferdinando, al quale tenevano sempre fede alcune importanti città. Persuasero così il sovrano a ritornare in Francia prima che gli alleati potessero chiudergli il passo.
Carlo tentò di staccare dalla lega il Pontefice, ma Alessandro VI per evitare i contatti con gli ambasciatori francesi, partì da Roma il 27 maggio e si recò prima ad Orvieto e poi a Perugia.

Sette giorni prima il re aveva lasciato Napoli.
Egli non rinunciava alla conquista, tanto è vero che lasciava nel regno luogotenenti e presidi. Gilberto di Montpensier rimaneva a Napoli come vicerè, il d'Aubigny in Calabria come luogotenente, Stefano di Vesc al comando di Gaeta, Gabriele di Montfalcon a Manfredonia, Guglielmo di Villeneuve a Trani, Giorgio di Silly a Taranto. A difesa di queste città rimanevano circa seimila uomini, tra Italiani, Guasconi e Svizzeri, comandati da Giovanni Della Rovere, Prospero Colonna ed Antonio Savelli.
Carlo VIII, partito il 20 maggio da Napoli con il resto delle sue truppe, il 1° giugno entrò a Roma, dove fu accolto con molto onore dalla popolazione. Egli volle mostrarsi amico del Papa e restituì le fortezze di Civitavecchia e Terracina, ma non quella di Ostia. 
Tre giorni dopo, saputo che i collegati concentravano truppe sugli Appennini, partì da Roma e il 13 giugno giunse a Siena, dove trovò Filippo de Comines, che lo attendeva. Qui si fermò sei giorni; fece nominare capitano della repubblica il signor di Ligny e pose nella città un presidio di trecento uomini che però verso la fine di luglio dal popolo in arme furono scacciati.

Lasciata Siena, Carlo VIII evitò di passare per Firenze sia perché non voleva farsi rammentare la promessa che aveva fatta di ricondurrei Pisa all'obbedienza, sia perché aveva saputo che i Fiorentini, temendo che si volesse rimettere nella signoria Piero de' Medici, avevano presidiata la città di considerevole numero di milizie. 
A Poggibonsi gli venne incontro il Savonarola, dalla cui bocca dovette sentire rimproveri e consigli. Di là si incamminò alla volta di Pisa dove giunse il 20 giugno, accolto festosamente dalla popolazione che lo scongiurò di non abbandonarla. Carlo promise che si sarebbe occupato più tardi della sorte dei Pisani e, lasciato un presidio francese nella città, ripartì quattro giorni dopo alla volta di Sarzana.

In quei giorni una lieta notizia era giunta al re di Francia: il duca d'Orléans, con il favore di due importanti cittadini di Novara, Opicino Caccia e Manfredo Torricelli, l'11 giugno aveva occupato questa città, costringendo Ludovico il Moro a distrarre parte delle forze destinate contro Carlo per mandarle a fronteggiare il duca.
Da Pisa Carlo andò a Pietrasanta, poi a Sarzana. Lo seguivano alcuni fuorusciti genovesi, tra cui il cardinale di Campofregoso e Ibletto Fieschi. Questi riuscirono a farsi dare dal re alcune schiere per tentare un colpo su Genova, proprio quando Carlo aveva bisogno di tutte le sue forze per aprirsi il passo attraverso gli Appennini, e guidati da Filippo di Bresse assalirono fiduciosi la città, sperando di muovere a ribellione gli abitanti genovesi; ma l' impresa fallì, a stento riuscirono a salvarsi e a rifugiarsi ad Asti.

Intanto Carlo VIII con l'esercito assottigliato marciava verso Pontremoli, dove entrava il 23 giugno. Cinque giorni si trattenne a Pontremoli, che furono impiegati a trasportare le artiglierie su per le montagne, fatica improba che fu sostenuta dai soldati svizzeri sotto la direzione di Giovanni De La Grange. Il 3 luglio, quando tutta l'artiglieria si trovò al di là dagli Appennini, e Carlo VIII lasciò Pontremoli e per Berceto e San Terenzio giunse a Fornovo due giorni dopo.
A tre miglia oltre questo paese stava accampato l'esercito degli alleati comandato da FRANCESCO GONZAGA e dal conte di CAIAZZO. Se avesse voluto, avrebbe potuto facilmente impedire all'esercito nemico di valicare il difficile passo della Cisa. Non solo non lo fece, ma si lasciò sfuggire l'occasione di annientare la esigua avanguardia francese, comandata dal maresciallo di Gies e da Gian Giacomo Trivulzio, che era giunta a Fornovo parecchi giorni prima del grosso.

Giunto a Fornovo, Carlo VIII mandò Filippo di Comines al campo nemico per chiedere che gli lasciassero libero il passo; ma gl'Italiani si rifiutarono e all'alba del giorno dopo, sotto una pioggia torrenziale, assalirono impetuosamente i francesi che avevano appena passato il fiume Taro.
Ottimo era il piano di battaglia ordinato dal Gonzaga, secondo il quale l'esercito dei confederati diviso in tre corpi doveva contemporaneamente attaccare l'avanguardia, il centro e la retroguardia di Carlo; ma gli ordini non vennero puntualmente eseguiti; mancò la contemporaneità dell'azione, i rincalzi non giunsero tempestivamente e parecchie schiere anzi non si mossero affatto; si aggiunga che la cavalleria leggera, composta di mercenari greci, anziché sostenere il corpo impegnato dal Gonzaga, si gettò avidamente sui carriaggi francesi, che tentavano di porsi in salvo per la via dei monti, e diede agio al nemico di respingere gli assalti. 
Il Taro, rapidamente ingrossato, impedì infine agli Italiani di ritornare alla carica.

Carlo VIII, che dopo la battaglia era andato ad accamparsi a Medesano, temendo di vedersi nuovamente assalito, tentò di guadagnare tempo iniziando trattative col Gonzaga, ma nella notte dal 7 all'8, lasciati i fuochi del campo accesi partì improvvisamente in direzione di Borgo San Donnino. Questo stratagemma salvò i Francesi, poiché l' inseguimento degli Italiani, del resto fiacco e disordinato, non cominciò che nel pomeriggio del giorno dopo e non raggiunse l'esercito di Carlo che alla Trebbia il giorno 11.
Per Castel San Giovanni, Voghera, Tortona, Nizza di Monferrato e Alessandria, sempre molestati dalle poche schiere italiane che li inseguivano, i Francesi poterono il 15 luglio giungere ad Asti. 
Il duca d'Orléans si trovava allora a Novara. Anzichè tener dietro a Carlo ad Asti, gli Italiani andarono ad assediar Novara, e misero a mal partito il duca, il quale invano chiese soccorso al re di Francia. Questi poco desideroso di combattere, da Asti, se ne andò a Chieri e di là a Torino, dove qui  aprì trattative con Ludovico il Moro, che in breve tempo portarono alla pace. 
Questa fu segnata il 10 ottobre del 1495 a Vercelli; il duca d'Orlèans uscì da Novara e il re, partito il 22 di quella stesso mese da Torino, giungeva il 27 a Grenoble.

Ferdinando II da Ischia se ne era andato a Messina e qui si era dato a preparare la riscossa. Nel maggio del 1495, con il piccolo esercito di Consalvo di Cordova e alcune compagnie di fanti assoldati in Sicilia, egli sbarcò a Reggio, che si era mantenuta fedele, e potè accrescere il numero delle sue milizie. Nello stesso tempo una flotta veneziana, comandata da Andrea Grimani, si impadroniva a viva forza di Monopoli, e Gaeta tentava di ribellarsi alla guarnigione francese.
Dopo uno scacco insignificante subito a Seminara, Ferdinando ritornò in Sicilia e, adunata una flotta di circa ottanta navi, si presentò nelle acque del Napoletano. Al suo comparire Salerno, Amalfi ed altre terre innalzarono la bandiera degli Aragona. Napoli, sapendolo vicino, si levò a tumulto e invitò il re, che, il 7 luglio, con abile mossa entrò in città. Il vicerè Gilberto di Montpensier con il presidio francese che ammontava a seimila uomini rimase bloccato nel Castel dell'Ovo, a Castel Nuovo e nel forte di Sant' Elmo; Prospero e Fabrizio Colonna passarono dalla parte aragonese. 
Poco tempo dopo, il Montpensier, non ricevendo soccorsi da Carlo, riuscì a ritirarsi a Salerno e alla fine dell'anno i castelli di Napoli capitolarono.

Malgrado le condizioni in cui versavano i Francesi la guerra continuò fino all'estate del 1496. Scontri di poca importanza ebbero luogo nella Calabria, nella Basilicata, nelle Puglie e negli Abruzzi, ad alcuni dei quali parteciparono milizie mandate da Venezia al comando del marchese Gonzaga. 
Perchè i Veneziani aiutassero Ferdinando questi però dovette cedere ad essi Monopoli, Otranto e Trani come pegno per le spese di guerra. 
Infine i Francesi, assottigliati di numero, si ridussero ad Atella e qui per un mese sostennero l'assedio di Ferdinando, ma disperando di potere durare nella resistenza, vennero a patti il 29 luglio.
Il Montpensier con cinquemila uomini lasciò Atella nei primi d'Agosto e si recò a Pozzuoli poi si imbarcò e per via mare raggiunse la Francia. Dei cinquemila soldati però soltanto cinquecento riuscirono a rivedere la patria gli altri, compreso il viceré, rimasero vittime di una terribile epidemia.

Oramai quasi tutto il regno di Napoli era tornato sotto la casa aragonese, e soltanto Gaeta, Taranto e Sant'Angelo erano presidiate dalle guarnigioni di Carlo VIII; ma la guerra poteva considerarsi finita tanto che Ferdinando rientrava in Napoli e sposava la zia Giovanna. Dalla capitale si trasferì a Somma; qui però, dopo pochi giorni di malattia, il 7 ottobre del 1496, cessava di vivere in età di appena ventitré anni.
Non avendo figli, gli successe sul trono lo zio FEDERICO III.

Lasciamo ora Napoli alla fine della guerra in Italia di Carlo VIII, e ritorniamo a Firenze
con la cacciata de' Medici, e alle prese con le prediche del SAVONAROLA

ci attende il periodo che va dal 1495 al 1498 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - 
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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