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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI 1500 

 LETTERATURA  
del SECOLO XV (dell' Umanesimo e altro )  (1a parte)

IN QUESTI CAPITOLI 

Prima parte
L'UMANESIMO - SCRITTORI IN LATINO: IL POLIZIANO E IL PONTANO. - IL LATINO E IL VOLGARE - I TRATTATI - LEON BATTISTA ALBERTI - NOVELLIERI E ROMANZIERI - CRONISTI E BIOGRAFI - LA POESIA EROICA E ALLEGORICA - LA LIRICA AMOROSA - I PRECURSORI DEL SEICENTISMO
 
NELLA SECONDA PARTE
LA LIRICA POPOLAREGGIANTE - LIONARDO GIUSTINIANI - LORENZO IL MAGNIFICO - LA POESIA RELIGIOSA - LE SACRE RAPPRESENTAZIONI - L' < ORFEO > E IL DRAMMA PROFANO - LA POESIA DEL POLIZIANO - JACOPO SANNAZZARO E L'ARCADIA - II POEMA CAVALLERESCO - LUIGI PULCI E MATTEO MARIA BOIARDO
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L'UMANESIMO
IL POLIZIANO E IL PONTANO

Il secolo XIV è caratterizzato da un movimento letterario che prese il nome di umanesimo dallo studio delle umane lettere. L'età in cui questo movimento sorse e si esplicò fu detta con parola impropria Rinascimento o Risorgimento. Rinascimento dell'antichità romana che non era mai morta, attraverso il Medioevo, nel pensiero degli Italiani, come non era morta la lingua latina; ma era morto o, meglio, si era trasformato il mondo pagano e si era intiepidito lo studio della letteratura latina. 
Fin dalla seconda metà del Duecento però si era sentito il bisogno di conoscere un po' di più le letterature classiche e di  imitarne le forme. Erano stati tentativi e doveva passare ancora un secolo, da quando ALBERTINO MUSSATO (1261-1329) scriveva la sua storia di Enrico VII e l' Ecerinis, prima che l'amore per lo studio degli antichi divenisse, per opera del Petrarca e del Boccaccio, passione e desse l' impulso ad un lavoro serio, proficuo e febbrile di ricerche.

Nella prima metà del Quattrocento c' è un gran fervore di ricerche; si frugano le biblioteche, i conventi, si scoprono codici tarlati e polverosi, che vengono copiati, studiati, corretti, commentati; ogni scoperta, per i dotti, acquista l' importanza di un avvenimento memorabile. COLUCCIO SALUTATI commenta e pubblica l'Africa del Petrarca, scopre e divulga le lettere Ad familiares di Cicerone, riprende e confronta con codici testi conosciuti; LUIGI MARSILI fa stupire con la sua profonda conoscenza della letteratura latina; NICCOLÒ NICCOLI sciupa le sue sostanze comprando rarissimi codici; POGGIO BRACCIOLINI scopre la Institutio Oratoria di Quintiliano, alcuni libri degli Argonautica di Valerio Flacco, il De rerum natura, di Lucrezio, le Puniche di Silio Italico, le Selve di Stazio, dieci orazioni di Cicerone ed alcune commedie di Plauto. Si fondano scuole; alla conoscenza del greco danno impulso grammatici venuti dalla Grecia, fra cui EMANUELE CRISOLORA, GIOVANNI ARGIROPULO, GIORGIO GEMISTO, il BESSARIONE, il LASCARIS. 

Eruditi si recano in Oriente per imparare il greco e ricercare volumi: GUARINO VERONESE soggiorna cinque anni a Costantinopoli, GIOVANNI AURISPA torna dalla capitale bizantina con trecento codici, GIOVANNI FILELFO dalla Grecia con molti manoscritti. L'opera dei traduttori divulga in Italia la letteratura greca e si distinguono fra questi il BRUNI, il TRAVERSARI, il VALLA, FRANCESCO ARETINO e il FILELFO. 
L'amore per lo studio delle letterature classiche diventa una mania. Né gli umanisti si contentano di far rivivere gli scrittori antichi: cercano anche di emularli scrivendo essi stessi opere originali nella lingua di Roma che maneggiano con grande padronanza. II SALUTATI detta opere politiche, filosofiche e mitologiche, ecloghe, epistole e persino un poema sulle guerre contro Pirro; il FILELFO epigrammi, satire ed orazioni; il BRUNI opere storiche; il BRACCIOLINI una storia di Firenze, epistole, dialoghi e un volume di novelle; il VALLA scrive di filosofia e di rettorica; FLAVIO BIONDO di storia, archeologia e geografia; il PICCOLOMINI opere storico-geografiche; il PANORMITA epigrammi; il PONTANO trattati, dialoghi, ecloghe, poemi e numerose liriche; il POLIZIANO epistole, selve ed epigrammi. 

Ma se nelle opere di erudizione l'umanesimo è proficuo, nella sua produzione artistica in veste latina è ben limitato. I poeti si provano nella poesia epica e cercano di gareggiare con Omero e Virgilio, producendo poemi indigesti e noiosi, privi di movimento e di colore, quali quelli di MAFFEO VEZIO, del BASINI e del FILELFO. Miglior fortuna ha la lirica, non certo per merito dei numerosi poeti che imitano con mediocrità i latini, senza che una passione li riscaldi, un soffio d'ispirazione li animi, ma quasi solo per opera del Poliziano e del Pontano. 
Gode di molta fama il PANORMITA, ma nel suo Hermaphroditus e nelle sue elegie è freddo, povero d'estro, sovente sgraziato e rare volte si commuove; né più in alto si sollevano il BASINI nelle epistole e nell' Isottaeus, il Porcello, il Filelfo e il Campano che pure è agile, semplice, vario e qualche volta sincero e riboccante di affetto.

Per trovare fra la pleiade dei rimatori il vero poeta dobbiamo andare al Poliziano e al Pontano. II POLIZIANO (Montepulciano 1454- Firenze 1494) scrive epigrammi arguti e piacevolissimi che talvolta hanno il veleno dell'aculeo di Marziale, tal'altra tutta la leggiadria del rispetto toscano; in versi fa la prolusione alla lettura dei poemi di Omero, alle Bucoliche e alle Georgiche virgiliane: quattro componimenti che, dietro l'esempio di Stazio, intitola Silvae. Sono elaborazioni gravi di erudizione, la quale nei Nutricia corrompe la vena e sciupa la sonora eleganza dell'esametro; ma nell' Ambra, ehe é l'introduzione ai poemi omerici, fra la narrazione non tutta felice della vita del poeta greco e l'esposizione concisa e sostenuta del contenuto dell' Iliade e dell' Odissea, si riscontrano squarci di vera poesia come il lamento di Teti e le descrizioni del concilio degli dèi e della villa medicea di Poggio a Caiano. Più ricca d'ispirazione è la Manto, dove il poeta rappresenta l'indovina tebana mentre canta presso la culla di Virgilio e ne predice la gloria; più artifizioso e meno spontaneo, ma smagliante di colori, è il Rusticus. Il capolavoro latino del Poliziano è l'elegia per Albina degli Albizzi, dove il poeta, in distici di squisita fattura, riboccanti di malinconia e fioriti di bellissime immagini, canta con accenti che ci fanno pensare a Tibullo, la morte della divina fanciulla.

Più grande di tutti è GIOVANNI PONTANO (Cerreto 1429- Napoli 1503). Natura esuberante di meridionale, dei meridionali ha l' immaginazione vivissima, la vena inesauribile, l'amore per la natura, la parola calda ed appassionata. Il temperamento del Pontano è lirico per eccellenza; tenta, è vero, il poema didattico col libro Meteorum col De hortis Hesperidum e 1' Urania; ma in questi non è la materia che interessa, bensì la poesia che vi è profusa a piene mani. Nell' Urania specialmente la materia si anima e vive stupendamente: i pianeti non sono per il Pontano corpi morti, sottoposti allo studio dell'astronomo, ma personificazioni di divinità pagane, mondi meravigliosi di cui il poeta ci narra le origini, le trasformazioni con una vivezza rappresentativa degna di Lucrezio, con mirabile dovizia di bellissime favole. Venere ha nel suo pianeta il suo regno meraviglioso, un giardino dove tutto spira venustà, dolcezza, incanto; ed è di una bellezza affascinante l'episodio della vergine Anadiomene raggiante sulla conchiglia coronata di spuma e inneggiante all'amore. Proteo che in forma di gambero insegue le Ninfe, Chirone che saetta lo Scorpione, Perseo e Andromeda, Ercole ed Illa, la lira d' Orfeo danno il destro al Pontano di narrarci episodi dove non si sa se ammirare di più l'originalità dell' invenzione o la magnificenza della forma. In Urania c' è il poeta che adora nelle divinità pagane la natura in quanto essa è fonte inesauribile di bellezza e di godimento. E veramente il Pontano si può considerare il cantore della bellezza e della voluttà. La natura per lui è un giardino di delizie: è Partenope adagiata tra i colli e il mare, è l'arco stupendo del golfo, è la spiaggia incantevole di Baia, è Posillipo, è Mergellina, è la fragrante campagna napoletana, è il Vesuvio. Per lui la vita è tutta nel piacere e nell'amore. Non preoccupazioni, non paure dell'oltretomba che turbano la dolce serenità pontaniana, non passioni fosche; ma canti e suoni, azzurro e verde, sole e profumi, murmorii di fronde e riso d'acque e danze di ninfe e armoniose voci di sirene e gioie d' imenei ed ebbrezze d'amori. La vita è giocondità e serenità. La stessa morte nell'orizzonte poetico del Pontano prende l'aspetto di una idillica pace e la tomba rassomiglia ad un'aiuola. Tutta la vita del poeta è nei suoi canti.

Nei due libri Degli Amori, c' è una nota malinconia che prende il cuore; il ricordo dell' Umbria natia che gli mette nell'anima un senso d'acuta nostalgia; ma è tristezza di breve durata, dal momento che il Pontano ritrova presto la sua gioia e canta folli ebbrezze e vagheggia immagini sensuali che gli riscaldano il sangue o scioglie il freno alla sua fantasia intrecciando favole mitologiche fra cui leggiadrissime quelle che narrano gli amori di Pane e di Nera e la trasformazione di Sebeto in fiume. Quest'ultima favola dà origine alla Lepìdina, che è forse il più bel componimento del Pontano, in cui con esametri perfettissimi si cantano gli sponsali di Sebeto con la ninfa Partenope e le lodi della ninfa Antiniana, personificazione della villetta del poeta. In Lepìdina la vita della campagna e della città, attraverso la finzione mitologica, è rappresentata in tutti i suoi aspetti; l'elemento fantastico è perfettamente fuso col reale, la favola con la vita, il divino con l'umano, l'antico col moderno. Felicissimo ed originalissimo connubio della mitologia classica con la moderna realtà, in cui la prima non perde nessuna delle sue qualità e la seconda nulla della sua verità. A tanto non era giunto nessun poeta classico. Il Pontano è un pittore insuperabile della natura, un rappresentatore mirabile della vita. Nei due libri Degli endecasillabi in cui descrive la vita ai bagni di Baia, i versi si animano come corpi assetati di ebbrezza, si snodano molli come danze di ninfe, scoppiettano quasi baci di labbra convulse, spirano dall'andatura ora lenta ora vivace, dalle parole studiatamente carezzevoli con alito caldo di voluttà.

Sembra quasi impossibile che un poeta così sensuale possa cantare gli affetti domestici; eppure la migliore raccolta delle sue liriche è consacrata ai dolci affetti familiari. I libri De amore coniugali sono il poema del suo focolare. Anche qui spira quell'aura di sensualità che caratterizza l'opera del Pontano, ma non c' è l' intenzione lasciva. Il libro canta tutta la storia dell'amore del Pontano per la moglie Ariadna. C' è tutto il romanzo di una vita espressa liricamente. Il poeta comincia invocando la ninfa umbra Elegia e questa compare e consiglia la fanciulla. È il prologo, cui fanno seguito gli epitalami. La casa del poeta è il nido della felicità; ma ben presto nel terso cielo si addensano le nubi. Il poeta deve partire, ma da lontano il suo amore diventa più forte ed ogni elegia è piena del desiderio del ritorno, del ricordo dell'amata, delle preghiere di fedeltà, delle visioni di pace domestica e di casalingo affetto che nella triste lontananza fanno compagnia al poeta. Poi c' è l'esultanza del ritorno, la quiete fra le pareti di Antignano e il verde dei suoi orti, la gioia per la nascita di Lucio. L'elegia si trasforma in naenia e i distici pargoleggiano nel latino semplice, carezzevole, pieno di vezzeggiativi, e cantano la ninna-nanna. Una vivissima simpatia ci spinge verso questo poeta che canta con arte incomparabile il suo amore coniugale, il suo nido di felicità, e segue la moglie fedele nelle occupazioni casalinghe ed addormenta il figlio col monotono dondolìo dei suoi versi e scioglie il canto augurale per le nozze delle figliuole e invecchia fra le muse e la famiglia. E noi soffriamo con lui quando la Parca entra nella sua casa, e gli rapisce la moglie, il figlio, un genero, i nipoti. Altri affetti consolano il suo dolore; il suo amore sensuale per Stella gli fa ritrovare le pompe degli Amores nelle elegie degli Eridani; ma è una breve parentesi. Il Pontano è ora il poeta del dolore, di un dolore sereno, che non impreca, ma si rassegna, si addolcisce nei ricordi, si risolve in una tristezza infinita, come nell'accorata ecloga Melisaeus, dove rievoca l' immagine della moglie estinta e rivede Ariadna intenta alle domestiche occupazioni; come nelle elegie dei Versus jambioi in cui piange Lucio ; come quando, alla fine degli Eridani, vede riuniti nill' Eliso la moglie e il figlio che lui un giorno raggiungerà. Dinanzi alla morte egli non perde la sua serenità; la morte per lui non è il trapasso pauroso dal noto all' ignoto, non è la soglia del mistero; 1' Oltretomba è pagano, è l' Eliso, è l' Elicona, è un mondo pieno di eterna bellezza e di eterna felicità. Non tenebre, non grida e singhiozzi intorno ai sepolcri. Il regno terreno dei morti è sempre la bella, serena natura: boschetti d'allori e di mirti e aiuole fiorite ed ombre di cipressi, e ghirlande sui marmi e luce e profumi nell'aria e corolle di ninfe e lamenti dolci di Pieridi attorno alle tombe. Questo è il mondo poetico dei suoi Tumuli.

Col Poliziano e col Portano la lingua latina rivive miracolosamente. L'Umanesimo comincia con la ricerca dei codici e produce l'opera d'arte, inizia il suo movimento togliendo dalla polvere e dall'oblio le produzioni degli avi e finisce col dar vita al mondo classico. Parrebbe che, dopo le meravigliose, perfettissime prove di questi due grandi, la lingua latina dovesse esser consacrata idioma letterario d'Italia. E invece il volgare, che Dante ha posto in tanta altezza, è vivo più di prima e anziché dichiararsi vinto di fronte al rinascere o, meglio, al ringiovanire della favella materna, per opera di essa si arricchisce, si perfeziona e definitivamente si afferma.

IL LATINO E IL VOLGARE - I TRATTATI - 
LEON BATTISTA ALBERTI - NOVELLIERI E ROMANZIERI - 
CRONISTI E BIOGRAFI

In tanto rifiorire d'amore per l'antichità era naturale che si dimenticassero le glorie del recente passato, che anzi, poiché di questo c'erano ancora estimatori, sopra di esso si cercasse, esagerando, di gettare il discredito. Il movimento umanistico aveva chiuso un mondo e ne apriva un altro, aveva sepolto il Medioevo e iniziava l'età moderna. Tutto ciò ch'era stato la norma della coltura medievale veniva posto non in porto o aspramente osteggiato; Aristotele era messo da parte e in sua vece veniva studiato e seguito Platone; l'allegoria che incontrastata aveva regnato nel Trecento cedeva il posto all'epica; Dante veniva chiamato dai dotti poeta da calzolai, il Petrarca era censurato per suo latino barbaro, il volgare veniva giudicato buono soltanto per la poesia amorosa, ma gli si negava capacità e dignità d'idioma letterario. Tuttavia malgrado l' Umanesimo, il culto dei grandi trecentisti non venne mai meno nel quattrocento; tra gli amanti del vecchio e i fautori del nuovo si accesero polemiche, e il triumvirato toscano continuò ad esercitare la sua influenza nella letteratura. 

CINO RINUCCINI e DOMENICO da PRATO polemizzano aspramente in difesa di Dante; parecchi degli stessi umanisti, pur ammettendo la superiorità dei classici, riconoscono apertamente o velatamente i meriti dei grandi poeti del Trecento. Il Niccoli rimangia le ingiurie rivolte a Dante, al Petrarca e al Boccaccio e ne fa poi  l'apologia; il BRUNI chiama nobile la poesia dell'Alighieri e del divino cantore tesse la biografia; GUINIFORTE BARSIZZA commenta l' Inferno; il LANDINO l'intera Commedia; il FICINO traduce il De Monarchia, il POGGIO, il SALUTATI e l'ACCORTI proclamano il poema dantesco non inferiore alle opere dei poeti greci e latini; il FILELFO legge ed interpreta ai suoi scolari le tre cantiche di Dante e postilla il Canzoniere petrarchesco; il LASCHI, il BRUNI, il BEROALDI ed altri traducono in latino alcune novelle del Boccaccio, e GIOVANNI da PRATO legge in Santa Maria del Fiore il poema sacro.

Gli umanisti continuano ad usare il Latino, dichiarando di scrivere per l'umanità e non per l' Italia soltanto e negando al volgare la capacità di trattare argomenti gravi. Ma il Latino è pur sempre una lingua morta, il cui vocabolario non è più sufficiente. D'altra parte esso è noto solo agli studiosi; alle stesse corti l'uso del Latino non è molto diffuso e il duca Filippo Maria Visconti esorta i letterati a scrivere in volgare. Ma è poi proprio vero che il volgare non sia capace di trattare argomenti gravi? DOMENICO da PRATO lo crede superiore alle lingue classiche; LEON BATTISTA ALBERTI afferma che esso non la cederebbe al Greco e al Latino se scrittori di polso lo purificassero e nobilitassero, e quasi a voler questo promuove, con l'aiuto di PIERO de' MEDICI e dei Provveditori dell' Università, una gara poetica, che ha luogo nel Duomo di Firenze il 22 ottobre del 1441 e passerà alla storia col nome di certame coronario, al quale prendono parte, svolgendo il tema La vera amicizia, l'Alberti medesimo, Leonardo Dati, Mariotto Davanzati, Antonio degli Agli, Anselmo Calderoni, Francesco Alberti, Benedetto Accolti, Ciriaco de' Pizzicolli e Francesco Malecarni. 

I risultati non sono quelli che si aspettava l'Alberti, tuttavia il Volgare prosegue la sua via. Si scrive in Latino e si scrive in Volgare. Le due lingue svolgono contemporaneamente la loro azione e vivono la loro vita; l'una, pur non rinunziando alla sua grave venustà, cerca di apparir giovane, l'altra segue gli impulsi della sua giovinezza, ma si sforza talvolta di imitar la madre. I principi e le repubbliche non si servono esclusivamente degli umanisti per la loro politica; i cancellieri e gli ambasciatori non si esprimono sempre in Latino; Firenze comunica con i suoi commissari in Volgare e in questa lingua sono dettate le lettere di cui si compongono le Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, che gareggiano con le stupende lettere che dal 1447 al 1470 scrive ai suoi figli Alessandra Macinghi Strozzi.

Anche trattati, in mezzo all'infinito numero di quelli prodotti in Latino, si scrivono in Volgare. Fra GIOVANNI DOMINICI scrive Dell'amore di carità e Del governo di cura familiare; GERARDO  da PRATO detta il suo Trattato d'una angelica cosa mostrata per una devotissima visione; MATTEO PALMIERI scrive della Vita civile; Leon Battista Alberti scrive Della tranquillità dell'animo, il Teogenio, la Cena di famiglia, il trattato Della famiglia, rivelandosi il primo prosatore del Quattrocento. 
I trattati dell'Alberti non sono aride e severe disquisizioni scientifiche, ma vere opere d'arte. L'Alberti è un pittore impareggiabile della vita e della natura. Ha il senso estetico sviluppatissimo. Della natura non vede e non coglie che l'aspetto bello, e nella bella natura preferiscE tutto ciò che è serenità, pace, riposo, grazia. Della vita ama ed ammira la bontà che è la bellezza interiore; la vita non è per lui che dentro le pareti domestiche, nella pace dei campi. Così egli rivolge tutto se stesso alle manifestazioni di bellezza della natura e alle manifestazioni di bontà della vita, e questa bellezza e questa bontà sono il suo ideale, la norma della sua esistenza, l' ispirazione dell'arte sua. Nei suoi trattati ammiriamo l'artista per la rappresentazione che ci dà della natura e della vita considerate nella loro bellezza e bontà, qualità inscindibili da cui risulta un'armonia perfetta; ma questa rappresentazione, in lui, non forma un tutto organico, perfetto e completo; abbiamo il quadro, il ritratto, un cantuccio di mondo visto e rappresentato nella sua realtà. Nell'Alberti c' è qualcosa di più del Sacchetti, ma non c'è il Boccaccio. Pittore vivace, preciso, l'Alberti è un debole narratore. Nella novella Lionora de' Bardi - se pure è sua- l' interesse è suscitato più dai casi commoventi dei due amanti che dalla rappresentazione artistica; la Deifira manca d'azione e imita, nella materia e nella forma ampollosa, la Fiammetta del Boccaccio.

Questi del resto è l'autore a cui guardano i novellieri del Quattrocento, che nonsono molti. Di quaranta novelle è autore il Senese GENTILE SERMINI. Egli si compiace di descriverci minutamente le scene più turpi, di farci sfilare davanti una processione di gente senza dignità, senza amore e senza onore, dominata da istinti volgari; ma questo turpe mondo, sebbene studiato nella sua cruda realtà, non vive nelle pagine del Sermini, perché, privo di finezza, di freno e di misura, riesce grossolano, sguaiato, prolisso. Non un carattere ben nitido viene fuori dalla penna del novelliere; il comico si impantana nello sguaiato e la narrazione procede monotona, incolore, fiacca, in uno stile senza nerbo e in una lingua ricca di locuzioni dialettali.
Migliore non è il bolognese GIOVANNI SABBADINO degli Arienti, del quale abbiamo una raccolta di settanta novelle intitolata Le Porretane, dove immagina che un'allegra brigata, per sfuggire la peste del 1475, si ritira ai bagni della Porretta e qui passa il tempo in piacevole novellare. Non c' è nulla che riveli nelle Porretane il novellatore di razza. Sono lunghe e complicate storie d'amore, narrazioni scolorite e fredde, aneddoti poverissimi diluiti in una prosa greve e monotona, artificiosa e zeppa di latinismi e provincialismi.

Il migliore dei novellieri del Quattrocento è MASUCCIO SALERNITANO, autore di una raccolta di cinquanta novelle intitolata Novellino. In questa raccolta c' è la materia cara ai novellatori del Tre e del Quattrocento, di origine letteraria e di origine popolare; vi troviamo dei soggetti che, dal Boccaccio in poi, hanno trattato un po' tutti o che non formano certo la parte più interessante del volume. Ma molte altre sono il prodotto dell'osservazione della società in mezzo alla quale il novelliere vive, ed in queste Masuccio riesce abbastanza originale. Il mondo corrotto degli ecclesiastici è da lui ritratto con cruda vivezza di colori; certe storie d'amore, come quella di Martina e Loisi, in cui spira un soffio impetuoso di passione e si trovano scene immediatamente colte dalla realtà, turbano profondamente.
 Masuccio non è un creatore di tipi, di caratteri completi, di figure veramente vive; ma possiede una forza non indifferente di rappresentazione. Non è un grande artista; imita troppo il Boccaccio e non sa come questi cogliere il tratto caratteristico di una figura o di una scena da riuscire a farceli vivere davanti con poche linee; non ha un gusto molto fine e spesso riesce grossolano; ha una tavolozza molto ricca, ma sovente carica le tinte, riuscendo goffo ed esagerato; ha del brio, ma non sa usarlo con parsimonia e qua e là invece del tipo comico ti dà la caricatura; ma racconta quasi sempre con ordine, con chiarezza; è conciso, rapido, nervoso, agile e naturale nel dialogo, sobrio ed efficace. nelle descrizioni. La sua lingua è piena di latinismi e di dialettismi, ma lo stile, se si tolgano certe pompe retoriche, è spigliato, piano ed ha un certo che di popolaresco che piace.

Dell' imitazione del Boccaccio risente molto uno strano romanzo, giunto a noi incompleto, che si attribuisce a GIOVANNI GHERARDI da Prato ed ha per titolo Il Paradiso degli Alberti. Esso non è un vero e proprio romanzo, ma si può considerare un insieme incomposto di novelle e di trattatelli cui fanno da cornice un supposto viaggio a Creta, a Cipro e sugli Appennini e dei convegni in casa Alberti. È privo di organicità, zeppo di reminiscenze classiche, dantesche e boccaccesche e si muove pesantemente attraverso lungaggini stucchevoli, con uno stile goffo e una lingua sovente incomprensibile.
Vero e proprio romanzo è invece il Pellegrino di IACOPO CAVICEO, che narra le avventure e gli amori di Peregrino e di Ginevra; ma non ha nessun valore artistico. I protagonisti, specie l'eroina, sono figure fredde e scialbe, simboli quasi di un'allegoria, e non ci destano alcun interesse ed alcuna simpatia. Solo i viaggi e le avventure dell'eroe, che in parte ritraggono l'avventurosa vita dell'autore, potrebbero riuscirci interessanti, ma non sono cose nuove per noi che abbiamo letto il Filocolo del Boccaccio e conosciamo le fortunose vicende di Fiorio e Biancofore, cui tanto somigliano quelle di Peregrino e Ginevra. Né alcuna novità presenta la figurazione dell'oltretomba che ricorda troppo l' Eneide  e la Divina Commedia.  La lingua è il volgare antico con un'abbondanza criticabile di dialettismi e latinismi, ma stentato, involuto, sciatto ed insipido.

È la prosa di tutti gli scrittori del tempo, nati fuori dalla Toscana, novellieri e romanzieri, favolisti, e storici. Dentro e fuori della Toscana la lingua volgare combatte la sua grande battaglia. Il latino è compenetrato di Volgare e il Volgare di Latino; si va a poco a poco formando la lingua nazionale il cui fondo è costituito dai dialetti che cercano di nobilitarsi modellandosi sulla lingua latina e seguendo le orme dei Toscani specie del Boccaccio. 
FRANCESCO COLONNA narra un fantastico viaggio Hypnerotomachia Poliphili in un idioma strano sorto da un ibrido connubio di Latino e di Volgare; in un Volgare più o meno irto di latinismo e dialettismi scrivono PARRUCCIO ZAMBOLINI (Annali de Spuliti), LEONE COBELLI (Cronaca di Forlì), GALEAZZO MARESCOTTI (Cronaca di Bologna), NICCOLÒ della TUCCIA (Cronaca d'Italia), STEFANO INFESSURA (Diario della Città di Roma), MARIN SANUDO (Le Vite dei Dogi, i Dieci e il De adventu Baroli) e BERNARDINO CORIO (Storia di Milano)
In Toscana però il Volgare serba la sua freschezza e schiettezza nelle modeste cronache di Bartolomeo del CORAZZA, di Domenico BNINSEGNI, di Benedetto DEI e di Alamanno RINUCCINI, nelle memorie familiari di Luca da PANZANO, di Giovanni RUCELLAI, di Buonaccorso PITTI e di Giovanni MORELLI, nella Vita di Filippo Brunelleschi di ANTONIO di TUCCIO MANETTI, nelle Vite d'uomini illustri di VESPASIANO da BISTICCI e nella biografia di Dante di LIONARDO BRUNI, mentre nelle altre regioni il latino e il dialetto hanno il sopravvento e noi dobbiamo aspettare che il secolo sia al suo tramonto perchè con l'Arcadia del Sannazzaro, per la prima volta oltre i confini della Toscana, il Volgare letterario acquisti dignità di lingua.

LA POESIA EROICA ED ALLEGORICA
LA LIRICA AMOROSA
I PRECURSORI DEL SECENTISMO

Magra e meschina è - come abbiamo visto sopra - la prosa del Quattrocento. Erudizione o dilettantismo o retorica, ma - eccettuati pochi casi - niente arte. I prosatori non scrivono per intimo bisogno; sono dotti che esercitano la loro professione di scrittori, sono cortigiani che mettono la loro penna al servizio di principi o di governi, ma non hanno nulla di serio da dire, sono indifferenti e perciò riescono freddi o frivoli o pretensiosi. Allo stesso modo i poeti - salvo pochi - sono privi di quella fede e di quella passione che danno l'anima all'opera artistica. Il Quattrocento non è un secolo eroico, ma i rimatori danno fiato alla tromba epica e viene fuori la Sforzeide, dove ANTONIO CORNAZZANo canta fiaccamente il suo duca, e nasce L'altro Marte di LORENZO SPIRITO, in cui si narrano con versi disadorni le gesta dei Piccinini, e nascono numerosi poemetti e poemi che non conviene neppure citare. 
I classici o i grandi trecentisti sono i modelli costanti. Dante è largamente imitato, ma della Commedia si imita la forma, non si intende o si rinnova lo spirito. Imitatori pedestri dell'Alighieri sono MATTEO PALMIERI autore della Città di Vita, in cui il poeta svolge la teoria di Origene sulle anime, MARINO JONATA che nel Giardeno discorre della morte, delle pene dei dannati e delle gerarchie celesti, TOMMASO SARDI che nell'Anima peregrina narra un suo viaggio per i cieli, P. I. De GENNARO, autore delle Sei etadi della vita umana, NICOLÒ BERLINGHIERI che tratta del sistema tolemaico e BASTIANO FORESI, che nel Trionfo della virtù canta le lodi di Cosimo de' Medici.

Come per la prosa così anche per la poesia il Boccaccio fa scuola. Parecchie novelle del Decameron sono ridotte in versi. FRANCESCO MALECARNI parafrasa la novella di Nastagio degli Onesti, Francesco ACCOLTI e Girolamo BENIVIENI quella di Ghismon in rima viene tradotta la novella di Gerbino. Ma le opere boccaccesche che più delle altre esercitano il loro influsso sulla poesia narrativa del secolo sono l'Ameto e l'Amorosa visione. Del primo risentono molto il poema Definizioni di JACOPO SERMINOCCI Serminocci e la Philomena di Giovanni Gherardi, della seconda, fra gli altri, un poema di Piero del Giocolo. 
Al Filostrato invece ci richiamano un poema in ottava rima del PESTELLINO e un'anonima Istoria di Patroclo e Insidoria ; alla Caccia di Diana il Pome del bel Fioretto di Domenico da Prato.

Nelle ottave e nelle terzine di questi poemi c' è tutto fuor che poesia. Sono parafrasi, riduzioni, imitazioni e nient'altro. I maestri restano insuperati, troppo lontani dalla turba dei rimatori che si affannano dietro le loro tracce. Il Trecento offre al secolo XV tutta la sua parte caduca. Lo spirito del Trecento è finito, la grand'arte è tramontata con la scomparsa della fede religiosa e degli ideali politici. Del secolo precedente il Quattrocento non ha ereditato lo spirito, ma le forme; la sua caratteristica è l'indifferenza che cerca di mascherare con la rievocazione della grandezza romana; non è cristiano e non è pagano; si moraleggia in prosa e in versi, ma il costume non conosce più la severa austerità dei tempi andati. MALATESTA di Pesaro par che aspiri all'unità d' Italia sotto lo scettro di Sigismondo, ma i suoi versi non destano echi; la poesia politica è cortigiana; ogni rimatore esalta il suo signore e sferza il suo nemico: Galeazzo Maria Sforza è portato alle stelle da TOMMASO MORONI e vilipeso da ANTONIO di MEGLIO, Niccolò CIECO profonde elogi sperticati ai Papi e a principi; ma nessun estro muove questi poeti e dà vita alle loro rime. Solo qualche spirito bizzarro ha accenti sinceri.

Per mezzo del Burchiello il Quattrocento dà la mano al Due e al Trecento, a FOLGORE di San Gimignano, a CECCO ANGIOLIERI, ad ANTONIO PUCCI; ma la satira è divetata sboccata, si  è fatta sconcia, quasi triviale, e non ha un rappresentante di qualche valore perchè lo stesso Burchiello è un modesto verseggiatore pur facendo scuola con la sua « maniera ».
Nella lirica amorosa il Quattrocento segue, svolge ed esagera le forme del secolo precedente, ma la musa dei poeti non è Beatrice, bensì Laura. Il Canzoniere petrarchesco è per i cantori del sec. XV ciò che era stato pei teologi l'opera di S. Tommaso d'Aquino, l'opera perfetta sull'amore, il modello della poesia erotica. Esso è una miniera inesauribile per chi cerchi rime, frasi, concetti, immagini, atteggiamenti, motivi; e i poeti vi pescano abbondantemente. Il canto d'amore non è più una libera e sincera espressione di stati dell'animo, ma un'esercitazione letteraria che segue i dettami di una moda, attingendo copiosamente ad un formulario convenzionale. Molti dei poeti del sec. XV sono ecclesiastici e scrivono con molta indifferenza sonetti erotici e laude religiose; molti altri compongono poesie per mandato, come ANTONIO di MEGLIO. I canzonieri si assomigliano quasi tutti; in tutti troviamo, sotto altri nomi una Laura che fa struggere di desiderio il poeta, che lo fa sognare, delirare, piangere, sospirare; in tutti troviamo un Petrarca che confida all'aure, alle onde, ai prati, ai monti il suo amore e il suo dolore. Sarebbe inutile far nomi, parlare sia pur brevemente di Bernardo BELLINCIONI, di Girolamo BENIVIENI, di Domizio BROCCARDI, di Mariotto DAVANZATI, di Domenico DA PRATO, di Simone SERDINI, che pur compose bei lamenti e canzoni disperate; di FELICIANO da Verona, altrettanto disperate; invano cercheremmo nelle donne cantate da loro un tratto che non sia stato delineato dal Petrarca. Esse si chiamano Andreola, Camilla, Fenice, Oretta, ma sono sorelle pallide e fredde della bella avignonese.

Qualche nota originale e gentili movenze ha BUONACCORSO da MONTEMAGNO; garbato, ma freddo e scialbo è il canonico Rosello ROSELLI; non prive di vivezza e sincerità sono le poesie di FRANCESCO ACCOLTI, dove non dispiace qualche motivo sensuale; immagini graziose hanno qua e là i pochi versi di LIONELLO d' Este e quelli di GASPARE VISCONTI e Antonio FORTEGUERRI e di elegantissima fattura è il canzoniere La bella mano di GIUSTO de' CONTI; ma questi scarsi pregi non sono sufficienti a trarre dall'oblio tante rime. In tanta mediocrità di petrarchisti chi, pur imitando, sa esser personale e veramente poeta è il BOIARDO, di cui parleremo a suo tempo.

Questi poeti sono per la maggior parte toscani o dell' Italia centrale e settentrionale. Ogni corte è un centro letterario in cui si petrarcheggia: a Firenze presso i Medici, a Milano presso i Visconti o gli Sforza, a Ferrara presso gli Estensi, a Mantova, a Rimini, ad Urbino; ma ve ne sono anche nel Mezzogiorno, specie a Napoli, alla corte di Ferdinando I d'Aragona: il De GENNARO, che spasima per madonna Bianca, Francesco GALEOTA, la cui ammirazione per il Petrarca è tale da fargli visitare la Provenza, Giuliano PERLEONI che canta Diana Lazia e Beatrice Cassia.

Al Petrarca era accaduto sovente di rimediare all'estro con espressioni esagerate, ricercate, artificiose, con immagini ardite e qualche volta grottesche, con antitesi di cattivo gusto e vieti artifizi rettorici. I petrarchisti imitano il maestro anche in questo. Alcuni di essi anzi - che sono da considerarsi come i precursori del Marinismo - con l' intento di riuscire più eleganti ed originali abusano degli artifizi del modello: si dilettano di scherzare con i nomi delle loro belle, si compiacciono di bisticci, costringono i versi nelle tiranniche leggi dell'acrostico, giungono perfino nei così detti centoni petrarcheschi a formare sonetti con versi del Petrarca pazientemente ricercati nel Canzoniere, costruiscono antitesi che per la loro audacia riescono buffe e strane.

Il primo per ordine di data, di questi marinisti del sec. XV è il CARITEO, autore di un canzoniere intitolato Eudimone. Nessuna ispirazione, nessun calore di sentimento nella sua poesia; la sua povertà di fantasia e d'affetto il Cariteo cerca di mascherare con una forma piena d'artifizi di pessimo gusto. Al pari del suo modello scherza col nome della sua donna, che è detta Luna perché una e sola è al mondo; ed è capace di raffreddare il fuoco di Vulcano; è Luna, ma è un sole di bellezza e, se morisse, il cielo avrebbe due lune e due soli, e il vero sole e la vera luna si offuscherebbero al comparir di lei, che ha le pupille così risplendenti da far fermare un cavallo lanciato a corsa vertiginosa!

Di gran lunga più bizzarro è il ferrarese ANTONIO TEBALDEO. Il suo amore è un fuoco che gli brucia il corpo e le vesti; la passione lo ha tanto indebolito che non può più reggersi in piedi, è un fuoco che scioglie la neve e fa da scaldamani a Flavia, la sua donna. Egli ha ricevuto tanti dardi da Cupido che è divenuto una faretra; le sue lacrime formano un torrente e bagnano il terreno su cui cammina; i suoi sospiri hanno la violenza dell'uragano e incutono terrore ai naviganti; le lacrime di Francesco Gonzaga hanno allagato Mantova e ingrossato il Po, e i sospiri del medesimo hanno spezzato l'albero maestro di una nave; il candore di Flavia reca tanto stupore alla neve che questa non fiocca più il poeta è, per i tormenti amorosi, così irriconoscibile da non aver bisogno, per Carnevale, di mascherarsi; Cupido scaglia un dardo contro Flavia, ma invece che al cuore la colpisce al naso producendole un'emorragia; la neve invidiosa della bianchezza di Flavia si vendica mutandosi in ghiaccio per farla scivolare!

Alla stessa maniera ma con più ingegno e maggiore ricchezza di colori verseggia l'abruzzese SERAFINO AQUILANO. Egli è così riscaldato dal fuoco d'amore che, se, per aver sollievo, si tuffa in mare, questo s'infiamma e comunica l' incendio allo scoglio dove battono le onde. Ma la sua donna è di ghiaccio; tuttavia vive nel cuore infuocato del poeta senza liquefarsi. Il fuoco e l'amore generano nella poesia dell'Aquilano antitesi numerose e strane. La neve da lui mangiata si converte in fuoco. Gli occhi della sua bella mandano fiamme e lui si stupisce che non incendiano i libri da essa letti o lo specchio in cui si mira o che il fuoco riflesso dal vetro non infiammi lei stessa. I sospiri del poeta sono così impetuosi che fanno aprire gli usci, così cocenti da bruciare gli uccelli in aria; le sue lacrime servono di pioggia ai prati e formano fiumi che dissetano le fiere; le sue fiamme amorose lo fanno splendere come una lucciola, fanno di lui un faro che guida i viandanti smarriti.

Se nella lirica amorosa del Quattrocento vogliamo trovare qualche accento sincero non dobbiamo cercarlo negli imitatori del Petrarca. Poeta sincero ed originale se pur non grande è GIOVANNI ANTONIO PETRUCCI, conte di Policastro. Per aver partecipato alla congiura dei baroni contro Ferdinando, langue quattro mesi nella torre di S. Vincenzo, dall' 11 agosto all' 11 dicembre del 1486, fino a quando cioè verrà decapitato. Pochi giorni prima aveva sposato Sveva Sanseverino il 21 luglio, e in versi soffusi d' intensa nostalgia canta l'amore della sua donna, i ventidue giorni di felicità trascorsi con lei; ricorda il passato, i sogni, gli studi diletti, i divertimenti, gli amici; e spera nella libertà. Ma nessuno intercede per lui, non il Pontano, non il Cariteo, cui manda sonetti accorati. Per lui il mondo è finito e il suo è il canto del morituro che saluta la vita; un canto che non impreca, ma si lagna cupamente dell' ingiustizia degli uomini, dell' ingratitudine e dell'abbandono degli amici, della volubilità della sorte; un canto profondamente triste che si spegne invocando la morte.

Pure alla morte rivolge il suo verso il pesarese PANDOLFO COLLENUCCIO, trattenuto per quindici mesi in prigione, poi esiliato ed infine decapitato per ordine di Giovanni Sforza. Non è pura la sua lingua né tutti meritevoli di menzione i pochi suoi versi; ma la sua Canzone alla Morte è ricca di ispirazione e di sentimento. Egli si rassomiglia al pellegrino che «nel vago errore stanco - Dei lunghi e faticosi suoi viaggi » desidera di riposare nel luogo natio; al navigante che, dopo i molti pericoli corsi, mira il « disiato porto », e rivolge la sua preghiera alla morte, la quale è per il poeta un «placidissimo sonno», un' «alta quiete» che toglie il velo dell' ignoranza, che distingue il vero dal falso, l'istante dal perpetuo, il mortale dall'eterno, che l'anima scesa pura dal cielo e spogliatasi del «lume di sua gloria» nel soggiorno nel corpo rende libera al cielo, che pone fine alla vita che altro non è che «fatica, affanno e stento - Sospiro, pianto e lamento - Dolore, infermità, terrore e guerra».

Nel Petrucci abbondano le reminiscenze classiche, nel Collenuccio le dantesche. Pur attraverso i nuovi atteggiamenti originati dalla rinascita del mondo,  pagano è il Trecento che tuttavia fa sentire il suo influsso nella poesia del Quattrocento, ma in essa la luce del gran secolo si scolora e si trasforma: l'allegoria dantesca si riduce a pallida visione, ad una cornice di astrazioni aride; il fine psicologismo del Petrarca diviene luogo comune o si stempera in sospiri o si sforma in scempiaggini retoriche; il poemetto popolare perde la sua freschezza giovanile nelle vesti della novella poetica; il poemetto mitologico intristisce nelle ottave di Luca Pulci e si rinnovella nel romanzo pastorale del Sannazzaro, ma perde la sua ingenuità e il suo profumo agreste la tenera ballata trecentesca. 
Ma la poesia cavalleresca, passata dalla piazza alla corte, si avvia alla perfezione e la poesia popolare, raccolta dagli artisti, pur non perdendo niente della sua forma e della sua grazia primitiva, acquista per opera del Poliziano e del Magnifico dignità letteraria.

LA SECONDA PARTE  > > > 

LA LIRICA POPOLAREGGIANTE - LIONARDO GIUSTINIANI - LORENZO IL MAGNIFICO - LA POESIA RELIGIOSA - LE SACRE RAPPRESENTAZIONI - L' < ORFEO > E IL DRAMMA PROFANO - LA POESIA DEL POLIZIANO - JACOPO SANNAZZARO E L'ARCADIA - II POEMA CAVALLERESCO - LUIGI PULCI E MATTEO MARIA BOIARDO

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - 
STORIA  LETT.RA ITALIANA (9 vol.) Garzanti
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE 
 


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