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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI dal 1517 al 1525 

FRANCESCO I E CARLO V
IMPERIALI E  DISFATTA DEI FRANCESI

F. M. DELLA ROVERE RECUPERA URBINO POI GUERRA CONTRO LEONE X - LA CONGIURA DEL CARDINAL PETRUCCI - MORTE DELL' IMPERATORE MASSIMILIANO - ELEZIONE DI CARLO V - LEGA TRA IL PAPA E L' IMPERATORE - ASSEDIO DI PARMA - I FRANCESI PERDONO LA LOMBARDIA - MORTE DI LEONE X ED ELEZIONE DI ADRIANO VI - BATTAGLIA DELLA BICOCCA - GLI IMPERIALI OCCUPANO GENOVA - I TURCHI PRENDONO RODI - VENEZIA E IL PONTEFICE SI ALLEANO CON CARLO V CONTRO FRANCESCO I - SPEDIZIONE FRANCESE IN ITALIA - MORTE DI PROSPERO COLONNA - RITIRATA DEI FRANCESI E SCONFITTA A GATTINARA - GLI IMPERIALI INVADONO LA PROVENZA ED ASSEDIANO MARSIGLIA - RITORNO DEI FRANCESI IN LOMBARDIA - ASSEDIO DI PAVIA - BATTAGLIA DI PAVIA E SCONFITTA E CATTURA DI FRANCESCO I - ELEZIONE DI PAPA CLEMENTE VII

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GUERRA D'URBINO - CARLO V E FRANCESCO I 
I FRANCESI PERDONO LA LOMBARDIA 
 MORTE DI PAPA LEONE X ED ELEZIONE DI PAPA ADRIANO VI


Conseguenza della fine della guerra nella Lombardia e nel Veneto doveva essere il licenziamento di un buon numero di milizie che avevano combattuto sotto le varie insegne e che sarebbero state liete se avessero potuto mettersi al servizio di un principe e ricominciare sotto di lui una nuova guerra; con queste del resto campavano, e non avevano alcuna preferenza per questo o quell'altro principe; chi pagava di più loro accorrevano.

 Un principe si trovava allora in Italia, che era stato, l'anno prima, cacciato dai suoi domini e desiderava con determinazione recuperarli: FRANCESCO MARIA della ROVERE. 
Prevedendo il prossimo licenziamento delle truppe adunate sotto le mura di Verona, egli accorse proprio là a "pescare" uomini, e formato un piccolo esercito di cinquemila fanti e un migliaio di cavalli che pose sotto il comando di Federico Gonzaga signore di Bozzolo, si mise in marcia verso Urbino il 23 gennaio del 1517; lo stesso giorno in cui Verona veniva consegnata ai Veneziani.

Il 5 febbraio il Della Rovere si presentò sotto le mura di Urbino e, sconfitto il capitano mediceo FRANCESCO Del MONTE, il giorno dopo entrò nella città festosamente accolto dalla popolazione. Contro il duca il Pontefice armò un esercito di diecimila uomini che messo al comando del nipote LORENZO de' MEDICI  con l'assistenza di Renzo di Ceri, di Giulio Vitelli e di Guido Rangoni, lo spedì in fretta e furia  nel territorio d'Urbino. Ma già il 4 aprile, ferito da una palla d'archibugio all'assedio del castello di Mondolfo, Lorenzo se ne tornò in Toscana e il comando fu preso dal cardinale BIBBIENA; ma questi era più letterato che guerriero: abbandonato da molti dei suoi Tedeschi e Spagnoli (non meno mercenari di quelli del Della Rovere) che -vista la situazione critica - già erano passati al nemico, fu colto improvvisamente nei suoi quartieri di Monte Imperiale e, dopo avere subite perdite rilevanti, si ritirò a Pesaro.

Se avesse potuto disporre di forti somme Francesco Maria della Rovere sarebbe stato senza dubbio in grado di serbare l' indipendenza del suo ducato; ma le entrate che aveva erano così scarse che non bastavano, non solo a provvedere l'esercito di artiglieria e munizioni, ma neppure a pagare gli stessi soldati che aveva assoldato a Verona. Dapprima egli cercò di rimediare a questo grave inconveniente facendo delle scorrerie nell'Umbria e nella Toscana; poi deliberò di scendere a trattative con il Pontefice e nel settembre del 1517 gli riuscì di stipulare un trattato col quale Leone X si obbligava a corrispondere a lui le paghe dovute all'esercito, che ammontavano a più di centomila ducati, lo assolveva da tutte le censure ecclesiastiche e gli permetteva di trasportare a Mantova le artiglierie e la ricca biblioteca che Federico di Montefeltro aveva raccolto.

Non era ancor terminata la guerra d' Urbino quando fu scoperta una congiura ordita contro il Papa. Capo di essa era il cardinale ALFONSO PETRUCCI, irritato contro Leone X perché aveva sottratto la signoria di Siena al fratello Borghese dandola al cugino Raffaello. 
Il cardinale venne arrestato e con lui il segretario Antonio Nino e il medico Battista di Vercelli, che nel mese di giugno vennero messi sotto supplizio. Altri cardinali, accusati di complicità, furono arrestati, ma più tardi, avendo pagato grosse somme, furono rimessi in libertà. Approfittando del terrore che la condanna dei congiurati aveva prodotto nel Sacro Collegio, Leone X creò in una sola volta trentun cardinali, che scelse tra le persone sulle quali per devozione poteva fare sicuro assegnamento.

Mentre pensava a riacquistare il ducato d' Urbino e a riempire di sue creature il Sacro Collegio, il Pontefice teneva d'occhio la politica del re CARLO e di FRANCESCO I. Questi due ambiziosi sovrani avevano nella primavera di quell'anno concluso un trattato segreto, d'accordo con l'imperatore, per dividersi gli Stati d'Italia ancora indipendenti; ma nessuno credeva che i due re, gelosi l'uno dell'altro, potessero durare in quell'accordo, e il Pontefice, temendo forse che Carlo diventasse troppo potente, si schierò in favore di Francesco I.

Nel gennaio del 1518 Leone X ottenne per il suo nipote LORENZO la mano della principessa Maddalena de la Tour d'Auvergne, imparentandosi così con la casa reale di Francia.
I primi effetti politici di questo matrimonio furono la restituzione da parte del re dello scritto col quale il Papa s'impegnava di restituire al duca di Ferrara le città di Modena e Reggio, e da parte del Pontefice la concessione al re di servirsi liberamente delle decime riscosse dai beni ecclesiastici francesi per la crociata contro i Turchi.
FRANCESCO I coltivava l'amicizia di Leone X per parecchi scopi ma in special modo perché, in vista della prossima morte di MASSIMILIANO, sperava di servirsi dell'aiuto papale per ottenere la corona imperiale. Massimiliano morì a Lintz il 12 gennaio del 1519, lasciando al nipote CARLO re di Spagna, i suoi domini d'Austria. 
«La corona imperiale era divenuta un'ombra vana senza sostanza, perché anche in Germania gli Stati, che ne dipendevano, andavano ogni giorno assumendo un carattere più autonomo; ma se quei vaghi diritti fossero venuti nelle mani di un principe, già potente di per sé, era facile prevedere che avrebbe trovato il modo di farli valere ad accresciuta quindi con essi la sua forza. Perciò i due maggiori sovrani d'Europa, Francesco re di Francia e Carlo V di Spagna, si agitarono in tutti i modi per ottenere di venire innalzati all' impero (Orsi) ».

La fortuna arrise CARLO, il quale il 28 giugno del 1519 a Francoforte, dove prima abilmente aveva concentrato un buon numero di milizie, venne eletto imperatore col nome di CARLO V. 
Aveva appena venti anni e poteva considerarsi il più potente sovrano d'Europa; quello di imperatore, che aveva sotto di sé l'Austria, i Paesi Bassi, la Spagna, il reame di Napoli e le terre del Nuovo Mondo scoperte oltre l'Atlantico; non era più un titolo vago, ma una dignità che, sorretta dalla forza, e dalla potenza economica immensa, poteva riuscire pericolosa all'Europa.

L'ambizione di Carlo V - che ora voleva possedere il "mondo"- non poteva non preoccupare Francesco I, il quale, credendo inevitabile una guerra con il suo naturale rivale, cercò di ingraziarsi ENRICO VIII d'Inghilterra e di mutare in alleanza l'amicizia che lo legava al Pontefice. Ma ancora una volta la fortuna arrise a Carlo, il quale, nell'estate del 1520, sfruttando la tradizionale antipatia che regnava tra Francia ed Inghilterra e promettendo al cardinale WOLSEY, ministro inglese, di sostenerne l'elezione al Papato, riuscì a stipulare un accordo proprio con Enrico VIII, e nel maggio del 1521, dietro promessa di rimettere a Milano gli Sforza, di concedere alla Chiesa il dominio di Parma e Piacenza e di aiutare il Papa contro il duca di Ferrara, riuscì ad allearsi con LEONE X.

La guerra non tardò a scoppiare. Nell'agosto, PROSPERO COLONNA, che era stato eletto generalissimo degli eserciti del Papa e dell' imperatore e aveva sotto di sé il marchese FEDERICO GONZAGA e il marchese di Pescara con milleduecento uomini armati e diciottomila fanti, entrò nel territorio di Parma ed assalì questa città. Sul finire dell'agosto il sobborgo di Codiponte ebbe smantellate le mura e nei primi giorni del mese successivo - essendosi il Lescuns, fratello del signor di Lautree governatore francese della Lombardia, ritirato alla destra del fiume - aprì le porte al Colonna. Se Prospero Colonna fosse stato più deciso avrebbe senza dubbio potuto in breve tempo impadronirsi del resto della città di Parma; invece, credendo vere le voci le quali dicevano che il duca di Ferrara avanzava da Finale e che il Lautrec era giunto con un esercito fino al Taro, tolse l'assedio e andò ad accamparsi sulle rive della Lenza, dove rimase inoperoso circa un mese.
Giuntogli un rinforzo di parecchie migliaia di Svizzeri, guidati dal cardinale di Sion, il 1° ottobre il Colonna passò il Po ed entrò nel Cremonese, quindi andò a porre il campo in riva all' Oglio, di fronte alla fortezza veneziana di Pontevico. 

Anche il LAUTREC aveva ricevuto milizie dalla Svizzera, circa ventimila uomini, e con queste avrebbe potuto prima impedire al Colonna il passaggio del Po, poi assalirlo con probabilità di successo sull'Oglio; mediocre condottiero, si lasciò sfuggire le occasioni favorevoli di battere il nemico, a corto di quattrini vide a poco a poco assottigliarsi il suo esercito per le numerose diserzioni dei suoi Svizzeri che si lamentavano di non esser pagati, e così fu costretto a ritirarsi sull'Adda per coprire il territorio di Milano.

Ma neppure qui seppe trarre profitto dalle circostanze favorevoli e con la sua indecisione e la lentezza delle sue mosse permise che le truppe avversarie passassero l'Adda a Vaprio, quindi si ritirò entro Milano dinnanzi alle cui mura il 13 novembre, si presentò l'esercito di Prospero Colonna.
Durante la notte, il sobborgo posto tra porta Romana - e porta Ticinese, abbandonato dal presidio veneziano, venne occupato da un corpo di confederati al comando del marchese di Pescara; il Lautrec e il Lescuns, anzichè contrastare il passo al nemico, come agevolmente erano in grado di fare, uscirono dalla città e si ritirarono a Como, e solo più tardi si trasferirono a Lonato.

Presa Milano, quasi tutta la Lombardia cadde in potere degli alleati. Lodi, Pavia, Cremona e Piacenza aprirono le porte alle truppe del Papa e dell'Imperatore; Parma, abbandonata dalla guarnigione francese, fu occupata da Alessandro Vitelli, capitano pontificio; Como venne presa e saccheggiata barbaramente dagli Spagnoli del marchese di Pescara, e al Lautrec non rimasero che i castelli di Cremona, di Pizzighettone, di Trezzo e di Novara e le città di Genova, di Alessandria ed Arona.
Leone X ebbe notizia della presa di Milano il 28 novembre, mentre si trovava nella sua villa alla Magliana, e ne fu talmente lieto che rimase quasi tutta la notte alla finestra per assistere alla festa che fuori i suoi si erano messi a fare. Ma il freddo e l'aria malsana gli procurarono una violentissima febbre. Tornato subito a Roma, si mise a letto e il 1° di dicembre del 1521 cessò di vivere. 
Aveva quarantasei anni e il suo pontificato era stato di otto anni e otto mesi e mezzo.

LEONE X rimase famoso come protettore di artisti e letterati da dare il suo nome a quel periodo del Rinascimento davvero memorabile per la rigogliosa fioritura di grandi ingegni e per la vasta produzione di celebri opere d'arte. Ma come Pontefice egli non merita lode perché, dedito tutto ai godimenti mondani, trascurò completamente la sua missione di Capo della Chiesa e lasciò che, durante il suo pontificato sorgesse e si sviluppasse quel moto riformatore che doveva dare poi un tremendo colpo alla compagine della Cristianità cattolica. 

Nel 1517, il monaco agostiniano di Eisleben, MARTIN LUTERO.... 
"" ...aveva cominciato a scagliarsi in Germania contro lo scandaloso traffico delle indulgenze e si era gradatamente apprestato, esaminando la propria fede, a gettare le fondamenta di quella riforma che egli stesso più tardi doveva condurre a termine. Era allora ben lontano dal prevedere le conseguenze cui lo avrebbe condotto la critica valutazione della dottrina della Chiesa. La riforma non poteva essere se non un'opera progressiva, e a grado a grado soltanto poteva una mente religiosa sottoporre a disamina tutte le credenze da lungo tempo ricevute come fondamentali .... Leone X morì senza avere avuto sospetto della rivoluzione che durante il suo regno si era operata nelle menti in Germania .... Privo di prudenza, di discernimento o di filosofia, non conoscendo l'indole del suo secolo, lasciò temerariamente crescere in una età copiosa di lumi, tutti gli abusi che non si erano potuti tollerare se non nei tempi della più barbara ignoranza e promosse infine con sconsigliata cupidigia lo scandaloso traffico delle cose sacre... """ (Sismondi)  che doveva provocare la rivolta luterana.

Alla morte del Pontefice, i signorotti che erano stati spogliati dei loro domini rientrarono alla testa di piccoli eserciti nei loro antichi possessi. Francesco Maria della Rovere, che si trovava a Mantova, con duecento uomini armati, trecento cavalli e tremila fanti rioccupò il ducato d' Urbino, ma non riuscì a riavere la contea di Montefeltro, difesa dai Fiorentini, ai quali il Papa l'aveva ceduta; Orazio e Malatesta Baglioni, figli di Gian Paolo che nel 1520 Leone X aveva fatto prigioniero e mandato a morte, vinta la debole resistenza del capitano pontificio Vitellio Vitelli, ripresero Perugia (5 gennaio del 1522); Sigismondo Varano scacciò da Camerino il parente Gian Maria, che dal Pontefice era stato fatto signore di quella città, e se ne impadronì; Camillo Orsini ricondusse a Todi i fuorusciti; Sigismundo Malatesta ricuperò la signoria di Rimini che vent'anni prima a suo padre Pandolfo era stata usurpata da Cesare Borgia; infine Alfonso d'Este ricuperò il Bondeno, Finale, San Felice, il Frignano, la Garfagnana, Lugo e Bagnacavallo, ma non riuscì a riprendere Cento, accanitamente difesa dai Bolognesi. 
Gli Svizzeri, stimandosi sciolti con la morte di Leone X dai loro impegni se ne ritornarono in patria; allora il Lautrec tentò di sorpresa di rioccupare Parma ma lo storico FRANCESCO GUICCIARDINI, che vi governava a nome della Santa Sede, con le milizie cittadine lo respinse.

Mentre avvenivano questi fatti, a Roma aveva luogo il conclave, riunitosi il 16 novembre. Trentotto erano i cardinali; di questi, quindici favorivano GIULIO de' MEDICI, ventitre gli erano contrari, dei quali diciotto aspiravano anche loro alla tiara. Dopo lunghe discussioni i suffragi furono dati ad ADRIANO di UTRECHT, cardinale di Tortosa, ch'era stato precettore di CARLO V (9 gennaio del 1522). Quando ricevette la notizia della sua elezione si trovava in Spagna. Preso il nome di ADRIANO VI, si preparò a partire, ma soltanto nell'agosto riuscì a giungere in Italia. Durante la sua assenza il governo fu tenuto da tre cardinali scelti a sorte ogni mese. 
Entrato in Roma,, il nuovo Pontefice diede a Francesco Maria della Rovere, venuto a giurargli obbedienza, l'investitura del ducato d' Urbino, ma non volle riconoscere i Malatesta come signori di Rimini e Sigismondo dovette di nuovo lasciare la città.

DALLA BATTAGLIA DELLA BICOCCA A QUELLA DI PAVIA
LE BANDE NERE


 Sul finire dell' inverno del 1522, il Lautrec decideva di riprendere la guerra per ricuperare al suo sovrano la Lombardia. Raccolta presso Cremona tutta la cavalleria francese e riunitala a diecimila Svizzeri giuntigli di recente e all'esercito veneziano comandato da Andrea Gritti e Teodoro Trivulzio, il 1° di marzo passò l'Adda e andò a porre il campo a due miglia da Milano, dove venne raggiunto da Giovanni de' Medici, figlio di Caterina Sforza, comandante di un gruppo di milizie, le quali, per gli stendardi neri portati in segno di lutto per la morte di Leone X, si ebbero più tardi il nome, rimasto famoso, di BANDE NERE.

A difesa di Milano stava Prospero Colonna col marchese di Pescara; che ebbe il tempo di assoldare diecimila Tedeschi, di riparare le fortificazioni della città e di circondare con un vallo il castello tenuto ancora da una guarnigione francese, e quando il Lautrec, disperando di conquistar Milano, andò ad assediar Pavia, muovendo contro di lui tutto l'esercito lo costrinse ad. allontanarsi.
Erano passati circa due mesi dall'inizio della campagna e non era avvenuto nessun fatto d'armi di qualche importanza, all'infuori dell'occupazione di Novara da parte dei Francesi. 
Il Lautrec, privo di soldi, cercava di temporeggiare sperando che le milizie nemiche, a corto di vettovaglie, abbandonassero le insegne del Colonna, ma gli Svizzeri, impazienti, chiedevano denaro o congedo o battaglia ed egli si vide costretto, per trattenere la fanteria svizzera, ad assalire il nemico che si trovava nella forte posizione della Bicocca, a poche miglia da Milano.

La battaglia ebbe luogo il 27 aprile del 1552 e finì con la sconfitta francese. Se il piano ordinato dal Lautrec fosse stato puntualmente eseguito forse la giornata sarebbe stata favorevole all'esercito di Francesco I, ma mancò la contemporaneità dell'assalto e le tre colonne francesi lanciate contro Bicocca vennero violentemente respinte. I primi ad attaccare furono gli Svizzeri, i quali, perduti tremila uomini, si ritirarono in Monza. La loro ritirata permise a Prospero Colonna di mandare il grosso delle sue forze contro il Lautrec che assaliva dalla sinistra; un tentativo francese di penetrare nel campo nemico dalla destra con uno stratagemma fu sventato e così le tre schiere francesi, dopo avere subito delle considerevoli perdite, dovettero ritirarsi parte a Monza, e parte a Trezzo, brillantemente protette dall'esercito veneziano e dalle bande di Giovanni de' Medici.

Dopo la sconfitta della Bicocca altri disastri colpirono le armi francesi. Sei compagnie di uomini armati furono sorprese e fatte prigioniere a Lodi; la guarnigione di Pizzighettone si arrese al marchese di Pescara; il Lescuns, che si era ritirato a Cremona, il 26 maggio firmò una tregua con Prospero Colonna (27 maggio) impegnandosi a sgombrar la Lombardia ad eccezione dei castelli di Novara, di Milano e di Cremona se entro quaranta giorni non fossero giunti rinforzi dalla Francia. 
I rinforzi non vennero e il 5 luglio il Lescuns ricondusse le sue milizie oltre le Alpi.

Approfittando della tregua in Lombardia, Prospero Colonna andò ad assediar Genova e il 30 maggio se ne impadronì e la saccheggiò. Ottaviano Fregoso rimase prigioniero e al suo posto venne eletto doge Antoniotto Adorno che aveva fatto causa comune con il Colonna. Francesco I aveva mandato a soccorso di Genova un esercito di quattrocento uomini armati e  seimila fanti al comando di Claudio di Longueville; ma questi, giunto a Villanova d'Asti, seppe della caduta di Genova e, non ritenendosi abbastanza forte per dar battaglia a Prospero Colonna, se ne tornò oltre le Alpi e i Francesi abbandonarono per quell'anno ogni disegno di riconquistare l'Italia anche perché dovevano difendersi da Enrico VIII d' Inghilterra che aveva dichiarato guerra a Francesco I alleandosi con Carlo V.

Mentre gli stati cristiani erano in guerra tra loro, SOLIMANO II sultano dei Turchi estendeva le sue conquiste nel Mediterraneo. Rodi, dopo un memorabile assedio, durante il quale rifulse il valore dei cavalieri gerosolimitani comandati dal gran maestro VILLIER de l'ILE-ADAM, capitolava il 21 dicembre del 1522. All'annunzio della caduta di Rodi, ADRIANO VI tentò di conciliare Carlo V ed Enrico VIII con Francesco I allo scopo di promuovere una crociata contro i Turchi, ma tutti i suoi sforzi furono vani. 
Nel frattempo Carlo V trattava con la repubblica di Venezia per staccarla dall'alleanza con la Francia. Lunghe furono le trattative, ma alla fine vennero coronate dal successo: nel luglio del 1523 l'Imperatore Carlo stipulò un trattato d'alleanza col doge veneziano ANDREA GRITTI e con FRANCESCO SFORZA, duca di Milano e il trattato fu sottoscritto anche dall'arciduca Ferdinando, fratello di Carlo V.

Gli Stati firmatari garantivano reciprocamente l'integrità dei loro territori, obbligandosi a mettere in campo in caso di bisogno seicento uomini armati, altrettanti cavalli e seimila fanti ciascuno. Inoltre Venezia si impegnava ad armare venticinque galee per la difesa del regno di Napoli e l'arciduca Ferdinando, dietro compenso di duecentomila ducati che dovevano essergli pagati entro otto anni, rinunciava a tutti i diritti della casa d'Austria sui territori del Veneto.
Questo trattato, che privava i Francesi dei soli alleati che avevano in Italia, pareva che dovesse sconsigliare Francesco I dal tentare la riconquista della Lombardia. Invece il re di Francia cominciò a fare preparativi per ricominciare la guerra nel Milanese, che provocò così una forte coalizione che aveva lo scopo di opporsi energicamente alle sue ambiziose mire.

A questa coalizione, che venne costituita nell'agosto del 1523, presero parte Carlo V, Enrico VIII, l'arciduca d'Austria, il duca di Milano, i Fiorentini, i Genovesi, i Senesi, i Lucchesi e il Pontefice, e a Prospero Colonna venne dato il comando di tutte le truppe della lega.
Non atterrito dal numero e dalla potenza dei suoi nemici, FRANCESCO I intensificò i suoi preparativi di guerra e radunò nel territorio di Lione un esercito di circa trentamila uomini. Si proponeva di condurre personalmente tutte queste truppe in Italia; ma la scoperta di una trama, destinata a sbalzarlo dal trono, lo consigliò a fermarsi in Francia.

ELEZIONE DI CLEMENTE VII - GIULIO DE' MEDICI


Autore della trama era il conestabile Carlo di Borbone, potente cugino del sovrano, il quale d'accordo con l'Imperatore e il re d'Inghilterra, che gli avevano promesso di farlo re della Provenza, aveva pensato di aiutare i suoi alleati ad occupare la Borgogna non appena Francesco I avesse valicate le Alpi.
Scoperta la trama, il re di Francia diede il comando dell'esercito all'ammiraglio Guglielmo di Bonnivet. Questi, al principio di settembre, valicò le Alpi e il 14 dello stesso mese passò il Ticino. In questo medesimo giorno cessava di vivere a Roma ADRIANO VI. I cardinali, dopo un conclave durato cinquanta giorni elessero pontefice GIULIO de' MEDICI, che prese il nome di CLEMENTE VII (18 novembre 1523).

In Lombardia intanto erano incominciate le ostilità. Prospero Colonna, sfibrato da una grave malattia che doveva condurlo al sepolcro e disponendo di poche truppe, si era ritirato a Milano. Il Bonnivet, passato il Ticino con trentamila fanti e quattromila cavalli, aveva occupato Lodi e tentato invano d'impadronirsi di Cremona, poi aveva posto il campo presso Monza. 

Se avesse assalito Milano certo l'avrebbe espugnata; ma il Bonnivet, che era un mediocre generale, non seppe approfittare delle deboli opere di fortificazione della città e sperando di prenderla per fame intercettando le comunicazioni con la Brianza, diede tempo al Colonna di raccogliere intorno a sé circa quindicimila soldati, di fare avanzare verso Pavia il marchese Gonzaga con le truppe pontificie, di far chiudere la strada di Genova dalle milizie fiorentine comandate dal Vitelli, di chiamare sull'Adda l'esercito veneziano guidato dal duca di Urbino e, infine, di ricevere i rinforzi spagnoli condotti da don Carlo di Lannoy, vicerè di Napoli, e dal marchese di Pescara.

Il Lannoy giunse a Milano il 27 dicembre del 1523. Il giorno dopo, sfinito da otto mesi di malattia, moriva PROSPERO COLONNA.
 "" ....Questo illustre generale - scrive il Sismondi - che pareva d'aver preso a modello Quinto Fabio Massimo, operò quasi una rivoluzione nell'arte della guerra. Insegnò per primo in quale modo, scegliendo le posizioni ed eseguendo mosse ben ponderate, un capitano debole o che non abbia fiducia nei propri soldati, potesse stancare l'attività dei suoi nemici smorzarne l'impeto e assottigliarne le forze senza dare a loro mai la possibilità di venire battaglia. Nei tempi in cui visse, la sua tattica era proprio la migliore per fiaccare l' impeto dei Francesi o rendere inutile il cieco valore degli Svizzeri. Fu egli il primo a difendere senza venire a giornata una contrada che da trent'anni era stata sempre guadagnata o perduta con una sola battaglia ».

Prima che morisse Prospero Colonna, il Bonnivet aveva rinunciato di assalire Milano e il 27 novembre aveva condotto il suo esercito tra Abbiategrasso e Rosate. Qui licenziò la fanteria francese e diede ordine che per la prossima primavera fosse assoldato un considerevole numero di Svizzeri; inoltre, perché i passi verso la Svizzera fossero liberi, incaricò Renzo di Ceri di espugnare con settemila fanti Arona; ma Anchise Visconti che difendeva questa fortezza con un presidio milanese gli oppose una resistenza così accanita da costringerlo a ritirarsi dopo trenta giorni di assedio.
Durante l'inverno i belligeranti non pensarono ad altro che a concentrare le loro forze; cosicché non ebbero luogo che poche scaramucce di lievissima importanza. In una di queste il marchese di Pescara e Giovanni de' Medici provocarono gravi perdite ad un distaccamento francese, comandato dal famoso Baiardo, che sorpreso di notte riuscì a stento a fuggire dopo avere lasciato sul campo o nelle mani dei nemici la maggior parte dei suoi soldati.

Dopo la morte di Prospero Colonna, il Lannoy aveva assunto il governo civile del ducato; il comando supremo dell'esercito era stato dato a CARLO di BORBONE, che dalla Francia era fuggito a Milano. Questi, al principio del marzo 1524, riprese le ostilità, fece espugnare Garlasco dal duca d' Urbino, indi, occupate San Giorgio, Sartirana e Vercelli, investì Novara dove il Bonnivet si era chiuso in attesa che gli giungessero truppe già in viaggio dalla Francia e dalla Svizzera per poter riprendere l'offensiva.

Tra i rinforzi partiti in suo soccorso erano cinquemila Svizzeri del canton dei Grigioni che, assoldati da Renzo di Ceri, erano penetrati nel Bergamasco e stavano per unirsi a Federico di Bozzolo, il quale si trovava a Lodi. Ad arrestare l'avanzata di queste truppe corse in aiuto con le sue "bande nere" Giovanni de' Medici, che, molestandole giorno per giorno e intercettando i loro convogli, le costrinse a ritornare in Svizzera, poi occupò Caravaggio, ruppe il ponte di Boffalora e sostenuto da Francesco Sforza, prese d'assalto Abbiategrasso.


LA MORTE DEL BAIARDO

Nei primi di maggio, non potendo sostenersi più in Novara, il Bonnivet, con l'esercito assottigliato dalle malattie e dalle diserzioni, si avviò verso Romagnano e, passata la Sesia, si unì ad un corpo di diecimila Svizzeri accampati a Gattinara. Nelle vicinanze di questa località ebbe luogo un aspro combattimento col marchese di Pescara e Carlo di Borbone, durante il quale il Bonnivet fu ferito. Lo sostituì nel comando il cavaliere BAIARDO, il quale, caricando con la sua cavalleria gli archibugieri spagnoli, ebbe la colonna vertebrale spezzata da una palla (30 aprile del 1524). 

Fattosi adagiare presso un albero, a CARLO di BORBONE che gli rivolgeva parole di elogio e di pietà, il cavaliere senza macchia e senza paura rispose sdegnosamente:  "Non io che muoio da uomo d'onore debbo esser compianto, ma voi che impugnate le armi contro il vostro re, la vostra patria e il vostro giuramento ». E poco dopo spirò.

Dopo questa battaglia, l'esercito francese, sempre inseguito dal nemico, si ritirò precipitosamente ad Ivrea, e passò in Francia. Novara si arrese a Giovanni de' Medici, Alessandria aprì le porte al marchese di Pescara e Lodi si diede al duca d' Urbino e in poche settimane non un solo francese c'era ancora in Italia.

Liberata l'Italia dai Francesi, si sperava nella fine della guerra e Clemente VII si adoperava presso Enrico VIII perchè fosse fatta la pace. Ma il re d'Inghilterra e l'imperatore, spinti da Carlo di Borbone, decisero di portar le armi in Francia, e nel luglio di quell'anno il Borbone e il marchese di Pescara, passati con il loro esercito in Provenza, presero Antibo, Tolone ed Aix e si spinsero verso Marsiglia dove a primi di agosto, la città venne posta all'assedio.

Marsiglia si difese eroicamente sotto la direzione di Filippo di Brion e di Renzo di Ceri che vi aveva condotto cinquemila Italiani reduci col Bonnivet dalla campagna di Italia, e dopo più di un mese d'assedio, vedendo che inutili erano gli assalti né c'era speranza di prender per fame là città, che veniva vettovagliata dalla flotta del re al comando del genovese Andrea Doria, e poichè Francesco I con un esercito di trentamila fanti ed ottomila cavalli avanzava da Avignone in soccorso di Marsiglia, il marchese di Pescara indusse il Borbone a levare il campo.

Alla fine di settembre, tolto l'assedio, il marchese, molestato dalle avanguardie regie, iniziò la ritirata, che per l'abilità del condottiero fu compiuta in modo perfetto. Per Nizza, Albenga e Finale l'esercito imperiale si ritirò a Voghera e di là a Pavia, dove si riunì un consiglio di guerra per decidere sul modo migliore di difendere la Lombardia, improvvisamente di nuovo minacciata dai Francesi.
Difatti, mentre l'esercito imperiale si ritirava da Marsiglia, Francesco I con un esercito di cinquemila uomini, valicato il Moncenisio, si spingeva su Vercelli e subito puntava direttamente su Milano. Gli imperiali non avendo forze sufficienti per resistere abbandonarono la città lasciando nel castello un presidio di settecento fanti spagnoli.
Francesco Sforza con il suo cancelliere Girolamo Morone si chiuse prima in Pizzighettone, poi a Cremona; Carlo di Borbone corse in Germania per ottenere soccorsi dall'arciduca Ferdinando; il marchese di Pescara si trincerò a Lodi con la fanteria; il Lannoy con la cavalleria si accampò a Soncino e il napoletano Antonio de Leyva andò a difendere Pavia.
Il 26 ottobre le avanguardie francesi entrarono a Milano e quattro giorni dopo vi giunse il La Trémouille che ne assunse il comando in nome del re mentre Francesco I col grosso delle sue soldatesche cingeva d'assedio Pavia.

Le rapide vittorie francesi avevano prodotto grande impressione sull'animo del Pontefice e dei Veneziani. Questi ultimi si ritirarono dalla lotta e si pacificarono con la Francia; Clemente VII tentò prima, per mezzo del vescovo Giberti, di conciliare i contendenti, poi a nome suo e dei Fiorentini si dichiarò neutrale.
Assicuratasi la neutralità dei due più potenti stati italiani, Francesco I credeva di poter tentare la conquista del Napoletano e, staccati ottomila fanti, duecento lancieri e seicento cavalli li inviò nel mezzogiorno d'Italia sotto il comando di GIOVANNI STUART, duca d'Albany. Questi, per la via della Garfagnana, giunse nella Toscana, dove si unì con lui Renzo di Ceri, venuto da Marsiglia con tremila fanti italiani; da Lucca si fece pagare dodicimila ducati; da Firenze venne accolto con molti onori: poi passò nel Lazio e si diede ad assoldar milizie nelle terre degli Orsini.

La mossa dello Stuart fece risollevare il capo al partito angioino del Napoletano e procurò a Francesco I l'alleanza di Alfonso d'Este, il quale pur di entrare in grazia del re di Francia si impegnò di sborsargli settantamila fiorini, ventimila dei quali furono pagati in munizioni, che da Ferrara vennero portate a Pavia da GIOVANNI delle BANDE NERE, il quale, disgustatosi con l'Imperatore, era passato al soldo del re di Francia. 
Sperava Francesco I che l'impresa a cui si accingeva lo Stuart avrebbe richiamato dalla Lombardia le milizie del vicerè Lannoy; ma questi, dietro consiglio del marchese di Pescara, il quale seppe dimostrargli che Napoli si doveva difendere a Pavia, non si mosse dalla pianura padana, anzi, sul finire di Gennaio, insieme col marchese di Pescara e con Carlo di Borbone, tornato dalla Germania alla testa di diecimila uomini, si mise in marcia proprio alla volta di Pavia.

L'assedio di questa città durava già da quattro mesi. Tutto aveva tentato il re di Francia per avere ragione della resistenza nemica: aveva furiosamente bombardato le mura con le sue potenti artiglierie, aveva scatenato vigorosi assalti, aveva cercato di deviare il corso dei Ticino; ma nulla aveva potuto vincere la tenacia di Antonio de Leyva.
Quando seppe che l'esercito imperiale si era mosso per soccorrere Pavia, richiamò da Milano il La Trémouille e il Lescuns e riunì il consiglio di guerra. I più provetti capitani, il La Palisse, Galeazzo di Sanseverino, il La Trémouille, Teodoro Trivulzio e il duca di Suffolck, prospettata la difficile situazione in cui si sarebbe trovato il re se avesse aspettato gli imperiali sotto le mura di una città difesa da una forte guarnigione, proposero che fosse levato l'assedio e che l'esercito fosse condotto a Binasco o alla Certosa, dove avrebbe potuto aspettare che il nemico, privo di denari, si dissolvesse; ma il Bonnivet e il Montmorency sostennero che non era onorevole per un sovrano levare le tende all'avvicinarsi dei nemici e Francesco I deliberò di continuare l'assedio, trincerandosi fortemente nel parco di Mirabello.

Il 3 di febbraio l'esercito imperiale giunse a Santa Giustina a un solo miglio dagli avamposti francesi e da allora il marchese di Pescara cercò con quotidiane molestie di provocare i Francesi a battaglia campale. In una scaramuccia avvenuta il 20 febbraio Giovanni dalle Bande Nere fu ferito ad una coscia così gravemente da una palla che fu costretto a lasciare il campo e a farsi trasportare a Piacenza per esservi medicato.

Quattro giorni dopo, il 24 febbraio del 1524, il marchese di Pescara con le artiglierie riuscì ad aprire delle brecce nelle mura del parco, poi iniziò a penetrarvi  con tutto l'esercito. Allora Francesco I fu costretto ad accettare battaglia. Questa, da principio, volse favorevole per i Francesi, che con il fuoco delle loro artiglierie tennero a distanza i nemici facendone strage; ma quando le truppe di Francesco I uscirono dai trinceramenti e si scagliarono sugli imperiali il vantaggio che avevano acquistato venne a cessare perché cannoni dovettero tacere per  non colpire gli stessi Francesi. Tuttavia l'attacco francese fu così impetuoso che le schiere nemiche furono costrette a indietreggiare, fino a che, entrati in azione gli archibugieri spagnoli, l'assalto della cavalleria francese fu arrestato.

Vedendo le sue truppe respinte, Francesco I alla testa dei suoi uomini caricò furiosamente gli imperiali, scompigliò i Tedeschi di Carlo di Borbone, e diede addosso agli squadroni del Lannoy. Questi stavano per cedere quando il marchese di Pescara con ottocento fucilieri spagnoli assalì di fianco gli uomini  del re sbaragliandoli. 
Contemporaneamente il marchese del Vasto attaccava furiosamente l'ala destra francese, gli uomini si diedero alla fuga e il Montemorency e il maresciallo di Flemanges che li comandavano, rimasti soli  caddero prigionieri.
Solo i lanzichenecchi resistettero, ma poi accerchiati da tre battaglioni imperiali guidati dal Frundsberg, vennero quasi tutti uccisi. Fra i caduti vi furono Riccardo di Suffolck, Francesco di Lorena, Wittemberg di Lauffen, Teodorico di Schomberg, il La Palisse, il La Trémouille e Galeazzo di Sanseverino. 
Il Bonnivet, che tentava di riordinare gli Svizzeri, anche lui circondato e assalito stramazzò a terra ferito nel volto da parecchi colpi di spada. Caddero anche Giacomo di Chabonnes, il Lescuns, il maresciallo di Foix, il d'Aubigny, il conte di Tormene e parecchi altri capitani d'illustre casato e di chiara fama.

L'esercito francese era quasi già tutto scombinato quando Antonio di Leyva, uscito con le sue schiere da Pavia, lo colse alle spalle e sbaragliò gli ultimi nuclei che ancora, resistevano. 
Era fra questi FRANCESCO I che in quella memorabile giornata si era battuta eroicamente, vedendo cadere intorno a sé i suoi migliori cavalieri. 

Circondato da ogni parte, si difendeva con estrema bravura quando gli fu ucciso il cavallo e cadde a terra ferito. Poichè era inutile continuare a resistere, il re di Francia si arrese consegnando la spada al Lannoy, che la ricevette in ginocchio volendo dimostrare con questo gesto la sua ammirazione per il valore del re vinto. 
Con il re vennero fatti prigionieri, fra gli altri, il re di Navarra, il Montmorency, Filippo di Chabot e Federico da Bozzolo; e vi perirono più di ottomila soldati.

Francesco I,  pur trattato onorevolmente venne rinchiuso nel castello di Pizzighettone; dando sue notizia alla madre Luisa di Savoia, che aveva lasciata reggente in Francia, gli scriveva le famose parole: "Tutto è perduto fuorchè l'onore".

 E i Francesi avevano perso veramente tutto in Italia dopo la sconfitta di Pavia: i resti dell'esercito sbaragliato e umiliato si ritirarono precipitosamente in Piemonte e quindi in Francia; Teodoro Trivulzio sgombrò Milano e lo stesso fecero i comandanti di tutte le guarnigioni delle città occupate, che, saputa la disfatta, la cattura e la prigionia del sovrano, si affrettarono a valicare le Alpi e a mettersi in salvo.

La guerra, con la sconfitta dei Francesi, pareva avere messo fine alla dominazione

straniera in Italia; invece la vittoria degli italiani con l'aiuto degli imperiali - e

l'ambizione di Carlo V- determinò e costituì per tre anni un pericolo ancora più grave.

ed è il periodo che va dal 1525 al 1528 > > >  

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Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - 
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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