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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI dal 1528 al 1530 

L'ASSEDIO EROICO DI FIRENZE

LA NUOVA REPUBBLICA FIORENTINA - OTTIMATI E POPOLANI - NICCOLÒ CAPPONI - ARMAMENTI DEI FIORENTINI E INFRUTTUOSE TRATTATIVE CON CARLO V - RIPRESA DELLA GUERRA IN LOMBARDIA E SCONFITTA DEI FRANCESI A LANDRIANO - TRATTATO DI BARCELLONA TRA CARLO V E CLEMENTE VII - LA PACE DELLE DUE DAME A CAMBRAI - CARLO V A GENOVA, PIACENZA, BOLOGNA - ASSETTO DATO ALL' ITALIA DALL' IMPERATORE - INCORONAZIONE DI CARLO V - FRANCESCO CARDUCCI GONFALONIERE - I FIORENTINI ASSOLDANO MALATESTA BAGLIONI E SI PREPARANO ALLA RESISTENZA - IL PRINCIPE D'ORANGE INCARICATO DAL PAPA DI SOTTOMETTERE FIRENZE - RESA DI PERUGIA, DI CORTONA E DI AREZZO AGLI IMPERIALI - L'ORANGE ASSEDIA FIRENZE - FRANCESCO FERRUCCI A PRATO E AD EMPOLI - PRESA DI S. MINIATO - VICENDE DELL'ASSEDIO DI FIRENZE - MALATESTA BAGLIONI CAPITANO GENERALE - SORTITE DEI FIORENTINI - FRANCESCO FERRUCCI A VOLTERRA - ASSEDIO DI VOLTERRA - FABRIZIO MARAMALDO - IL FERRUCCI, A FIRENZE, VOLTERRA, LIVORNO, PISA E PISTOIA - SACCHEGGIO DI SAN MARCELLO - BATTAGLIA DI GAVINANA E MORTE DI FRANCESCO FERRUCCI - CAPITOLAZIONE DI FIRENZE

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LA NUOVA REPUBBLICA FIORENTINA
TRATTATO DI BARCELLONA E PACE DELLE DUE DAME
CARLO V IN ITALIA - 
CONGRESSO DI BOLOGNA E INCORONAZIONE DI CARLO V


Dopo la conclusione della guerra riassunta  nel capitolo precedente, l'affermarsi della potenza di CARLO V in Italia ora costituiva una gravissima minaccia per gli stati italiani. Chi più degli altri avevano ragione di temerla erano i Fiorentini, che erano sempre stati amici della Francia e sapevano che correvano già trattative tra l' imperatore e CLEMENTE VII, il quale non sapeva rassegnarsi alla perdita di Firenze e per riacquistarla non vedeva altro mezzo che di riaccostarsi a Carlo che l'anno prima non solo lo aveva sconfitto ma lo aveva pure sbattuto in prigione dopo che gli imperiali aveva martoriato Roma.

""... Scrive l'Orsi - "La nuova repubblica Fiorentina, inauguratasi sulle rive dell'Arno nel 1527, era sorta specialmente per opera degli antichi fautori del SAVORANOLA, cioè dei "Piagnoni", ai quali parve di vedere nel sacco di Roma la conferma delle profezie del frate; si comprende quindi come in mezzo alle calamità che afflissero allora Firenze, fra gli orrori della pestilenza, che infierì in modo terribile, e le preoccupazioni e paure sulla marcia delle "ciurme barbare"  imperiali che avevano saccheggiato Roma, molta parte della popolazione non vedesse altra salvezza che nelle pratiche religiose, per modo che la, capitale del Rinascimento italiano riapparve in quei giorni immersa nel più completo misticismo; anzi il 9 febbraio del 1528 il gran consiglio deliberò di acclamare Cristo a re perpetuo del popolo fiorentino, decreto che, ad eterna memoria, si volle ricordarlo in una iscrizione sulla porta del palazzo della Signoria..."" (Orsi) 

I Piagnoni che governavano Firenze, pur essendo sinceramente repubblicani, erano divisi in due partiti: quello degli ottimati e quello dei popolani. Questi ultimi, animati da fierissima avversione alla famiglia de' Medici, erano capeggiati da BALDASSARRE CARDUCCI; gli altri erano guidati dal gonfaloniere NICCOLÒ CAPPONI, il quale, favorito dai Palleschi, (così si chiamavano i filo-medicei) non voleva scendere ad aperta lotta contro il Papa e, animato da propositi pacifici, desiderava salvaguardare la libertà della repubblica accordandosi con l'imperatore e con Clemente VII.

Malgrado il suo desiderio di pace, il Capponi fu costretto dal fervore dei suoi concittadini ad una politica di armamenti senza i quali più tardi la città non avrebbe potuto sostenere il coraggioso assedio che doveva finire con la perdita della sua libertà. Trecento giovani si erano volontariamente arruolati per fare la guardia al palazzo della Signoria, e poiché essi erano repubblicani intransigenti guardavano con sospetto il contegno del gonfaloniere troppo riguardoso verso i Medici. Allora Niccolò Capponi, che era sempre stato contrario agli armamenti, per procurarsi un sostegno contro la guardia del palazzo propose ed ottenne il 6 novembre del 1528 che si costituisse una milizia cittadina.

Questa fu composta di tremila cittadini dai diciotto ai quaranta anni, distribuiti in sedici compagnie agli ordini dei sedici gonfalonieri che formavano il collegio della Signoria. A comandare la milizia fu chiamato STEFANO COLONNA di Palestrina. Altre forze di cui la repubblica disponeva erano le così dette bande dell'ordinanza, reclutate nel territorio fiorentino, le quali contavano circa diecimila uomini e formavano trenta battaglioni.

Sul finire del 1528 la repubblica elesse capitano generale del suo esercito ERCOLE d' ESTE figlio del duca Alfonso di Ferrara, il quale, perché sposo di Renata, cognata di FRANCESCO I, e perchè apparteneva ad una famiglia nemica dei Medici, dava affidamento di lealtà. 
Nello stesso tempo i Fiorentini stabilirono di completare le fortificazioni cominciate nel 1521 per ordine del cardinale Giulio dei Medici, e affinché la difesa di queste non richiedesse un gran numero di armati si decise di restringerne il circuito. L' incarico di fare il disegno e di dirigere i lavori venne dato a MUICHELANGELO NUONARROTI, famoso pittore, scultore ed architetto, il quale --come dice il Nardi-- "dedicò il suo ingegno alla prima delle arti che è quella della difesa della patria".

Mentre fremevano i preparatisi per la difesa, la Signoria, sollecitata da Andrea Doria e da Luigi Alamanni, iniziava trattative con Carlo V; ma presto esso vennero troncate e Firenze si appoggiò definitivamente alla Francia. 
Credevano i Fiorentini di essersi appigliati al partito migliore. Difatti l'esercito francese del SAINT-POL, passato il Ticino ed unitosi allo Sforza ed ai Veneziani, avanzava minaccioso verso Milano e pareva che dovesse aver facilmente ragione del De Leyva; invece, dopo essere rimasti per un po' di tempo inoperosi nelle vicinanze della capitale lombarda, i confederati si separarono e i Francesi si ritirarono a Landriano. Qui venne ad assalirli arditamente Antonio De Leyva, che il 2 giugno del 1528 procurò loro una cocente disfatta, catturando lo stesso Saint-Pol e parecchi altri illustri personaggi. Dopo questa sconfitta, l'esercito francese si disperse e i soldati se ne tornarono alla spicciolata oltre le Alpi, lasciando gli imperiali arbitri delle cose d'Italia.

In questo frattempo il Pontefice, il quale non sapeva perdonare ai Fiorentini di aver cacciato la sua famiglia, ai Veneziani di avere occupato Ravenna e Cervia e al duca d' Este di esser tornato padrone di Reggio, Modena e Rubiera, iniziava a trattare con Carlo V, persuaso che soltanto con il suo appoggio avrebbe potuto riavere le città perdute. Le trattative iniziate a Roma, si conclusero a Barcellona con un trattato che venne firmato il 29 giugno del 1529.
Con questo trattato, Clemente VII prometteva a Carlo V la corona imperiale e l'investitura del regno di Napoli; l'imperatore a sua volta si impegnava di far restituire al Pontefice dai Veneziani Ravenna e Cervia e dal duca d' Este, Modena, Reggio e Rubiera, assicurandogli inoltre il suo aiuto per rimettere i Medici a Firenze. Per rendere più salda la loro alleanza Carlo V prometteva di dare in sposa la sua figlia naturale ad Alessandro de' Medici destinato a ritornare a guerra conclusa al governo della repubblica Fiorentina.

Al trattato di Barcellona - lo abbiamo già letto nel precedente riassunto- seguì circa un mese dopo, il TRATTATO di CAMBRIAI (3 agosto), promosso e caldeggiato da Luisa di Savoia madre del re (Francesco I) di Francia, e da MARGHERITA d' AUSTRIA zia dell' imperatore, e perciò passato alla storia col nome di TRATTATO DELLE DUE DAME. 
Con questo Carlo V restituiva i due figli del re di Francia dietro il compenso di due milioni di scudi e scioglieva Francesco I dall'obbligo di cedere i territori francesi di cui si era accennato nel trattato di Madrid; a sua volta il sovrano francese si impegnava di sposare Eleonora d'Austria, sorella dell'imperatore, e rinunziava a tutti i suoi diritti sul Napoletano e sul ducato di Milano, obbligandosi di ritirare entro sei settimane tutte le sue truppe che ancora rimanevano in Italia.

Col trattato di Cambrai il re di Francia abbandonava tutti i suoi alleati italiani, Venezia, lo Sforza, Firenze, il duca di Ferrara, gli Orsini, i Fregoso e il partito angioino del napoletano; e vergognandosi di quell'abbandono, mentiva con l'ambasciatore fiorentino, Baldassarre Carducci, al quale diceva essere il trattato di Cambrai uno stratagemma necessario per riavere i figli e aggiungeva e assicurava di esser sempre disposto ad aiutare la repubblica.
Ma prima ancora, che il trattato fosse concluso, Carlo V aveva pensato di recarsi in Italia. Il 25 luglio, sulla nave ammiraglia di Andrea Doria, partì da Barcellona alla volta di Genova, dove giunse il 12 agosto. Qui si radunava l'esercito che doveva eseguire il trattato: undicimila fanti spagnoli e mille cavalli, cui dovevano aggiungersi ottomila lanzichenecchi guidati da Felice di Wittenberg. Altre truppe imperiali allora esistenti nella penisola erano alcune schiere del marchese del Vasto che assediavano Monopoli e quelle del principe d'Orange, le quali si andavano adunando ad Aquila ed erano costituite da tremila di quei Tedeschi venuti col Frundsberg e da quattromila Italiani comandati dal Maramaldo.

A Genova l' imperatore ricevette gli ambasciatori fiorentini, venuti a trattare con lui, ma rimosse loro bruscamente ogni speranza di accomodamento perché - al dir dello storico Bernardo Segni - dichiarò che alle cose loro bisognava far capo al papa, perché così al papa aveva prornesso ». 
Carlo V lasciò Genova il 30 di agosto, diretto a Piacenza, dove si trattenne quasi due mesi. Sul finire dell'ottobre si recò a Bologna, in cui aveva dato convegno a CLEMENTE VII, il quale vi era giunto il 24 di quello stesso mese.
A Bologna si raccolsero attorno al Pontefice e all'imperatore principi e ambasciatori di quasi tutti gli stati italiani, desiderosi di cattivarsi l'amicizia del potente monarca, il quale - consigliato dalle agitazioni dei luterani in Germania e dalle minacce del turco Solimano che in quei giorni era giunto con un esercito sotto le mura di Vienna - era ben disposto verso di loro.

Tutti furono contenti delle decisioni dell' imperatore che, durante il suo soggiorno bolognese, diede un assetto definitivo alle cose d'Italia. Francesco Sforza, sebbene malaticcio, ricevuto un salvacondotto, il 22 novembre si recò a Bologna, fece atto di sottomissione e ricevette l'investitura del ducato di Milano: dovette però rinunziare a Pavia, che venne data ad Antonio De Leyva, alla città di Como e al castello di Milano, il quale rimaneva all'imperatore come garanzia dei novecentomila ducati che lo Sforza si era impegnato a  pagare entro un decennio.
Il 25 dicembre del 1529 fu sottoscritto il trattato di pace e di alleanza con i "Veneziani; quesi si obbligarono a restituire al Papa Ravenna e Cervia e a Carlo V i porti delle Puglie che avevano occupati. Inoltre promisero di pagare trecentomila ducati e di difendere i domini imperiali in Italia e il ducato di Milano. Francesco Maria della Rovere, da loro caldamente raccomandato, venne confermato nel possesso del ducato di Urbino.
Lunghe e difficili furono le trattative col duca Alfonso d' Este, dato che Clemente VII non solo pretendeva Modena, Reggio e Rubiera, ma anche la stessa Ferrara. Finalmente il 20 marzo del 1530 fu stabilito di rimetter la decisione della contesa nelle mani dell' imperatore, che doveva pronunciarsi entro un dato termine. 
Carlo V, il 25 di quel mese, concesse all'Estense la contea di Carpi dietro il pagamento di sessantamila ducati, e il 30 dicembre fece conoscere la sua decisione sulla vertenza tra il duca e il Pontefice: secondo questa, Modena, Reggio e Rubiera appartenevano all'impero che le accordava come feudo al duca d'Este; quanto a Ferrara, la santa Sede doveva darne l' investitura ad Alfonso al prezzo di centomila ducati d'oro.

Il duca Carlo III di Savoia, che si era mantenuto neutrale nella guerra tra l'impero e la Francia e che era stato rispettato da Carlo e da Francesco I perché cognato del primo e zio del secondo, si recò anche lui a Bologna a mettersi sotto la protezione dell' imperatore, il quale gli concesse la contea di Asti. Anche il marchese Bonifacio di Monferrato andò a fare omaggio a Carlo V. Questi, infine, si mostrò generosissimo con i cavalieri gerosolimitani, i quali, essendo stati cacciati da Rodi, ricevettero in dono da lui l'isola di Malta, che fino allora aveva seguito le sorti della Sicilia.

Scrive il Sismondi: ""...Il 22 febbraio del 1530 Carlo V venne coronato re d'Italia nella cappella del palazzo pubblico di Bologna e il 24 ricevette da Clemente VII la corona imperiale in San Petronio con una cerimonia straordinariamente fastosa. La coronazione di Carlo V a Bologna  fu più  notevole di ogni altra perché segnò il periodo della nuova potenza imperiale e dell'assoluta servitù dell' Italia. Né Carlomagno né Ottone I,  avevano ottenuto con le loro gloriose conquiste un potere così grande nella penisola come quello di Carlo V. Carlomagno ed Ottone erano stati contenuti nelle prerogative dalla Chiesa, dai privilegi dei principi e delle città; e per quanto  estendessero le loro pretese trovarono ovunque insuperabili argini alla loro potenza. Ma quando venne coronato Carlo V non vi era più alcuna parte d'Italia che potesse chiamarsi indipendente. Il popolo, che così lungamente aveva fatto parlare di sé nella storia con le sue alte imprese, con le sue virtù, con il suo ingegno e con la sua politica, aveva cessato di esistere come nazione. A mezzogiorno i due regni di Sicilia e di Napoli erano soggetti a Carlo V; lo stato della Chiesa, che veniva dopo quelli, coi suoi piccoli principi feudatari, era stato talmente scosso dalle vittorie imperiali che il papa aveva perduto ogni fiducia nelle proprie forze e deposto ogni pensiero di resistenza; la Toscana, invasa dalle armi di Carlo, stava per esser mutata in un principato feudale dell' impero; i duchi di Ferrara, di Mantova, di Milano, di Savoia, e il marchese di Monferrato esistevano ancora per generosità dell' imperatore e in questi ultimi mesi avevano essi stessi riconosciuto e ribadito i loro ceppi; la repubblica di Genova, libera soltanto entro il recinto delle sue mura, si era per gli affari esteri completamente sottomessa alla politica spagnola.
Venezia si era sottratta tremando ai pericoli che la minacciavano, ma non lasciava perciò scoprire tutta la sua debolezza:  meglio dei suoi vicini, conosceva le sue infelici condizioni e già si appigliava a quella timida e sospettosa politica con cui -poi- protrasse la sua esistenza per lo spazio di quasi tre secoli tenendosi appartata dalle cose d' Europa. Dall'un capo all'altro d' Italia illimitata era la potenza dell'imperatore e colui che per sua sventura avesse provocato il risentimento del monarca o avesse osato giudicarne liberamente le azioni, non avrebbe trovato riparo contro la formidabile collera di lui né alla corte dei principi né in seno alle repubbliche ».(Sismondi)

Verso la fine di marzo Carlo V lasciò Bologna per recarsi in Germania; durante il viaggio si fermò a Mantova, dove ricevette grandiose accoglienze da Federico II Gonzaga che venne creato duca, poi per Peschiera e Trento si recò ad Augusta in cui aveva indetta una dieta. E poco dopo anche il Pontefice se ne tornò a Roma.


IL PRINCIPI: D'ORANGE ASSEDIA FIRENZE
 FRANCESCO FERRUCCI A PRATO, AD EMPOLI E A VOLTERRA

Soltanto Firenze non era compresa nell'assetto politico dato all' Italia da Carlo V, Firenze che l'imperatore aveva già promessa a Clemente VII. La repubblica fiorentina sapeva che era in gioco la sua libertà e da qualche tempo, decisa a difenderla ad ogni costo, si era andata preparando alle armi. NICOLÒ CAPPONI, scoperte le sue pratiche segrete col Pontefice, era stato deposto il 29 maggio del 1529 e alla carica di gonfaloniere era stato chiamato FRANCESCO CARDUCCI, uno degli uomini più accesi della parte popolare e decisamente avverso alla politica dei compromessi.
 
Per raccogliere somme per far fronte alle spese di guerra erano stati imposti prestiti forzosi ai più ricchi cittadini, erano state mandate alla zecca le argenterie delle Chiese e quelle dei privati, impegnate le gemme dei reliquiari e venduta la terza parte dei beni ecclesiastici, dei ribelli e degli immobili delle corporazioni d'arti e mestieri. Inoltre era stato disposto che tutte le granaglie del contado fossero riposte in Firenze e nelle altre città murate, erano stati mandati fedeli comandanti in tutte le fortezze del territorio, eletti sette commissari per la difesa, erano stati richiesti ostaggi alle città toscane che mal sopportavano il giogo fiorentino, si era data la sopraintendenza generale delle fortificazioni a Michelangiolo Buonarroti, e, infine, era stato assoldato Malatesta Baglioni, che, quale nemico dei Medici e signore di Perugia, poteva rendere preziosi servigi a Firenze.

Mentre i fiorentini si preparavano alla difesa, la tempesta si andava avvicinando. Di sottomettere la città al Pontefice era stato incaricato il principe d' Orange, il quale nel mese d'agosto del 1529 radunò tra Foligno e Spello un esercito di quindicimila uomini composto di Tedeschi, Spagnoli e Italiani. Per entrare in Toscana egli doveva attraversare il territorio di Perugia difeso da Malatesta Baglioni con tremila uomini al soldo dei Fiorentini. Per aprirsi il passo il principe assalì Spello: venne respinto e sotto le mura perse il luogotenente Gian d'Urbino, uno dei suoi più prodi capitani; ma al primo di settembre ebbe ragione della resistenza nemica e Spello venne occupata e crudelmente saccheggiata.

Poi l'Orange marciò contro Perugia e, non volendo perdere il suo tempo in un assedio lungo e difficile, invitò il Baglioni a sgomberare la città assicurandogli il perdono del Papa, la signoria di Perugia e concedendogli di continuare a servire i Fiorentini. Malatesta Baglioni, con il consenso di Firenze, il 10 settembre accettò le proposte del principe e due giorni dopo alla testa delle sue milizie partì alla volta della Toscana.
Presa Perugia, l'Orange penetrò con tutto il suo esercito in Toscana; il 14 settembre diede l'assalto a Cortona, ma fu respinto; tuttavia il giorno seguente ripeté l'assalto e a un passo dalla conquista avendo fretta di concludere propose patti, che furono accettati, poi lasciato sul luogo un presidio, marciò su Arezzo. Qui era stato mandato come commissario con duemila soldati Francesco degli Albizzi, il quale, atterrito dall'annuncio della capitolazione di Cortona, si ritirò precipitosamente a Firenze. Arezzo aprì il 18 settembre le porte agli imperiali e questi, poco dopo si impadronirono pure di Castiglion Fiorentino, di Firenzuola e di Scarperia.

All'avvicinarsi del nemico molti partigiani dei Medici abbandonarono Firenze. Tra questi furono Baccio Valori, Roberto Acciaiuoli, Alessandro Corsini, Alessandro de' Pazzi e lo storico Francesco Guicciardini. 
La Signoria aveva cercato nel frattempo di intavolare trattative con il Pontefice, ma non potendo venire ad un accordo, intensificò i lavori di fortificazione e per meglio assicurare la difesa ordinò che si abbattessero tutte le ville entro un raggio di un miglio dalle mura della città.
Il 14 di ottobre il principe di Orange giunse sotto Firenze e pose il campo al Pian di Ripoli, ma poiché le artiglierie da lui chieste ai Senesi tardavano ad arrivare, egli non cominciò a bombardare le mura della città che nei primi di novembre. I Fiorentini avevano perciò avuto tutto  il tempo di rafforzare le loro fortificazioni, intorno alle quali avevano lavorato con tanta lena,  che quasi non temevano alcun assalto.

Avevano in armi tredicimila soldati, di cui settemila erano a Firenze, il resto di presidio a Prato, a Pistoia, ad Empoli, a Pisa, a Colle e a Montepulciano. Fra i capitani che godevano fama di prodi erano, oltre il Baglioni, Stefano Colonna, Pasquino, che aveva sotto di sé tremila Corsi, e un Napoleone Orsini, già abate di Farfa; ma il capitano che più d'ogni altro si rese utile a Firenze e rifulse per valore durante l'assedio fu FRANCESCO FERRUCCI.
Di antica ma povera famiglia, aveva appreso il mestiere delle armi sotto Anton Giacomino Tebaldacci e con le Bande Nere, in qualità di ufficiale pagatore, aveva partecipato all'assedio di Napoli. Nei primi di ottobre il Ferrucci fu mandato commissario a Prato con ottocento fanti. Egli non vi rimase che pochi giorni, ma in quel breve periodo seppe fare brava guardia, metter in efficienza le fortificazioni di quella città e con ardite sortite seppe molestare efficacemente il nemico e proteggere i convogli di viveri e munizioni che dal Mugello, dalle Romagne e dal Pistoiese rifornivano Firenze.
Da Prato il Ferrucci fu mandato commissario ad Empoli, una importantissima posizione che assicurava le comunicazioni tra Firenze e Pisa. Ad Empoli fece quel che aveva fatto a Prato e anche di più: munì solidamente il castello sì da renderlo quasi inespugnabile; ammassò vettovaglie, che servirono a rifornire la capitale della Toscana: si diede cura di tenere sgombre dal nemico le vie; riprese ai partigiani dei Medici Castelfiorentino; sbaragliò presso Montopoli una colonna imperiale comandata da Pirro da Stipicciano; col suo ardimento e con la sua instancabile attività risvegliò l'arnor patrio dei contadini del Valdarno e diventò l' idolo dei suoi soldati e il terrore dei nemici.

Degna di menzione, tra le prime imprese del Ferrucci, è la presa di San Miniato. Vi stavano di presidio duecento fanti spagnoli che molestavano il contado e rendevano difficili le comunicazioni di Firenze con Pisa. Fu incaricato di espugnare San Miniato Francesco Ferrucci, che andò ad assalire il presidio e le mura con sessanta cavalli e quattro compagnie di fanti. Fu il primo a scalar le mura e malgrado la guarnigione nemica opponesse energica resistenza, le superò, facendo strage dei difensori e traendo prigioniero il commissario spagnolo; poi lasciato a guardia di San Miniato il prode Goro da Montebenichi con centoventi uomini, fece ritorno ad Empoli.
Mentre il Ferrucci  serviva  così bene il suo paese, l'Orango si limitava a bombardare Firenze; ma il 10 novembre, vigila di San Martino, credendo di prendere alla sprovvista la città e approfittando di una forte pioggia, diede l'assalto a quel tratto di mura che vanno dalla porta S. Niccolò a quella di San Frediano. La sorpresa però mancò: le sentinelle facevano buona guardia; al loro allarme accorsero sollecite le milizie e dopo un accanito combattimento gli imperiali vennero respinti.

Risultato migliore ebbe una sortita dei Fiorentini operata un mese dopo da questo stesso lato della città che il principe aveva inutilmente assalito. La notte dell' 11 dicembre Stefano Colonna uscì con cinquecento fanti incamiciati ed andò ad assaltare arditamente gli accampamenti imperiali di Santa Margherita a Montici, tenuti da un altro Colonna, Sciarra. L'assalto fu possente e i nemici, colti di sorpresa, subirono delle gravissime perdite. Ad arginare i Fiorentini e a riordinare gli  imperiali che fuggivano accorsero con numerose milizie Filiberto d'Orange e Ferdinando Gonzaga, ma proprio in quel momento - seguendo il piano concepito da Stefano Colonna - uscirono da tre porte di Firenze tre altre schiere, che scompigliarono gli imperiali e li avrebbero cacciati dal loro campo se Malatesta Baglioni non avesse troppo presto fatto suonare la ritirata per non avere troppi danni agli uomini.

Tre giorni dopo questo combattimento cessava di vivere al campo imperiale quel Girolamo Morone che era stato fatto prigioniero dal marchese di Pescara e che poi si era dato tutto a Carlo V seguendo e consigliando il Borbone prima e il principe d'Orange poi. La morte del Morone, il quale era ciecamente ascoltato dall'Orange, produsse grande entusiasmo tra i Fiorentini, che intanto con i negoziati di Bologna - di cui altrove abbiamo già accennato - vedevano ad uno aduno tutti i loro alleati staccarsi e crescere invece i nemici diventati non più italiani ma tutti tedeschi e filoimperiali
Difatti sul finire di dicembre Carlo V, conclusa la pace con Venezia, ritirò tutte le sue truppe dall'Italia settentrionale e le inviò in Toscana contro Firenze.
Queste truppe - ventimila uomini circa tra Spagnoli e Tedeschi - che raddoppiarono di colpo l'esercito assediante, andarono ad accamparsi sulla destra dell'Arno che fino allora era stata preservata dai danni della guerra. All'arrivo dei queste nuove milizie i Fiorentini abbandonarono Prato e Pistoia, che furono occupate dagli Spagnoli. 
Le lontane fortezze di Pietrasanta e di Motrone aprirono spontaneamente le porte agli imperiali, di modo che, sul finire del 1529 l'autorità della repubblica di Firenze non era più riconosciuta che a Empoli, Volterra, Pisa, Livorno, Borgo San Sepolcro, Castrocaro e nella fortezza d'Arezzo.

Col 1529 terminava il comando di Ercole d'Este, il quale però non era mai andato a Firenze e solo per fare onore alla sua parola aveva mandato in Toscana, in aiuto dei Fiorentini il conte Rangoni con alcune compagnie. Allora i Dieci della guerra pensarono di nominare capitano generale MALATESTA BAGLIONI: il 26 gennaio del 1530  il gonfaloniere RAFFAELE GIROLAMI, successo a Francesco Carducci il 2 dicembre, consegnò al Baglioni lo stendardo della repubblica e il bastone del comando, esortandolo a versare il sangue per la difesa della libertà fiorentina e ricevendone il giuramento di fedeltà.

Mentre Malatesta Baglioni veniva eletto capitano generale, il Gran Consiglio della repubblica stabiliva di iniziare delle trattative con l' imperatore e mandava a Carlo V a Bologna ambasciatori perché chiedessero la pace. Firenze dichiarava di essere pronta a richiamare i Medici, ma poneva come condizione che venisse sgombrato il suo territorio dagli imperiali, che fosse conservata la libertà e, infine, che non si apportasse alcun mutamento alla costituzione. L' imperatore però si rifiutò di negoziare e mandò gli ambasciatori al Papa, il quale, sdegnato dall'ultima delle condizioni poste dai fiorentini, a metà di febbraio costrinse gli ambasciatori a lasciare Bologna.

Il fallimento dell'ambasceria e la collera del Pontefice non sgomentarono i Fiorentini. Il loro entusiasmo anzi veniva accresciuto dalle infuocate prediche dei seguaci del Savonarola, fra cui si distinguevano un frate BENEDETTO da FOIANO e un frate ZAVVARIA, i quali promettevano che Cristo, re di Firenze, difenderebbe la città e manderebbe, nel momento del pericolo, schiere di angeli a cacciare i nemici dalle sue mura.
Animati dai predicatori e dal desiderio di rompere il cerchio che ogni giorno maggiormente si stringeva intorno a loro, i Fiorentini facevano quotidianamente delle sortite. Con la maggior parte di esse, eseguite da piccole schiere, i capitani si prefiggevano lo scopo di tenere in esercizio le milizie; con altre, invece, eseguite di notte e qualche volta anche di giorno con forze considerevoli, i Fiorentini speravano di sbaragliare il nemico e costringerlo a levar l'assedio.

Una sortita dalla quale i cittadini si ripromettevano importanti risultati ebbe luogo il 21 di marzo. Scopo di quell'azione era di impadronirsi di un ridotto innalzato dall'Orange di faccia a porta Romana. Quattro schiere di mezzo migliaio di uomini ciascuna, uscite da varie porte della città dovevano impegnare il nemico per dar modo a una quinta schiera di assalire ed espugnare il ridotto. Sfortunatamente i Fiorentini furono traditi da un disertore; tuttavia, sebbene gli imperiali fossero preparati, l'assalto delle truppe della repubblica fu così efficace che il nemico subì gravissime perdite. Lo stesso tentativo fu rinnovato due giorni dopo ma con esito egualmente negativo. Miglior risultato ebbe invece il Ferrucci il quale, durante la Settimana Santa, riuscì a far penetrare in città cento buoi e molti sacchi di salnitro.

Un'altra sortita, voluta dai Dieci della guerra e diretta da MALATESTA BAGLIONI, ebbe luogo il 5 maggio. Quel giorno quasi metà delle milizie che erano dentro la città uscirono da porta Romana e da altre due porte vicine; i Fiorentini presero d'assalto il monastero di San Donato difeso dagli Spagnoli, posero in disordine l'esercito dell'Orange ed avrebbero costretto gli imperiali a levare l'assedio se fossero stati sostenuti dalle rimanenti forze che però il Baglíoni lasciò inoperose dentro Firenze.

Altra sortita degna di memoria fu quella eseguita la mattina del 10 giugno dalle milizie di STEFANO COLONNA, che si era proposto di assalire il campo dei Tedeschi alla destra dell'Arno. Dovevano coadiuvarlo nell' impresa il capitano Pasquino Corso, cui era stato ordinato di uscire da porta a Prato, e lo stesso Malatesta Baglioni, che dovevano impedire agli spagnoli di correre in soccorso dei tedeschi. Ma Pasquino non si mosse e il Baglioni invece di rincalzare il Colonna che, forzate le trincee, aveva assalito risolutamente i Tedeschi, mentre aspra ferveva la battaglia fece suonare a raccolta e Stefano Colonna dovette rientrare, riportando però un immenso bottino preso nel campo dei Tedeschi ai quali aveva anche inflitte perdite rilevanti.

Mentre i Fiorentini tentavano di stancare il nemico e di costringerlo ad allontanarsi dalle loro mura, la guerra si animava in tutto il territorio della repubblica. Nella Romagna toscana era commissario generale LORENZO CARNESECCHI, che risiedeva a Castrocaro. Sebbene a corto di quattrini, egli seppe mettere insieme un piccolo esercito e non solo riuscì a respingere le truppe papali, ma corse a devastare la Romagna pontificia costringendo il governatore a chiedergli un armistizio. 
Male invece andavano per la repubblica le operazioni militari in altre parti del suo stato: la fortezza di Arezzo infatti capitolava il 22 maggio e veniva spianata; e Borgo San Sepolcro si arrendeva agli Spagnoli il 23 giugno.

S. Miniato, nel febbraio era stata ripresa dagli Spagnoli e il 24 dello stesso mese i Volterrani, insofferenti del giogo di Firenze, aiutati dai fuorusciti fiorentini, si erano ribellati, avevano costretto la guarnigione repubblicana a ritirarsi nella fortezza e si erano dati al Papa, che aveva nominato commissario della città un Taddeo Guiducci, rinnegato fiorentino, parente del Ferrucci. Volterra era troppo importante come piazza militare per lasciarla in mano al nemico, dominando in certo qual modo il territorio di Pisa e di Siena; perciò i Dieci della guerra ordinarono al Ferrucci di soccorrere la cittadella, e di tentare di riconquistare la città.

Essendo l' impresa difficile, da Firenze furono mandate a Francesco Ferrucci cinque compagnie, comandate da Niccolò da Sassoferrato, dal Balordo, dallo Sprone, da Niccolò Strozzi e da Giovanni Scurcola. Con questi rinforzi si trovava ANDREA GIUGNI, destinato a succedere al Ferrucci come commissario a Empoli, il quale di lì a poco doveva tradire la patria e consegnare la città al nemico. Le compagnie, durante la marcia furono attaccate sulla Greve da truppe dell'Orange, ma si disimpegnarono brillantemente. Cadute in un'imboscata alla torre de' Frescobaldi, vi perdettero Niccolò da Sassoferrato ed erano ridotte a mal partito quando a soccorrerle venne il Ferrucci che con poi con esse rientrò ad Empoli.

Due giorni dopo, all'alba del 27 aprile del 1530, il Ferrucci, che era sotto nominato commissario generale di campagna delle genti de' Fiorentini, con quattro compagnie di cavalleria leggera e sette compagnie di fanti, comandate dai quattro capitani giunti da Firenze, dal corso Paolo, dal siciliano Tommè, da Goro da Montebenichi, da Amico d'Arsoli, da Jacopo Boschi, dal conte Gherardo della Gherardesca e dal moreano Musacchino, uscì da Empoli.

Allo Spedaletto si unì con Giovanni d'Appiano di Piombino che gli recava cinquecento fanti, poi continuò la marcia e al tramonto di quello stesso giorno giunse inatteso e inosservato nella fortezza di Volterra. Sebbene i suoi fossero stanchi dal lungo cammino, Francesco Ferrucci, dopo una breve sosta, ordinò che fosse assalita la città. Le milizie fiorentine, guidate personalmente dal Commissario Generale, diedero l'assalto al bastione e alle trincee che sbarravano la via della Firenzuola e dopo sanguinoso combattimento le espugnarono. Più aspra fu la battaglia che si impegnò nella piazza di S. Agostino; ma anche qui i Fiorentini, animati dall'esempio del Ferrucci che combatteva tra i primi come un semplice soldato, ebbero ragione dell'accanita resistenza dei Volterrani, conquistando la piazza, tre pezzi d'artiglieria e le case circostanti.

Essendo calata la notte e non potendo i Fiorentini più reggersi in piedi, stanchi com'erano per il viaggio e per la battaglia, questa fu sospesa e venne dato a Camillo d'Appiano l' incarico di vigilare ed opporsi ad una possibile controffensiva dei Volterrani, i quali però si impegnarono tutta  la notte per costruire nuove difese.
Spuntata l'alba del 28 aprile, il Ferrucci, mentre si preparava a ricominciare la battaglia, fece sapere che avrebbe messo a ferro e a fuoco Volterra se non fosse prontamente tornata all'obbedienza della repubblica di Firenze. I Volterrani, cui era caduta ogni baldanza per le gravi perdite subite e anche perché ad aiutarli non giungeva, come aveva promesso, Fabrizio Maramaldo, si arresero a discrezione e Francesco Ferrucci, divenuto padrone della città, si diede da fare per metterla in stato di difesa sapendo che contro Volterra avanzava un condottiero prode quanto feroce, il calabrese MARAMALDO, avido di sangue e di bottino.

FABRIZIO MARAMALDO - ASSEDIO DI VOLTERRA


Di Fabrizio Maramaldo abbiamo avuto occasione di parlarne più volte in questo periodo della nostra storia. 
""...Maramaldo - scrive Ettore Allodoli in un bel profilo del Ferrucci - si trova, prima, nelle guerre in Lombardia, di sette anni prima, al seguito del marchese di Pescara, e sempre dalla parte spagnola. Gli adulatori (che anch'egli ebbe i suoi) dicevano che gli era stato imposto il nome di Fabrizio, come destino e presagio di grandi cose in guerra. Aveva ucciso, questo soldataccio, che si dava arie di nobile napoletano, una sua giovane moglie, sotto pretesto di gelosia, in realtà per sbarazzarsi di codesta povera vittima: si era dimostrato in guerra feroce predatore e non altro: piaggiatore strisciante dei potenti per averne protezione: sappiamo che una volta, Federigo Gonzaga, capitano generale della Chiesa ordinò al Guicciardini, governatore di Parma, che lasciasse liberi alcuni manigoldi soldati di Fabrizio, i quali per le loro violenze sulle pacifiche popolazioni dovevano subire il castigo, decretato dall' inflessibile storico e diplomatico. (Ma il Cuicciardini aveva tenuto duro). Quando non era in armi, allora faceva l'elegante cavaliere: e la sua boria spagnolesca piaceva alle donne.

A Milano, nel '23, la bella Clarice, amante del vecchio Prospero Colonna, lo guardava con molta benevolenza. Il Colonna che aveva ordine di procedere contro questo ribaldo perpetuo fuorigiudicato dall'imperatore, un vero pregiudicato dunque, forse non lo fece per riguardo al Gonzaga, che copriva con l'autorità sua il masnadiero; o piuttosto questi si ritirò a Mantova, lungi dalle grinfie del Colonna, con molta accortezza. E a Mantova ne fece un'altra delle sue: ammazzò un conte, il Cerreti, seguace di Prospero, in un duello clamoroso di cui parlarono molto gli ambienti militari, mondani e aristocratici di Lombardia, soprattutto perché nel duello era morto il cavallo su cui montava Fabrizio, cavallo meraviglioso e unico, proprietà del marchese Gonzaga. Anche Fabrizio ebbe due ferite ma lievi: una nel braccio e una nella schiena, e c' è veramente da rammaricarsi che la mano del povero conte non sia stata più ferma e più salda, perché avrebbe tirata fuori dalla storia d'Italia l'estrema infamia di Gavinana.

"Il Maramaldo o Maramaus , come anche lo chiamavano, pur dopo questo fatto continuò a godere di benevolenza nella core gonzaghesca; fu poi al servizio di Venezia per qualche tempo: vago com'era di feste, di giuochi, di mangiar ostriche e di bere il gileppo: di assumere tono di disprezzo contro i borghesi e i civili, contro i funzionari veneti taccagni e gretti: era sempre in spasmodica ricerca di denaro...".
"... Sebbene poco famigliare con la ortografia e soltanto forte nel suo rozzo dialetto meridionale, cercava, scrivendo al Gonzaga, di parlare di cose politiche e diplomatiche; una volta ebbe il coraggio, a Trezzo, di ingiuriare nientemeno che Giovanni de' Medici, delle Bande Nere; la sua mentalità goffa e boriosa di nobile provinciale, un po' cafonesca, largo spendaccione, provava antipatia per quel fiorentino semplice e schietto che era quel gran principe della guerra. 
A Venezia non parve vero di liberarsi di codesto capitano, una volta che fu passato il pericolo francese; e il Maramaldo, che pur faceva maneggi per la revoca del bando di cui era oppresso per l'uccisione della moglie, girovagò, disperato, qua e là, fino a riprendere nel '26 il suo posto in Piemonte e in Lombardia contro i francesi:  poi si trovò a suo agio, quando sguazzando nel sacco di Roma, riuscì a rubare, a violentare ad ammazzare quanto volle...".

"...Era ricco allorché si trovava a Napoli, assediata dal Lautrec; e tutte le cose poi gli andarono bene: la revoca del bando, nonostante che i parenti della moglie uccisa volessero fargli del male, la sconfitta del Lautrec, l'assedio e il sacco di Capua dove fu gran parte lui il capo dei briganti razziatori...".

".... E nel suo animo impulsivo, anche ora che si sentiva quasi un uomo arrivato, conservava la più viscida ma anche sincera affezione per il Gonzaga. Il suo Regno però era ormai dopo la guerra del Lautrec in così disastrose condizioni di miseria, ed un limone ormai spremuto, che una provvidenza fu per lui l'impresa di Firenze decisa dagli imperiali nell'estate del '29, e alla quale egli si accodò, all'inizio senza essere stato chiamato, ma di sua iniziativa.
Quest'uomo doveva venir ora aVolterra a fronte a fronte con Ferruccio,  due figure, due anime totalmente diverse; un abisso c'era tra loro: tra il pomposo mercenario e il modesto cittadino guerriero, tra il soldataccio di ventura scansato dagli stessi padroni come bestia feroce, e il milite onesto della santa libertà della patria.
Il Maramaldo, che forse voleva tentare la conquista di Pisa, pochi giorni dopo la capitolazione di Volterra, si avviò verso questa città, fermandosi a Villamagna, che ne distava quattro miglia e mandò non un ambasciatore ma un messo-trombetta al Ferrucci per chiedergli ironicamente la resa della terra che stava difendendo con  sprezzo del pericolo.
 Alla impudente e strafottente invio e richiesta del nemico il Commissario generale rispose rimandandogli il messo-trombetta e che se ritornava a farsi vedere  lo avrebbe impiccato. 
Ma il messo, che aveva anche l' incarico di sobillare i Volterrani, ritornò e il Ferrucci mantenne la parola. Dall'impiccagione di quel trombetta sogliono gli storici fare nascere quell'odio implacabile del Maramaldo che soltanto a Gavinana, con una delle più grandi viltà che la storia ricordi, doveva aver termine.
Fabrizio Maramaldo, trasferito il suo campo a S. Giusto, cominciò a scavare un profondo fossato per giungere sotto le mura di Volterra, ma non riuscì a compiere i lavori per un violento attacco sferrato da Goro da Montebenichi, che in quell'azione ricevette un colpo di picca nel petto. Risultato meno felice per i Fiorentini ebbe di lì a poco Camillo d'Appiano, nel tentativo di sloggiare due compagnie nemiche dal convento di S. Andrea  mentre si ritirava dopo un vano attacco, fu ferito in una coscia da un colpo di archibugio e pochi giorni dopo mori..."".

Mentre il Maramaldo teneva assediata Volterra, il Principe d'Orange mandava Diego Sarmiento e il marchese del Vasto con un corpo di fanti e di cavalleria leggiera ad assediare Empoli. Il 24 di maggio le batterie spagnole cominciarono a sbriciolare le mura difensive e il 28 gli imperiali sferrarono un assalto rabbioso, che però, dopo parecchie ore, fu completamente respinto.
Empoli avrebbe senza dubbio continuato a resistere se colui che ne era commissario non avesse avuto l'anima del traditore. Vinto dall'oro imperiale, ANDREA GIUGNI, nella notte che seguì alla sanguinosa giornata del 28, pattuì col nemico la capitolazione di Empoli. Il 29, aprì le porte agli assedianti, i quali, venendo meno ai patti, non solo saccheggiarono i magazzini che il Ferrucci con tanta cura aveva riempiti, ma misero a sacco l'intera città.

Presa e saccheggiata Empoli, Diego Sarmiento e il marchese del Vasto raggiunsero il Maramaldo sotto Volterra e andarono ad accamparsi davanti alla porta Fiorentina. Il giorno dopo, il 12 giugno, il Ferrucci ordinò a tre dei suoi capitani, Francesco della Brocca, Paolo Corso e Goro da Montebenichi, di assalire con una improvvisa sortita i nuovi venuti, ma l' impresa, per il sollecito accorrere di Maramaldo, fallì e in quella infelice azione trovò la morte il prode Francesco della Brocca.

Il 13 giugno gl'imperiali, resi baldanzosi da quel primo successo, diedero con tutti le loro forze l'assalto alla città, le cui mura, della parte di S. Lino, vennero sbrecciati dalle artiglierie del marchese del Vasto. La battaglia cominciata prima dell'alba, durò fino al tramonto con furioso accanimento da ambo le parti; Goro da Montebenichi fu colpito da un'archibugiata; lo stesso Ferruccio venne ferito al ginocchio e a una gamba, ma continuò a dirigere la difesa e riuscì a ributtare il nemico che lasciò sul campo mezzo migliaio circa di morti.
Una settimana dopo gli imperiali tentarono una seconda volta di prender d'assalto Volterra. L'attacco, preceduto da violenti tiri d'artiglierie, venne sferrato il 21 giugno da due punti diversi: il marchese del Vasto coi suoi Spagnoli assalì dal convento di S. Andrea, Fabrizio Maramaldo dalla Porta S. Francesco e dalla Porta Fiorentina; ma non riuscirono neppure questa volta ad avere ragione degli assediati, i quali fecero una meravigliosa resistenza, animati dal Ferrucci, che, sebbene travagliato dalla febbre e dolorante per le ferite recenti, percorreva in seggiola le trincee dirigendo la battaglia.

Finalmente gli imperiali si ritirarono e la sera stessa il marchese del Vasto partì alla volta di Firenze. Qualche giorno dopo l'assedio fu levato e il Maramaldo volgeva pieno di rabbia le spalle alla città che egli aveva sperato di espugnare e mettere a sacco; ma non tornava, come il marchese del Vasto, a Firenze, si tratteneva tra Pisa e Livorno, aspettando forse una occasione propizia per vendicarsi dei dileggi di cui, durante l'assedio, l'avevano ricoperto i Fiorentini e per dare una dura lezione a quell'improvvisato condottiero, il Ferrucci, che l'aveva costretto a ritirarsi vergognosamente.


FIRENZE EROICA -  DA VOLTERRA A GAVINANA

Firenze intanto versava in tristissime condizioni per la difficoltà dei rifornimenti: alcuni casi di peste si erano verificati in parecchi punti della città e la fame infieriva. Uno staio di frumento costava tre lire e quindici soldi; una libbra di formaggio due lire e diciotto soldi, una papera quattordici lire, un cappone venticinque, una libbra di lardo due lire e dieci soldi, una zucca una lira e quindici soldi, un fiasco di vino due lire, uno d'olio un ducato, un gatto quaranta soldi, un topo tredici; carne di cavallo o d'asino non se ne trovava più ed anche gli altri generi non era facile trovarli. Malgrado ciò, i Fiorentini tenevano duro e nessuno voleva sentir palare di resa. Tutti erano animati dal più grande entusiasmo; tutti erano pronti per la libertà della patria; tutti desideravano che si facesse una vigorosa sortita, "chè -si diceva- era meglio morir di ferro che di peste e di fame".

Ma non pensava così MALATESTA BAGLIONI. A lui non importava nulla che Firenze uscisse vittoriosa dalla grande prova. Dominato da sentimenti di egoismo, desiderava  far cosa grata a CLEMENTE VII per ottenere la restituzione di Perugia e perciò voleva ridurre i Fiorentini a tali strettezze da costringerli di incaricarlo a trattare col Pontefice: cioè prima di pensare agli interessi di Firenze, stava pensando ai suoi.

Qualche sospetto quell'agire del Baglioni lo aveva pur destato nell'animo dei Fiorentini, ma erano nell'impossibilità di disfarsi del loro capitan generale. Soltanto FRANCESCO FERRUCCI poteva salvarli, e in lui fecero convergere tutte le loro speranze. Occorreva che il Ferrucci con un buon bruppo di milizie si avvicinasse a Firenze e penetrasse in città per tenere testa al Baglioni o assalisse il campo nemico tentando -con uno sforzo supremo tale da rompere l'assedio.
"" ....I Fiorentini -scriveva l'ambasciatore veneto Carlo Capello in data 14 luglio 1530- hanno deliberato senza indugio che il Ferrucci si mostri davanti Firenze  e di uscire dalla città con tutta la gente da guerra e con quelli della milizia cittadina, e combattere, e così vincere, ovvero insieme con la vita perdere il tutto, avendo determinato che quelli che resteranno alla custodia delle porte e dei ripari, se per caso avverso la gente della città fosse rotta, abbiano con le mani loro subito ad uccidere le donne ed i figliuoli e por fuoco alle case e poi uscire alla istessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che siano d' immortale esempio a coloro che sono nati e desiderano di vivere liberamente...""

I Dieci della guerra, avendo saputo che gli imperiali avevano levato l'assedio a Volterra, scrissero a Francesco Ferrucci di vettovagliare e munire la fortezza, di raccogliere tutte le forze fiorentine sparse nel territorio della repubblica e, ingrossato così il suo esercito, di assalire il principe di Orange e tentar di romperlo o di vettovagliare Firenze. In pari tempo venivano mandati a Volterra due nuovi commissari, Giambattista Gondi e Marco Strozzi, e al Ferrucci si tornava a conferire la carica di Commissario generale di campagna con autorità pari a quella della stessa Signoria, potendo egli, nell' interesse della patria, stipulare accordi, donare paesi, promettere denari e fare insomma tutto quel che credesse utile al buon andamento della guerra.

Lo storico Jacopo Nardi attribuisce al Ferrucci un audacissimo piano: egli avrebbe voluto condurre le sue genti a Roma, rimasta senza difesa, penetrarvi di sorpresa e far prigioniero il Pontefice, o per lo meno minacciare la città eterna e costringere Clemente VII a far la pace o a richiamare da Firenze il principe d'Orange. Quanta ci fosse di vero in questo piano riferito dal Nardi non sappiamo dire. Certo il Ferrucci era uomo da concepire impresa così arrischiata, ma non da contravvenire agli ordini precisi della repubblica, la quale non poteva pensare o permettere che le ultime sue forze fossero impiegate in un'impresa così lontana ed ardita.

E il Ferrucci obbedì. Diede ordine al CONTE della GHERARDARSCA di rientrare con le sue milizie a Volterra, lasciò in questa città sette delle venti compagnie di cui disponeva e con le rimanenti tredici, che sommavano in tutto a circa mille e cinquecento uomini, la notte del 15 luglio partì. Scese la Cécina e per Vado e Rosignano giunse a Livorno senza lasciarsi ritardare da alcune bande del Maramaldo che lo stavano a spiare e tentavano di chiudergli la via. Il 18 luglio era a Pisa, dove lo attendeva Giampaolo Orsini, figlio di Renzo di Ceri, al servizio della repubblica, con un buon drappello di soldati.
Per dar le paghe ai suoi uomini, il Commissario generale dovette imporre contribuzioni; quindi si diede ad allestire il suo piccolo esercito di armi e munizioni e a radunare guastatori, contadini e marraioli, mentre con intransigente energia sedava un tumulto di Corsi che reclamavano le paghe.
Di più avrebbe fatto se le ferite di Volterra, i disagi e le fatiche delle battaglie e delle marce e l'aria malsana non gli avessero regalata una violentissima febbre che gli tenne compagnia per tredici giorni. E intanto i Dieci, impazienti, volevano che partisse e, sapendolo ammalato, gli ordinavano, nel caso che non potesse muoversi, di mettere a capo dell' impresa stabilita Giambattista Corsini.
Quando gli giunse quest'ordine, il Ferrucci era ancora infermo. Egli lesse la lettera dei Dieci senza batter ciglio, la ripiegò con calma, poi rimase un istante pensieroso; infine, rivoltosi agli astanti, disse: andiamo a morire!

Lasciato a Pisa il commissario Pier Edoardo Giachinotti col Musacchino e con Michele da Montopoli, la sera del 31 luglio Francesco Ferrucci si pose in cammino. Conduceva con sé tremila fanti e da quattro a cinquecento cavalli. Tra i suoi capitani -erano il fido Goro da Montebenichi, Bernardo Strozzi detto il Cattivanza, Niccolò Masi, ,Giampaolo Orsini e Amico d'Arsoli.
Attraverso il territorio di Lucca, neutrale ma non amica, il piccolo esercito giunse, sul far della sera del 1° agosto, a Collodi. Il Ferruccio mandò a chiedere alla vicina Pescia il ibero passaggio e vettovaglie. Avendo ricevuto un rifiuto si rimise in marcia ed andò ad alloggiare a Medicina in cui dominava la fazione dei Cancellieri, amici di Firenze perché nemici delle fazione dei Panciatichi, i quali tenevano per il Papa e per la Spagna.
Prima dell'alba l'esercito si rimetteva in cammino e la sera giungeva a Calamecca appartenente anch'essa ai Cancellieri. Di là il Ferrucci scriveva ai Dieci: «Siamo alli due di agosto e ci troviamo a Calamecca: intendiamo Fabrizio che marcia alla volta di costà. Domattina, piacendo a Dio, marceremo alla volta di Montale, e ci bisognerà, a voler pascer la gente, sforzare qualche luogo, perché non ci troviamo corrispondenza di vettovaglia ».

Aveva ricevuto ordine dalla repubblica di raccogliere tutte le forze dei Cancellieri; rafforzato così il suo esercito egli avrebbe tentato di impadronirsi di Pistoia, da cui intendeva fare l'ultimo balzo verso Firenze. Ma era destino che le cose non andassero così: le sue schiere mancavano di viveri ed era necessario - lo aveva scritto lui stesso - forzare qualche luogo per procurarsene. Lì vicino c'era S. Marcello, terra dei Panciatichi; quale occasione migliore per trovare qui vitto alle truppe e far le vendette dei Cancellieri ?

Molti di questi, tra i quali un Melocchi, un Pazzaglia e un Belli, indussero il Ferrucci a piombare sopra S. Marcello. E così fu. La mattina del 3 agosto, protetto da una fitta nebbia, Francesco Ferrucci giunse a S. Marcello. I poveri abitanti, ignari del pericolo, non fecero a tempo a chiudere le porte: i Cancellieri e parte delle truppe ferrucciane penetrarono come belve nella terra e si diedero a saccheggiare, ad ammazzare e a incendiare.
Il colpo di mano su S. Marcello fu fatale al Ferrucci, che vi perse tempo prezioso. Per giunta cadde un violento acquazzone che inzuppò i soldati e lo costrinse a differire di alcune ore la partenza per Gavinana, che egli voleva occupare prima di marciare su Pistoia. Se da Calamecca fosse andato direttamente a Gavinana egli avrebbe avuto il tempo di rafforzarsi e di resistere, forse con successo, ai molti nemici che ormai l'accerchiavano: dalla sinistra Maramaldo, che lo aveva sempre seguito non osando assalirlo; mentre dalla destra Alessandro Vitelli con un forte gruppo di Spagnuoli; e alle spalle Niccolò Bracciolini con un migliaio di Panciatichi; di fronte il principe d'Orange.

Anche il generalissimo degli Imperiali c'era. Si dice che il Baglioni lo avesse informato del piano del Ferrucci, e gli aveva promesso di non attaccare il campo per dare a lui la soddisfazione di muovere contro il commissario generale. Infatti il principe d'Orange, affidato il comando delle truppe assedianti al Gonzaga e preso con sé circa diecimila uomini, era partito il 1° agosto e il 3 era giunto ai Lagoni, dove, saputo dell'avvicinarsi del Ferrucci, aveva deciso di impedirgli di entrare a Gavinana e, lasciato alla Forra un raggruppamento di Lanzichenecchi, si era messo in cammino attraverso il bosco delle Vergini.

Il Ferrucci, rifocillatosi in una località che, a ricordo, porta il none di Campo di Ferro e arringate le sue truppe, marciò risoluto verso Gavinana. A mezza costa gli giunsero all'orecchio un clamore di trombe, i rintocchi delle campane e la notizia che davanti gli stava l'Orange. Allora comprese di essere stato tradito ed esclamò ad alta voce: Ahi traditor Malatesta!

Fatta una breve sosta, spronò il cavallo bianco e con la spada snudata si pose in testa alla prima schiera composta di quattordici compagnie. Di retroguardia stavano altrettante compagnie di fanti comandate da Giampaolo Orsini; al centro della colonna erano i bagagli e quattro squadroni di cavalli guidati da Amico d'Arsoli, Niccolò Masi. Carlo di Castro e Carlo di Civitella.

Poco dopo, sotto le mura di Gavinana, la fanteria del Ferrucci veniva a contatto con la cavalleria del principe d'Orange e si accendeva una mischia furiosa, ma breve dal momento che i cavalli imperiali, venuti a contatto furono spaventati dai lanciafiamme dei Fiorentini, e arretrarono in disordine. La via era aperta e il Commissario generale entrò a Gavinana dalla porta Papinia; ma nello stesso tempo dal lato di porta Peciana, volta a nord, dov'era giunto con abile e fulminea mossa, praticata una breccia nelle mura, entrava nel borgo Fabrizio, il Maramaldo.

La battaglia terribile fu ingaggiata nella piazza del paese, e nelle strette vie del paese risuonarono sinistramente grida di guerra, squilli di tromba, il cozzo disperato delle armi. Il Commissario, confuso tra i suoi, combatteva come un semplice soldato, eroicamente, esortando nello stesso tempo i suoi fanti a respingere il nemico. Il quale, dopo una lotta più che feroce, venne finalmente ricacciato fuori.

Mentre a Gavinana il Ferrucci e il Maramaldo si affrontavano uno di fronte all'altro, il principe d'Orange tentava di riordinare e rimandare all'attacco la sua cavalleria. Spintosi troppo oltre, l'irruente principe si trovò improvvisamente a faccia a faccia con Niccolò Masi. Tra i due ci fu uno scambio di colpi vigorosi, e di sorpresa due palle d'archibugio del fiorentino colpirono una al petto e una al collo il principe d'Orange facendolo cadere al suolo morto.

La morte dell'Orange portò lo scompiglio tra gli Spagnoli di Antonio da Herrera e di Rossale, che si diedero alla fuga. Qualcuno di essi non si fermò che a Pistoia e vi portò la notizia della fine del principe e della vittoria dei Fiorentini.

Ma vittoria non era: si combatteva ancora e più ferocemente di prima e purtroppo con la peggio dei ferrucciani. Giampaolo Orsini era stato assalito dalle truppe di Alessandro Vitelli; la retroguardia da lui comandata era stata scompigliata, i bagagli erano caduti in mano al nemico e l'Orsini a stento, dopo molte prove di valore, era riuscito solo a piedi a raggiungere Gavinana e a congiungersi con il Ferrucci.
Nel frattempo il Maramaldo tornava all'attacco con maggior furia e dietro di lui venivano i lanzichenecchi imperiali lasciati di riserva nella Forra Armata, freschi e desiderosi di vendicare il principe, dando addosso alla esigua schiera fiorentina che si difendeva accanitamente.

Fu un momento epico: il Ferrucci, riuniti intorno a sé tutti i suoi ufficiali, si scagliò insieme  furibondo nella mischia. Giampaolo Orsini, che gli stava accanto, vedendo che il numero dei nemici cresceva sempre più e non c'era oramai più speranza di vittoria, voltosi al Ferrucci gli disse: «Signor commissario, non ci volemo arrendere? »- « No !» - rispose fieramente Francesco Ferrucci, e si mise a menare colpi addosso ad una fitta schiera di nemici che avanzavano. Vedendolo in pericolo, Goro da Montebenichi gli si mise davanti per fargli scudo della sua persona, ma il Commissario, sgridatolo, lo rimandò indietro e si lanciò dove più aspra fremeva la mischia, trascinando col suo esempio tutti gli ufficiali.
Il nemico fu respinto, incalzato sempre dal Ferrucci, il quale, combattendo, seguì gli imperiali fuori le mura. Ma l'eroismo di quel pugno di valorosi non poteva mutare le sorti della battaglia: Gavinana era invasa dagli imperiali, che vi entravano da tutte le porte, e fuori era enorme  il numero dei nemici pronti ad entrare.

Sebbene fosse circondato da una muraglia di picche, di spade, di alabarde e di mazze e fosse stanco per la lunga lotta sostenuta e ferito in molte parti del corpo, Francesco Ferrucci con Giampaolo Orsini continuò a difendersi come un leone e alla fine riuscì ad aprirsi un varco e a rifugiarsi in una vicina casupola. Ma qui lo segui, bramosa della taglia vistosa posta sul capo del Commissario, la turba inferocita dei nemici, e fra questi purtroppo in maggior numero erano gli Italiani,  la quale non stentò a impadronirsi dell'eroe che ormai non aveva più la forza di difendersi.

Portato nella piazza di Gavinana, il prigioniero, quasi morente, venne disarmato e gettato sul ballatoio di una casa dove, avido di sangue, aspettava Fabrizio Maramaldo. Questi appena vide ai suoi piedi il Ferruccio urlò: ammazzate lo poltrone per l'anima del tamburino qual impiccò a Volterra. A quelle parole l'eroe, tentando di rizzarsi, pronunciò la frase famosa che suonò come una scudisciata in faccia al ribaldo capitano di ventura: "vile, tu ammazzerai un morto"
Allora il Ferrucci fu finito. Forse fu il capitano spagnolo Garaus a dare il primo il colpo per vendetta dell'Orange, ma è certo che il colpo mortale fu quello vibratogli dal Maramaldo con un pugnale, non si sa bene se al petto o alla gola.

Della salma dell'eroe non si seppe più nulla; abbandonata fra le altre di amici e nemici forse, più tardi, dopo il saccheggio della terra, con cui si chiuse quella giornata del 3 agosto del 1530, fu sepolta lungo la grondaia della Chiesa di Gavinana. Quella del1'Orange, invece, fu, il giorno dopo, imbalsamata e portata con grande accompagnamento a Pistoia e poi alla Certosa di Firenze, donde venne spedita in Borgogna a Lons-le Saunier.

Col Ferrucci perirono altri prodi: Paolo Corso, il Capitanino da Montebuoni, Alfonso da Stipicciano, il conte di Civitella; e non si contano i numerosi ed oscuri soldati che avevano amato e ciecamente seguito il loro duce e diedero quel giorno la vita generosa per la difesa della patria. Giuliano Frescobaldi, l'ufficiale più caro al Ferrucci, morì a Prato di ferite, dicendosi lieto di aver dato il suo sangue per la difesa della libertà.

Amico d'Arsoli venne fatto prigioniero e un suo mortale nemico, Marzio Colonna, lo acquistò per seicento ducati per ammazzarlo di sua mano. Ma un Giovanni Cellesi, che acquistò per mille scudi Bernardo Strozzi per sfogare sopra di lui la sua vendetta, ebbe pietà del prigioniero e, condottolo a casa, lo curò poi come fratello. Anche Giampaolo Orsini cadde nelle mani degli imperiali, ma pagò più tardi il prezzo del riscatto e riacquistò la libertà.

CAPITOLAZIONE DI FIRENZE

Grande fu la costernazione di Firenze quando giunse la notizia della sconfitta di Gavinana e della morte di Francesco Ferrucci. Molti cittadini dicevano che ormai non c'era più speranza di salvezza; i vili, gli egoisti, e tutti coloro che segretamente parteggiavano per i Medici affermavano che non restava altro soluzione che  chiedere la pace. Ma il gonfaloniere e la signoria dicevano che tutto non era perduto, che si poteva tentare una sortita generale ed avere ragione dei nemici assalendoli separatamente nei vari accampamenti, i quali, per la piena dell'Arno, non potevano più comunicare fra loro.

MALATESTA BAGLIONI non era, naturalmente, tra i sostenitori della resistenza. Invitato dalla Signoria a dare battaglia, espose i pericoli ai quali la città sarebbe andata incontro se si continuava la lotta e -come scrive il Varchi- disse che «per non intervenire colla sua persona alla desolazione di così nobile e ricca e tanto da lui amata città » chiedeva il congedo.

I Dieci della guerra furono convinti di poterlo prendere in parola e glie lo accordarono l' 8 agosto; ma il Baglioni, che non lo aveva chiesto sul serio, quando si vide davanti ANDREOLO NICCOLI, che gli si presentava con il congedo della Signoria, sorpreso e insieme sdegnato, non volle accettarlo e colpì a pugnalate il malcapitato ambasciatore.

Oramai Malatesta Baglioni si era tolta la maschera: avendo saputo che la Signoria chiamava contro di lui i cittadini alle armi, introdusse dentro il bastione, Pirro di Stipicciano, capitano di ventura, con una schiera di imperiali; questi disarmata la guardia di Porta Romana, puntarono le artiglierie contro la città.

Se i cittadini fossero stati tutti compatti, Firenze avrebbe potuto ancora tener testa al Baglioni e ai nemici di fuori; ma gli animi erano divisi e, per di più, delle sedici compagnie di milizia urbana solo otto risposero all'appello del gonfaloniere. Inoltre quattrocento giovani, tra i quali erano i figli e i generi di Niccolò Capponi, si schierarono armati nella piazza di Santo Spirito per sostenere il Baglioni e di là si recarono agitandosi sotto il Palazzo, costringendo la Signoria a rilasciare tutti i sostenitori dei Medici che teneva in custodia.

Di fronte al pericolo della guerra civile, la Signoria cedette; ridiede il bastone del comando a Malatesta ed incaricò Baldo Altoviti, Jacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari di recarsi da Ferdinando Gonzaga per stabilire i patti della resa. Questi furono firmati il 12 agosto a Santa Margherita a Montici: CARLO V avrebbe stabilito entro quattro mesi la forma di governo da darsi alla città, che doveva però conservare la libertà; Firenze avrebbe pagato all'esercito imperiale cinquantamila scudi in contanti e trentamila in cambiali, dando a garanzia di queste ultime cinquanta ostaggi nelle mani del Gonzaga; Pisa, Volterra e Livorno sarebbero state consegnate a Baccio Valori, commissario pontificio della Toscana; infine Clemente VII e Carlo V accordavano l'impunità a tutti i loro sudditi che avevano preso le armi contro l' Impero e la Chiesa e a tutti i Fiorentini che avevano osteggiato i Medici.

In conseguenza di questo trattato i partigiani dei Medici riantrarono in città; BACCIO VALORI, il 20 agosto fece occupare la piazza della Signoria da quattro compagnie di soldati e chiamò il popolo a parlamento. Solo poche centinaia di persone, notoriamente sostenitori del partito mediceo, si permise di intervenire, e quel giorno, al grido di Palle ! Palle !  (l motto dei Medici) fu decisa la nomina di una balia, la quale depose i Priori, i Dieci della guerra e gli Otto della guardia e disarmò i cittadini.

La libertà di Firenze era finita per sempre, dopo una memorabile difesa, ch'era stata l'ultimo sforzo dell' Italia prima di adagiarsi nella servitù.

(CADUTA DI FIRENZE NEL SUCCESSIVO RIASS. CARLO V - 1530-1538)

Terminato questo triste periodo vissuto da Firenze, CARLO V in Italia é lui a decidere 
le sorti non solo degli stati italiani ma anche dell'intera Europa.
   
è il periodo che va dal  1530 al 1538 > > >


( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - 
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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