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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI dal 1530 al 1538 

CARLO V - LA CADUTA DI FIRENZE - LA TREGUA DI NIZZA

CARLO V E LA LEGA SMALCALDA - FRANCESCO I E CLEMENTE VII - SECONDO CONVEGNO DI BOLOGNA - CATERINA DE' MEDICI E MATRIMONIO CON ENRICO D'ORLÉANS - MORTE DI CLEMENTE VII ED ELEZIONE DI PAOLO III - I BARBARESCHI SULLE COSTE ITALIANE - KAIR ED-DIN BARBAROSSA - SPEDIZIONE DI CARLO V CONTRO TUNISI - TRIONFALI ACCOGLIENZE ALL'IMPERATORE IN ITALIA - MORTE DI FRANCESCO SFORZA - FRANCESCO I INVADE IL PIEMONTE - TRATTATIVE FRA L' IMPERATORE E IL RE DI FRANCIA - CARLO V A ROMA: INVETTIVA CONTRO FRANCESCO I - SPEDIZIONE IMPERIALE NELLA PROVENZA - TENTATIVO FRANCESE SU GENOVA - FIRENZE DOPO L'ASSEDIO - GOVERNO DI ALESSANDRO DE' MEDICI - TENTATIVI DEI FUORUSCITI DI RIENTRARE IN FIRENZE - LORENZINO DE' MEDICI AMMAZZA ALESSANDRO - COSIMO DE' MEDICI ELETTO DUCA DI TOSCANA - ROTTA DI MONTEMURLO E SUICIDIO DI FILIPPO STROZZI - ALLEANZA FRANCO TURCA - TREGUA DI MONZONE - ASSEDIO DI CORFÙ - LEGA CRISTIANA CONTRO I TURCHI -TREGUA DI NIZZA

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ULTIMI ANNI DI CLEMENTE VII


CARLO V si era, come abbiamo letto nel precedente riassunto, allontanato dall'Italia dopo l'incoronazione avvenuta a Bologna ed era andato ad Augusta per assistere alla dieta da lui convocata per dar pace alla Germania. Ad Augusta però l'accordo con i protestanti, che era lo scopo della dieta, non fu possibile raggiungerlo e alcuni mesi dopo, il 19 novembre del 1530, l' imperatore emise contro di loro un decreto, che ebbe l'effetto di fare unire i principi protestanti nella LEGA SMALCALDA , alla quale aderì (inorridendo mezza Europa) anche il re di Francia.

Dalla situazione germanica piuttosto critica cercò di trarre anche profitto SOLIMANO che con un esercito di  duecentocinquantamila uomini invase l' Ungheria. Sperava che l'impero, dilaniato dalle discordie politico-religiose, non avrebbe potuto opporgli valida resistenza; invece Carlo V, sotto la minaccia turca, venne ad accordi con i protestanti, con i quali stipulò, nel giugno del 1532, la tregua di Norimberga, e così riuscì a mettere su un poderoso esercito. Solimano, di fronte ai preparativi di guerra dell'imperatore e sbigottito dall'attività di ANDREA DORIA, il quale aveva distrutte numerose navi turche, aveva occupato Corone e Patrasso e si era spinto fino all' imboccatura dei Dardanelli, si ritirò.

Mentre Carlo V era occupato con i protestanti e nei preparativi contro i Turchi, Francesco I si adoperava ad uscire dall'isolamento in cui la pace di Cambrai lo aveva messo e desideroso di riconquistare le regioni d'Italia che aveva perdute, negoziava (mentre agiva anche con i protestanti) abilmente con il Pontefice per mezzo del duca d'Albania e del cardinale di Grammont e gli proponeva un matrimonio tra il proprio secondogenito ENRICO d'ORLEANS e CATERINA de' MEDICI, nipote di Clemente VII, il quale, dopo avere scaltramente temporeggiato un po', il 9 giugno del 1531 acconsentiva (non resistette all'ambizione di sposare sua nipote al figlio del re di Francia - Caterina sarà infatti futura reggente, e la pia regina di Francia che ordinerà poi nel 1572 la strage degli Ugonotti).

CARLO V, cui non erano rimaste occulte le trattative tra il Papa e il re di Francia, appena la situazione in Germania, dopo la tregua di Norimberga, lo permise, animato dal proposito di rompere l'amicizia stabilitasi tra Francesco I e Clemente VII, invitò quest'ultimo ad un convegno. 
A Bologna, dove l'incontro ebbe luogo il 13 dicembre del 1532, l' imperatore propose al Pontefice di unire in matrimonio sua nipote Caterina con il duca dì Milano, ma il Papa non accettò la proposta di Carlo V. Questi allora ne avanzò una altra: gli propose cioè una lega dei vari stati della penisola allo scopo di difendere l'Italia dalle aggressioni degli stranieri (lui non si considerava tale), specie dei Turchi. Nello stesso tempo gli chiese che convocasse un concilio generale; concilio che il Pontefice aveva promesso nel primo congresso di Bologna e che era necessario per pacificare la Germania.

La proposta della lega fu da Clemente VII accolta di buon grado perché non danneggiava gli interessi della Santa Sede; ma identica accoglienza non trovò la richiesta della convocazione del concilio perché il Papa non solo temeva di procurare ai suoi avversari un'arma che poteva essere adoperata ai suoi danni, ma credeva anche che un concilio non poteva ridare la pace al mondo cristiano ora che la riforma luterana aveva messo salde radici.
Su questo argomento, lunghe furono le discussioni tra Carlo V e Clemente VII; quest'ultimo alla fine dovette piegarsi e in un accordo segreto - consacrato in una bolla del 24 febbraio 1533 - promise la convocazione del concilio, riservandosi però di fissarne la data. Poco tempo dopo l'imperatore lasciava Bologna per recarsi in Spagna e toccando, verso la fine di marzo, Genova, vi riceveva onorevoli accoglienze e vi rimaneva parecchi giorni, ospite di Andrea Doria il suo migliore ammiraglio.

Con il convegno di Bologna l' imperatore non aveva ottenuto quel che più di ogni altra cosa desiderava, di staccare cioè il Pontefice da Francesco I; anzi con l' importuna richiesta del concilio aveva fatto sì che Clemente VII si avvicinasse di più al re di Francia e formalmente gli promettesse la mano della nipote CATERINA.
Questa aveva da poco compiuti i quattordici anni, essendo nata il 13 aprile del 1519 da Lorenzo de' Medici duca d'Urbino e da Maddalena de-la-Tour d'Auvergne. Rimasta prestissimo orfana dei genitori, era stata condotta, in età di cinque mesi, presso Leone X a Roma, poi nel 1525 era stata rimandata in Firenze per essere educata. Nel 1527, durante la prigionia del Papa a Castel Sant'Angelo, era stata chiusa nel convento di Santa Lucia e in quello delle Murate; poi era andata a Roma e a Bologna e infine nuovamente a Firenze.

Si trovava in questa città quando le fu comunicato che doveva recarsi a Marsiglia, dove l'aspettavano il Pontefice e lo sposo. Partì da Firenze il 1° settembre del 1533, accompagnata da Filippo Strozzi, e per Portovenere, La Spezia e Nizza giunse a Marsiglia il 23 ottobre. Qui quattro giorni dopo venivano con grande solennità celebrate le nozze e Filippo Strozzi consegnava al re di Francia il ricchissimo regalo nuziale del Pontefice alla nipote.

Ritornato da Marsiglia a Roma, Clemente VII iniziò ad ammalarsi e dopo alcuni mesi di infermità cessò di vivere. L'unica gioia della sua vita fu forse prodotta dal matrimonio della nipote con il figlio di un re, che lusingava la sua grande ambizione; del resto non provò che dolori durante gli undici anni circa del suo pontificato: vide Roma invasa e saccheggiata, si vide schernito dai luterani, soffrì per sette mesi la prigionia, fu perseguitato negli ultimi tempi dallo spauracchio del concilio e afflitto dallo scisma di Enrico VIII che separava l' Inghilterra dalla Chiesa Cattolica, assistette ai grandi progressi che la riforma luterana faceva in Germania e infine lo rattristarono profondamente le discordie provocate a Firenze dagli altri suoi nipoti maschi, uno contro l'altro, fino ad arrivare al delitto.

Di lui scrisse il GUICCIARDINI: ""...Egli cessò di vivere odiato alla corte, sospetto ai principi, e con fama più presto grave ed odiosa che piacevole, essendo reputato avaro, di poca fede e alieno di natura dal beneficare gli uomini..."" 
Completano il ritratto le parole del Giovio: ""...Clemente non ebbe grandezza d'animo né liberalità; per indole si piacque delle spilorcerie, delle simulazioni; non fu crudele né malvagio, ma duro e illiberale..."". 

Della sua illiberalità furono vittime Firenze ed Ancona, le quali, alla distanza di due anni, perdettero la propria  libertà;  la prima, con un assedio tenace, la seconda con il tradimento. Furono due grandi delitti che la storia non perdona, due nerissime macchie che bastano, da sole, a rendere odiosa nei secoli la memoria di un sovrano.

PAOLO III - SPEDIZIONE DI CARLO V CONTRO IL BARBAROSSA A TUNISI
INVASIONE DELLA PROVENZA

A Clemente VII fu dato per successore il cardinale ALESSANDRO FARNESE che assunse il nome di PAOLO III. La sua elezione fu salutata dai Romani con grande entusiasmo, essendo il nuovo Pontefice un loro concittadino, e il 29 ottobre e il 5 novembre furono date grandi feste popolari in suo onore.
Paolo III saliva sul trono pontificio in tempi molto difficili per la Chiesa e per il mondo cristiano: durava e tendeva anzi ad accentuarsi la rivalità tra il re di Francia e l' imperatore, causa di una guerra lunga e sanguinosa; il Cattolicesimo aveva avuto un fierissimo colpo dalla riforma ed era sentito da tutti il bisogno di un concilio che ponesse termine alle lotte di religione; infine l' Europa era minacciata dalle brame di conquista di Solimano e gli stati marittimi erano meta delle incursioni dei pirati barbareschi.

A tutti questi mali era necessario rimediare ed anzitutto occorreva difendere l' Italia dai corsari, che con estrema audacia infestavano le coste tirreniche desolandole. L'ultima terribile incursione nella penisola era avvenuta proprio nell'estate dell'anno in cui era stato eletto Paolo III. Il famoso pirata Ariadeno Barbarossa (Kair ed-din) con una flotta di ottanta navi ed ottomila giannizzeri aveva saccheggiata tutta la costa che si stende da Reggio Calabria a Terracina, incendiando numerosi villaggi e facendo prigionieri undicimila italiani.

Erano così frequenti queste scorrerie nel meridione che ben presto il grido "arrivano li turchi" diventò sinonimo di pericolo con chicchessia.
 Aveva inoltre Solimano tentato di rapire dalla villa di Fondi la contessa Giulia Gonzaga, vedova di Vespasio Colonna, ma questa era riuscita a salvarsi fuggendo seminuda.

Per difendere dalle incursioni barbaresche le coste napoletane e siciliane Carlo V aveva ceduto ai cavalieri gerosolimitani le isole di Malta e di Gozzo; da parte sua il parlamento di Sicilia, nel 1531 e nel 1534, aveva ordinato che venissero erette fortificazioni sulle coste (le tante torri che si vedono ancora oggi) e fosse riorganizzata la milizia comunale; inoltre Andrea Doria si era messo a correre nei tre mari della penisola in lungo e in largo per dare la spietata caccia ai barbareschi.

Ma tutte queste misure non erano state sufficienti a placare l'ardire dei pirati. Occorreva una spedizione bene organizzata e potente per debellare i barbareschi comandati dal Barbarossa, il quale aveva il suo covo a Tunisi di cui si era impadronito cacciandone il re Muley-Hassan. 
ANDREA DORIA propose che fosse fatta una lega di tutti gli stati cristiani contro i corsari turchi; Paolo III caldeggiò la proposta del grande genovese, ma sarebbe probabilmente rimasta solo tale se Carlo V, i cui stati erano maggiormente esposti ai barbareschi, non si fosse assunto l' incarico di muover contro il Barbarossa.

 Accordatosi con Muley-Hassan, il 29 maggio del 1535, con una flotta di sessantadue galee e centocinquanta vascelli comandati dal Doria e con venticinquemila fanti e seicento lancieri al comando del marchese del Vasto, l'imperatore in persona  salpò da Barcellona e fece vela per l'Africa. Tunisi, investita pochi giorni dopo, venne espugnata e furono liberati dalla schiavitù ventimila cristiani; il Barbarossa, sconfitto, riparò a Costantina.
Verso la fine d'agosto Carlo V, di ritorno dalla sua vittoriosa spedizione, entrava a Palermo, accolto trionfalmente dalla popolazione, poi si dava a visitare le altre più importanti città dell'isola, che lo accoglievano con grandi feste, e infine si recava a Napoli dove si rinnovavano le entusiaste accoglienze palermitane.

Carlo V si trovava ancora a Napoli, quando gli giunse da Milano la notizia della morte di FRANCESCO SFORZA, avvenuta il 24 ottobre del 1535. Nell'aprile dell'anno prima aveva sposato Cristiana figlia del re di Danimarca, ma non aveva avuto dalla moglie dei figli. Gli ultimi tempi della sua vita erano stati per lui poco lieti: cagionevole era la sua salute, e fisso sul suo ducato c'era lo sguardo avido del re di Francia. Questi, nel 1532, aveva mandato a Milano una sua persona di fiducia, ALBERTO MARAVIGLIA, con il segreto incarico di ingraziarsi verso la parte francese i milanesi più influenti, con l'aiuto dei quali doveva poi impadronirsi della città quando il duca fosse morto. Ma il Maraviglia durante il suo soggiorno a Milano, accecato dalla gelosia per una donna, aveva ucciso sulla pubblica via il suo rivale in amore, un certo Giambattista Castiglioni; tratto in arresto, era stato prontamente giustiziato.

L'esecuzione del Maraviglia aveva provocato lo sdegno del re di Francia, il quale, considerandola come una offesa alla sua corona, si era subito messo a radunare un esercito per invadere la Lombardia, di cui, secondo le decisioni del congresso di Bologna, a nome dell'imperatore, aveva assunto il governo Antonio di Leyva. Per meglio impadronirsi del ducato di Milano, Francesco I, non curando i legami di sangue che lo univano a Carlo III, sotto il pretesto di voler far valere i diritti della madre Luisa -alla morte dello Sforza- aveva fatto invadere il Piemonte e si preparava a far entrare il suo esercito in Lombardia.

L'imperatore ebbe notizia a Napoli di questi avvenimenti e siccome non era preparato ad una guerra con la Francia, che avrebbe potuto tirargli addosso da una parte il Turco, dall'altra i principi protestanti di Germania, per prender tempo iniziò trattative con Francesco I, proponendogli di unire le loro forze contro i Turchi e i protestanti e di cedere ad uno dei figli suoi il ducato di Milano.
Francesco I si disse disposto ad accettare; ma voleva che il Milanese fosse dato al secondogenito ENRICO. Carlo V invece desiderava che fosse dato al terzogenito, il duca d'ANGOULEME sostenendo che l'altro figlio -ora dopo l'unione a Napoli- come marito di Caterina de' Medici, avrebbe potuto esser causa di guerre con accampare pretese su altre regioni italiane.

Mentre si svolgevano questi negoziati, non fidandosi del francese, l'imperatore faceva i suoi preparativi di guerra; poi sul finire di marzo lasciò Napoli ponendosi in cammino alla volta di Roma. Qui, per la vittoria contro il Barbarossa, gli preparavano festosissime accoglienze. Una deputazione del Pontefice andò ad incontrarlo a Sermoneta e il 5 aprile del 1536 fece il suo ingresso a Roma accolto da una larga schiera di baroni, da Pier Luigi Farnese, dal Gonfaloniere, dai magistrati e dagli ufficiali di corte e da un popolo festante.

A Roma continuarono le trattative con il re di Francia, ma oramai Carlo V non sentiva più il bisogno di scendere ad accordi, avendo già radunato un esercito di cinquantamila uomini, fra cui si contavano i più illustri capitani del tempo, Antonio de Leyva, il marchese del Vasto, Ferdinando Gonzaga e il Duca d'Alba. 

Il 17 aprile, in un pubblico concistoro, presenti il Papa, i cardinali e gli ambasciatori francesi, l'imperatore pronunciò una violentissima invettiva contro Francesco I, chiamandolo responsabile dinanzi all'Europa del sangue che una guerra da lui provocata avrebbe fatto versare e infine invitandolo ad accettare la pace con Milano per il duca d'Augouléme o a definire la contesa con la guerra o con un duello. Una vera e propria sfida senza altra alternativa.

Paolo III, che era animato da sentimenti pacifici, si mise di mezzo tra i due contendenti e trovò Francesco I disposto a venire ad un accomodamento non perché era desideroso di pace, ma perché era rimasto piuttosto impressionato dalla risolutezza di Carlo V. Però era troppo tardi, nulla poteva più, né lui né il papa. 
L'imperatore, lasciata Roma, risaliva verso l'Italia settentrionale, ricevendo nelle città che incontrava, come a Siena, a Firenze e a Lucca, accoglienze trionfali, ma intanto dava ordine al suo esercito di invadere il Piemonte. Di fronte all'esercito imperiale, schiacciante per numero, a Francesco I non rimase che di richiamare oltre le Alpi le sue truppe, e di lasciare in Piemonte, a presidio delle principali fortezze, poche milizie comandate dal marchese di Saluzzo.

La guerra -anche se non era scoppiata subito- tra i due potenti sovrani tuttavia si era così riaccesa. E Carlo V era deciso di condurla fino in fondo, e in un consiglio militare tenuto a Savigliano fece decidere di portar le armi in Provenza, malgrado i suoi migliori generali fossero contrari e prospettassero la estrema difficoltà di una impresa che, già tentata in passato, era miseramente fallita.
A difendere la Francia dall' invasione Francesco I aveva chiamato il connestabile di Montmorency, il quale seguì la tattica che i Russi dovevano poi adottare contro Napoleone (del resto non nuova)  fece cioè distruggere le campagne e molti villaggi della Provenza, lasciando difese soltanto le città di Arles e Marsiglia.

Nell'estate del 1536 Carlo V si recò a Nizza e il 25 luglio passò con il suo esercito il Varo. Il 5 agosto entrò in Aix, che trovò deserta, e il giorno dopo si fece incoronare re di Arles e Provenza. Malgrado la desolazione del territorio che attraversava, l'imperatore si spinse fino a Marsiglia, ma costretto dalla mancanza di vettovaglie e dalle malattie scoppiate nel suo esercito, dovette ritirarsi.
Fu una ritirata disastrosa. Da Aix al Frejus perdette più di duemila uomini; molti altri gettarono le armi disertarono e si sparsero per le campagne che attraversavano. Si calcola che in circa due mesi, quanti durò la spedizione, l'esercito imperiale abbia perduto la metà dei suoi effettivi.

Mentre Carlo V si trovava in Francia, Francesco I, approfittando dell'assenza di Andrea Doria che costeggiava con la flotta la Provenza per sostenere dal mare gli imperiali, tentava d'impadronirsi di Genova. Un piccolo esercito, messo insieme dal conte Guido Rangone di Modena, e comandato da Gianfrancesco Gonzaga da Bozzolo, da Cesare Fregoso e da Piero e Vincenzo Strozzi, attaccò Genova, ma questa resistette validamente e più tardi, soccorsa da otto galee ed ottocento uomini inviati subito dal Doria, costrinse il  nemico a levar l'assedio e a recarsi in Piemonte, dove furono occupate Carignano e parecchie altre terre e venne vettovagliata Torino che si trovava assediata da Gian Giacomo de' Medici.
Il 24 settembre Carlo V ripassava il Varo e si portava a Nizza; di qua andava a Monaco e, imbarcatosi sulla flotta di Andrea Doria, si recava a Genova. Il 18 novembre lasciava l'Italia e se ne tornava in Spagna.

Pareva che, dopo il fallimento della spedizione in Provenza, la pace tra i due sovrani non dovesse riuscir difficile, e Paolo III si adoperava attivamente a promuoverla per mezzo dei suoi legati Francesco Guicciardini e Giovanni Guidiccione, vescovo di Fossombrone. La pace invece era ancora lontana, dal momento che Francesco I, non pago dell' infelice riuscita della spedizione imperiale non voleva deporre le armi, e cercava e trovava un potente alleato: il sultano Solimano e nello stesso tempo gli vennero utili i nuovi motivi di guerra sorgevano in Firenze - dove ci è necessario ritornare - con l'uccisione di ALESSANDRO de' MEDICI.

FIRENZE SOTTO LA SIGNORIA MEDICEA
 ASSASSINIO DI ALESSANDRO DE' MEDICI
COSIMO DE' MEDICI 
 TENTATIVI DEI FUORUSCITI FIORENTINI DI RIENTRARE A FIRENZE


Caduta Firenze - e abbiamo visto come nella precedente puntata- e istituita una balìa di dodici, che fu poi portata a cento cinquanta, uscito Matatesta Baglioni con le sue milizie, entrarono in città i fuorusciti e da allora cominciarono le vendette. I migliori cittadini che avevano partecipato al governo della repubblica furono sottoposti ai tormenti, vennero condannati alla decapitazione Francesco Carducci e Bernardo da Castiglione; Raffaele Girolami ebbe salva la vita per intercessione di Ferdinando Gonzaga, ma venne chiuso nella fortezza di Pisa, dove poco dopo morì; Benedetto da Foiano venne condotto prigioniero a Roma; frate Zaccaria riuscì a fuggire a Ferrara; molti altri si salvarono con la fuga, ma parecchi altri, fra i quali Jacopo Nardi, Donato Giannotti, Dante da Castiglione, Anton Francesco degli Albizzi e Silvestro Aldobrandini, furono mandati in esilio.

CARLO V, secondo i patti della capitolazione, si era riservato il diritto di stabilire entro quattro mesi la forma di governo che doveva esser data a Firenze; ma, essendo trascorso il termine senza che l'imperatore mantenesse la promessa, Clemente VII  mandò a lui, che allora si trovava a Bruxelles, come ambasciatori Palla Rucellai e Francesco Valori affinchè lo sollecitassero a creare signore di Firenze ALESSANDRO de' MEDICI secondo quel che era stato stabilito prima nei patti poi nella pace di Barcellona. Non avendo Carlo V dato alcuna risposta agli ambasciatori, la Balia nominò suo membro Alessandro e con il grado di Proposto stabilì che facesse parte di tutti i magistrati. Nel maggio del 1531 l'imperatore confermava il duca Alessandro de' Medici capo della repubblica fiorentina e gli dava in sposa Margherita, sua figlia naturale.

Dietro incarico avuto da Clemente VII, lo storico Francesco Guicciardini, strumento attivo della tirannide, per quanto ne pensi qualche moderno che ha voluto riabilitarlo, Baccio Valori, Filippo de' Nerli e Filippo Strozzi, il 4 aprile del 1532 indussero la balìa a creare una consulta di dodici cittadini allo scopo di riformare entro un mese il governo di Firenze. La nuova costituzione venne promulgata il 27 di quello stesso mese. Venivano  aboliti la carica del gonfaloniere di giustizia e il collegio della Signoria; Alessandro de' Medici era dichiarato capo della repubblica con il titolo di duca, trasmissibile per ordine di primogenitura ai suoi discendenti; venivano creati due consigli, quello dei Duecento e il Senato, per aiutare il duca nelle cure del governo; infine solo il duca poteva fare proposte ai consigli, le cui deliberazioni non potevano avere forza di legge senza il consenso di lui.

""...Alessandro de' Medici - scrive il Callegari - era figlio di Lorenzo, duca d' Urbino. Clemente VII lo amava molto e gli aveva acquistato, prima che fosse stato assunto al governo di Firenze, il titolo di duca di Civita di Penne negli Abruzzi. L'educazione non aveva temperato in lui quelle basse inclinazioni, che rivelavano la sua origine; però il suo cuore non era inaccessibile ai sentimenti di pietà verso gli afflitti, e sapeva mostrarsi non di rado benevolo e generoso. 

Fino al 1534 il suo governo fu molto più mite e benevolo di quello che generalmente si voglia credere. Da principio ebbero molta influenza sul suo agire uomini di mente elevata e di lunga esperienza ed mostrava in tutti gli affari acume d'ingegno, prontezza di spirito e risoluto giudizio. Ambiva anche alla popolarità, e perciò dava udienza a tutti spesso ed in ogni luogo, senza  distinzioni per il nobile e il plebeo, e non era parsimonioso di doni e di elemosine.
 
Nei primi anni del suo governo furono pubblicate alcune ottime leggi per l'amministrazione dello Stato; e, quantunque non se ne debba ascrivere a lui il merito bensì alla dottrina e saggezza del suo primo consigliere Nicolò Schomber, arcivescovo di Capua, e a Giovanni Destatis, commissario apostolico, tuttavia è già un merito per lui aver seguito i consigli e l' indirizzo di questi ottimi ministri..."".

Ma a poco a poco Alessandro mutò carattere e si rivelò un vero tiranno; si circondò di milizie straniere il cui comando affidò al Vitelli; non credendosi sicuro, fece costruire una fortezza; lasciò impuniti gli oltraggi delle soldatesche alla cittadinanza e lui stesso ne commise gravissimi contro le persone e l'onore dei suoi sudditi; in breve si rese odioso perfino ai più caldi sostenitori della dinastia medicea, e perfino -come vedremo- anche dentro questa.
Fra i molti che erano malcontenti dell'agire del duca sono da ricordarsi FILIPPO STROZZI, il più ricco forse de' Fiorentini, il quale, essendosi recato in Francia per il matrimonio di Caterina de' Medici, alla corte di Francia rimase; e forse proprio per questo, geloso della fortuna del cugino, suo nemico era il Cardinale IPPOLLITO de' MEDICI. Numerosi poi erano gli esuli fiorentini sparsi nelle varie città d'Italia, i quali, dopo la morte di Clemente VII, si riunirono in Roma e, capeggiati dal cardinale, dagli Strozzi, dai Valori, dai Ridolfi e dai Salviati, decisero di rivolgere un appello all'imperatore, cui mandarono tre ambasciatori, denunziando (vere o false) tutte le nefandezze di Alessandro e invocando l'osservanza della capitolazione di Firenze.

Carlo V, che stava preparandosi allora all'impresa -già accennata sopra- per Tunisi, promise che avrebbe esaminato al suo ritorno le accuse dei fuorusciti. Questi, sperando nella giustizia dell'imperatore, dopo la vittoriosa spedizione contro il Barbarossa, mentre l' imperatore al ritorno si era fermato a Napoli, colsero subito l'occasione per mandargli il cardinale Ippolito a ricordargli un'altra volta le promesse; ma il prelato, giunto a Itri, morì di veleno e con lui perirono Dante da Castiglione e Berlinghierio Berlinghieri che lo accompagnavano.
Di fronte a questo delitto in cui si riconosceva la mano del duca, i fuorusciti non si diedero per vinti e - nello sdegno-  raddoppiarono le loro istanze presso l' imperatore. Napoli era piena di esuli fiorentini: vi si trovavano Filippo Strozzi con i suoi figli, i cardinali Salviati e Ridolfi con i loro fratelli, Filippo Parenti e Jacopo Nardi; ma vi era anche Alessandro de' Medici, accompagnato da Baccio Valori, da Matteo Strozzi e da Francesco Guicciardini.

I capi degli esuli furono invitati a formulare le loro accuse ed essi incaricarono Jacopo Nardi; dalla parte del duca fu invece incaricato della difesa lo storico GUICCIARDINI. 
La sentenza imperiale fu quale doveva essere in quel delicato momento politico; stavano per scoppiare le ostilità con la Francia, e premeva a Carlo V di tenersi amico il duca. E non solo questa sentenza arbitrale, pronunciata nel febbraio, fu favorevole ad Alessandro, ma questi ricevette finalmente la mano di sua figlia Margherita e il 29 dello stesso mese si celebrò in Castel Capuano la cerimonia dell'anello.

Agli esuli fiorentini furono offerti il ritorno in patria e la restituzione dei beni confiscati a condizione che riconoscessero come loro signore Alessandro; ma essi rifiutarono, con parole che per la loro nobiltà e fierezza meritano di essere riportate: 
""... Non siamo venuti qui per chiedere alla imperiale vostra maestà sotto quali condizioni dobbiamo servire il duca Alessandro né per ottenere il perdono di lui, dopo avere volontariamente, con giustizia e secondo il dover nostro, adoperato per mantenere o ricuperare la libertà della nostra patria. Non l'abbiamo invocata per ritornare schiavi in una città dalla quale siamo usciti liberi né per riavere i nostri beni. Ma siamo ricorsi alla imperiale vostra maestà, fiduciosi nella sua bontà e giustizia, affinché si degnasse di restituire intera quella libertà che i vostri ministri si obbligarono di conservarci col trattato del 1530 .... Altro non sappiamo dunque rispondere .... se non che siamo tutti determinati di vivere e di morire liberi quali siamo nati; e nuovamente supplichiamo la vostra maestà di sottrarre questa sventurata città al giogo crudele che l'opprime... """.

L'imperatore, sulla cui giustizia i fuorusciti avevano tanto sperato, (per le ragioni dette sopra) riconfermava con la sua sentenza il governo ad Alessandro de' Medici. 
Ma i mesi di costui erano contati. Suo compagno di dissolutezza era suo cugino, LORENZINO de' MEDICI, figlio di Pier Francesco e di Maria Soderini. Pieno di ambizione e d'ingegno e avido di piaceri, egli aveva sperato di ottenere uno stato dallo zio Clemente VII; rimasto deluso nella speranze, si era fatto amico del duca, ma covava un grande odio contro di lui; l'amicizia era subdola, gli serviva solo per studiarlo meglio per poi mettere in atto il suo piano per disfarsene.
L'idea di uccidere il duca, gli era già quindi sorta da tempo, e maturò nel suo soggiorno a Napoli, dove aveva accompagnato il cugino. Nella sua mente quello che doveva essere un volgare assassinio, mosso dall'odio personale, prese l' aspetto di una vendetta politica, suscitata dall'amore della libertà; e Lorenzino pensò di essere per Firenze un novello Bruto.
Il delitto ebbe luogo la notte del 6 gennaio del 1537. Sapendo Lorenzino che Alessandro era invaghito della bella Caterina, moglie di Leonardo Ginori, promise di procurargli un convegno con lei nella propria casa di via Larga e lì, caduto nel tranello, dopo una lotta disperata, lo ammazzò con l'aiuto di Michele del Tavolaccino, detto lo Scoronconcolo, e del Freccia.

Compiuto il delitto, Lorenzino se ne fuggì con i due sicari prima a Bologna, poi a Venezia. La mattina seguente, il cardinale Innocenzo Cybo, primo ministro del duca, venuto a conoscenza dell'assassinio, ebbe l'accortezza di tenerlo nascosto ai Fiorentini temendo che la notizia facesse levare a tumulto i malcontenti e richiamare in città tutti i fuorusciti che non aspettavano altro che una rivolta, fece dire che Alessandro era a letto indisposto e si affrettò ad informare dell'accaduto l' imperatore e il marchese del Vasto; nel medesimo tempo mandò ordine ad Alessandro Vitelli, che si trovava a Città di Castello, di fare ritorno immediato a Firenze con un buon nucleo di milizie. Il Vitelli giunse la mattina del giorno 8 e subito prese tutte le misure per mantenere l'ordine e stroncar ogni tentativo di ribellione.

Si diffondeva intanto in città la notizia dell'assassinio e nel palazzo mediceo si adunavano i quarantotto senatori per decidere intorno alla successione. Domenico Canigiani propose come successore Giulio, figlio naturale di Alessandro; Francesco Guicciardini invece fece il nome di COSIMO, figlio di Giovanni delle Bande Nere, ancor giovinetto, che,  ignaro di tutto, si trovava allora nella villa di Trebbio al Mugello.
Chi si oppose ad entrambe le proposte fu PALLA RUCELLAI il quale disse che si doveva approfittare di quell'occasione per ridare a Firenze l'antica libertà. 

Ma purtroppo era più facile a dirsi che a farsi. Perché si potesse far rivivere la repubblica occorreva, la concordia di tutti i cittadini i quali invece erano divisi in due fazioni, di cui quella dei fuorusciti implacabilmente avversa al partito capitanato dal Guicciardini, dall'Acciaiuoli, da Francesco Vettori e da Matteo Strozzi. 
Inoltre c'era il pericolo che Enrico d'Orléans avanzasse pretese sulla Toscana in qualità di marito di Caterina de' Medici; d'altro canto si sapeva che Paolo III desiderava dare questa regione in signoria al figlio Pier Luigi Farnese e che Carlo V bramava di ridurla sotto il suo diretto dominio.

Prevalse pertanto la proposta del Guicciardini; COSIMO fu chiamato a Firenze e poiché già i soldati del Vitelli rumoreggiavano in suo favore, il giovane figlio di Giovanni delle Bande Nere fu proclamato a grande maggioranza duca di Toscana. I tre cardinali fiorentini SALVIATI, RIDOLFI e GADDI, saputa l'elezione di Cosimo, partirono da Roma alla volta di Firenze con duemila uomini assoldati a loro spese. BACCIO VALORI, che aveva fatto causa comune con loro, si unì con un gran numero di fuorusciti, mentre FILIPPO STROZZI raccoglieva truppe a Bologna e sollecitava l'aiuto di Francesco I.

COSIMO, informato, all'avvicinarsi dei cardinali, fece loro capire che li avrebbe accolti volentieri a patto però che licenziassero le milizie. Prometteva dal canto suo di fare allontanare un corpo di milizie spagnole che gli erano state mandate in aiuto. I cardinali, ricevuto un salvacondotto, entrarono in Firenze per trattare; ma, non essendosi accordati con Cosimo, nove giorni dopo, il 1° febbraio del 1537, abbandonarono la città.
A quel punto gli esuli decisero di rientrare in Firenze con la forza, mettendo su diecimila fanti. Metà partiti da Roma sotto il comando di Giampaolo Orsini e del conte della Genga. L'altra metà, comandata da Bernardo Salviati e da Piero Strozzi, figlio di Filippo, andarono a radunarsi alla Mirandola per poi muovere verso la Toscana.
La fretta di agire impedì agli esuli di impiegare contemporaneamente tutte le loro milizie; l' inganno di NICCOLÒ BRACCIOLINI, capo della parte Panciatica, che promise a Filippo Strozzi di dargli in mano Pistoia non appena si fosse presentato sotto le mura, fece fallire l' impresa.

Negli ultimi giorni di luglio del 1537 partirono dalla Mirandola quattromila fanti e trecento cavalli. Filippo e Piero Strozzi e Baccio Valori, impazienti di giungere a Firenze precedettero con una esigua schiera il grosso dell'esercito ed occuparono Montemurlo, vecchio castello presso Prato.

La notte del 31 luglio Piero Strozzi, che con ottocento fanti si trovava accampato fuori del castello, venne improvvisamente assalito da una grossa schiera medicea comandata da Francesco Sarmenti e composta di millecinquecento fanti e cento cavalli e fu completamente sgominato. Quelli del castello, attaccati subito dopo, si difesero disperatamente per ben due ore; alfine dovettero arrendersi e così Baccio Valori, Filippo Strozzi, Francesco degli Albizzi, Alessandro Rondinelli e parecchi altri capi fuorusciti caddero nelle mani di Cosimo e il giorno dopo vennero condotti a Firenze.
 
Il grosso dell'esercito, guidato da Bernardo Salviati, avuta notizia della rotta di Montemurlo, si ritirò precipitosamente oltre gli Appennini.
Alcuni dei prigionieri furono mandati nelle carceri di Livorno, Volterra e Pisa, dove in breve morirono; altri vennero sottoposti alla tortura e decapitati. Filippo Strozzi rimase per qualche tempo in prigione, a disposizione dell' imperatore, e invano i suoi amici cercarono di riscattarlo mandando come ambasciatore a Firenze Bernardo Tasso. Alla fine Carlo V concesse a Cosimo di processare lo Strozzi per accertarsi se questo fosse stato complice di Lorenzino nell'assassinio di Alessandro; ma Filippo Strozzi, temendo di non potere resistere ai tormenti e di fare delle rivelazioni che avrebbero potuto nuocere ai suoi amici, si uccise nel carcere dopo di avere scritto col sangue sulle pareti il verso latino escoriare aliquis nostris ex ossibus ultor.

ALLEANZA FRANCO-TURCA E TREGUA DI NIZZA

Al tentativo degli esuli di rientrare con le armi in Firenze non era stato estraneo FRANCESCO I, che tentava con tutti i mezzi di recare fastidi e danni a Carlo V, aiutando in qualsiasi maniera tutti i suoi effettivi e anche potenziali nemici. Ma più che su questi tentativi - tra i quali si può mettere anche quello fallito di impadronirsi del castello di Cremona che era tenuto dagli imperiali - il re di Francia contava sull'aiuto del turco Solimano per riuscir vittorioso nella sua nuova guerra ingaggiata contro Carlo V.

L'alleanza tra il re cristianissimo e il Turco era stata conclusa nel febbraio del 1536. Il trattato stabiliva che nella primavera del 1537 la flotta turca unita a quella francese avrebbe iniziate le operazioni sulle coste italiane; contemporaneamente più a est un esercito turco avrebbe invasa l'Ungheria mentre un altro esercito francese avrebbe occupata la Lombardia.

Com'era stato stabilito, la flotta turca, comandata da Kair ed-din Barbarossa, si avvicinò -all'epoca da entrambi già fissata- alle acque italiane, devastò le cose del Napoletano e delle Puglie ed espugnò Castro, dove il Barbarossa si consolidò il suo esercito con il proposito di farne base di operazione per la conquista dell'interno della penisola.

Questo fatto provocò lo sdegno di tutta l' Europa cristiana, che accusava Francesco I di avere - per le sue ambizioni personali-  scatenata la furia barbaresca dei turchi sull' Italia. 
Il re di Francia, sbigottito dall'aspro ma giusto giudizio sul suo operato, per rimediare al mal fatto, stipulò una tregua a Monzone (16 novembre del 1537) con l'imperatore. La guerra fu in tal modo sospesa in Piemonte e le navi francesi non si unirono più con le turche per operare insieme secondo i patti in precedenza stipulati. Ma Andrea Doria, che comandava la flotta imperiale, fidandosi poco del re di Francia, andò contro le navi turche  e le ricacciò dalle coste italiane.

Prima che venisse stipulata la tregua di Monzone, Solimano si era raffreddato con la repubblica di Venezia (che fino allora -non volendo perdere i commerci nelle acque turche- si era mantenuta prudentemente neutrale nella lotta tra Cristiani e Turchi).
 
Il 25 agosto del 1537 il sultano mandò a Corfù un esercito di venticinquemila uomini per togliere l'isola ai Veneziani; ma la fortezza di Corfù resistette così validamente sotto la direzione di Alessandro Tron che Solimano dovette inviare altri venticinquemila uomini.
Neppure questo soccorso però valse a fiaccare la resistenza dei Veneziani e il sultano fu costretto a togliere l'assedio. Così Corfù fu salva, ma non furono salve Egina, Sciro, Patmo, Paro, Stampalia, Nio ed altre isole dell' Arcipelago, che Kair ed-din riuscì a prendere una dopo l'altra. 
Quindi il Barbarossa mosse verso Candia e cinse d'assedio la Canea mentre altri eserciti turchi assalivano Malvasia e Nauplia in Morea e Sebenico ed Antivari sulla costa della Dalmazia e dell'Albania.

Questi fatti impressionarono talmente PAOLO III da indurlo a prender l' iniziativa, di una lega cristiana contro il Turco, alla quale (maggio del 1538) parteciparono il Pontefice, l'imperatore e Venezia. Gli alleati si impegnavano a mettere in mare una flotta numerosa composta da 36 navi pontificie, 80 imperiali e altre 80 veneziane; il patriarca. d'Aquileia M. GRIMANI doveva comandare le navi della Chiesa; Vincenzo CAPPELLO quelle della repubblica; il comando supremo delle flotte riunite doveva essere affidato ad ANDREA DORIA.
Ma affinché l' impresa potesse riuscire felicemente era necessario prima pacificare la Francia e la Spagna. Paolo III riuscì a convincere il re e 1' imperatore a recarsi a Nizza dove avrebbero dovuto aver luogo i negoziati; ed egli stesso, sebbene infermo da anni, vi si portò sul finire della primavera del 1538.

La pace, come sperava il Pontefice non fu possibile concluderla perché Carlo V non volle ripiegare dal suo proposito di dare il Milanese al duca d'Orléans a condizione che sposasse la primogenita di Ferdinando d'Austria e ricevesse l' investitura imperiale del ducato dopo tre anni; tuttavia fu conclusa una tregua di dieci anni, nella quale si stabiliva che ciascuno dei contendenti rimanesse nel possesso dei territori occupati.

Chi sostenne tutto il peso di questa tregua fu il debole duca CARLO III di SAVOIA, il quale non solo non aveva potuto ottenere, dopo la morte del marchese Gian Giorgio, spentosi senza discendenti nel 1533, il Monferrato, che da Carlo V era stato concesso al duca di Mantova, ma si vide spogliato di gran parte dei suoi domini, che, all'atto della conclusione della tregua di Nizza, si trovavano occupati da Francesi e Spagnoli.

L'ostinazione di Carlo V non solo mise termine alla questione milanese, ma lo stesso imperatore formando la Lega contro i Turchi giocava un bel tiro al re di Francia. E del resto questo si era non solo messo dentro una equivoca alleanza con i Turchi, ma si era alleato pure con i principi protestanti tedeschi.
Ci aspettano dunque altri 9 anni di guerre.


ed è il periodo che va dal 1538 al 1547 > > >  

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Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - 
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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