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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI dal 1543 al 1549 

CONGIURE E INSURREZIONI

POTENZA DI CARLO V IN ITALIA - LE CONGIURE A LUCCA: PIETRO FATINELLI E FRANCESCO BURLAMACCHI - LE CONGIURE IN GENOVA: ANDREA E GIANNETTINO DORIA; CONGIURA DI GIAN LUIGI FIESCHI; CONGIURA DI NICOLA DORIA E PAOLO SPINOLA - CONGIURA DI GIULIO CYBO - GOVERNO DEL VICERÈ DI NAPOLI DON PEDRO DE TOLEDO - INSURREZIONE NAPOLETANA DEL 1547 - CONGIURA CONTRO PIER LUIGI FARNESE -- PIACENZA CADE IN MANO DEGLI SPAGNOLI - OTTAVIO FARNESE A PARMA - PARMA RESTITUITA ALLA CHIESA - MORTE DI PAOLO III

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POTENZA DI CARLO V IN ITALIA
CONGIURE A LUCCA: PIETRO FATINELLI E FRANCESCO BURLAMACCHI


Al colmo della sua potenza, CARLO V sognava di sottomettere al suo diretto dominio quasi tutta l'Italia, e nel tradurre in realtà il suo sogno era spinto e coadiuvato da Ferdinando Gonzaga, successo al marchese del Vasto nel governo della Lombardia, il quale anzi proponeva all'imperatore di costituire per l principe Filippo un regno nell'Italia settentrionale, aggregando al ducato di Milano il Piemonte, la Savoia e gli stati veneziani di terraferma.

E in verità il sogno di Carlo V non era irrealizzabile, ormai gran parte della penisola obbediva direttamente a lui, e rispettosi al suo valore erano gli stati che serbavano ancora un simulacro di indipendenza (Genova, i resti del ducato di Savoia, i ducati di Mantova, Ferrara e Toscana e le repubbliche di Siena e di Lucca) e nulla poteva fare contro di lui la Santa Sede ora che il grande antagonista dell'imperatore era morto e la lega Smalcalda interamente prostrata.

Tuttavia, malgrado la potenza imperiale, c'era in Italia chi accarezzava il folle sogno della libertà, chi desiderava abbattere il predominio spagnolo, chi tentava di scuotere il giogo dei principi infeudati all'impero; e questo sogno e questo desiderio -che sono una chiara testimonianza dell'odio italiano contro lo straniero in un tempo in cui non vi è quasi più traccia di libertà politica in Italia - si manifestavano raramente con insurrezioni popolari, il più delle volte erano solo congiure, che spesso erano prodotte da odi di persone o di famiglie o da certe male celate ambizioni.
Due congiure si ebbero, a poco tempo di distanza, a Lucca, l'una mossa da personale ambizione, l'altra da un vivo e sincero desiderio di indipendenza, di cui furono protagonisti PIETRO FATINELLI e FRANCESCO BURLAMACCHI.
 Il Fatinelli, nato nel 1512 da un Nicolao mercante e da Caterina Guidiccioni, aveva prima militato sotto il Doria, poi sotto il conte Virginio Orsini dell'Anguissola; ed era anche entrato nelle grazie di Carlo V presso il quale più d'una volta era stato inviato in ambasceria.

Pieno di smodata ambizione aveva, fino dal 1534, concepito il disegno di impadronirsi di Lucca, ma fu solo nel 1543 che egli decise di tradurlo in atto. A conoscenza del suo progetto erano il conte dell'Anguillara, Gian Giacomo de' Medici e Giambattista Bazzicalupo da Chiavari. Quest'ultimo anzi doveva avere una parte importantissima nell'esecuzione. Difatti doveva mettere insieme alcuni uomini armati nella Toscana settentrionale e con questi, in un giorno da stabilirsi, entrare in Lucca dalla porta di S. Pietro ed aiutare il Fatinelli ad occupare il palazzo pubblico. Avvenuto il colpo di mano, il Fatinelli si sarebbe fatto proclamare signore dal popolo ed avrebbe procurato di ricevere dall'imperatore la conferma della signoria.
Il disegno però fu scoperto per l'imprudenza del Bazzicalupo, il quale a Venezia lo aveva accennato, nella speranza di esserne aiutato, e altrettanto aveva fatto al conte Agostino Zando di Piacenza. Questi invece informò la Signoria lucchese, la quale, impadronitasi dell'avventuriero di Chiavari, lo condannò a morte. Ugual sorte ebbe il Fatinelli, il quale, consegnato da Carlo V nelle mani della Signoria, fu processato e nel luglio del 1543 mandato al patibolo.

Francesco Burlamacchi, nel concepire la sua congiura, era invece animato dal proposito di fare rivivere le antiche repubbliche della Toscana o per lo meno di rendere libere Pisa, Pistoia, Firenze, Arezzo e, se fosse stato possibile, Perugia e Bologna, congiungendo queste città ed altre ancora alle superstiti repubbliche di Lucca e di Siena.
Lui era stato gonfaloniere e nel tempo in cui sperava di tradurre in atto il suo disegno copriva la carica di commissario dell'ordinanza, cioè della milizia del territorio lucchese, carica che doveva rendere facile l'esecuzione del suo piano. Questo era abbastanza semplice. Il Burlamacchi, con il permesso della Signoria, doveva radunare fuori di porta S. Donato i millequattrocento uomini di Borgo a Mozzano e i duecento di Ponte di Moriano con il pretesto di passarli in rassegna. A tarda ora, dopo la chiusura delle porte della città, come se avesse voluto condurre le truppe ad una sua villa di S. Maria in Colle, doveva invece, insieme con quelle dei Colli, di Ponte S. Pietro e di Camaiore guidarle verso Pisa. Egli era sicuro che i Pisani, al suo avvicinarsi si sarebbero levati in arme e che il comandante della fortezza, Vincenzo di Poggio, profugo lucchese non avrebbe opposto resistenza. Occupata Pisa e ingrossato l'esercito, il Burlamacchi avrebbe rapidamente liberate Pistoia, Pescia e Firenze e, abbattuto il giogo di Cosimo de' Medici, ottenuta anche la liberazione di Arezzo e delle altre città toscane.

Aveva messo a conoscenza delle sue intenzione Leone Strozzi, il quale, bramoso di vendicarsi di Cosimo, aveva promesso, col fratello Piero, di collaborare all'impresa e il 26 aprile del 1546 aveva avuto a Venezia col Burlamacchi un convegno, dove era stato discusso il piano. Il Burlamacchi voleva che l'impresa si facesse nel giugno, ma lo Strozzi, che allora non disponeva dei trentamila scudi promessi e aspettava il ritorno del fratello assente, lo persuase a rimandare l'esecuzione a settembre.

Questo indugio fu fatale perché un Andrea Pessina, che i congiurati avevano messo a conoscenza della trama, tradì; costui andò a Firenze e svelò ogni cosa a Cosimo de' Medici, che ne informò la Signoria lucchese. Il Burlamacchi la notte dal 26 al 27 agosto fu arrestato e sottoposto alla tortura; ma seppe tacere i nomi dei complici; ammise solo di avere avuto dei rapporti con lo Strozzi.
Desiderando Cosimo avere nelle sue mani il Burlamacchi per "esaminarlo" - come lui diceva - la Signoria lucchese si rifiutò e si rivolse all'imperatore, il quale ordinò che l'esame fosse fatto a Lucca alla presenza di un commissario imperiale scelto da Ferdinando Gonzaga, il quale mandò Girolamo Bottoni di Casal Monferrato. Più tardi il Burlamacchi fu mandato a Milano e chiuso nel castello dove il 14 febbraio del 1548 venne messo a morte.

""...II Burlamacchi - scrive Ernesto Masi - è senza, dubbio un memorabile esempio quanto può fare il sentimento patriottico e l'amore della libertà. Egli si eleva con la mente e col cuore sui pensieri e sulle passioni del suo tempo, di un tempo che separava la morale dal diritto, giustificava i mezzi col fine e idolatrava la potenza e la fortuna a qualunque prezzo acquistate; di un tempo, in cui il libro del Principe del Machiavelli era la più alta espressione del patriottismo e del genio politico..."".

CONGIURE DI GIAN LUIGI FIESCHI, DI NICOLA DORIA,
 DI PAOLO SPINOLA E DI GIULIO CYBO

Alcuni mesi dopo l'arresto del Burlamacchi, a Genova si tentava di abbattere il predominio spagnolo con una congiura rivolta contro i più potenti amici dell'imperatore: i Doria. Malgrado la riforma della costituzione del 1528, che ammetteva la partecipazione del popolo al governo, coloro che avevano in mano il potere a Genova erano solo i nobili e capo potentissimo di questi era ANDREA DORIA.

Ma il grande ammiraglio, ormai vecchio e travagliato dalla gotta, viveva quasi sempre appartato in casa e chi comandava in città era invece un suo nipote, GIANNETTINO, giovane orgoglioso e violento, il quale si era attirato l'odio non solo di gran parte del popolo, ma della stessa nobiltà, la quale, se riconosceva e rispettava i grandi meriti del vecchio marinaio, male sopportava la superbia del nipote che senza alcun merito si era procacciato tanta potenza nella repubblica.
Chi più di ogni altro l'odiava era GIAN LUIGI FISCHI, conte di Lavagna e signore di Pontremoli, il quale, spinto dalla madre, che era del casato dei Della Rovere, e aizzato dal Pontefice, da Pier Luigi Farnese e dalla Francia, nonché  mosso da risentimenti personali, volgeva la mente al disegno di liberare Genova dall'autorità dei Doria e dal predominio spagnolo.

Gian Luigi Fieschi godeva del favore di molta parte della cittadinanza per il suo carattere umano e liberale; inoltre si erano stretti intorno a lui i partigiani dei Fregoso, tutti i nobili insofferenti della potenza dei Doria e tutti coloro che speravano di avvantaggiarsi da un rivolgimento politico, di modo che egli si riteneva sicuro della riuscita della congiura che da tempo andava preparando con grande circospezione.
Col pretesto di voler armare quattro galee per dar la caccia ai barbareschi, aveva fatto venire duecento soldati e aveva introdotto segretamente a Genova numerosi vassalli dei suoi feudi. Il piano che doveva essere attuato era il seguente: la notte del 2 gennaio del 1547 uno dei congiurati di nome Verrina doveva dare il segnale dell' inizio dell'azione sparando una cannonata da una nave dei Fieschi; a quel colpo i congiurati dovevano occupare con le armi le principali strade e le porte della città; i fratelli di Gian Luigi dovevano impadronirsi della porta del Bisagno e di quella di S. Tommaso; mentre avrebbe attaccato il porto per impossessarsi delle galee dei Doria.

La notte stabilita, al segno dato, i congiurati attaccarono i punti fissati e se ne impadronirono facilmente; una accanita resistenza la trovarono alla porta di S. Tommaso, tuttavia la occuparono; Giannettino Doria, che era accorso a difenderla, venne ucciso; il vecchio ammiraglio, credendo tutto perduto, fuggì a Sestri. I congiurati erano già vittoriosi in tutti i punti quando si sparse la notizia che Gian Luigi Fieschi nel passare da una nave all'altra era, caduto in mare, annegando.

La morte del loro capo atterrì i congiurati, i quali non osarono più attaccare il palazzo e, nonostante padroni della città, cominciarono a trattare con la Signoria alla quale offrirono di cedere le porte a condizione che fosse loro concessa l' impunità. Giurati i patti i seguaci del Fieschi si ritirarono a Monteggio. Il giuramento però non venne rispettato e i vinti, diventati così vincitori, per vendicare Giannettino si misero a fare le più feroci vendette, che rappresentano una macchia incancellabile nella vita del grande ammiraglio.

La congiura di Gian Luigi Fieschi non fu l'unico tentativo fatto a Genova contro gl'imperiali. Nello stesso anno, NICOLÒ DORIA, figlio di Gerolamo e cognato di Gian Luigi, di cui aveva sposato la sorella Camilla, messosi d'accordo con Cornelio ed Ottobuono Fieschi, esuli in Francia, e con Enrico II, sperava di potere cacciare fuori gli Spagnoli e consegnar Genova ai Francesi quando, scoperto gli imperiali il concentramento di armati che si preparava a Modena e a Reggio, dovette salvarsi con la fuga.
Scoperta pure fu nello stesso arco di tempo un'altra congiura, quella ordita da Paolo Spinala d'accordo con i Fieschi per abbattere Andrea Doria e metter Genova sotto l'egida del re di Francia. Fu ordinato, sul principio del 1548, l'arresto del cospiratore, ma il giorno prima, avvertito, lo Spinola era fuggito alla volta di Venezia.

Una quarta congiura ordita ai danni del Doria e degli Spagnoli poi finita anche questa miseramente, fu quella di GIULIO CYBO. Quest, in aspra lotta per alcuni anni con la madre Ricciarda Malaspina, che non voleva cedergli il ducato di Massa e Carrara spettante a lui per testamento dell'avo Antonio Alberico II, si era finalmente nella primavera del 1547 per la mediazione dello zio cardinale Innocenzo accordato con lei, la quale era stata indotta a dargli il governo del ducato dietro il pagamento di quarantamila scudi d'oro. Non avendo potuto procurarsi l'intera somma, Giulio si rivolse ad Andrea Doria, suo parente (aveva sposato Peretta, sorella di Giannettino) per avere ventimila scudi come dote della moglie, ma il Doria, che sapeva Giulio in segreti rapporti con la corte di Francia, si rifiutò e il Cybo entrò allora in una congiura che si ordiva in Genova contro l'Ammiraglio allo scopo di mettere la città sotto la protezione francese.

Secondo il piano, il Cybo doveva favorire l' ingresso a Genova di Ottobuono Fieschi, e degli altri fuorusciti stabiliti a Venezia, i congiurati dovevano uccidere l'ammiraglio, il Centurione, l'ambasciatore spagnolo ed altri esponenti del partito dei Doria, dovevano aprir le prigioni, impadronirsi della città e quindi con l'aiuto del Papa e di Piero Strozzi, estendere il movimento per tutta la penisola contro la dominazione spagnola.

La congiura fallì prima ancora di mandarla ad esecuzione e Giulio Cybo venne arrestato a Pontremoli. Dal suo interrogatorio risultò che la mente della congiura era il duca Ottavio Farnese e che ad essa non erano estranei il Pontefice e i cardinali Farnese, Guisa e Maffei. Giulio Cybo, malgrado l'intercessione di Cosimo de' Medici a suo favore, fu messo a morte il 18 maggio del 1548.


INSURREZIONE DI NAPOLI CONTRO DON PEDRO DE TOLEDO 
 CONGIURA CONTRO PIER LUIGI FARNESE - MORTE DI PAOLO III

Non soltanto nell'Italia settentrionale gli Spagnuoli erano odiati; ma  lo erano ancora di più nel regno di Napoli, di cui era vicerè don PIETRO di TOLEDO, il quale con il monopolio dei grani che aveva in mano  procurò frequenti carestie alla capitale del reame, mise in cattiva luce presso l'imperatore la nobiltà costrette a subire odiose mortificazioni e non volle mai tenere a freno le violenze delle soldatesche spagnole che per il loro comportamento erano la causa di un grandissimo malcontento nel popolo che provocavano spesso sanguinose zuffe.
Per ribadire maggiormente il suo giogo sui Napoletani, l' 11 maggio del 1547 il viceré promulgò un editto con la quale istituiva l'ufficio dell'inquisizione; ma contro questo provvedimento, che offendeva l'onore della nazione ed era strumento cieco di tirannide, insorse il popolo, guidato da TOMMASO ANELLO.

Don Pietro di Toledo cercò di reprimere il tumulto, ma in breve tutta la città fu con ogni tipo di arma in mano, e corse tanto sangue per le vie; gli  insorti elessero dei capi nelle persone di Giovanni da Sessa, Cesare Mormile e Gianfrancesco e Pasquale Caracciolo; riunitisi fu poi deliberato dentro nella chiesa di S. Lorenzo di rifiutare obbedienza al viceré, di riunire tutte le classi cittadine e di protestare con un'ambasceria presso l' imperatore per l'introduzione dell' inquisizione e, infine, alcuni chiesero aiuto al Pontefice, e altri al re di Francia.
Il vicerè che non aveva forze sufficienti per domare l'insurrezione, si rivolse a Genova ad Andrea Doria. Ma dovette passare del tempo prima che le venti galee dell'ammiraglio, prive delle ciurme che erano fuggite durante la rivolta del Fieschi, fossero pronte per salpare.

 Quando furono apparecchiate, ne prese il comando Marco Centurione, che, imbarcato poi alla Spezia le milizie inviate dalla Lombardia da Ferdinando Gonzaga e alla Foce d'Arno quelle offerte da Cosimo de' Medici, andò a rinforzare la guarnigione spagnola a Napoli. 
Malgrado l'arrivo di questi rinforzi, il viceré non poteva sperare di soffocare l'insurrezione e allora fu necessario scendere a patti. Il 12 agosto del 1547 l' imperatore fece promettere che sarebbe stato ritirato l'editto riguardante l' inquisizione e che nessuno dei ribelli sarebbe stato punito; solo a queste condizioni i Napoletani deposero le armi e tornarono all'obbedienza.

Era naturale che tutte queste congiure avessero per conseguenza delle rappresaglie, ovvero portassero ad altre congiure ordite dai ministri spagnoli contro i loro nemici. Fra questi uno dei più pericolosi era PIER LUIGI FARNESE (figlio del pontefice), il cui ambiguo operato veniva diligentemente sorvegliato da Andrea Doria e da Ferdinando Gonzaga. Quest'ultimo avrebbe voluto senz'altro togliere con la forza Parma e Piacenza al Farnese e unire queste due città al ducato milanese, ma Carlo V, pure avendo motivo di lagnarsi della condotta del duca e della politica pontificia, non voleva rompere apertamente i suoi rapporti con il Pontefice, ed era invece dell'avviso che si dovesse aspettare una occasione propizia per venire in possesso delle due città.

L'occasione non poteva essere offerta che dalla politica stessa del Farnese favorevole al popolo e avversa alla nobiltà. Abituati ad essere blandamente governati dai legati pontifici, i nobili non sopportavano il governo di Pier Luigi, che aveva posto termine alle loro arroganti prepotenze ed aveva cercato di inaugurare un regime di giustizia ed eguaglianza. Credendosi menomati nei loro privilegi e perseguitati dal duca, nutrivano verso di lui un odio grandissimo ed aspettavano anche loro l'occasione buona per abbattere il Farnese, mentre Andrea Doria da una parte e il Gonzaga dall'altra soffiavano con furbizia sul fuoco. Meglio se il "lavoro sporco" lo facevano i nobili, poi sarebbero intervenuti.

Quando Pier Luigi, si accorse degli intrighi dei ministri spagnoli, cominciò a costruire a Piacenza una fortezza per potere respingere eventuali attacchi esterni ma anche per meglio dominare la città, i nobili ruppero gli indugi e, compreso che il momento di agire era giunto, si raccolsero intorno al conte Agostino Landi, al conte Giovanni Anguissola, a Camillo e Girolamo Pallavicini e a Gian Luigi Gonfalonieri, e stabilirono di sopprimere il duca.
Ferdinando Gonzaga si accordò subito con i congiurati, ne diede avviso all' imperatore e studiò con i nobili il piano che doveva portare all'uccisione del duca. Il Gonfaloniere doveva recarsi a Lodi a raccoglier soldati e riunire tutti i fuorusciti piacentini; quindi star pronto con il Gonzaga ai confini dello Stato per piombare su Piacenza quando la congiura fosse iniziata.
A Piacenza dovevano agire il Landi, i fratelli Pallavicini e l'Anguissola, aiutati da qualche centinaio di persone. Il colpo fu deciso per il 10 settembre del 1547. 

Nel pomeriggio di quel giorno i congiurati si sarebbero introdotti nella cittadella, ad un colpo di pistola sparato da Giovanni Anguissola, questi sarebbe penetrato con un gruppo di amici nella stanza ducale, Alessandro e Girolamo Pallavicini si sarebbero impadroniti, della porta della cittadella, rialzandone il ponte levatoio, mentre altri avrebbero dato addosso alle guardie.

Il piano fu eseguito con precisione, segretezza e fulmineità. L'Anguissola, entrato nella stanza del duca con due sgherri, Giovanni Osca da Valenza e Franceschino Malvicini, lo trovò che aveva appena finito di pranzare. Pier Luigi ebbe solo il tempo di esclamare Ah Signore ! Ah Conte ! e fu crivellato di colpi; le guardie del palazzo vennero assalite ed uccise e la cittadella facilmente occupata.
Il popolo, saputo che si dava l'assalto alla cittadella, accorse per difendere il duca; ma i congiurati appesero alla finestra il cadavere con una fune al piede, lo calarono nel fosso e diedero il permesso alla plebe, per ingraziarsela, di saccheggiare la cittadella.

Il giorno dopo, nella chiesa di S. Francesco, si riunirono a consiglio il Priore, gli Anziani, i Requisitivi ed altri stimabili cittadini, i quali diedero incarico all'Anguissola, al Landi, a Gian Luigi Sanseverino e a Pallavicino di Scipione di dare un nuovo governo alla città; ma poco dopo, com'era stato stabilito, entrava da Porta Fudestà don ALVARO de LUNA con un forte gruppo di milizie imperiali, che prendeva possesso della città in nome dell'imperatore e il 12 settembre faceva il suo ingresso a Piacenza Ferdinando Gonzaga alla testa dei fuorusciti.

Protestò il Pontefice in concistoro per l'uccisione del figlio e l'occupazione della città,  Ottavio Farnese e Margherita pregarono l' imperatore che restituisse loro il feudo; ma Carlo V fu sordo alle proteste e alle preghiere; anzi il Gonzaga tentò di togliere ai Farnesi anche Parma, ma invano, perché validamente difesa da CAMILLO ORSINO, figlio di Pier Luigi, e nipote del papa.

I Farnese, in seguito, cercarono di vendicare la morte di Pier Luigi, ma non vi riuscirono. L'Anguissola, per aver favorito la rivolta era stato creato governatore di Como, riuscì infatti scampare ai pugnali di parecchi sicari dei Farnese; Girolamo Pallavicino, nel 1552, presso Anversa in Fiandra fu mortalmente ferito dalle spade di otto uomini mascherati, che gli uccisero tutti i parenti; e lo stesso Gonzaga a stento riuscì a sfuggire dalle mani di alcuni corsi pagati da Ottavio Farnese per ucciderlo.

Caduta Piacenza, il Pontefice mandò a Parma al nipote Ottavio un buon nucleo di milizie capitanate da Alessandro Vitelli; poi cercò di riavere la perduta città non lasciando nulla d'intentato. Minacciò, pregò, propose di riportare a Trento il concilio, ma nulla riuscì a distogliere l' imperatore dall'intenzione di rimanere in possesso di Piacenza. Allora Paolo III pensò di stringere alleanza con la Francia e non gli riuscì difficile accordarsi con ENRICO II. 

I Veneziani furono invitati ad entrare nella lega, ma da Venezia risposero di volere rimanere in pace con tutti i principi cristiani e così la lega, che doveva comprendere la Francia, la Svizzera, Venezia e la Santa Sede, non fu stipulata. Mentre il Papa cercava di trovar nemici all'imperatore, il Gonzaga tentava di conquistare a Carlo V anche Parma. Paolo III, temendo che anche questa città cadesse nelle mani degli imperiali, pensò di restituirla alla Chiesa, dando in cambio ad Ottavio, Camerino. La decisione del Pontefice non piaceva proprio ad Ottavio, il quale, non solo protestò energicamente, ma con l'aiuto del cardinale Alessandro Farnese, fece un tentativo non risuscito di occupar con la forza Parma, quindi minacciò suo nonno il Pontefice di unirsi all' imperatore.

Il contegno del nipote influì talmente sulla salute del Papa che questi si ammalò gravemente e di lì a pochi giorni morì (10 novembre del 1549). 
Aveva regnato quindici anni e lasciava fama di Pontefice generoso verso i poveri, di protettore delle arti e amante delle feste. Anche lui, come i suoi predecessori, aveva voluto innalzare la sua casa -e dei benefici procurati ai suoi parenti era stato ripagato con l'ingratitudine - ma aveva cercato anche - e qui sta tutto il suo merito - di opporsi in tutti i modi e con tutti i mezzi alla preponderanza straniera sebbene in questa sua politica non fosse guidato dall'amore per l'indipendenza italiana ma solo dagli interessi della Santa Sede e della sua famiglia.

""...Con Paolo III - scrive il Callegari - finì la serie di quei papi dello scorcio del secolo XV e del principio del secolo XVI, che, comunque sembrano più o meno cattivi principi, furono certamente quasi tutti cattivi ed alcuni scandalosi pontefici, incomincia invece una serie nuova e diversa di papi, quasi tutti, o, forse tutti, buoni pontefici, ed anche migliori principi rispetto a nepotismo, cattivi solamente per quella quasi necessità della politica tutta filo-austriaca ..."".

 

Morte di Paolo III, elezione di Giulio III, e poi altri papi.
Per l'Italia un altro periodo poco sereno, anni di guerre fra i due potenti Re d'Europa,
e come al solito, teatro delle contese dei due sovrani non poteva che essere l' Italia.
 
ed è il periodo che va dal 1550 al 1559 > > >


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Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - 
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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