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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI dal 1550 al 1559 

GIULIO III - TRATTATO CATEAU CAMBRESIS

L'ASSEDIO DI SIENA (Battaglia di Scannagallo)

Per gentile concessione dell'Assoc. Cult. di SCANNAGALLO) (e chi meglio di loro!)
riportiamo l'esatta cronologia degli eventi in pagine dedicate
gli episodi dell'assedio e la nefasta battaglia del 2 Agosto 1554
( VEDI QUI )

ELEZIONE DI GIULIO III - GUERRA DI GIULIO III CONTRO OTTAVIO FARNESE; ASSEDIO DI PARMA E MIRANDOLA -- FRANCESI E TURCHI CONTRO IL NAPOLETANO -- BATTAGLIA DI PONZA - SIENA DOPO CAMBRAI: GOVERNO DI ALFONSO PICCOLOMINI; LA FAMIGLIA SALVI; GOVERNO GRANVELLE RIFORMA COSTITUZIONE; GOVERNO DI DE LUNA; CACCIATA DEGLI SPAGNOLI; DON DIEGO HORTADO DE MENDOZA; ENEA PICCOLOMINI; IL PRESIDIO SPAGNOLO LASCIA SIENA - SIENA SOTTO LA PROTEZIONE DEL RE DI FRANCIA - MORTE DEL VICERÈ DI NAPOLI - GARCIA DE TOLEDO CONTRO SIENA - SPEDIZIONE FRANCO-TURCA CONTRO LA CORSICA -IPPOLITO D' ESTE E PIERO STROZZI A SIENA. -- GUERRA TRA COSIMO DE' MEDICI E LA REPUBBLICA SENESE: ASSEDIO DI SIENA; IMPRESE ED ATROCITÀ DEL MARCHESE DI MARIGNANO: ROTTA DI PIERO STROZZI A MARCIANO - CAPITOLAZIONE DI SIENA - LA REPUBBLICA DI MONTALCINO - COSIMO DE' MEDICI PADRONE DI SIENA - LA STATO DEI PRESIDI - MORTE DI GIULIO III - PONTIFICATO DI MARCELLO II - ELEZIONE DI PAOLO IV E SUA POLITICA ANTISPAGNOLA - ALLEANZA FRANCOPONTIFICIA -- TREGUA DI VAUCELLES - ABDICAZIONE DI CARLO V -- FILIPPO II SUL TRONO DI SPAGNA - GUERRA DEL PAPA ED ENRICO II CONTRO LA SPAGNA E L' INGHILTERRA - IL DUCA D'ALBA E IL DUCA DI GUISA - EMMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA SCONFIGGE I FRANCESI A SAN QUINTINO - PACE TRA PAOLO IV E FILIPPO II - PRESA DI CALAIS - PACE DI CATEAU-CAMBRÉSIS (CAMBRIAI)

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GIULIO III E LA GUERRA CONTRO OTTAVIO FARNESE
FRANCESI E TURCHI CONTRO IL NAPOLETANO
BATTAGLIA NAVALE DI PONZA


Con la morte di PAOLO III pareva che non dovesse più risorgere la casa Farnese; invece ad essa il defunto Pontefice aveva assicurato i mezzi di non perire creando numerosi cardinali e furono questi, nel conclave, a fare eleggere un devoto del defunto papa il quale non poteva non favorire i Farnese. Il nuovo Pontefice fu il cardinale DEL MONTE, che sali al trono il 7 febbraio del 1550 con il nome di GIULIO III.

Dopo appena due giorni la sua elezione, ordinò che Parma fosse restituita ad Ottavio Farnese; confermò l' investitura del ducato di Castro ad Orazio, fratello di Ottavio, e ad entrambi lasciò le cariche di prefetto di Roma e di gonfaloniere della Chiesa. Eppure nonostante questo zelo, ben presto i buoni rapporti che regnavano tra il Pontefice e i Farnese si alterarono e ciò dipese dal fatto che i Farnese avevano visto nuovamente il territorio di Parma invaso da Ferdinando Gonzaga, e Orazio, il 27 maggio del 1551, lusingato da Enrico II, che gli prometteva in sposa la figlia naturale Diana, aveva stretto legami con il re di Francia.
Ne risultò che la casa Farnese,  prima era schierata a favore del Pontefice e dell'imperatore, ora si metteva sotto la protezione della Francia. Giulio III, suo malgrado, si trovò coinvolto in una guerra  che tornava a metter di fronte la Francía e la Spagna. Come al solito, il teatro delle contese dei due sovrani non poteva che essere l'Italia.

Ferdinando Gonzaga (filo-imperiale) occupò Brescello, terra del cardinale IPPOLLITO d'ESTE, che era al servizio del re di Francia, e si preparò a cingere d'assedio Parma, mentre alla Mirandola, mandati da ENRICO II, giungevano Piero Strozzi e Cornelo Bentivoglio per radunare truppe e soccorrere il Farnese. Lo Strozzi radunò quattromila fanti, poi con un corpo di cinquecento cavalli entrò a Parma e fu di grandissimo aiuto a questa città perché ben coperti dalle armi  permisero frequenti uscite per procurare vettovaglie.

Sul cominciare del luglio 1551 l'esercito imperiale-pontificio mandò ad assediare la Mirandola, saccheggiando e bruciando barbaramente il territorio; intanto Enrico ordinava al suo generale, il Brissac, di occupare S. Damiano, Chieri, Brusasco ed altre terre del Piemonte, riuscendo ad alleggerire Parma e la Mirandola dalla pressione ispano-pontificia. Difatti Ferdinando Gonzaga, che aveva devastato il territorio parmense e occupati parecchi luoghi, fra cui Calestano, Torrechiara e Felino, lasciato all'assedio della città parte del suo esercito al comando del marchese di Marignano, con il resto dovette accorrere in Piemonte (settembre del 1551).

La partenza del Gonzaga cominciò a far sentire il peso maggiore della guerra a Giulio III, il quale si pentiva ora di essersi messo in una lunga e dispendiosa guerra e cercava di riavvicinarsi alla Francia. Trattative con Enrico II vennero iniziate, ma il sovrano francese pose delle condizioni così pesanti che il Pontefice ruppe i negoziati. Questi però furono ripresi quando il Papa si accorse che la fortuna dell'imperatore -minacciato da una terribile insurrezione in Germania e da grandi preparativi francesi- stava declinando, di modo che i nuovi incontri  condussero ad un accordo, stipulato il 29 aprile del 1552.
E queste furono le basi: ""...viene stabilita una tregua di due anni, passati i quali, l re di Francia lascerà il Duca Ottavio in piena libertà di poter trattare e accordarsi con S. Santità a beneficio nondimeno della Chiesa; Sua Santità e l'imperatore non saranno in alcun modo dal canto di Parma e della Mirandola turbati ed offesi nei loro Stati; Castro sarà consegnato in mano dei due Cardinal Farnesi, o da uno di loro o da un altro confidente a Sua Santità e al Duca Ottavio, a condizione che da quella parte non vengano né direttamente né indirettamente danneggiati ed offesi tanto gli stati della Chiesa quanto quelli dell'Imperatore e specialmente lo Stato di Siena, e non vi si facciano nuove fortificazioni senza licenza dell' Imperatore, né mossa di gente, se non bisogna per la sua custodia; si davano all'Imperatore undici giorni di tempo a dichiararsi se voleva essere compreso nell'accordo; in caso che non lo facesse entro quel termine, lo s'intenda escluso e sia nullo tutto ciò che vi si contiene in favor suo, degli Stati suoi e di quello di Siena; ed ove non voglia ratificarne gli articoli in quel che toccano a lui, Sua Santità non lascerà di ritirarsi in tutto o per tutto dalla guerra senza prestare ad esso imperatore l'autorità sua né aiutarlo, né di favore, né di gente, né di denari, né di vettovaglie, né altrimenti in qualunque maniera si sia...""" (Gosellini).

Il Pontefice fece sapere a Carlo V di essere stato costretto all'accordo dalle sue finanze esauste, dai pericoli cui era esposto lo Stato pontificio e dal fatto che la Francia tendeva ad abbracciar le dottrine luterane; l' imperatore, che in quel momento non si trovava in condizioni migliori del Papa, accettò l'accordo e lo ratificò il 10 maggio.
Intanto Enrico II si preparava ad assalire il Napoletano, sollecitato a farlo da Ferdinando di Sanseverino, principe di Salerno. Questi, perseguitato dal viceré don Pedro di Toledo, se n'era andato a Venezia ed aveva, ma inutilmente, cercato di spinger questa repubblica contro l'imperatore, poi si era rifugiato in Francia ed era riuscito a persuadere Enrico II all'impresa di Napoli, dicendogli che i Napoletani, se solo fossero stati aiutati da una forte potenza straniera - come era la Francia-  sarebbero immediatamente insorti contro gli Spagnoli.

Tuttavia Enrico II, non ritenendosi in grado di strappare a Carlo V l'Italia meridionale, si alleò (come si vede i turchi venivano sempre utili, ignorando i motivi religiosi) con  Solimano e questi nell'estate del 1552 spedì nelle acque italiane una numerosa flotta, comandata da SINAN pascià e dal famoso DRAGUT, cristiano rinnegato di Messina (utile anche lui) che doveva agire unitamente ad un'armata francese agli ordini di Antonio ESCALIN e ad un esercito di Enrico guidato da LEONE STROZZI.

Minacciato da tante forze, don Pedro di Toledo, a Napoli si preparò alla resistenza mettendo suo figlio don Garcia alla custodia dei punti in cui presumeva che i Turchi e i Francesi dovessero tentare uno sbarco e mandando a Pozzuoli con dieci navi don BERENGER di REQUENSES; contemporaneamente sollecitò ANDREA DORIA e don GIOVANNI di MENDOZA a correre in aiuto di Napoli con una flotta.

Sinan pascià e Dragut partirono da Costantinopoli nel luglio; giunti nello Ionio, il primo puntò su Reggio, il secondo si diresse a Messina di cui devastò il litorale; quindi, passato lo Stretto, la flotta turca risalì le coste meridionali della penisola diretta verso i lidi del Lazio. Essendosi saputo che il Doria era partito per soccorrere Napoli, DRAGUT con parte delle navi si nascose dietro l'isola di Ponza per sorprendere al passaggio le galee nemiche.
Nella notte del 5 agosto fu avvistata la flotta imperiale che, colta di sorpresa, non riuscì a opporre resistenza: don Giovanni di Mendoza venne circondato e catturato con le sue navi, Andrea Doria invece con il resto dell'armata riuscì a veleggiare nella sua fuga verso la Sardegna.

Se, dopo la felice impresa di Ponza, si fosse effettuata la congiunzione delle forze turche con quelle francesi, forse il Napoletano sarebbe stato perduto dagli Spagnoli; ma, dopo venti giorni di inutile attesa, Sinan e Dragut fecero vela verso Costantinopoli. Pochi giorni dopo giungevano nelle acque napoletane l'Escalin e il Sanseverino con venti navi francesi. Cercarono di raggiungere i loro alleati e navigarono addirittura fino al Bosforo, e quando finalmente trovarono la flotta turca già ancorata a Costantinopoli, invano pregarono il sultano di rimandarla indietro: fu loro risposto che oramai la stagione troppo avanzata non era propizia all'inizio di operazioni navali, le quali sarebbero state riprese in primavera.
Il teatro della guerra franco-spagnola intanto si allargava, e una piccola repubblica italiana, Siena, mossa dalle prepotenze spagnole e furbescamente sobillata dalla Francia, entrava in un grande conflitto. 
Il 3 agosto del 1552, due giorni prima della sorpresa di Ponza, la guarnigione spagnola di Siena era stata costretta a sgomberar la città. Era questo l' inizio d'una lotta senza quartiere che doveva costare all'antica repubblica la perdita della sua libertà.


VICENDE DI SIENA DAL TRATTATO DI CAMBRIAI ALLA RESA DEL 1554
LA REPUBBLICA DI MONTALCINO - LO STATO DEI PRESIDI

Sebbene da molto tempo seguisse la parte imperiale, Siena, dopo il trattato di Cambrai, aveva, come tutti gli altri piccoli stati d'Italia, perduto la sua indipendenza e, dilaniata all'interno dalle aspre contese delle sue principali famiglie, non aveva saputo opporsi all'invadenza di Ferdinando Gonzaga, il quale ne aveva fatto riformare la costituzione ed aveva perfino imposto alla città una guarnigione spagnola.

Nel maggio del 1538, perché gradito all'imperatore, era stato messo a capo della repubblica senese ALFONSO PICCOLOMINI, duca d'Amalfi, discendente da un nipote di Pio II; ma lui non era l'uomo che ci voleva per governare uno Stato agitato da tante discordie o per assestare un'amministrazione caduta nell'anarchia; difatti, privo di energia e di abilità, si lasciava guidare dalla famiglia SALVI, la quale era pervenuta a grande potenza e tiranneggiava arrogantemente in tutto e per tutto la cittadinanza.

Dopo l' infelice spedizione di Algeri, i Senesi avevano informato l' imperatore delle tristi condizioni in cui erano stati ridotti, e Cosimo de' Medici aveva fatto sapere a Carlo V che tra Giulio Salvi e il Montluc, segretario del re di Francia a Roma, era stato concluso un trattato segreto per cedere Porto Ercole ai Francesi, introdurre questi per quella via in Toscana, indurre Siena ad allearsi alla corte di Francia e dare infine a questa la possibilità di riacquistare il predominio nelle cose d'Italia.
Preoccupato da queste notizie, l'imperatore richiamò il Piccolomini, fece imprigionare uno dei fratelli Salvi e sostituì il duca d'Amalfi nel governo della città con Monsignor di GRANVELLE, il quale, giunto a Siena il 20 settembre del 1541, riformò la costituzione dando la Balia a un collegio di quaranta cittadini, trentadue dei quali scelti dai vari Ordini, il resto nominati da lui, e sostituendo agli Otto di Guardia un Capitano di Giustizia assistito da un Vicario, da un Bargello con otto fanti e dodici uomini a cavallo e da due Notari.

Al Granvelle successe don GIOVANNI De LUNA comandante della guardia imperiale composta da cinquecento uomini. Le ruberie di questi soldati, i quali, essendo poco o niente pagati, vivevano a spese dei Senesi, e il favore che il De Luna accordava all'aristocrazia suscitarono tale malcontento che il popolo, il 6 febbraio del 1545, si levò a tumulto, uccise una trentina di nobili e, circa un mese dopo, il 4 marzo, costrinse don Giovanni De Luna ad allontanarsi con la guardia dalla città.

Ma Siena non rimase libera dalla guarnigione straniera che poco più di due anni: infatti il 23 settembre del 1547 vi fu mandato un nuovo presidio sotto il comando del capitano GALIEGO e il 20 ottobre, al posto del De Luna, don DIEGO HORTADO di MENDOZA, storico, poeta e romanziere di molta fama, il quale creò una nuova Balia, i cui membri per metà dovevano essere di sua scelta, rinforzò la guarnigione, si fece eleggere Capitano del Popolo, proibì ai cittadini la detenzione delle armi e, dietro ordini imperiali, si accinse ad erigere una fortezza.

E' superfluo dire che la decisione di innalzare una rocca indignò terribilmente i Senesi i quali vedevano in essa una minaccia a quel poco di libertà che era loro rimasta. Essi si rivolsero a COSIMO de' MEDICI e a GIULIO III perché convincessero l' imperatore a recedere dal suo proposito. Inviarono a CARLO V un memoriale contrario all'erezione della fortezza firmato da oltre un migliaio di cittadini appartenenti a tutti gli ordini, e infine gli mandarono come ambasciatore lo storico MALAVOLTI per scongiurarlo di non fare costruire la rocca. Ma a nulla valsero il memoriale e le preghiere; l'imperatore rispose che gli era necessaria  una fortezza a Siena per la sicurezza dei propri domini in Italia, e così  furono cominciati i lavori.

L' indignazione dei Senesi fu tanta; e malgrado la loro antica devozione all'impero, nel 1552, quando si riaccese la guerra tra Enrico II e l'imperatore, vedendoci un'occasione, si rivolsero alla corte di Francia e ne invocarono l'aiuto per sottrarsi al giogo degli Spagnoli.
Sebbene le trattative iniziate dai Senesi con la Francia fossero venute a conoscenza di Cosimo de' Medici e del Mendoza, questi non poterono o non seppero impedire che due fuorusciti senesi, ENEA PICCOLOMINI ed AMERIGO AMERIGHI, i quali col favore dei Francesi avevano messo insieme un esercito di circa tremila uomini, giungessero la sera del 26 luglio del 1552 alle porte di Siena.

Vi erano in città solo quattrocento Spagnoli essendo gli altri stati mandati ad Orbetello e in vari altri luoghi; per di più don Diego Hortado si trovava in quel momento a Roma. Il popolo si levò a tumulto, aprì le porte al Piccolomini, e la guarnigione spagnola venne cacciata dal convento di S. Domenico, dove cercava di fare resistenza, e costretta a chiudersi nella nuova fortezza.
Cosimo de' Medici si affrettò a mandare delle milizie in soccorso degli Spagnoli, ma pochi giorni dopo, temendo di tirarsi addosso le armi della Francia mentre Carlo V impegnato contro Maurizio di Sassonia non era in grado di sostenerlo, richiamò le sue truppe e si fece mediatore tra i Senesi e gli Spagnoli, ai quali fu concesso (3 agosto 1552) di lasciare Siena e ritirarsi a Firenze. La fortezza, innalzata a porta Camullia, fu nello stesso giorno demolita pietra dopo pietra.

Enrico II, traendo profitto dalle circostanze, mandò a Siena soldati, munizioni e il duca di Thermes e subito fu stipulato tra il re di Francia e la repubblica un trattato per la quale venne riformata la costituzione della città. Cosimo de' Medici che temeva la vicinanza dei Francesi e conosceva le mire di CATERINA, moglie di Re Enrico II, sulla Toscana, ritenne opportuno di concludere con il re di Francia un trattato segreto in cui prometteva di rimanere neutrale, ma in cuor suo era fermamente deciso di non staccarsi dall'amicizia imperiale, la sola che potesse salvaguardare i suoi interessi.
La vigilia della capitolazione della guarnigione spagnola (2 agosto) CARLO V -non più in difficoltà- aveva stipulato con i principi protestanti il trattato di Passau. Avute le mani libere in Germania, deliberò di punire esemplarmente Siena e ordinò a don PEDRO di TOLEDO, vicerè di Napoli e suocero di Cosimo I di Toscana, di recarsi con tutte le forze di cui poteva disporre a Livorno e di unirsi nell' impresa al genero.

Il vicerè obbedì, ma nel febbraio del 1553, mentre si trovava a Firenze, cessò di vivere. Il comando dell'impresa fu offerto dall'imperatore a Cosimo stesso; questi però lo ricusò, ed allora l'incarico venne dato a don GARCIA di TOLEDO, figlio del vicerè morto, il quale, con un esercito dei seimila Spagnoli, duemila Tedeschi ed ottomila italiani, entrò nel territorio di Siena e, impadronitosi facilmente di Lucignano, Montefellonico e Pienza, pose l'assedio a MONTALCINO.

Stava questa terra per capitolare, quando don Garcia fu improvvisamente chiamato nel Napoletano, minacciato - l'abbiamo già accennata in altra parte- da una flotta di centocinquanta navi turche comandata da Sinan Pascià. L' intervento dei Turchi, alleati dei Francesi, veniva opportuno per salvare Siena dagli imperiali, ma metteva in serio pericolo un'altra terra italiana la Corsica, che dal 1481 stava sotto la signoria genovese.
Difatti i Turchi, fallito il loro tentativo sulle coste napoletane, andarono a devastare l' isola d'Elba, quindi, presi a bordo tremila soldati comandati dal duca di Thermos, che, secondo gli accordi tra Solimano ed Enrico II, aspettavano sui lidi del territorio senese, si rivolsero contro la Corsica. Bastia venne facilmente espugnata, Bonifacio per il tradimento di Antonio da Cerreto e Diego Santo capitolò; Calvi valorosamente difesa da tre compagnie di soldati spagnoli, resistette.

A Siena, partito il duca di Thermos per l' impresa in Corsica, era rimasto, in nome della Francia, il cardinale Ippolito d' Este. Poco dopo vi fu mandato PIERO STROZZI, maresciallo di Francia e luogotenente generale di Enrico II in Italia, valentissimo capitano e favorito della ora regina di Francia Caterina de' Medici. L'arrivo dello Strozzi nel senese non poteva certamente far piacere a Cosimo che sapeva di essere da lui odiato per aver tenuto il prigione il padre Filippo dopo la rotta di Montemurlo. Aveva sì promesso di rimanere neutrale tra la Francia e l' impero, tuttavia aveva approfittato della guerra per insignorirsi di Lucignano e poco dopo aveva appoggiato una congiura ordita a Siena contro i Francesi, che, scoperta, era costata la vita a GIULIO SALVI, e a parecchi altri complici. Minacciato dai Francesi, aveva, poi nel giugno del 1553, concluso la pace con Siena, restituendo Lucignano e facendosi promettere che nessuno dei suoi nemici sarebbe stato ammesso entro le mura della città; ma era una pace che non poteva durare perché l'amicizia dei Senesi con la Francia costituiva un continuo pericolo per il duca di Toscana, soprattutto per la presenza a Siena di Piero Strozzi.

Per allontanare questo pericolo Cosimo dei Medici deliberò di rompere la pace sotto il pretesto che Siena aveva violato i patti ospitando lo Strozzi, e si preparò segretamente alla guerra, assoldando gran numero di truppe che divise in tre schiere: la prima al comando di FEDERICO da MONTALTO, doveva muovere su Grosseto e Castiglione della Pescaia; la seconda guidata da RIDOLFO BAGLIONI, doveva operare contro Chiusi; la terza, comandata da GIACOMO MEDICI marchese di Marignano, aveva il compito più difficile: l'occupazione di Siena.

Era stato ordinato che il 26 gennaio del 1554 tutte le truppe dovessero concentrarsi a Poggibonsi, ultimo castello del duca di Toscana sulla strada di Siena. Di qua, il giorno dopo, mosse il marchese di Marignano con le sue milizie, di notte, con quattromila fanti e trecento cavalli, giunto fin sotto porta Camullia, assalì ed espugnò il bastione lasciato in piedi dal popolo quando aveva demolito la fortezza eretta da don Diego Hortado di Mendoza.
Il cardinale Ippolito d'Este si trovava in quel momento ad un ballo; quando seppe che il Marignano era alle porte della città, sbigottito, voleva fuggire; ma venne trattenuto e più tardi prese coraggio sapendo che i cittadini la volta precedente avevano opposto al nemico una energica resistenza riuscendo a non farlo entrare in città. Il suo coraggio aumentò quando Piero Strozzi, che si trovava a visitare Grosseto, Massa, Porto-Ercole ed altre fortezze, della Maremma, saputo del colpo di mano del marchese di Marignano, rientrò precipitosamente e si pose in stato di difesa ma anche pronto ad attaccare.
Giacomo Medici, sapendo che Siena era munita di buone artiglierie, non ritenne prudente di batterne le mura coi suoi pezzi e stimò più conveniente bloccare la città e prenderla per fame, che non gli sembrava cosa difficile dato che i Senesi, colti alla sprovvista, non avevano avuto il tempo di ammassar vettovaglie. Inoltre il suo esercito andava sempre facendosi più numeroso con gli aiuti mandati dall'imperatore e in breve riuscì a disporre di ventiquattromila fanti e un migliaio di cavalli con i quali poteva tenere il blocco attorno a Siena e nello stesso tempo espugnare i vicini castelli del territorio.

Il primo castello che cadde nelle sue mani fu quello dell'Aiolfa, i cui abitanti, che si erano difesi valorosamente, pur arresisi a discrezione vennero poi quasi tutti impiccati. Il Marignano sperava che il trattamento usato ai difensori dell'Aiolfa sarebbe stato un esempio agli altri; anzi fece sapere in giro e dichiarò esplicitamente che avrebbe fatto lo stesso con tutti coloro che non si arrendevano dopo il suo primo colpo di artiglieria.
Ma la crudeltà e la minaccia del Marignano produsse l'effetto contrario: gli abitanti delle contrade senese mostrarono con il loro contegno tutto il loro attaccamento alla repubblica; ne diedero prova Turrita, Asinalunga, la Tolfa, Scopeto e la Chiocciola che opposero accanita resistenza alle truppe del Marignano e alla fine, espugnate, ebbero purtroppo lo stesso trattamento dell'Aiolfa.

Ma non tutte le imprese riuscirono al Marignano. Verso la fine di marzo aveva mandato Ascanio della Cornia e Rodolfo Baglioni a Chiusi, che secondo gli accordi con alcuni presunti traditori doveva essere consegnata. Ma quello che doveva essere un tradimento era uno stratagemma di guerra. Caduti in trappola, Ascanio fu fatto prigioniero, il Baglioni ucciso e la loro schiera -più di quattromila uomini- interamente distrutta.
Il Marignano si rifece di questo, scacco prendendo d'assalto altre terre e trattandone i difensori barbaramente. I castelli di Belcaro, Lecceto, Monistero, Vitignano, Ancaiano e Mormoraia vennero espugnati uno doro l'altro dopo una sanguinosa resistenza, i loro abitanti passati per le armi e le campagne devastate.

La desolazione del territorio senese era ormai grande e insufficienti gli aiuti della Francia, tuttavia gli abitanti di Siena non erano per nulla scoraggiati, anche perché Piero Strozzi sapeva tenere sveglio il loro entusiasmo e sempre viva la loro fede. Lo Strozzi, avendo avuto notizia che si radunavano alla Mirandola alcune schiere di francesi destinate a soccorrer Siena, decise di andar loro incontro.

L' 11 giugno uscì dalla città alla testa di seimila uomini, passò l'Arno a Pontedera ed entrato nel Lucchese si incontrò con i rinforzi francesi che erano giunti attraverso la via di Pontremoli. 
Inoltre a Viareggio dovevano giungere altre truppe e una flotta francese; ad aspettarla con due galee presso Scarlino c'era il fratello di Piero, Leone Strozzi. Purtroppo quando la flotta, dopo giorni di ritardo, arrivò, Piero seppe che Leone era stato ucciso. Le navi sbarcarono un corpo di milizie francesi e tedesche guidate da Biagio di Montluc, mandato da Enrico II perchè assumesse il comando di Siena. Con queste truppe Piero Strozzi sperava di potere assalire Firenze: ma il loro ritardo consigliò lo Strozzi ad abbandonare il suo disegno e fare ritorno in Siena.

Cominciavano intanto a essere insufficienti nella città assediata le vettovaglie: Piero Strozzi, sperando di trascinare lontano da Siena il Marignano e dar così agio agli assediati di procurarsi dei viveri, sul finire dell'estate si trasferì in Val d'Arno ed occupò Marciano ed Oliveto. Il Marignano lo seguì con mille e duecento cavalli e tredicimila fanti, risoluto ad attaccarlo. Lo Strozzi, essendo inferiore di forze cercava di schivare il nemico, ma questo il 2 agosto lo costrinse abilmente a battaglia e, dopo un furioso combattimento in cui perirono circa quattromila uomini, gli distrusse l'esercito, nella battaglia di Scannagallo.

(VEDI IL LINK INIZIO PAGINA)
(UNA FEDELE RICOSTRUZIONE STORICA DELLA BATTAGLIA)


La notizia di questa disfatta, sebbene addolorasse moltissimo i Senesi, non fece venir meno il loro coraggio; e la resistenza continuò. Tutti i cittadini, senza distinzione di ceto, di partito e di sesso si prodigarono nella difesa, e si ebbero altissime lodi dal Montluc tremila donne, che sotto la guida di LIVIA FAUSTA, di una Forteguerri e di una Piccolomini, furono infaticabili nei lavori di fortificazione.

Ben presto però la fame fece comprendere che era inutile ogni resistenza e i Senesi iniziarono negoziati per la resa. Il 17 aprile del 1555 fu così stipulata la capitolazione.
Siena tornava sotto la protezione dell'imperatore, il quale si obbligava a rispettare la libertà della repubblica, di conservare i magistrati, di non costruire alcuna fortezza e di mantenere a sue spese una guarnigione. Inoltre Carlo V prometteva un generale perdono e concedeva a tutti coloro che volessero lasciar la città di partire con le loro famiglie e i loro beni.

Moltissimi cittadini approfittarono di questa concessione e il 21 aprile uscirono con Piero Strozzi, col Montluc e con le truppe francesi e si ritirarono a MONTALCINO, che divenne l'ultimo baluardo della repubblica senese sotto la protezione della Francia e tale rimase fino al trattato di Chàteau Cambrésis del 1559, quando poi passò sotto il dominio di Cosimo dei Medici.
Siena rimase sotto la protezione imperiale fino al 1557; nel luglio di questo anno fu da Filippo II, figlio di Carlo V, ceduta a Cosimo, eccettuate Orbetello, Porto-Ercole, Talamone, Monte Argentario e Porto Santo Stefano che rimasero sotto la Spagna con il nome di Stato dei Presidi.

PONTIFICATO DI PAPA MARCELLO II e PAPA PAOLO IV
ABDICAZIONE DI CARLO V - IMPERATORE  FILIPPO II 
LEGA FRANCO-PONTIFICIA - BATTAGLIA DI SAN QUINTINO 
PACE DI CATEAU-CAMBRESIS

Circa un mese prima della capitolazione di Siena, e precisamente il 29 marzo del 1555, moriva GIULIO III, dopo un pontificato di poco più di cinque anni e gli succedeva il cardinale CERVINI, il quale l'11 aprile veniva eletto Papa con il nome di MARCELLO II.
 Fu il suo un pontificato brevissimo: venti giorni dopo egli cessò di vivere e il Conclave il 23 maggio elesse il vecchio cardinale GIOVANNI PIETRO CARAFFA, fondatore dell' Ordine dei Teatini e capo dell' Inquisizione, che volle chiamarsi PAOLO IV.

Il nuovo Pontefice era nemico dichiarato degli Spagnoli e di Carlo V; in più, era d'avviso che alla Santa Sede fosse necessario ritornare alla tradizionale politica papale che era quella di impedire a tutti i costi in Italia la formazione di uno stato potente. Questa politica naturalmente metteva il Pontefice contro l' imperatore, il quale, padrone della Sicilia, del reame di Napoli, della Sardegna, della Lombardia, di parte del Piemonte e indirettamente della Toscana e della Liguria, minacciava di insignorirsi di tutta l' Italia.

Ma affinché la politica di PAOLO IV che aveva per scopo di scacciare gli Spagnoli dall' Italia potesse essere messa in atto occorreva l'aiuto di un potente alleato, e questo non poteva essere che il re di Francia, il quale proprio in quell'anno proponeva un'alleanza al Pontefice.
I negoziati per concludere questa lega furono condotti nell'autunno del 1555. Vi dovevano partecipare il duca di Ferrara e Ottavio Farnese; Venezia, invitata ad entrarvi, quantunque le si offrisse la Sicilia, rifiutò di uscire dalla sua politica di neutralità; le principali condizioni erano le seguenti: Firenze e Siena dovevano tessere affrancate al giogo mediceo, Milano e Napoli avrebbero costituito degli stati separati per i figli di Enrico II, i quali dovevano subito scendere in Italia per essere educati sotto la tutela del Papa.

L'approvazione della lega da parte di ENRICO II giunse a Roma il 15 dicembre del 1555 e subito vennero fatti in tutto lo Stato della Chiesa preparativi di guerra; ma gli avvenimenti dell'anno che entrava fecero scomparire la speranza del Pontefice di cacciare dalla penisola gli Spagnoli.
CARLO V, non si sa bene perché, abdicava a favore del figlio FILIPPO II e del fratello FERDINANDO; al primo lasciava i Paesi Bassi, la corona di Spagna e i domini di Italia e d'oltre Atlantico, al secondo la corona imperiale; e il 7 settembre del 1556 si ritirava nella solitudine del convento spagnolo di S. Giusto; ma prima di rinunciare allo scettro stipulava a Vaucelles (3 febbraio del 1556) con Enrico II di Francia una tregua di cinque anni, in virtù della quale i due contendenti dovevano rimanere nel possesso delle loro conquiste.

La tregua che era stata conclusa a sua insaputa, che mandava a monte la lega e che lo lasciava solo contro gli Spagnoli, mosse a sdegno il Pontefice, il quale cercò di salvare il suo prestigio in Europa tentando di trasformare la tregua di Vaucelles in una pace tra Francia e Spagna.
A questo scopo Paolo IV il 10 aprile del 1556 mandò come ambasciatore a Bruxelles presso il re Filippo II il cardinale di Pisa, e ad Enrico II il cardinale Carlo Caraffa suo nipote. 
Il compito più importante era affidato a quest'ultimo. Egli, se non riusciva a indurre il re alla pace, doveva cercare in tutti i modi di persuaderlo a rompere la tregua e scender subito in guerra contro il rivale spagnolo-tedesco.

Il Caraffa, che per ragioni private nutriva un implacabile odio verso la corte spagnola, assolse brillantemente il suo compito. Fece capire al sovrano francese che dalla tregua non avrebbe ricavato alcun vantaggio, che Filippo avrebbe avuto tempo di prepararsi alla guerra e di consolidare il suo dominio in Italia costringendo a passare dalla sua parte tutti coloro che al presente erano invece disposti ad aiutare la Francia; lo convinse inoltre che una guerra contro il rivale aveva tutte le probabilità di una felice riuscita perché lo spagnolo non poteva fare sicuro assegnamento sul re di Inghilterra e sull'imperatore Ferdinando, mentre i Francesi potevano contare sugli aiuti dei Turchi, e sulla felice posizione in cui si trovavano le truppe in Piemonte e infine sull'appoggio incondizionato del Pontefice, sulle grandi aderenze che i Caraffa avevano negli Abruzzi e nel Napoletano e sul favore del duca di Ferrara.

ENRICO II, persuaso dalle ragioni addotte dal cardinale, decise di riprendere la guerra; ma le condizioni non erano così favorevoli come il Caraffa le aveva prospettate, perché l'Inghilterra scendeva in aiuto del re di Spagna, Ottavio Farnese, essendogli stata restituita il 15 settembre del 1556, Piacenza, si accostava a Filippo II, e c'era Cosimo dei Medici che aveva fatto capire di volere entrare nell'alleanza franco-pontificia, quindi tornava all'antica amicizia con la promessa poi mantenuta di ottenere Siena eccettuato lo Stato dei Presidi.

Il primo ad essere esposto all'offensiva di guerra fu Paolo IV. Lo Stato pontificio venne dal Napoletano attaccato dalle truppe spagnole e con il proposito di catturare il Pontefice a Roma si tramarono delle congiure, in una delle quali si trovò implicato l'ambasciatore di Filippo II, Garcilasso de Vega, che con altri complici venne chiuso in Castel Sant'Angelo. Intanto il duca d'Alba, vicerè di Napoli, occupava i dominii dei Colonna, nemici dei Caraffa, avanzava poi nel territorio pontificio occupando Pontecorvo, Veroli, Banco, Alatri e Fumone e minacciava di mettere a sacco Roma.

In aiuto del Papa era sceso in Italia al comando d'un esercito francese il DUCA di GUISA, ma questi se ne rimase per qualche tempo inoperoso pretendendo che il Pontefice gli consegnasse le fortezze della Chiesa, desse (prima di conquistarlo) subito ad Enrico II l'investitura del regno di Napoli e creasse dei cardinali devoti alla Francia.
Quando si accorse che Paolo IV era fermamente deciso a non cedere a tali richieste, il duca di Guisa iniziò le ostilità contro gli Spagnoli e penetrò nel regno di Napoli dalla parte degli Abruzzi. Secondo quel che aveva asserito il cardinale Caraffa, questa via non doveva presentare ostacoli per le armi francesi; invece un ostacolo insormontabile lo presentò Civitella del Tronto che resistette fieramente agli assalti del duca per oltre venti giorni e alla fine lo costrinse a togliere l'assedio. Tentò il Guisa di provocare a battaglia il duca d'Alba, ma senza alcun risultato, ed allora ritornò nello Stato Pontificio.

Però non era in Italia che dovevano decidersi le sorti della guerra franco-spagnola, ma in Francia. Gli Inglesi, che possedevano Calais, erano scesi in campo in favore di Filippo II e questi aveva radunato nei Paesi Bassi un forte esercito, il cui comando era stato affidato ad EMANUELE FILIBERTO di Savoia, il trentenne figlio ed erede del ducato di Carlo III, il quale mostrò in quella guerra di essere dotato di genio militare (per il momento a servizio degli spagnoli, in seguito dei francesi).

Egli tenne per qualche tempo incerto il nemico sulle sue intenzioni, quindi seppe fargli credere di voler marciare verso la Champagne e riuscì a far convergere verso quella provincia la maggior parte delle forze francesi; ma improvvisamente Emmanuele Filiberto, facendo una conversione a destra, puntò in direzione della Piccardia, che era stata sguarnita di truppe, e investì San Quintino, piazzaforte importantissima destinata a difender Parigi dalle minacce nemiche del nord.
Con il presidio ridotto a un quinto circa,  San Quintino non avrebbe resistito a lungo se non fosse accorso a difendere la piazza il prode ammiraglio di Coligny, che con il sacrificio di molti suoi soldati riuscì ad attraversare le linee degli assedianti e a penetrare nella città per chiedere aiuti al conestabile Montmorency, suo zio; e questi accorse con un buon numero di truppe e venti grossi pezzi d'artiglieria che cercò di introdurre nella città assediata. Non riuscito il suo tentativo, si ritirò, ma Emanuele Filiberto, che non voleva lasciarsi sfuggire una così bella occasione di attaccare il nemico, lo assalì all'improvviso e così furiosamente con la sua forte cavalleria che lo sbaragliò completamente.

Quattromila francesi caddero nella battaglia e più di altrettanti vennero fatti prigionieri. Fra questi vi fu il gran conestabile Montmorency, che dopo aver cercato la morte nel combattimento, ferito gravemente, si arrese consegnando la spada al duca di Savoia. Altri illustri prigionieri furono il duca d'Enghien, il duca di Longueville, il maresciallo di Sant'Andrea e il barone di Courton; cinquantadue bandiere, undici stendardi, tutte le artiglierie, le munizioni e i bagagli caddero nelle mani dei vincitori (10 agosto del 1557).Dopo questa grande vittoria, Emmanuele Filiberto consigliò il Re di Spagna di marciare su Parigi, ma Filippo II  a una così ardita proposta oppose un rifiuto; allora fu ripreso con maggior vigore l'assedio della città di San Quintino, che negli ultimi giorni di agosto fu espugnata dopo un impetuoso assalto. Anche l'ammiraglio di Coligny venne fatto prigioniero.

La notizia della vittoria spagnola di S. Quintino produsse grande costernazione a Roma, tanto più che Enrico II inviava un secco ordine al duca di Guisa di ritornare prontamente in Francia. Il Pontefice, vedendosi in procinto di rimaner solo contro il duca d'Alba, tentò di venire ad un accordo col viceré, ma le condizioni che questo poneva erano inaccettabili. Si mise allora a fare il negoziatore Cosimo de' Medici e il 14 dicembre del 1557 riuscì a far firmare una pace tra la Spagna e il Papa, al quale Filippo II non solo restituiva tutte le terre conquistate (ad eccezione del ducato di Palliano che nel gennaio dell'anno precedente era stato staccato dal Pontefice a Marcantonio Colonna e dato al conte di Montorio) ma prometteva anche di mandare un'ambasciata per chiedergli perdono di aver fatto guerra alla Chiesa.

Il duca d'Alba, che sperava di entrar vittorioso a Roma, vi entrò per ordine del suo sovrano quasi da vinto e dovette andare a chiedere scusa a Paolo IV, il quale lo accolse benevolmente e mandò alla viceregina la rosa benedetta. Nella pace non era stato incluso il duca di Ferrara, ma Cosimo riuscì a conciliarlo col re di Spagna.

Lo stesso giorno che il duca d'Alba entrava in Roma ne usciva il duca di Guisa che si portò rapidamente in Francia. Nominato luogotenente generale dell'esercito, egli, non curandosi di essere in piena stagione invernale, si mise in campagna fingendo di volere recarsi sulla frontiera della Fiandra, ma durante il cammino, si rivolse a Calais, importantissima piazza tenuta dagli Inglesi, e l'8 gennaio se ne impadronì. Prese anche Thionvilles con una battaglia nella quale trovò la morte il valorosissimo ma sfortunato Piero Strozzi.

Le vittorie del duca di Guisa e il suo contegno risoluto, non capovolse la situazione, ma affrettarono la fine della guerra. Del resto il bisogno di pace era sentito da tutti dopo tanti anni di lotte che erano costati molto sangue e somme ingenti: da Filippo II che, da poco salito sul trono, desiderava tornarsene in Spagna, da Emmanuele Filiberto di Savoia che bramava di tornare in possesso dei beni paterni, dai principi italiani che vivevano nel continuo timore di perdere i loro stati, da Enrico II, il quale era preoccupato dalle dottrine luterane che si andavano propagando anche nella Francia.

Il 12 ottobre del 1558 gli ambasciatori spagnoli e francesi si abboccarono a Cercamps per manifestare le loro proposte, ma, sopravvenuta, il 17 novembre, la morte di Maria Tudor regina d'Inghilterra, le trattative vennero interrotte e solo l'anno seguente poterono essere riprese a Chàteau-Cambrésis, dove il 2 aprile del 1559 fu firmata la pace alle seguenti condizioni:

La Francia restituiva Mariembourg, Thionvilles, Damvillers e Montmély al re di Spagna, Bovigny e Bouillon al Vescovo di Liegi e conservava Calais; restituiva inoltre il Monferrato al duca di Mantova, la Corsica (presa e ripresa da Francesi e Spagnoli dal 1554 al 1559) ai Genovesi; il Piemonte (eccettuate le piazze di Torino, Chieri, Pinerolo, Chivasso, Villanova d'Asti, che in cambio di Savigliano e Perosa saranno restituite il 2 novembre del 1562), la Savoia, Bresse, Bugey ad Emanuele Filiberto, e conservava il marchesato di Saluzzo, lasciando però i luoghi del Senese che ancora occupava. 
La Spagna restituiva San Quintino, Ham, Catelet e Thèrouanne, ma conservava Hesdin e poteva tener presidi ad Asti e a Vercelli. ( per la divisione dei territori, vedi anche in "L'Italia Spagnola")

Per rendere più duratura la pace si conclusero due matrimoni: uno tra FILIPPO II ed ELISABETTA di VALOIS, primogenita del re di Francia; l'altro tra il duca EMANUELE FILIBERTO di Savoia e MARGHERITA, sorella del re di Francia. Grandiose feste ebbero luogo a Parigi durante la celebrazione di queste nozze e proprio in uno dei tanti tornei perdette la vita il re di Francia.

""...Il trattato di Chateau-Cambrésis - osserva il Callegari - completato cinquant'anni più tardi con quello di Vervins, è stato la carta fondamentale dell'Europa fino al trattato di Westfalia. Pochi atti diplomatici hanno avuto effetti tanto durevoli. La convenzione del 2 aprile del 1559 rispondeva alle necessità del momento in Europa, definiva i limiti dei possessi di ogni nazione; rendeva nullo lo sforzo di Casa Absburghese di tendere alla monarchia universale; indeboliva l'autorità di Filippo II in Italia e nei Paesi Bassi; rinchiudeva questo monarca nei confini della penisola iberica, e assicurava la libertà al resto d'Europa, minacciata dall'onnipotenza di Carlo V ».

Terminate le lotte, le rivoluzioni, le vicende di guerra fra sovrani, firmata la definitiva pace, si sono fermati gli eserciti. Ma un altro esercito nel frattempo si era messo in moto in Europa, quello della chiesa, e un'altra rivoluzione ha scosso molta parte dell'Europa: quella religiosa. Ed anche l'Italia ne é stata investita. Dobbiamo quindi soffermarci su quest'altro fatto storico: la Riforma e il Concilio di Trento.

è il periodo che va dall'anno  1545 al 1563> >


vedi anche L'ITALIA NEL PERIODO SPAGNOLO 1523-1600

 



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