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CRONOLOGIA

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(pagine in continuo sviluppo  (sono graditi altri contributi o rettifiche)

vedi anche dello stesso periodo "RIASSUNTI STORIA D'ITALIA"

ANNO 1558

*** I SARACENI A NAPOLI
*** LO ZAR IVAN IV E LA RUSSIA

NAPOLI
Cronaca di un assalto Saraceno


di Paolo Sgroia

Il 1500, è stato il secolo più degli altri che ha visto le nostre coste, assaltate e depredate, da torme di invasori saraceni che hanno provocato lutti e terrore nelle nostre città. 
I Viceré di Napoli fecero costruire ben 366 torri lungo le coste per proteggere gli abitanti e per poter dare l'allarme alla popolazione, suonando le campane a martello: ed allora era una disperata fuga verso la salvezza. Tante volte, invece, i predoni sbarcavano all'improvviso ed allora le grida disumane delle vittime, si sentivano fino ai paesi limitrofi, e, mentre le campane avvertivano delle funesti scorribande saracene, tutti quelli che cercavano un rifugio, gridavano in dialetto: 
"A l'armi, a l'armi, li campani sònanu, 
li Turchi so arrivati alla marina!".
Nel 1543 e nel 1544 i Saraceni assalirono Agropoli, ed ancora oggi gli abitanti ricordano quegli eventi con una manifestazione. 
Nel 1544 infestarono tutta la costiera di Salerno e di Amalfi. 
Più disastroso fu lo sbarco nel golfo di Policastro, nel mese di luglio del 1552, con a capo il terribile Dragut; i saraceni si gettarono su quelle spiagge e distrussero Policastro, San Marino, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaria e Roccagloriosa. 
Nel 1558 si ebbe una nuova incursione tra il litorale salernitano e la penisola sorrentina, capitanata sempre dal sanguinario Dragut. 
Di seguito narreremo una cronaca più dettagliata di uno sbarco saraceno, con lo scopo di capire maggiormente la drammaticità di quegli eventi:

"Nella notte sul 13 giugno 1558 una flotta saracena di 116 triremi entrava nel golfo di Napoli, sbarcava sull'estrema punta della penisola e si dirigeva a Sorrento dopo aver saccheggiato e depredato la cittadina di Massa e i casali indifesi dei dintorni. Parte delle navi giunsero nei pressi di Sorrento; sebbene la città fosse protetta da solide mura, gli invasori trovarono la complicità inattesa di un servo ottomano, che aprì loro la porta della Marina Grande. Entrati nella città immersa nella quiete notturna, la occuparono senza trovare resistenza e vi fecero una strage miseranda di uomini e di cose, uccidendo barbaramente gli abitanti, specie i vecchi, arrestando e caricando sulle navi, come dice un'antica cronaca "grande moltitudine di nobili e popolani, uomini e donne, ragazzi e ragazze, monache e chierici, riducendo le chiese a spelonche di ladri, aprendo i sepolcri, spezzando statue ed immagini di santi, rubando le campane" e distruggendo tutto ciò che non poteva essere asportato. 

I monasteri non furono risparmiati: le clarisse di S. Giorgio furono le prime vittime, e il loro monastero subì tali danni che a stento poté riaversi. La furia degli assalitori si abbattè anche sui quattro monasteri delle benedettine, e non soltanto sulle chiese, le immagini sacre, le cose preziose, ma anche sulle monache: quelle che scamparono all'eccidio non sfuggirono alla prigionia, dalla quale pochissime riuscirono a salvarsi.

La strage durò tutta la giornata; verso sera, dopo aver fatto trasportare alle navi dagli stessi prigionieri la refurtiva, vistosi scoperti da una piccola flotta napoletana mandata in perlustrazione sul golfo, i saraceni si affrettarono ad allontanarsi. Secondo gli storici, essi portavano lontano, verso un destino ignoto, circa duemila prigionieri della penisola. Di essi, quelli che non morirono di stenti e di spavento nel lungo viaggio furono ridotti in schiavitù: quelli che poterono essere riscattati a caro prezzo dalle loro famiglie o per la gara di fraternità cristiana che l'arcivescovo di Sorrento Mons. Pavesi suscitò in tutta la provincia di Napoli, furono una piccola minoranza. Due liste di rimpatriati riportati dal Fasulo non raggiungono insieme la somma di 150 persone; fra queste si trovano due sacerdoti, una dozzina di monache e con esse l'abbadessa del monastero di S. Paolo, Donna Vittoria Donnorso, e quella del monastero della SS. Trinità. 

Ma anche se le due liste non sono complete e forse altri deportati poterono rimpatriare in seguito, la cifra esigua resta a indicare la gravità della sventura che decimò la popolazione sorrentina. Quelle dodici monache riscattate per i cinque monasteri che esistevano a Sorrento furono anch'esse certamente una minoranza: e le altre? La loro sorte resta ignota. L'archivio arcivescovile di Sorrento conserva i documenti di un processo istituito dalla Curia per assodare se poteva essere riammessa nella sua comunità una ex-monaca del monastero di S. Giorgio, che dopo 30 anni di schiavitù a Costantinopoli era riuscita ad ottenere la libertà e a tornare a Sorrento: il caso di questa suor Laura nei documenti è rimasto unico. 
A Sorrento la ripresa della vita normale fu lenta e faticosa, perché la popolazione, stremata di numero, era immiserita dalle devastazioni subite e dai sacrifici compiuti per il riscatto dei prigionieri.

 In queste condizioni anche l'esistenza dei monasteri dovette essere difficile, e una vita monastica disciplinata secondo la Regola poteva rendersi quasi impossibile, aprendo la via alla rilassatezza e al disordine". (contributo di Paolo Sgroia)
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***  RUSSIA: Lo Zar IVAN  IV il Terribile rilascia alla famiglia di mercanti Stroganov un "attestato di possesso" per la Siberia con l'impegno di colonizzare il continente. Così ha inizio una delle più grandi imprese di conquista dell'umanità. Di questa impresa saranno protagonisti i cosacchi, contadini russi o ucraini sfuggiti alla servitù della gleba che fondano nella libera steppa comunità militari indipendenti (Sotnie) sotto la guida di capi eletti (Atamani). Riconosciuti dagli Zar a partire dal XV secolo essi verranno impiegati come truppe di confine contro i Turchi, i Tartari ed i Polacchi. La loro epopea sarà immortalata da numerosi scrittori tra cui Gogol in Taras Bulba. 
Ai cosacchi seguiranno mercanti e coloni agricoli da principio impegnati nella caccia allo zibellino. Nel 1581 l'Atamano Ermak, per incarico degli Stroganov, attraverserà con ottocento uomini a piedi la Siberia occidentale fino al Irtys e conquisterà il canato di Sibir. 
Le città fondate in Siberia dai russi si svilupperanno intorno agli "Ostrog" (forti). Nel 1610 i Cosacchi raggiungeranno la foce dello Ienissei. In questi anni vengono fondate Tomsk (1604), Ienisseisk (1619), Krasnojarsk (1628) e Irkutsk (1652) alla confluenza dell'Angara nel lago Bajkal. 
Nel 1640 la penetrazione russa arriva al fiume Lena e nel 1648 viene scoperto quello che diventerà lo stretto di Bering. Una nascente rivalità russo-cinese viene sedata nel 1689 con il trattato di Nercinsk che fissa il confine tra i due imperi. 
La Siberia sarà poi durante tutto il periodo zarista una colonia penale. (Contributo di: Pier Paolo Chiapponi)

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