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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI  1575 - 1699

LE GUERRE DI VENEZIA CONTRO L'AUSTRIA E I TURCHI
 
( 1575 - 1699 )
(PAGINE SUPPLEMENTARI -VENEZIA: LA NOBILTA' E IL POPOLO)

VENEZIA E L'AUSTRIA -- GLI USCOCCHI - GUERRA DI GRADISCA - PACE DI PARIGI - 11 DUCA D' OSSUNA E VENEZIA - LA CONGIURA DI BEDMAR - VENEZIA E I TURCHI DOPO LA PACE DEL 1573 - MIRE TURCHE SU CANDIA - CAUSA DELLA GUERRA DI CANDIA - ASSALTO DEL CASTELLO DI SAN TEODORO - ASSEDIO DELLA CANEA - LA CITTÀ SI ARRENDE DOPO MIRABILE RESISTENZA - VENEZIA E GLI STATI CRISTIANI - PROGRESSI DEI TURCHI NELL'ISOLA - INIZIO DELL'ASSEDIO DI CANDIA -LA GUERRA SUL MARE: TOMMASO MOROSINI AI DARDANELLI; VITTORIE DI G. B. GRIMANI E LORENZO MARCELLO; PRESA DI CLISSA; IMPRESE DI IACOPO RIVA, DANIELE MOROSINI E GIUSEPPE DOLFIN; LAZZARO MOCENIGO E LE BATTAGLIE DI FOCHIES E DEI DARDANELLI - TARDIVI E SCARSI SOCCORSI DEGLI STATI CRISTIANI - FRANCESCO MOROSINI - RESA DI CANDIA - NUOVA GUERRA DI VENEZIA CONTRO I TURCHI: FRANCESCO MOROSINI CONQUISTA LA MOREA - LA SPEDIZIONE DI NEGROPONTE - VITTORIE DI GIROLAMO CORNARO - ALESSANDRO VALIER - INFELICE TENTATIVO DI DOMENICO MOCENIGO SU CANDIA - ULTIME VITTORIE E MORTE DI FRANCESCO MOROSINI - ANTONIO ZENO, ANTONIO MOLIN E GIROLAMO DOLFIN - PACE DI CARLOWITZ

 

VENEZIA E L' AUSTRIA - GLI USCOCCHI 
GUERRA DI GRADISCA - PACE DI PARIGI


Dopo il Turco, due altri nemici, pericolosissimi, aveva Venezia, che la insidiavano dalla terraferma: la Spagna e l'Austria, entrambe sotto lo scettro di due rami della stessa Casa, in mezzo ai cui territori, dividendoli, la repubblica s'incuneava.
Gelosa del predominio che da secoli Venezia esercitava sull'Adriatico, l'Austria, che si affacciava a questo mare con ricchi e comodi porti, desiderava vivamente di distruggere questa supremazia e per conseguire questo scopo favoriva le piraterie degli Uscocchi.

""...Gli Uscocchi erano - così il Battistella -  in origine slavi profughi o banditi come quelli che fondarono il principato del Montenegro. Fuggiti all'aprirsi del secolo XV dalla Bosnia, dall'Erzegovina, dalla Rascia. per scampare alle stragi e devastazioni dell'orde turche irrompenti e all' infamia della schiavitù ottomana, come nei secoli precedenti gli Almissani ed altri simili, terribili infestatori dell'Adriatico, erano dapprima trasmigrati nell'antica Slavonia e più tardi nei paesi oltre la Drava. L'imperatore Ferdinando I, per meglio difendersi contro il medesimo nemico, trasferì alcuni gruppi di questi esuli vagabondi nella Dalmazia, nella Carniola e lungo i lidi del golfo Flanatico con il solo obbligo che prestassero servizio militare contro gli Ottomani, a danno dei quali si eran già dati a pirateggiare un po' per necessità di vita e un po' per stimolo di rappresaglia. Il bisogno di averli fedeli e sempre pronti fece sì che l'Austria prodigasse a loro dei privilegi e delle sovvenzioni e che ad un gruppo organizzati in modo da formare una milizia stabile, paesana, assegnasse anche regolari stipendi come a gente arruolata al proprio servizio.

« Più oltre, quelli  che nel 1537 erano stati costretti a fuggire da Clissa espugnata dai Turchi, poterono stabilirsi sul litorale ungaro-croato avente per centro Segera, feudo dei Frangipani, e furono anch'essi assoldati da Ferdinando I col patto che custodissero tutta la costa illirica fino a Carlopago. Se non che la loro indole bellicosa, il loro istinto di rapina e spesso anche la miseria, senonché il più delle volte o per gli stipendi austriaci troppo magri o qualche volta non pagati, li spinsero a varcare spesso e volentieri i limiti della difesa e a seguire la naturale inclinazione per il loro antico mestiere di ladroni di mare, sicché, senza il minimo scrupolo, cominciarono a maltrattare anche le spiagge e le navi dei cristiani, specialmente dei Veneziani, imitando il lontano esempio dei loro progenitori che si erano stanziati sulle rive della Narenta, senza per questo smettere di dar noia anche agli infedeli.

« Pratici degli scogli e di tutti i piccoli e sinuosi canali che frastagliano quelle coste, arditi e spericolati com'erano, resero ben presto difficile e malsicura la navigazione con grande danno del commercio e con gran scapito morale e materiale della Repubblica che si era assunto l'ufficio della guardia e la sicurezza del Golfo. Tanto più il fatto di queste scorrerie piratesche era pericoloso in quanto i Turchi, lagnandosi delle molestie che subivano, e non senza una ragione minacciavano di rivalersene, poiché a Venezia appunto apparteneva  la giurisdizione dell'Adriatico con gli obblighi inerenti e che doveva perciò ad ogni costo conservare sicuro ».

La repubblica più volte pregò Carlo V, Ferdinando I, Massimiliano II, Rodolfo II e gli arciduchi austriaci di non accogliere nei loro domini del Quarnaro questi pirati, ma non ottenne nulla; l'Austria continuò a proteggere i predoni costringendo Venezia a provvedere alla sicurezza del proprio naviglio mercantile con scorte di navi navi da guerra piuttosto costose.

Vedendo che a nulla approdavano le rimostranze, nel 1575, la repubblica da una squadra sotto il comando di ERMOLAO TIEPOLO fece bloccare Segna, che era diventato un covo di pirati  più tardi fece bombardare e temporaneamente occupare Carlopago e impiccare i ladroni caduti nelle mani dei suoi ufficiali; quindi intensificò l'opera di repressione della pirateria affidandola prima al BEMBO, poi al DONATO, al GIUSTINIAN e al PASQUALIGO, che assalirono ed espugnarono parecchi luoghi dove gli Uscocchi si annidavano, misero il blocco a Fiume e a Trieste e a Ragonizza, perseguitarono spietatamente i pirati lungo le coste della Dalmazia, sbarrarono il canale di Segna, costringendo con la loro instancabile attività l'arciduca Ferdinando a prendere dei provvedimenti che se fossero stati più seri e più duraturi avrebbero impedito l' aggravarsi dei dissidi tra l'Austria, e Venezia.

Ben presto gli Uscocchi tornarono alle loro rapine e nel 1605 saccheggiarono Scardona, invasero l'isola di Cherso e desolarono le coste dell' Istria; nel 1612, fatti più audaci, uscirono in massa con sedici fuste, abbordarono e depredarono la nave di GIROLAMO MOLIN, rettore di Cattaro, assalirono Rovigno, diedero la caccia a parecchie navi mercantili veneziane e infine, sbarcati a Veglia, vi fecero prigioniero il provveditore GIROLOMA MARCELLO che condussero a Segna.

Le rappresaglie dei Veneziani furono immediate e così terribili da indurre l'Austria a liberare il Marcello e a iniziare trattative con la repubblica per venire ad una intesa. Nel febbraio del 1613 questa condusse ad un accordo con il quale l'Austria si impegnava di far evacuare i pirati dalle acque illiriche e di ritirare gli Uscocchi dalle coste.

Ma i patti della convenzione non vennero mantenuti e i pirati, ripreso ad agire e  ricominciarono le loro gesta, devastando il litorale di Ragusa e Sebenico. Dispersi nelle acque di Lesina da una squadra veneziana e rifugiatisi a Segna nel maggio del 1613, ne uscirono poco dopo per assalire nel porto di Mandre la galea di CRISTOFORO VENIER al quale mozzarono il capo.

Quest'atto d'audacia e di crudeltà non poteva rimanere impunito. I Veneziani tornarono a mettere il blocco ai porti che servivano di base e di rifugio ai pirati e iniziò operazioni della massima energia, però com'era da prevedersi, questa volta il teatro della guerra si allargò ed alle ostilità, oltre gli Uscocchi, prese parte anche l'Austria. (si capiva bene ora da che parte veniva il male!)

Da una parte gli Uscocchi assaltarono Lussin, Collane di Pago e Provecchio saccheggiandole e le truppe arciducali invasero e misero a sacco il territorio di Monfalcone; dall'altra, i Veneziani presero e smantellarono Novi di Croazia, bloccarono le saline di Trieste, depredarono le coste illiriche, si impadronirono di Cormons ed Aquileia ed occuparono tutto il basso Friuli fino all' Isonzo.
Fu questa la guerra detta del Friuli o di Gradisca dal nome della città intorno alla quale fecero i maggiori sforzi i Veneziani, che vi persero due dei più prodi capitani, DANIELE ANTONINI e MARCANTONIO di MANZANO; guerra che vide le truppe della repubblica spingersi oltre l'Isonzo, alla distruzione del castello di Serissa e fin verso Pontebba e Tarvisio e nella quale non ebbero luogo campali battaglie, ma assalti e assedi di fortezze, saccheggi e incendi di villaggi, bombardamenti accaniti e scontri sanguinosi, sebbene vi partecipassero i migliori generali del tempo: dalla parte di Venezia, Pompeo Giustiniani, Giovanni de' Medici, Virginio Orsini, Orazio Baglioni, Francesco Martinengo, Giovanni Ernesto di Nassau;  dalla parte dell'Austria, Adamo di Trautmanoderf, Eugenio di Dompierre, Ernesto Montecuccoli, Baldassarre Maradas, Rizzardo di Strassoldo e Alberto di Wallenstein.

La guerra, più favorevole a Venezia che al nemico, si trascinò per due anni, finché nell'autunno del 1617, per la mediazione offerta dalla Francia e dal Pontefice, d'accordo con il duca di Savoia, alleato della repubblica, il quale si batteva contro la Spagna, i Veneziani conclusero a Parigi la pace (27 settembre) che fu poi ratificata a Madrid;  si restituivano vicendevolmente i luoghi occupati e l'Austria licenziava gli Uscocchi che teneva ai suoi stipendi e li arretrava gli altri a cinquanta miglia dalla costa.

IL DUCA D'OSSUNA E VENEZIA - LA CONGIURA DI BEDMAR

La conclusione della pace non era stata vista di buon occhio da don Pedro di Toledo, governatore spagnolo di Milano, e da don Pedro Giron duca d'Ossuna, vicerè di Napoli, i quali anziché rendersi interpetri della politica centrale della loro nazione, o per troppo zelo nel voler nuocere ai nemici della loro patria o per personale iniziativa, sovente in contrasto con le direttive di Madrid, continuarono per proprio conto ora apertamente ora oscuramente le ostilità contro Venezia.

Il duca di Ossuna, passato nel luglio del 1616 dal governo di Sicilia a quello di Napoli, animato dal proposito di togliere a Venezia la supremazia nell'Adriatico, aveva arruolato mercenari e messa su una forte squadra con la quale, partecipando alla guerra di Gradisca in favore dell'Arciduca d'Austria, aveva cominciato a molestare seriamente la repubblica.

Nel medesimo tempo operava anche di nascosto contro Venezia servendosi di avventurieri pagati, audaci e senza scrupoli, calati dalla Francia, pronti a ogni disordine ed abili nel tessere intrighi e nell'ordire congiure. Erano suoi agenti segreti GIACOMO PIERRE, Nicola Regnault il capitano Langland, tutti e tre francesi, i quali, fingendosi sdegnati contro il duca d'Ossuna, al cui servizio erano stati per qualche tempo, erano riusciti a passare agli stîpendi di Venezia e per meglio ingannare la repubblica andavano rivelando al senato pretesi disegni del viceré e mostrando vivissimo desiderio di vendicarsi di lui; ma intanto mantenevano occulti rapporti col marchese di BEDMAR, ambasciatore spagnolo che aveva nelle sue mani tutte le fila delle macchinazioni intessute dal Toledo, dall'Ossuna e dai loro agenti.

Altro agente segreto del vicerè di Napoli era il romano ALESSANDRO SPINOSA, il quale con l'aiuto del Bedmar riuscì con l'oro a corrompere GIROLOMO GRIMANI e ad ordire insieme con lui un complotto per consegnar Chioggia all'Ossuna. La congiura fallì perché il Pierre, o per gelosia o per guadagnarsi la fiducia del governo veneto, rivelò la trama ai Dieci che, arrestato lo Spinosa, lo fecero decapitare. Mentre il Grimani riuscì a fuggire a Napoli. 

Verso la fine del 1617 il Pierre e i suoi compagni tentarono un colpo contro Venezia. Per mezzo di denari forniti dal Bedmar e con promesse di ricompense da parte del viceré, riuscirono a sobillare i mercenari olandesi che militavano sotto le insegne della repubblica. Gli olandesi difatti si ribellarono nel gennaio del 1618, ma la sedizione fu ben presto domata e non si ebbero quei risultati che il vicerè e i suoi agenti speravano di conseguire.

Fallito questo colpo, il Pierre si diede ad ordire la trama di un'altra congiura. Questa doveva essere mandata ad effetto la notte dell'Ascensione, per approfittare della stanchezza dei Veneziani dopo i bagordi della allegra giornata. I congiurati dovevano appiccare il fuoco all'arsenale, al palazzo di S. Marco e in parecchi altri edifici, impadronirsi della Zecca ed occupare la piazza e il Ponte di Rialto. Contemporaneamente un corsaro inglese, ROBERTO ELLYOT, protetto da grosse navi, con piccole barche fornite dall'Ossuna, doveva penetrare nella laguna e nei canali per dare man forte ai congiurati; coi quali poi si disse che avessero avuti rapporti l'ambasciatore francese LEON BRUSLART, il Nunzio Pontificio e il residente inglese.

Era tutto quanto pronto quando la flotta spagnola mandata nell'Adriatico dai porti del Napoletano fu colta e sconquassata da una furiosa tempesta cosicché l'esecuzione della congiura venne rimandata all'autunno; ma nei primi di maggio due francesi, Gabriele Montecassin e Baldassarre Juven, che i congiurati avevano tentato di tirar nel complotto, rivelarono la trama.
Il governo agì con la massima prudenza e riservatezza: permise al Pierre di prendere imbarco per ragioni di servizio sulla flotta comandata dal Barbarigo, cui però fu dato incarico di sorvegliarlo rigorosamente; poi riuscì a far penetrare una persona, fidata nella casa dove si radunavano i congiurati e così ebbe la conferma del complotto, che venne decisamente accertato dall'arresto operato a Chioggia, dei due fratelli Desbouleaug mentre si  imbarcavano per Napoli con lettere compromettenti dirette al duca d'Ossuna.

La repubblica stimò opportuno non dar pubblicità alla scoperta della congiura e ai provvedimenti presi essendoci coinvolti dei rappresentanti di una nazione con la quale si trovava in pace e fece credere di non aver condannato a morte più di cinque colpevoli, invece risulta che molti furono arrestati e segretamente strozzati in carcere o affogati in mare.

Repressa la congiura, il senato veneto, per mezzo del suo ambasciatore a Madrid PIETRO GRITTI, ottenne dalla corte spagnola che venisse richiamato il marchese di Bedmar. Sopra lo sleale ambasciatore voleva sfogare il popolo veneziano il suo giusto sdegno, ma il governo, al quale premeva non provocare incidenti che avrebbero potuto condurre ad una guerra, lo protesse e, sano e salvo, lo fece uscire dallo stato.

« Intorno a questa cospirazione, che fu per tanto tempo considerata com'uno dei più tenebrosi problemi della storia veneziana, molto si fantasticò e si scrisse e chi quasi quasi negò il fatto e lo ridusse a proporzioni meschine, chi l'ampliò, lo gonfiò sino a farne qualche cosa più truce della congiura di Catilina o la notte di S. Bartolomeo del 1572 o la congiura delle polveri del 1605. 
Il Ranke che la studiò abbastanza imparzialmente se non compiutamente, cercò sfrondarla di tutte le frange e le amplificazioni in cui l'ignoranza e la malignità l'avevano inviluppata, e giunse a dimostrare che il Toledo non vi ebbe quasi alcuna parte, che le vittime non furono molte e che il pericolo da Venenzia temuto non era imminente, perché né il disegno era ancora bene delineato né tutte le fila erano state disposte quando la trama fu scoperta e spezzata.
 
Dopo di lui altri come il Raulich, lo Zambler, il Negri,  vennero aggiungendo qualche nuovo documento e chiarendo certi particolari; ultimo il Luzio, valendosi specialmente e con troppo palese preferenza delle relazioni dei residenti mantovani a Venezia, tentò dimostrare che questa congiura, la quale come cospirazione reale ed effettiva non sarebbe mai esistita, fu imbastita ad arte dal governo veneto che volle dar corpo all'ombre e cogliere la prima occasione per colpire l' inviso marchese di Bedmar suo formidabile competitore il quale, del pari che l'Ossuna, persona assolutamente leale e insospettabile, deve ritenersi del tutto innocente. 

Opinione contraria alla comune tradizione e non avvalorata con prove inconfutabili e sicure tali da confutare quelle recate dagli autori sopra citati i quali, togliendo le esagerazioni e le inverosimiglianze autorevoli provenienti da altre fonti italiane e spagnole su cui non par lecito il dubbio, ammettono il fatto come giunse fino a noi, almeno nelle sue grandi linee. Sul fondamento di quei documenti dell'archivio di Mantova, di uno stato così ligio alla Spagna, non si può accusare, in certo modo, di malafede la Repubblica, le cui reticenze, e il cui silenzio in questo fatto oscuro trovano una spiegazione nella prudenza, sia pure esagerata, che le condizioni politiche del momento imponevano e alla quale essa sapeva sacrificare le soddisfazioni esteriori e le facili difese «ben persuasa, ripeterò col Grisellino, che il successo essendo già palese a tutta l' Europa, meglio era dare a conoscere quale fosse la moderazione del governo, che farne strepito con le scritture, le quali potevano avviluppare una  intera rispettabile nazione ne' delitti di tre perniciosi ministri » (Battistella) ».

LA GUERRA DI CANDIA: ASSEDIO DELLA CANEA
LE OPERAZIONI NAVALI; ASSEDIO E RESA DI CANDIA

Dal 1573 Venezia si trovava in pace con i Turchi, ma era una pace piena di sospetti e di timori, che solo le guerre degli Ottomani contro i Valacchi, gli Ungheresi e l'impero facevano durare, insieme con la grande eccessiva remissività della repubblica, la quale ad ogni incidente provocato dagli Uscocchi, dai cavalieri di Santo Stefano e dai Cavalieri di Malta si affrettava a chiedere scusa alla Porta e a colmare lo sdegno con indennità e donativi.

Nel 1638 il provveditore MARINO CAPPELLO aveva assalito e completamente distrutto presso Valona una grossa squadra di navi barbaresche. Il fatto irritò grandemente il sultano MURAD IV, e Venezia, la quale ad ogni costo voleva evitare una guerra, chiese umilmente scusa e tacitò il suo secolare nemico pagandogli trecentoventicinquemila ducati.
Il pagamento di questa considerevole somma dovette costituire un grave sacrificio per la repubblica, così grave da farla persuasa che una pace comperata a tal prezzo era peggio di una guerra e che occorreva finirla una buona volta col Turco ed uscire da un incubo che durava da troppo tempo. L'anno dopo infatti si offerse come mediatrice tra le potenze cristiane in lotta, invitandole ad unirsi in lega contro gli infedeli, ma al suo appello nessuno stato d' Europa rispose e Venezia continuò ad illudersi di poter vivere ancora in pace con il Turco e rimanere ancora padrona di ciò che le rimaneva in Oriente del suo impero coloniale a prezzo del suo denaro e della sua dignità.

Del vasto impero coloniale del Mediterraneo Orientale non le rimaneva che Candia. Venezia sapeva che questo suo possedimento era agognato dai Turchi, che, sotto Kaired-din Barbarossa, nel 1537 avevano tentato d'impadronirsene; e più di una volta questa brama della Porta le era stata palesata: nel 1590 il bailo GIOVANNI MORO l'aveva avvertita che Candia era oggetto delle cupidige turche, nel medesino anno l'altro bailo GIROLOMA LIPPOMANO le aveva scritto che HASSAN pascià istigava MURAD III ad occupare l' isola; nel 1591 l'nglese EDOARDO BARD aveva riferito che gli Ottomani pensavano continuamente alla conquista di Candia e lo stesso avevano su per giù ripetuto AGOSTINO NANI nel 1603, SIMONE CONTARINI nel 1612 e CRISTOFORO VALIER nel 1615.

Malgrado questi avvertimenti, Venezia nulla aveva fatto per mettere Candia in stato di difesa, aveva lasciato cadere in rovina le fortificazioni, aveva lasciato senza munizioni i magazzini, con pochi e vecchi cannoni gli avanzi delle rocche, con carcasse sdrucite di galee i porti, senza presidio le città dell' isola e non si era curata di cattivarsi l'affetto della popolazione con il far cessare le violenze dei nobili e la rapacità dei governatori.

Erano consapevoli i Turchi di questo deplorevole stato di cose ed aspettavano solo una occasione per mettere le mani su Candia, la cui conquista  non era ritenuta tanto difficile. E l'occasione, o meglio il pretesto lo trovarono nel 1644. Nel settembre di quest'anno nove vascelli turchi provenienti da Costantinopoli che trasportavano ricche merci, un capo degli eunuchi del sultano, il cadì del Cairo e alcune schiave, presso Rodi furono assalite da sei galee dei cavalieri di Malta, i quali dopo un furioso combattimento affondarono una nave nemica, una la catturarono e costrinsero le altre alla fuga, quindi fecero vela verso Malta, ma lungo la via, costretti dal bisogno di rifornirsi di acqua si fermarono nel. porto di Calismene, nell' isola di Candia, e per i venti contrari vi rimasero fermi per venti giorni.

La notizia di questo fatto, giunta a Costantinopoli, suscitò lo sdegno del Sultano Ibrahim, il quale, sapendo di non poter punire i Maltesi le cui fortificazioni erano inespugnabili, decise di toglier Candia a Venezia, accusando questa di protezione ai pirati.

Però, per non mettere sull'avviso Venezia, cominciò a fare i preparativi di guerra con grande segretezza, ma poiché non fu possibile nasconderli completamente, fece spargere la voce che i preparativi erano rivolti contro Malta e rassicurò il bailo SORANZO che non vi era nessun proposito ostile contro la repubblica. Venezia si lasciò ingannare e non prese nessun provvedimento per parare il colpo; solo in un momento di dubbio inviò a Candia otto navi con duemila cinquecento soldati.
A Costantinopoli si seppe simular così bene lo scopo della spedizione che si sta preparando che quando, il 1 maggio del 1645, la flotta turca, forte di trecento navi con cinquantamila uomini e settanta cannoni, salpò, il bailo Soranzo andò sul molo a salutarla, e più tardi il residente veneziano dell'isola di Tine, allorché l'armata ottomana sostò in quel porto, l'accolse molto cordialmente, sicuro che meta di quella poderosa spedizione fosse davvero Malta.

Di là la flotta turca si recava a Navarino, poi a giugno ripartiva improvvisamente puntando in direzione di Candia. Il 23 di quello stesso mese l'armata giungeva presso le coste dell' isola agognata e con la protezione delle artiglierie delle navi, che facilmente ebbero ragione di un debole tentativo di resistenza fatto da poche milizie cretesi, le truppe ottomane venivano sbarcate sulla spiaggia tra Madonna di Gagna, Monastero di Calogeri e la Canea.
Uscirono da questa città, per opporsi allo sbarco Gian Domenico Albano con la fanteria del presidio e Francesco Vizzamana con una schiera di cavalli, ma quando giunsero alla Platanea, visto che lo sbarco era stato effettuato, si ritirarono. I Turchi allora mossero contro lo scoglio di San Teodoro, il cui castello aveva una grande importanza nella difesa della Canea. Per l' incuria del governo veneziano non si trovava guarnito che di pochi cannoni e di trenta uomini comandati dall' istriano Biagio Zuliani, tuttavia questo prode capitano con il suo pugno di uomini operò una magnifica resistenza contro un nemico così numeroso riuscendo a colare a fondo più di una galea ottomana e, quando vide che non era più possibile tenere il forte, diede fuoco alle polveri ed eroicamente perì tra le macerie procurando la morte a più di cinquecento soldati turchi.

Superato questo ostacolo, i Turchi si mossero contro la Canea. L' impresa non si presentava difficile perché soltanto un migliaio di soldati difendevano la piazza, scarse e in parte nemmeno montate erano le grosse artiglierie, colmi i fossati, e mezzo rovinati i bastioni; ma gli Ottomani non pensavano alla ferma decisione del presidio e degli abitanti di resistere al nemico.
Nel momento del pericolo furono dimenticati i vecchi rancori che dividevano i sudditi dai dominatori e la popolazione, senza distinzione di ceto, di sesso e di età, si strinse nella difesa, mentre ANDREA CORNER, governatore di Candia, si dava da fare per raccogliere ed organizzare milizie nell'isola, delle quali solo trecento però riuscirono a penetrare nella Canea.

Questa intanto veniva investita da tutto l'esercito turco, che iniziava i lavori d'approccio, collocava le sue batterie d'assedio e iniziava il bombardamento della città. Si rinnovarono allora le gesta di Nicosia e di Famagosta, e i Turchi si sarebbero trovati a malpartito se la flotta veneziana di ANTONIO CAPPELLO, ancorata alla Suda, rispondendo all'appello di ANTONIO NAVAGERO, comandante della Canea, fosse uscita contro le navi ottomane  e se fosse accorsa in difesa della città assediata l'altra squadra della repubblica ancorata a Corfù.

Invece nessuno si mosse in suo aiuto e la Canea dovette contare sulle sole sue forze. Sebbene scarse, queste fecero tutto quel ch'era possibile per tenere a rispetto il nemico, faticando notte e giorno nello scavare gallerie e contromine; ma vani erano gli ostinati sforzi degli assediati; le artiglierie turche con tiri incessanti avevano rovinato la cinta, abbattuti molti edifici, aperte brecce fin nella cinta interna ed ora, compiuti i lavori d'approccio, il nemico sferrava i suoi assalti non badando agli spaventevoli vuoti che la disperata tenacia dei difensori produceva nelle sue file.

Purtroppo però il valore dei veneti e dei cretesi altro scopo non era destinato a conseguire che quello di ritardare la caduta della città. La quale, dopo sessanta giorni di difesa mirabile, dopo aver messo fuori combattimento circa ventimila nemici e respinto numerosi assalti, ridotta quasi senza munizioni e con pochissimi uomini, nell'agosto del 1645 fu costretta ad arrendersi, ottenendo patti onorevoli che il nemico questa volta rispettò.

Venezia che si era cullata nell' illusione di poter evitare la guerra e quasi nulla aveva fatto perché questa potesse essere sostenuta, quando seppe dello sbarco dei Turchi nell' isola, si diede affannosamente a cercare aiuti ed alleanze negli stati d' Europa, sciupando dell'altro tempo nel carezzare quest'altra illusione di soccorsi europei in un'epoca in cui le potenze cristiane a tutto pensavano meno che a muoversi per portare aiuto a una lontana provincia veneziana.

Invano si rivolse all'imperatore Ferdinando III, alla Spagna e alla Francia, ottenendo soltanto dal Mazzarino alcune navi incendiarie inservibili e centomila ducati del suo privato patrimonio; invano cercò di far concludere una tregua tra Francesi e Spagnoli con lo scopo di rivolgere poi le forze contro il Turco; invano tentò di indurre ad aiutarla il re Vladislao di Polonia e il duca di Savoia. Offrì, è vero, Giovanni IV di  Portogallo venti galee, ma i Veneziani le ricusarono temendo di attirarsi la collera della Spagna a cui quel re si era ribellato.

Qualche aiuto la repubblica lo ebbe da alcuni stati italiani: Papa Innocenzo, i Cavalieri di Malta, il viceré di Napoli e il granduca di Toscana Ferdinando II raccolsero una flotta di ventuno galee sotto il comando di NICCOLÒ LUDOVISI, ben poca cosa per quella grande guerra, ma che tuttavia avrebbe reso qualche utile servizio se le gelosie e le indecisioni ne avessero permesso l'impiego.
Questa piccola flotta giunse a Zante il 29 agosto, sette giorni dopo la resa della Canea, e unitasi alla squadra di venticinque navi di GIROLAMO MOROSINI si recò al porto di Suda, in Candia, ma vi arrivò quando ANTONI CAPPELLO, che nulla aveva fatto per soccorrere la città assediata, era già partito con le sue venti galee. 
Se fosse rimasto ad aspettare le altre squadre, le sessantasei navi unite insieme avrebbero potuto affrontare vittoriosamente la flotta turca e mutar le sorti della guerra; ma anche con le sole due squadre venute da Zante si poteva tentare un buon colpo contro la flotta ottomana, invece i collegati non vollero ascoltare le parole del Morosini, che consigliava di muovere contro il nemico, e dopo trentasei giorni d'inoperosità, sotto il pretesto della cattiva stagione, della scarsezza dei viveri e dell'esiguo numero dei legni, se ne partirono per tornarsene a casa.

Rimasta sola contro la potenza ottomana, la repubblica parve risvegliarsi dal suo torpore. Nel 1646 spese settantaquattromila ducati per fortificare il Lido, Malamocco, il confine friulano e alcuni luoghi della Dalmazia; rinforzò come meglio poté le principali piazze di Candia e, scarseggiando il denaro, vi provvide vendendo titoli di nobiltà e procuratie di S. Marco da cui ricavò otto milioni di ducati. Così riuscì ad allestire navi e mandarle nei porti di Candia, della Morea, della Dalmazia e ai Dardanelli con lo scopo di impedire che le truppe turche che operavano nell'isola venissero rifornite.

La guerra, intanto, continuava favorevole agli Ottomani, nella lontana Candia. Presa la Canea, diventata base delle future operazioni, i Turchi tentarono di impadronirsi di Suda; non essendo riusciti a prenderla, mossero contro Retimo e l'occuparono per la fuga dei mercenari che dovevano difenderla; poi si impadronirono senza grande difficoltà di Chissano e di altre terre e avanzarono sulla città di Candia, capitale dell'isola, che cinsero d'assedio non prevedendo che questo sarebbe durato ventidue anni.
Sotto le mura della capitale ebbero termine i successi dei Turchi; la guerra stagnava sotto i bastioni di Candia e si accendeva sul mare di Levante, dove la fortuna si mostrava questa volta  alla repubblica, che ritrovate le sue forze, e il suo antico spirito marinaro, fece lampeggiare ancora la fiamma della sua gloria.

Nel 1647 TOMMASO MOROSINI, mandato con una flotta a bloccare i Dardanelli, veniva colto da una furiosa tempesta e rimaneva solo con la sua galea, nelle acque di Negroponte, contro venticinque navi ottomane. Sebbene enorme fosse la disparità delle forze, tenne coraggiosamente testa al nemico cui arrecò gravissimi danni. Il Morosini fece sacrificio della sua vita, ma con la sua eroica resistenza diede tempo a G. B. GRIMANI di sopraggiungere in soccorso la galea e salvarla.

Poco dopo il Grimani insieme con Lorenzo Marcello riusciva a bloccare a Scio la flotta turca e ne catturava alcuni navigli carichi di viveri e munizioni destinati alla Canea. L'anno dopo egli stesso si avviò verso i Dardanelli col proposito di bloccarli, ma, sorpreso da una terribile procella, perì in mare con la maggior parte delle sue navi.

Il dolore di questa sciagura fu mitigato dal successo di altre imprese importanti; difatti in quello stesso anno LEONARDO FOSCOLO assaliva ed espugnava la munitissima rocca di Clissa, presso Spalato, e nel 1649 una squadra agli ordini di JACOPO RIVA sconfiggeva nelle acque di Fochies una flotta nemica, la quale, ritornata più tardi fuori dei Dardanelli, veniva dal medesimo capitano nuovamente battuta e costretta alla fuga.

La guerra per qualche tempo si concentrò intorno ai Dardanelli, sforzandosi i veneziani di impedire il passo ai Turchi e tentando questi di rompere il blocco. Nell'inverno del 1651 Jacopo Riva si recò a Venezia. per rinfrescare la sua armata. Ne approfittarono gli Ottomani per uscire dai Dardanelli, ma una squadra veneta comandata da LEONARDO MOCENIGO li inseguì e il 10 luglio, dopo averli raggiunti presso l'isola di Paro, li sbaragliò.

La guerra languì sul mare nei due anni seguenti, ma riprendeva nuovo vigore nel 1654. Nel maggio di quell'anno, DANIELE MOROPSINI e GIUSEPPE DOLFIN si trovarono con le loro due navi soltanto di fronte alla flotta turca e non esitarono ad impegnarsi. Il primo, dopo accanita mischia, cadde prigioniero; il secondo continuò a lottare con disperato coraggio, scompigliò i nemici, catturò una galea ottomana all'arrembaggio e finalmente riuscì a condurre in salvo la propria nave fuori lo stretto dei Dardanelli dov'era avvenuto lo scontro.

Il 21 giugno del 1655 nelle acque di Fochies LAZZARO MOCENIGO sconfiggeva la flotta di MUSTAFA' e il 26 giugno dell'anno seguente ai Dardanelli aveva luogo una delle più gloriose battaglie di questa guerra. Ammiraglio della flotta veneziana che contava sessantaquattro navi era LORENZO MARCELLO; l'armata turca era forte di novantaquattro vascelli. La battaglia fu sanguinosa e vi trovarono la morte l'ammiraglio veneziano e NICCOLÒ DI MEZZO, i cui parenti, superbi della fine del loro congiunto, non vollero vestire il lutto. Lazzaro Mocenigo, che comandava una nave, sebbene avesse durante il combattimento perduto un occhio, vincendo il dolore della ferita volle accompagnare in patria la salma del Marcello e portare ai concittadini l'annunzio della vittoria. La quale fu davvero strepitosa e cruenta, perchè vennero uccisi diecimila nemici, fatti prigionieri cinquemila, liberati altrettanti schiavi cristiani e catturate ottantaquattro navi turche.

Nominato capitano generale, il MOCENIGO, giovane audace di trentatré anni, concepì l'ardito piano di penetrare con la flotta nei Dardanelli e sorprendere e distruggere l'armata ottomana per poi correre a liberare Candia dall'assedio, un piano che, se gli fosse riuscito, avrebbe d'un colpo posto fine alla guerra. Messa in ordine la flotta, fornita di viveri e munizioni, il Mocenigo salpò da Malamocco, dicendo a coloro che erano accorsi a salutarlo: Sentirete in breve o qualche cosa di grande o la mia morte.

Era la primavera del 1657. Il Mocenigo si recò prima a vettovagliare Candia, poi veleggiò verso l'Egeo e, scontratosi con una squadra nemica, la sconfisse; da ultimo si diresse verso i Dardanelli deciso di forzarli. All'imbocco dello stretto gli venne incontro tutta la flotta ottomana e a quel punto si ingaggiò una delle più accanite battaglie che la storia ricordi. Sotto un impetuoso vento che molestava le manovre delle navi della repubblica, si combatté tre giorni con un accanimento disperato, dal 17 al 19 luglio; e tutto faceva prevedere che la vittoria sarebbe andata alle navi di Venezia che già avevano inflitto dolorose perdite al nemico.
Sul far della sera del terzo giorno, impaziente di presentarsi minaccioso davanti la capitale nemica, il Mocenigo avanzò con undici galee nello stretto mentre dalle batterie costiere una grandine di colpi si abbatteva sugli audaci. Ma era destino che lo stretto dovesse restare inviolato e che l'audacia del giovine ammiraglio non dovesse esser premiata dal trionfo. Scoppiò a un tratto la polveriera della capitana e tra il fumo e le fiamme, cornice grandiosa per la morte d'un eroe, un'antenna spezzata si abbattè sul Mocenigo sfracellandogli il capo mentre, ritto sulla poppa incoraggiava i suoi a fare lo sforzo supremo.
Morto l'ammiraglio, che ebbe a compagni nell'epica gesta Alvise Foscari, Marco Bembo, Guglielmo Avogadro e il provveditore Barbaro Badoer, la flotta veneziana, presa da panico si disperse e da quel giorno la fortuna di Venezia sul mare cominciò a tramontare.

""...D'ora innanzi - cito il Battistella - allontanatesi anche, per invide rivalità e per puntigli di precedenza, le 7 galee di Malta e le 5 del Papa, Venezia combatte sola e soltanto per difendersi, senza speranza ormai di riaversi e di superare l'avversario. Le sue forze sempre più s'indeboliscono e gli atti singoli di valore che di volta in volta mandano lampi abbaglianti, se dimostrano il coraggio generoso di qualche capitano non bastano a fermare il volo della sfuggente fortuna né a compensare i danni che l'indisciplinatezza e non di rado la viltà delle ciurme e l'insufficienza, del naviglio recano ogni giorno, maggiori alla causa della repubblica.
 Sul mare, in questi ultimi ed estremi anni della guerra grandi battaglie non si combattono più anche perché i Turchi, sgomenti del coraggio veneziano, evitano ogni incontro: tutto quindi si riduce a corse e a devastazioni di lidi e a una caccia spietata nella quale si segnalarono sopra tutti Francesco Morosini e Girolamo Contarini ».

Dopo l'infelice  impresa e pur gloriosa del Mocenigo, Venezia stimò opportuno pensare alla pace, inviando un'ambasciata a Costantinopoli, ma quando dalla bocca del segretario Ballarin intese che la repubblica voleva rimanere in possesso di Candia, il ministro turco rispose che nessun accordo poteva esser concluso se non in base alla cessione dell' isola. "Il vostro governo - dichiarò - dovrà tribolare per un pezzo, perché ci restano ancora superflui in Asia cinquantamila uomini, che vedremmo volentieri tagliati da voi a pezzi, perché vivendo potrebbero far nascere qualche sollevazioni a pregiudizio del re ».

Malgrado questa risposta, si faceva strada in Venezia il partito di coloro che desideravano la fine della guerra anche con il sacrificio dell' isola, la cui difesa, al punto in cui erano le cose, veniva considerata impossibile. Interprete dei desideri di questo partito si fece lo stesso doge BERTUCCIO VALIER che propose in senato la cessione di Candia, ma la sua proposta venne sdegnosamente respinta dopo le infiammate parole del procuratore GIOVANNI PESARO che sostenne doversi "con pienezza di voti rigettare quest'apparenza tanto lagrimevole di pace e con animi uniti e concordi accingersi invece alla ricuperazione e al mantenimento dell' isola con una deliberazione generosa che chiamerà le benedizioni alla nostra antichissima e gloriosissima libertà e impedirà di portare ai piedi del nemico con la cessione di Candia, le difese del Mediterraneo e le chiavi d'Italia".

Si continuò pertanto a resistere e si tentò ancora di ottenere soccorsi dalle potenze cristiane. Rispose all'appello il MAZZARINO, che nell'estate del 1660 mandò un corpo di quattromila e duecento soldati sotto il comando del principe ALMERIGO d' ESTE, il quale di ben poca utilità fu alla città assediata, sotto le cui mura venne poi gravemente sconfitto dai Turchi.
Né questo fu il solo aiuto giunto alla città assediata. Altri, sebbene scarsi, ne giunsero da vari stati italiani a Venezia e con essi si riuscì mettere insieme una flotta di sedici galee, cinque galeazze, trentacinque navi ed altri legni minori con mille cavalli e novemila fanti sotto il comando del marchese FRANCESCO VILLA, prode capitano del duca di Savoia. Anche i Turchi mandarono rinforzi e a dirigere le operazioni d'assedio inviarono il gran visir AHMED, figlio di Mohammed Koproli.

Intorno alla città di Candia la lotta si fece così ancora più accanita. Si pensi che dal maggio al novembre del 1667 i Turchi assalirono trentadue volte i bastioni e vennero sempre respinti, che la guarnigione assediata, la quale non arrivava ai diecimila uomini, fece diciassette vigorose sortite, che scoppiarono seicento diciotto mine, che perirono tremila e duecento difensori e quattrocento ufficiali ma anche oltre ventimila Turchi.
Nella primavera del 1668 il gran visir Ahmed diede ordine a CHALIL pascià e al temuto corsaro DURAC di assalire la squadra di LORENZO CORNARO che bordeggiava nelle acque dell' isola e di occupare Standia; ma FRANCESCO MOROSINI, avuta notizia di quell'ordine, uscì la notte del 7 marzo dal porto ed affrontò la flotta nemica, mentre ANFREA CORNER, per distrarre le forze turche, impegnava contro di esse battaglia presso Retimoo e vi periva combattendo.

La battaglia navale fu combattuta al lume delle torce e durò sette ore. Il Morosini con la sua sola galea catturò cinque navi nemiche; numerosi turchi vennero uccisi, fra i quali il corsaro Durac, quattrocento caddero nelle mani dei Veneziani e furono liberati milleduecento schiavi cristiani.
Questo successo però non diede alcun respiro alla città assediata. Era ormai ridotta ad un cumulo di rovine, gli abitanti vivevano fra le macerie, i soldati non abbandonavano mai le mura sbrecciate, i cadaveri erano ammucchiati nei cimiteri, la peste mieteva numerose vittime e gli ospedali erano pieni di ammalati. Tuttavia nessuno voleva cedere al nemico e gli assalti sempre con grande valore venivano respinti.

Ad accrescere la tenacia dei difensori contribuiva qualche rinforzo di truppe che di tanto in tanto arrivava dall' Europa. Nel dicembre del 1668 giunsero cinquecento cavalieri francesi e savoiardi capitanati dal duca de La Feuillade, che fecero una sortita nella quale dimostrarono grandissimo valore; nel giugno del 1669, inviati da Luigi XIV giunsero seimila soldati comandati dal marchese di Noalles e dal duca di Beaufort. Essi, contro il parere del Morosini vollero andare ad assalire gli assedianti, ma spaventati dallo scoppio di due barili di polvere, si diedero alla fuga e subirono gravissime perdite. I superstiti decisero di ripartire e nonostante le preghiere di Francesco Morosini e di altri capi, abbandonarono l' isola. Alla loro partenza tenne dietro quella dei pontifici, dei tedeschi e dei maltesi e nella città non rimasero che tremila veneziani. Ancora una volta abbandonati da tutti.

La carestia e la peste infierivano, le munizioni cominciavano a far difetto, i feriti e gli infermi gremivano gli ospedali, i combattenti non erano in numero sufficiente per difendere le numerose brecce aperte, un ingegnere Barozzi era passato al nemico e si temeva che avesse comunicato ai Turchi notizie interessanti sulla difesa. In tali condizioni non era più possibile prolungare la resistenza.
Un consiglio di guerra convocato dal Morosini si pronunciò per la resa (30 agosto); furono iniziate trattative con gli Ottomani e il 6 settembre del 1669, alle rive del Gioffico, fu firmata la capitolazione: Venezia cedeva l' isola, tenendo per sé i porti di Suda e di Spinalonga, la guarnigione usciva dalla città con le armi e con tutti gli onori militari, le munizioni e le cose sacre venivano portate via, non si pagava nessun donativo e nessuna indennità di guerra, Clissa e gli altri luoghi della Dalmazia riconquistati dalla repubblica non si restituivano, ma per conservare Zante i Veneziani si obbligavano di pagare millecinquecento ducati annui.

Cosi dopo ventitrè anni di assedio cadeva Candia. Solo negli ultimi tre anni erano stati respinti cinquantasei assalti, erano fallite quarantacinque sorprese notturne tentate dai Turchi, erano scoppiate millecentosettantadue mine ed erano stati uccisi più di centomila uomini.

La notizia della caduta di Candia fu dolorosamente appresa a Venezia. Il Morosini che si era mostrato capitano prudente e guerriero valorosissimo, anziché essere lodato per tutto quello che aveva fatto per l'onore della patria,  venne accusato di scarsa energia, e di abuso di potere per la conclusione della pace. Ci fu qualcuno inoltre il quale disse che era stato comprato dall'oro nemico. Ma, sottoposto a processo, fu poco dopo dichiarato innocente ed ebbe riconosciuto il merito di aver saputo difendere la terra e negoziare la resa.


NUOVA GUERRA TRA VENEZIA E I TURCHI
CONQUISTA VENETA DELLA MOREA -
VITTORIE VENEZIANE SUL MARE - FRANCESCO MOROSINI
PACE DI CARLOWITZ

La guerra di Candia aveva vuotate le casse della repubblica, ma aveva mostrato al mondo quanta forza possedesse ancora e di quali miracoli di eroismo e di sacrificio essa fosse capace. La guerra le aveva anche insegnato che il solo valore non basta a vincere il nemico, ma che occorre prepararsi in tempo alla lotta per respingere vittoriosamente ogni aggressione.

Facendo tesoro dell'esperienza purtroppo fatta in ritardo, nel 1670, ratificata la pace coi Turchi, Venezia si mise alacremente a restaurare le fortezze, a migliorare la disciplina militare e a vigilare attentamente su i possessi d'oltremare che ancora le rimanevano perché era sicura che presto o tardi i Turchi sarebbero tornati contro di lei per strapparle gli ultimi lembi dell' impero coloniale.
I Turchi infatti tornavano a premere contro gli stati cristiani, spinti dalla loro inesauribile sete di conquista, e nelle nuove guerre da loro provocate doveva Venezia finire con l'essere coinvolta. Prima gli Ottomani si volsero contro la Polonia, ma, battuti duramente a Chocim (1673) dal valore di GIOVANNI SOBIESKI, dovettero abbandonare l' impresa; poi marciarono contro l' Ungheria e l'Austria e nel 1683 si presentarono, comandati da KARA MUSTAFA' sotto le mura di Vienna.

L'imperatore LEOPOLDO, atterrito, fuggì a Linz; a difendere la capitale rimase il generale Stahremberg, che, resistendo per un mese e mezzo, diede tempo all'alleato Sobieski di accorrere e di sconfiggere duramente e mettere in fuga precipitosa gli Ottomani, che tuttavia rimasero padroni di alcune piazze ungheresi.

Per respingerli definitivamente, l' imperatore si rivolse a Venezia invitandola ad entrare nella lega che egli aveva appena conclusa con il Papa e con la Polonia. La repubblica, che ad un invito identico rivoltole pochi anni prima aveva risposto con un saggio rifiuto, non seppe questa volta resistere alle sollecitazioni di INNOCENZO XI; si illuse di poter riconquistare Candia, Cipro e Negroponte, ricostituire il suo impero coloniale e ricostruire le sue fortune, e nel gennaio del 1684 aderì alla lega.
Così, dopo quattordici anni di pace, si riaccendeva la guerra con il Turco, alla direzione della quale furono messi FRANCESCO MOROSINI come capitano generale, il conte NICCOLÒ di STRASSOLDO quale comandante delle truppe da sbarco, e ANTONIO ZENO con la carica di provveditore della Dalmazia e dell'Albania.

La fortuna, fin dal principio, sorrise ai Veneziani. Mentre lo Zeno si spingeva vittorioso fino a Castelnuovo, il Morosini con la flotta pontificia, toscana e maltese investiva con grande vigore l'isola di Santa Maura, tra Corfù e Cefalonia, e dopo sedici giorni, nel luglio del 1684, la costringeva alla resa. Di là il conte di Strassoldo sbarcava nella terraferma, occupava nei primi giorni dell'autunno Prevesa e cominciava a ribellarsi al turco l' Epiro, l'Albania e la Morlacchia, stanchi dell'oppressione ottomana.

Per provvedere alle spese della guerra, anche questa volta come aveva fatto durante la guerra di Candia, la repubblica mise in vendita le cariche dello Stato, ricorse alla generosità dei privati e conferì il titolo di nobiltà a famiglie popolari dietro il pagamento di centomila ducati ciascuna. Così la guerra dispose dei mezzi per essere continuata con maggior vigore e poterono essere strappate ai Turchi parecchie terre fra le quali Natolico e Missolungi.
Francesco Morosini, malgrado questi positivi  risultati, si sentiva oppresso dagli anni e dalle fatiche. Persuaso che per la condotta di una guerra così faticosa occorreva un capo nella piena vigoria dell'età, scrisse da Corfù al Doge pregandolo di sostituirlo nel comando, ma il Senato, che aveva grandissima fiducia in lui, respinse la richiesta e lo riconfermò nella carica di capitano generale.
Allora il Morosini volse le armi contro le fortezze di Corone, Modone e Navarino che dovevano aprirgli la via alla conquista della Morea. Prima ad esser conquistata fu Corone, che assediata da novemila cinquecento soldati, dopo quarantasette giorni di assedio capitolò; si arresero poi Sarnata, Calamata, Chielafà, Passava, il forte di Mistra e proseguendo di vittoria in vittoria, nel 1685 e nel 1886, conquistò il Morosini Navarino, Modone, Argo e Nauplia, ne mise in stato di difesa le fortificazioni, rinnovò le milizie e si preparò a nuove imprese.

La campagna del 1687 registrò nuove vittorie e nuove conquiste. Il grande ammiraglio veneziano, che aveva impiegate tutte le sue ricchezze per allestire una flotta, espugnò Patrasso, Corinto e Lepanto; riconquistando così in tre anni di vigorosa guerra quasi tutta la Morea alla patria, la quale ebbe notizia dell' importante conquista mentre il Consiglio Maggiore era adunato per l'elezione dei magistrati cittadini. La vittoria fu celebrata con un solenne ufficio divino in San Marco, e il Senato decretò che nella sala del Consiglio dei Dieci fosse conservato lo stendardo tolto al Serraschiere e venisse collocato un busto di bronzo del Morosini con l'epigrafe: Francisco Mauroceno Peloponnesiaco adhuc viventi Senatus.
Francesco Morosini intanto non riposava sugli allori. Conquistata la Morea, portava le armi nelle regioni vicine, occupava Sparta e Misistra e con il Konigsmuk, che era successo allo Strassoldo, si volgeva contro Atene. La capitale della Grecia, vigorosamente assediata, cadde nelle mani del Morosini. Questa vittoria fu amareggiata da un disgraziato incidente: una bomba cadde sul Partenone, che i turchi avevano trasformato in polveriera, e danneggiò gravemente il magnifico tempio di Pallade, il capolavoro dell'arte ellenica.

Dopo questa vittoria il Morosini concepì il disegno di strappare al nemico Negroponte. L'andamento generale della guerra era propizio ad un' impresa di tanta importanza; Girolamo Cornaro riportava vittorie nella Dalmazia e nell'Albania, gli eserciti imperiali comandati dal principe EUGENIO di SAVOIA e dal DUCA  di LORENA battevano ripetutamente gli Ottomani e liberavano la Transilvania e la Bosnia. I Turchi alla fine versavano in tristissime condizioni economiche e sembravano depressi dalle sconfitte patite.
Il Morosini, che dopo la morte del doge Marcantonio Giustiniani, era stato nell'aprile del 1688, chiamato a succedergli nell'altissima carica, mosse contro Negroponte, ma per la prima volta dopo l'inizio di questa guerra, la fortuna doveva volgere le spalle alle armi veneziane: la resistenza ostinata dei Turchi, le malattie e l'azione poco concorde delle milizie mercenarie frustrarono i tentativi del Morosini e malgrado qualche scontro favorevole ai veneziani, la spedizione fallì. 
I Turchi cercarono di trarre profitto da questo insuccesso del nemico ed avanzarono proposte di pace, ma le condizioni imposte dalla repubblica furono così onerose che le trattative vennero rotte e la guerra continuò.

Nel 1689 Francesco Morosini espresse il desiderio di ritentare l' impresa di Negroponte, ma l'insufficienza delle forze di cui disponeva e l'opposizione degli altri capitani, lo costrinsero a rinunziarvi. Allora egli si volse contro Malvasia per condurre a termine la conquista della penisola greca e già le operazioni contro questa piazza ne facevano prevedere prossima la caduta, quando il Morosini si ammalò e dovette tornarsene a Venezia, cedendo il comando a GIROLAMO CORNARO.

Questi si mostrò degno successore del grande doge: stretta maggiormente Malvasia, la costrinse sul finire dell'agosto del 1690 alla resa. Né questo fu il suo unico trionfo; avendo saputo che la flotta turca era uscita per difendere la piazza, le corse incontro e nelle acque di Mitilene la sbaragliò, quindi, piombato fulmineamente su Valona, se ne impadronì di sorpresa.
Venezia non riuscì a godere a lungo dei suoi successi, i quali vennero rattristati dalla morte del Cornaro. Poco dopo un'altra sciagura si abbatteva sulle armi della repubblica: ALESSANDRO VALIER che era al comando di due navi sosteneva per quattro ore una feroce battaglia presso Milo contro dieci galee ottomane e anche lui vi trovava una morte gloriosa. Le due navi, non soccorse dalla squadra di Marco Pisani che si trovava a Malvasia, andarono perdute.
Al Cornaro successe nel comando DOMENICO MOCENIGO, che «deliberò di tentare il riacquisto di Candia, cosa - scrive il Battistella - che stava sempre in cima ai desideri della Repubblica e a cui non aveva creduto di cimentarsi lo stesso Morosini, ben sapendo come i Turchi l'avessero messa in ottimo stato di difesa e vi facessero buona guardia. 

L'armata veneta fece rotta pertanto verso la Canea nella speranza di poterla avere al primo impatto, ma il colpo non riuscì e si dovette disporre in un regolare assedio. Pareva che la fortuna assecondasse le armi veneziane, tanto che, in breve si erano avviate avance agli abitanti favorevoli alla resa della città, allorché il Mocenigo, impensierito per certe voci sparse nel campo che i Turchi si accingevano a sbarcare in Morea e ad assalirla durante l'assenza della flotta, nonostante il consiglio e le esortazioni di alcuni diffidenti, senza curarsi di appurare la verità, volle improvvisamente levare l'assedio e partire per correre a contrastare quell'assalto immaginario. Fu destituito e punito: ma il male commesso per la sua inettitudine e sconsideratezza era irrimediabile e l'occasione di riacquistare Candia andò perduta per sempre ».

Allora la repubblica si rivolse ancora al Morosini e tornò a nominarlo capitano generale. Il glorioso vecchio accettò quel gravoso incarico lieto di poter giovare ancora alla patria e la moltitudine de' suoi concittadini andò sul lido a salutarlo commossa e ad augurargli nuove vittorie (24 maggio 1693).
Ma il grande capitano era stanco e carico di anni e non poteva perciò reggere alle fatiche di una nuova campagna; tuttavia non lievi vantaggi ottenne sul mare contro i barbareschi e strappò ai Turchi alcune isole fra cui Salamina. Erano questi gli ultimi suoi trionfi: nuovamente ammalatosi a Nauplia, vi morì settantacinquenne nel gennaio del 1694.
La sua salma venne trasportata a Venezia e venne accolta con grandi manifestazioni e cordoglio da quel medesimo popolo che otto mesi prima gli aveva rivolto il saluto augurale.

Al Morosini successe nel comando ANTONIO ZENO, che nel settembre del 1694 riprese agli ottomani l'isola di Scio: ma la sua titubanza gli impedì di conseguire una maggiore vittoria: infatti non osò affrontare una flotta turca che incrociava in quelle acque e quando questa prese il largo alla volta di Smirne egli la inseguì così da lontano da lasciarla fuggire senza recarle alcun danno.

Tornarono i Turchi alla riscossa nell' inverno del 1695 con una forte flotta comandata da HUSSEIN pascià e dal corsaro MEZZOMORTO, i quali nelle vicinanze di Scio costrinsero lo Zeno alla battaglia. Questa si svolse con grande accanimento dall'una e dall'altra parte.
Singoli atti di valore non mancarono fra i Veneziani, ma mancò loro l'energia e la sapienza del comando e questa sola fu la causa della sconfitta. La vittoria dei Turchi mise Scio in grave pericolo, che però si sarebbe potuto scongiurare se lo Zeno fosse rimasto a difenderla o ne avesse affidata la difesa al provveditore Giustino Riva che si era, offerto di contrastare l'isola al nemico. Ma lo Zeno volle abbandonarla e Scio poco dopo ricadde in potere dei Turchi. Richiamato a Venezia e messo in carcere per questa sua dannosa condotta, nel 1699 lo Zeno vi morì mentre si istruiva il processo contro di lui.
La perdita di Scio non interruppe il corso della guerra, che tornò a volgere favorevole ai Veneziani. Nel 1697 il provveditore ANTONIO MOLIN respinse uno sbarco dei Turchi sulle coste della Morea e, scontrata la flotta ottomana nelle acque di Scio, la sconfiggeva  duramente vendicando l'onta patita dallo Zeno; l'anno dopo, il provveditore straordinario GIROLAMO DOLFIN, mandato a vuoto un tentativo contro isola di Tine, inseguì la flotta nemica fin dentro i Dardanelli, dove il 30 settembre del 1699 si combattè una furiosa battaglia nella quale gli Ottomani riportarono danni considerevoli.
Questa battaglia, fu seguita da altri scontri vittoriosi per le armi della repubblica, la quale con il blocco dei Dardanelli effettuato dal medesimo Dolfin si assicurava il possesso dell'Arcipelago e del Peloponneso e la padronanza quasi assoluta del Mediterraneo.

Stanchi erano i Turchi, dopo quindici anni di accanita guerra terrestre e marittima. Li avevano fiaccati i colpi terribili di Venezia e le dure disfatte inflitte dagli eserciti imperiali, specie quella di Zenta dell'11 settembre del 1697 (comandava l'esercito austriaco - EUGENIO di SAVOIA) nella quale erano periti il gran visir, diciassette pascià e trentamila ottomani. Ma se stanchi erano i Turchi, non meno lo erano i veneziani e i "cristiani", i quali non rifiutarono le proposte di pace avanzate dal sultano. Il 13 novembre del 1698 si riunirono a Carlowitz i plenipotenziari dell'impero, della Polonia, della Russia, deei Veneziani  e dei Turchi. I negoziati furono lunghi e poco sereni sia perché ciascuno dei delegati voleva ottenere vantaggi per la propria nazione, sia per la resistenza dei Turchi, sia ancora per l'agire del plenipotenziario veneziano Carlo Ruzzini, che su ogni questione voleva sentire il parere del suo governo, che non sempre era sollecito a mandarlo questo parere.
 
Il 26 gennaio del 1699 fu firmata la pace tra l'Austria, la Polonia, la Russia e la Turchia e il 21 febbraio anche Venezia sottoscrisse il trattato. Per esso la repubblica conservava la Morea, Egina, Santa Maura e le conquiste fatte nella Dalmazia e nell'Albania; scambiava i prigionieri e non pagava più il tributo per l'isola di Zante; restituiva però Lepanto e le isole dell'Arcipelago e si impegnava di abbattere le fortificazioni delle Rumelia e di Prévesa. Inoltre il trattato stabiliva che si delimitassero i confini della Dalmazia e dell'Albania.

A queste condizioni la repubblica concludeva la pace col Turco. Questa veramente non era quella che Venezia sperava d'imporre dopo tanti sacrifizi e tante vittorie, ma erano tuttavia onorevoli sia per le terre che acquistava, sia per la soppressione del vergognoso tributo al sultano. Infine poteva dirsi lieta Venezia di essere uscita vittoriosa dalla guerra e di aver dimostrato a tutta l'Europa quanto ancora al suo tramonto potesse la sua forza sul mare.

FINE

( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

 

Lasciamo Venezia e i territori del Nord- Est e andiamo in quelli a Ovest.
Dobbiamo riprendere la nostra storia di questo inizio secolo XVII, ripartendo dal sovrano piemontese (di cui abbiamo già dato un primo resoconto prima del 1600) che i prossimi suoi 30 anni (fino alla sua morte) il sabaudo utilizza per fare una guerra dietro l'altra
 

ed è il periodo che va dal 1601 al 1630 > >


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