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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI  1601 - 1630

LE GUERRE DI CARLO EMANUELE I DI SAVOIA
 
( dal 1601 - fino alla sua morte 1630 )

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NUOVO INDIRIZZO POLITICO DI CARLO EMANUELE I - TRATTATO DI BRUZZOLO - MORTE DI ENRICO IV - DISEGNO DI UN'ALLEANZA ANGLO-PIEMONTESE - LA QUESTIONE DEL MONFERRATO - GUERRA TRA IL PIEMONTE E LA SPAGNA - TRATTATO D'ASTI - RIPRESA DELLA GUERRA - ACCORDO DI PAVIA - ATTIVITÀ POLITICA DI CARLO EMANUELE - L' "AFFARE DELLA VALTELLINA" - IL "SACRO MACELLO" - LA CAMPAGNA DI LIGURIA - ASSEDIO DI VERRUA - PACE DI MONCON - SUCCESSIONE DI MANTOVA E MONFERRATO - ASSEDIO DI CASALE - BATTAGLIA DELLA VRAITA - TRATTATO DI SUSA - ASSEDIO DI MANTOVA - CARESTIA E PESTE DI MANTOVA - I FRANCESI NEL PIEMONTE - CADUTA E SACCHEGGIO DI MANTOVA - MORTE DI CARLO EMANUELE I

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DALLA PACE DI LIONE ALL'ACCORDO DI PAVIA


Con il trattato di Lione dell'11 febbraio 1601, CARLO EMANUELE I, rinunciava alla sua politica di espansione transalpina, ma non rinunziava alle sue mire su Ginevra. Infatti, tutto preso dalla brama di sottometterla, prima cercò di staccar  i cantoni svizzeri alleati, poi tentò d'impadronirsene con un colpo di mano, che però non fu coronato dal successo: la notte dal 22 al 23 dicembre del 1602 duecento uomini riuscirono a penetrare in città, ma dato l'allarme, i Ginevrini accorsero alla difesa e passarono a fil di spada gli assalitori, che non poterono essere soccorsi dalle schiere sabaude dell'Albigny le quali non erano riuscite a sfondare le porte. Nel luglio del 1603 Carlo Emanuele si spingeva a stipulare un accordo con la fiera città, che non voleva saperne di piegarsi sotto il giogo del duca di Savoia.

Il trattato di Lione è importante per la storia di Carlo Emanuele perché, oltre la rinunzia alle mire di conquista dei territori d'oltralpe, segna un mutamento nella politica del duca, la quale da questo momento assume un carattere prevalentemente italiano ed un indirizzo antispagnolo.

Egli, infatti, da una parte guarda al Monferrato, cerca di rendersi utile a Venezia tentando di farsi intermediario nella vertenza tra la repubblica e il Papa, e si guadagna per mezzo di parentadi l'amicizia di Mantova e di Modena sposando nel febbraio del 1608 la figlia MARGHERITA con FRANCESCO GONZAGA e la figlia ISABELLA con ALFONSO d' ESTE; dall'altra tenta invano di costituire una lega di stati italiani, fallita perché rifiutarono di aderirvi il Papa e Venezia, e va accostandosi ad ENRICO IV, il quale, con il proposito di sostituire il predominio della Francia a quello della casa d'Austria vagheggiava un nuovo assetto politico d' Europa, in cui l'Italia doveva risultare divisa in quattro grandi stati: il regno sabaudo con il Piemonte e la Lombardia, la repubblica veneta con la Sicilia, lo stato della Chiesa con il protettorato sul regno di Napoli, e l'unione di Firenze e le piccole signorie vicine in una sola repubblica.

La politica di Carlo Emanuele I coincideva con quella del francese; e l'uno aveva bisogno dell'altro per attuare i suoi disegni; non fu quindi difficile ai due principi di venire ad un accordo. Questo ebbe luogo il 31 gennaio del 1610 con il TRATTATO di BRUZZOLO, piccolo villaggio della valle di Susa, dove furono firmate due convenzioni.
Con queste si stringeva un'alleanza offensiva e difensiva tra Enrico IV e Carlo Emanuele la quale doveva durare per tutta la vita dei due contraenti e fino a sei mesi dopo la morte dei loro immediati successori. A quest'alleanza potevano accedere tutti coloro che desideravano scuotere il giogo di Spagna. Per renderla più salda, un principe di casa Savoia, il primogenito VITTORIO AMEDEO, doveva sposare una principessa di Casa Borbone, ELISABETTA, figlia di Enrico IV. 
Inoltre la Francia doveva corrispondere al principe FILIBERTO di Savoia una pensione annua di cento cinquantamila lire e al principe TOMMASO e al cardinale MAURIZIO rispettivamente novantamila e settantamila lire annue (i due erano fratelli di Carlo Emanuele).

Uno degli scopi dell'alleanza era quello di muovere guerra alla Spagna e toglierle i possessi d' Italia. La guerra doveva contemporaneamente iniziarsi in Germania, nelle Fiandre e in Italia. Il concentramento delle truppe regie e ducali per le operazioni nella penisola doveva avere luogo in Piemonte e a capo di esse sarebbero stati Carlo Emanuele e il maresciallo di Lesdiguières. Nessuno dei due alleati poteva concluder pace o tregua senza il consenso dell'altro. A guerra finita il principe sabaudo avrebbe tenuto per sé la Lombardia che era in mano agli Spagnoli.

Subito dopo la firma del trattato iniziarono i preparativi di guerra e si cominciò a lavorare per tirare dentro nella lega Mantova, Venezia, il Papa ed altri stati italiani. Nella primavera del 1610 gli allestimenti erano quasi terminati quando il pugnale d'un fanatico impedì che i disegni del re di Francia e del duca di Savoia fossero tradotti in atto: il 14 maggio mentre in carrozza si recava all'arsenale per visitare il Sully, Enrico IV veniva assassinato da Francesco di Ravaillac.

La morte del re di Francia, sfasciando d' un tratto l'alleanza, metteva in serio pericolo il duca di Savoia perchè MARIA de' MEDICI (sposata nel 1600 ad Enrico IV), reggente a nome del figlio LUIGI XIII (di 9 anni), avversa per tradizione di famiglia alla casa Sabauda, non ascoltando il Sully che la consigliava di tener fede al trattato di Bruzzolo, ordinava al Lesdiguières di disarmare, stabiliva di pacificarsi con la Spagna e proponeva come sposa del principe Vittorio una sorella del granduca di Toscana.

Carlo Emanuele I rimaneva così esposto all' ira della Spagna e alle minacce del conte di Fuentes, governatore spagnolo di Milano, che aveva raccolto un esercito di trentamila uomini in difesa della Lombardia e voleva con essi invadere il Piemonte. La minaccia che veniva da Milano cessò -e fu una fortuna del sabaudo- con la morte del Fuentes, avvenuta nel luglio di quello stesso anno, rimaneva però l'ira di FILIPPO III di Spagna, il quale per disarmare pretendeva che il duca gli chiedesse perdono.
Era questa un'umiliazione che, allo stato in cui si trovavano le cose, non poteva essere evitata. Carlo Emanuele mandò a Madrid il figlio Filiberto e questi il 10 novembre, ammesso in udienza privata dal sovrano, gli presentò una carta nella quale il duca di Savoia si dichiarava sottomesso alla Spagna e lo pregava di allontanare in Lombardia, le sue armi dal Piemonte.

Il perdono fu concesso, ma l'operato del duca che aveva osato schierarsi contro la Spagna non venne dimenticato dalla corte di Madrid, che, stretta alleanza con quella di Parigi, non trascurò occasione di mostrare il suo mal animo verso di lui. 
Allora Carlo Emanuele, tradito dalla Francia e caduto in disgrazia della Spagna malgrado il perdono, cercò di procurarsi l'alleanza inglese alla quale aveva pensato quando Giacomo I era salito al trono di quel regno dopo la morte della regina Elisabetta. Trattative corsero tra la corte di Torino e quella di Londra durante gli anni 1611-12 e, quantunque non avessero condotto ad una vera e propria alleanza, fecero sì che le relazioni tra i due stati diventarono così cordiali da fare sperare che presto si sarebbero mutate in quella lega che il principe sabaudo desiderava stringere.

Duravano ancora le trattative anglo-piemontesi quando (dicembre 1612) cessò di vivere il duca di Mantova Francesco Gonzaga, lasciando una sola bambina, Maria, natagli dalla moglie Margherita di Savoia, figlia di Carlo Emanuele I. Il cardinale Ferdinando Gonzaga, fratello del defunto duca, assunse il governo del ducato di Mantova e del marchesato del Monferrato. Contro questa successione protestò il duca di Savoia, il quale, non tenendo conto della sentenza pronunziata nel 1536 da Carlo V, che aveva attribuito il Monferrato ai Gonzaga, considerava il feudo come femminile e sosteneva che la successione spettasse alla nipote Maria la cui tutela spettava a lui e alla madre Margherita. 
Si iniziarono trattative fra i due duchi, ma quello di Mantova, sostenuto dalla Francia, dalla Toscana, dalla Spagna e da Venezia, si rifiutò di consegnare la nipote a Carlo Emanuele, il quale, insofferente degli indugi, decise di passare all'azione e nell'aprile del 1613 invase il Monferrato occupando Alba, Trino e Moncalvo.

L'ardita -ma anche sconsiderata- mossa del duca non poteva non suscitare l' indignazione di tutti coloro che parteggiavano per il Gonzaga, primo fra tutti l'imperatore che lo minacciò del bando.
Ma Carlo Emanuele I non era l'uomo da lasciarsi atterrire dalle minacce e in un primo tempo espresse perfino il proposito di proseguire nell' impresa occupando Nizza Monferrato, e poichè Venezia sovvenzionava di denari il duca di Mantova, ruppe le relazioni diplomatiche con la repubblica ed all'ambasciatore veneziano dichiarò di « aver cuore e forze per opporsi contro tutti » ed aggiunse, alludendo agli alleati del Gonzaga : «Vengano pure allegramente questa gente, ci rivedremo colla punta della spada».
Ma se Carlo Emanuele aveva cuore gli mancavano le forze e quando vide che contro di lui, oltre che gli stati italiani, si schieravano la Spagna e la Francia, pensò essere prudente scendere a trattative e nel giugno concluse con il Gonzaga un accordo con il quale si stabiliva che sarebbero state deposte le armi, che il Savoia avrebbe restituito i luoghi occupati e che il Gonzaga avrebbe consegnato alla madre la piccola Maria, non avrebbe preteso risarcimenti di danni ed avrebbe perdonato ai sudditi sollevatisi contro di lui.

L'accordo però non doveva condurre alla pace: quando si trattò di disarmare, il duca di Savoia prima nicchiò, poi disse che non avrebbe deposte le armi se non fossero stati eseguiti i patti e, poiché la Spagna gli ingiungeva il disarmo, deciso a non subire la volontà altrui, cercò nuovamente di guadagnarsi l'aiuto della Francia, di procurarsi l'appoggio dei protestanti di Germania, di trovar denari in Inghilterra, assoldò mercenari svizzeri e tentò di costituire una lega di principi italiani contro la prepotenza spagnola.
Quanta fosse l'orgoglio del duca e quanto egli fosse fermo nel proposito di mantenersi indipendente è dimostrato dalle parole che il 7 dicembre del 1613 Carlo Emanuele scriveva al figlio Filiberto : «Sebbene questi re sono grandi,  ci hanno nella loro monarchia tarli che la rodono, e noi ci andiamo apparecchiando e accomodando a ogni evento, perchè io non voglio essere schiavo di nessuno».

E agli stati italiani rappresentava il pericolo che per loro costituiva la Spagna e le conseguenze funeste della loro fiacchezza: «Se la Spagna guadagna meco oggi questo punto, da qui innanzi noi principi d'Italia staremo ai suoi piedi, ora temendo il castigo, ora implorando il perdono, senz'altra guarentigia che della sua liberalità».

Naturalmente egli cominciò con il tentare di trarre dalla sua parte la repubblica di Venezia, sempre ostile all'egemonia spagnola in Italia, e le mandò il senatore Gian Giacomo Pescina per illustrarle il danno che le sarebbe derivato se il Piemonte fosse stato oppresso dalla Spagna; ma il senato veneziano, pur riconoscendo la fondatezza di quanto mandava a dire il duca di Savoia, non volle o non seppe uscire da quella politica di riserbo che non fu l'ultima causa della decadenza di Venezia.

""...Se il Piemonte e la repubblica veneta - scrive giustamente il Callegari - si fossero messe d'accordo nel combattere la nemica comune, la Spagna logora e guasta, quantunque grande e ancor temuta, sarebbe stata cacciata dalla penisola, e l' Italia redenta a libertà per virtù di armi nazionali. Purtroppo un'unione intima, quale sarebbe stata necessaria per conseguire questo intento, non era possibile fra i due alleati, perché troppo differente ed opposto era  l' indirizzo della politica d'entrambi.

« Infatti, mentre Venezia si teneva fedele al sistema della neutralità disarmata, il Savoia aveva accettato quello della neutralità armata; mentre Venezia era retta da una oligarchia potentissima, il Piemonte aveva a suo capo un principe grande per tradizioni di famiglia e per valore straordinario di mente e di cuore; a Venezia aveva il massimo potere il Consiglio Maggiore mentre era ristretto quello Doge; in Piemonte invece era massimo il potere del duca e quasi nullo quello del Consiglio di Stato; Venezia si era data al commercio, il Piemonte al mestiere dell'armi ultimamente era l'unica sua attività; Venezia si avviava alla decadenza, il Piemonte ad una grandezza, che doveva condurre -anche se molto più più tardi- all' indipendenza nazionale; in Carlo Emanuele l'ardore guerriero, il succedersi delle imprese senza tregua, il parteggiar continuo, l'audacia spinta alla temerità; a Venezia c'era una prudenza esagerata per nascondere la propria debolezza, e un concetto di politica estera basato sullo spirito di conservazione dei propri domini senz'alcuna idea d'ingrandimento.
«Perciò le relazioni diplomatiche tra le due corti si ridussero, durante tutto il periodo della lotta tra Savoia e Spagna, a richieste di alleanza da parte del duca, ad incitamenti alla guerra, ad ardite proposte di grandi imprese per cacciar gli Spagnoli d'Italia, mentre Venezia consigliava la prudenza, rifiutava di stringer leghe palesi, limitandosi solo a promesse di appoggio e di mediazione».

Rimasto solo contro la Spagna, perché dalla Francia, dai principi protestanti di Germania, dall'Olanda e dai cantoni svizzeri gli vennero solo incoraggiamenti, e soltanto dall' Inghilterra gli giunsero quattrocentomila ducatoni, Carlo Emanuele non si perse d'animo e al re di Spagna, che gli aveva ordinato di disarmare entro sei giorni, rispose con il rimandargli il collare del Toson d'oro (agosto del 1614) e con 1' imporre all'ambasciatore spagnolo di lasciare Torino entro ventiquattro ore.
Un comportamento che era un bell'ardire di fronte a un potente. Nessuno fino allora lo aveva fatto, soprattutto nelle sue condizioni, quasi stretto in una morsa senza scampo.

Così si venne alla guerra. La flotta di Filippo III si presentò davanti a Nizza e a Villafranca e, trovatele ben difese, si rivolse ad Oneglia occupandola; dalla parte di terra il governatore di Milano, marchese don Giovanni MENDOZA di HINOYOSA, mosse contro Vercelli ed Asti, ma il pronto accorrere del duca di Savoia salvò quelle due piazze.
1 principi italiani che vedevano di malocchio il duca - ed erano i più - gioirono vedendolo entrare in un'avventura pericolosa dalla quale prevedevano che sarebbe uscito piuttosto malconcio, ma tutti quelli che odiavano la Spagna -ed erano tanti anche questi- ammirarono l'audacia di Carlo Emanuele e fecero voti per la sua vittoria. 
«Tutta Italia - scriveva il Siri - prorompeva. con la penna e con la lingua in encomi e panegirici al nome di Carlo e in affetti di giubilo e in applausi di avere ravvivato nella sua persona l'antico valore latino, augurandogli la fortuna di divenire un giorno il redentore della franchezza d' Italia e il restauratore della sua grandezza ».

Sonetti, canzoni e poemetti, in cui se molta era la retorica non mancavano accenti ispirati, e vennero scritti per magnificare il valore del Savoia e spronarlo a liberare l' Italia dall'esosa dominazione spagnola, e il TASSONI  lanciò le sue famose Filippiche, che sono una fiera requisitoria contro il governo di Spagna e un nobile eccitamento ai principi italiani di schierarsi dalla parte del principe sabaudo. 
«Quella monarchia - egli scriveva - che fu già corpo robusto, ora intirsichita nell'ozio lungo d'Italia e nella febbre etica di Fiandra, è un elefante che ha l'anima d'un pulcino, un lampo che abbaglia ma non ferisce, un gigante che ha le braccia attaccate con un filo ». E concludeva: «Principi e cavalieri italiani, non mancate a voi stessi, ripigliate i vostri cuori, perché questo mostruoso ciclope che è l'impero spagnolo non ha se non l'occhio d' Italia: la Spagna è vuota, l'India (il Nuovo Mondo Ndr.) è deserta, l' Italia sola è quella che l'assicura e che a se stessa fa guerra: già a costo del signor duca di Savoia è fatta l'esperienza di quello che egli vale e che egli può. Misuratevi con questo principe valoroso le vostre forze e vergognatevi del vostro passato timore ».   Ed erano parole già gridate dal Machiavelli pochi anni prima. Che leggeremo più avanti. 

Ma agli appelli dei letterati rimanevano sordi gli stati d'Italia, chiusi nel guscio della loro viltà e stesi sotto la coltre della loro poltroneria; e Carlo Emanuele non poteva da solo far fronte a lungo alla potenza spagnola. L' Hinoyosa era riuscito ad occupare Vercelli ed ora stringeva Asti e Carlo Emanuele sarebbe alla fine rimasto soccombente, malgrado le prove di coraggio che quotidianamente dava, se la Francia non si fosse intromessa per la stipulazione d'un accordo.

11 23 giugno del 1615 venne conclusa ad Asti la pace. I patti erano i seguenti: il duca di Savoia doveva disarmare entro un mese dalla conclusione del trattato e portare la questione del Monferrato davanti il tribunale dell' imperatore; dovevano essere restituiti i luoghi occupati ed essere amnistiati, sotto la garanzia francese i sudditi del Gonzaga che nel Monferrato avevano prese le parti di Savoia; l' Hinoyosa doveva ricondurre il suo esercito, senza sollevare incidenti, nel Milanese e gli Spagnoli, non dovevano pretendere il passaggio attraverso gli stati del duca per le loro truppe. Infine se il re di Spagna avesse molestato Carlo Emanuele la Francia avrebbe aiutato quest'ultimo a difendersi.

Così finiva quella prima guerra contro la Spagna, dalla quale il duca non usciva vittorioso, ma neppure malconcio e umiliato. Da questa guerra anzi egli usciva con un grande prestigio che si era acquistato in Italia, di avere cioè osato sfidare da solo la collera di una nazione così tanto potente e così piena di risorse qual'era la Spagna.

Il trattato di Asti venne sottoscritto a Madrid; ma Filippo III non sapeva rassegnarsi a quella pace conclusa da pari a pari con un principe che voleva trattar da suddito e per mezzo di Don PEDRO di TOLEDO, successo all' Hinoyosa nel governo della Lombardia, fece sapere al duca di Savoia che avrebbe osservato i patti del trattato se Carlo gli avesse chiesto perdono e gli avesse promesso di non cercare la protezione di altri sovrani.

Non era più il 1610. Carlo Emanuele I, forte anche delle garanzie della Francia, si mantenne fermo davanti alle pretese del re spagnolo, ma, prevedendo che prima o poi le ostilità sarebbero nuovamente scoppiate, cominciò a raccogliere armi, si accordò con il Lesdiguières intorno al numero di soldati che la Francia avrebbe mandato in Piemonte in caso di ripresa della guerra e si rivolse di nuovo alla repubblica di Venezia, la quale, impegnata contro gli Uscocchi e nella guerra di Gradisca, promise di dargli un sussidio di novantamila ducati e ottantamila ducati al mese per tutta la durata della guerra contro la Spagna.

Questa scoppiava nel settembre del 1616. Don Pedro de Toledo passò la Sesia e diede battaglia al duca di Savoia alla Motta, a S. Germano e a Lucedio ; ma le sue mosse erano lente ed incerte e la superiorità numerica delle sue truppe non era sufficiente per avere ragione dell'agilità dei Piemontesi, i quali si tennero prima sulla difensiva, poi risolutamente passarono all'offensiva.
Il giovanissimo principe VITTORIO AMEDEO occupò di sorpresa Masserano e Crevacuore e, giunto il Lesdiguières con settemila fanti francesi, Carlo Emanuele prese S. Damiano, Alba e Montiglio ed avrebbe continuato vittoriosamente le operazioni se la regina di Francia nell'aprile del 1617 non avesse richiamato il suo generale.

La partemza del Lesdiguières, avvenuta mentre il Pontefice, l'Inghilterra e la Francia svolgevano negoziati per la pace, diede animo al Toledo che nel maggio si rivolse contro Vercelli e la cinse d'assedio. Carlo Emanuele chiese aiuto a Berna, ad alcuni principi protestanti tedeschi e alla Francia, ma quando i soccorsi giunsero era troppo tardi per salvare Vercelli, la quale, dopo sessantaquattro giorni di fiero assedio, in cui il nemico aveva sacrificato seimila uomini, era stata costretta ad arrendersi (25) luglio 1617).
Dopo la caduta di Vercelli fu possibile venire ad un accordo tra i belligeranti, il quale fu concluso a Pavia il 9 ottobre del 1617. Le condizioni furono che il duca avrebbe disarmato entro lo stesso mese d'ottobre, il Toledo entro il novembre, e che dall'una e dall'altra parte si sarebbero restituiti i prigionieri e i luoghi occupati.
Ma per l'avversione del Toledo ai Savoia e a Venezia - che come si è detto altrove aveva concluso la pace con l'Austria - i patti dell'accordo non vennero subito eseguiti; gli Spagnoli rimanevano a Vercelli, e a Venezia si tramava la congiura che doveva prendere il nome di BEDMAR.
 Carlo Emanuele, avutane notizia, ne avvisò la repubblica e le propose di unirsi a lui contro la Spagna, ma non riuscì a stipulare che una convenzione segreta con la quale Venezia si impegnava di fornirgli novantamila ducati al mese se gli Spagnoli avessero assalito il duca o non avessero osservato i capitoli del trattato di Pavia e dal canto suo il Savoia si obbligava a soccorrerla con parecchie migliaia di fanti e cavalli se la Spagna o l'Austria avessero rinnovate le ostilità.

Veniva intanto scoperta e repressa la congiura ed allora il Toledo si decideva a restituire Vercelli (1618) e così ebbero termine gli strascichi di quella guerra che era cominciata nel 1613 per la successione del Monferrato (ma non era del tutto proprio finita, come vedremo più avanti)


LA VALTELLINA
DALLA RESTITUZIONE DI VERCELLI ALLA PACE DI MONCON

Dopo la restituzione di Vercelli l'attività di Carlo Emanuele I si fa più intensa. Scoppia nel centro dell'Europa quella rovinosa guerra che durerà trent'anni e il duca di Savoia allarga l'orizzonte della sua politica, sposa il principe Vittorio Amedeo (22 enne) con CRISTINA (di cui sentiremo molto parlare in seguito) figlia 13enne di Enrico IV, mantiene l'alleanza con Venezia e con i cantoni protestanti della Svizzera, si accosta ancor di più all'Olanda, all' Inghilterra e all' Unione Protestante tedesca, sogna la corona regia di Boemia e lo scettro dell' impero e porge orecchio al duca d'Ossuna che congiura contro la Spagna.

Mentre l' incendio infuriava nell' Europa centrale, sorgeva l'affare della Valtellina che doveva propagare il fuoco all'Italia. Al possesso di questa valle aspirava da tempo la Spagna per aprirsi una via che mettesse in comunicazione la Lombardia con l'Austria. La Valtellina fin dal 1512 era tenuta dai Grigioni, che con il loro esoso governo si erano resi odiosi agli abitanti della valle. Essi inoltre vi avevano sparso il protestantesimo dividendo la popolazione in due campi opposti: l'uno, il minore, che, convertito al luteranesimo, teneva per i Grigioni, l'altro, il più numeroso, rimasto cattolico, parteggiava per la Spagna e volentieri l'avrebbe vista padrona della valle.

Decisi a scuotere il giogo dei protestanti, i cattolici stabilirono di trucidare tutti i Grigioni della valle, mentre truppe spagnole, inviate dal duca di FERIA governatore di Milano sarebbero venute a sostenere i ribelli. Il grande massacro, che passò alla storia col nome di SACRO MACELLO, cominciato a Tierano, il 19 luglio del 1620, si estese in breve in tutta la Valtellina, dove seicento protestanti vennero trucidati.

A proteggere gli insorti dai loro dominatori, che avrebbero immancabilmente fatto le loro vendette, venne il duca di Feria, il quale, nel febbraio del 1621 riuscì a mettere d'accordo i Grigioni e i Valtellinesi. Questi - secondo i patti - ritornavano sotto la sovranità di quelli; solo la religione cattolica era permessa nella valle; agli Spagnoli si accordava libertà di passaggio e si affidava per otto anni il presidio della Valtellina.
Gli accordi però non furono osservati e Spagnoli ed Austriaci occuparono militarmente tutta la valle raggiungendo così lo scopo al quale miravano i due rami della casa d'Absburgo, di impadronirsi cioè di quella via che metteva in comunicazione i loro territori.
L'occupazione da parte degli Austro-Spagnuoli della Valtellina non poteva lasciare indifferenti la Francia, Venezia e il duca di Savoia, che subito iniziarono incontri per tentar di risolvere secondo il loro interesse la questione valtellinese.

 I negoziati per la debolezza del governo di Francia, causata dalle lotte civili, durarono a lungo, fino a quando cioè, salito al potere il cardinale RICHELIEU, fu possibile decidere sui modi e sui mezzi da impiegare per risolvere la questione e stabilire i patti per una guerra che doveva essere scatenata contro la casa d'Austria. Carlo Emanuele desiderava "che non solo si impedisse alla casa d'Austria l'acquisto della Valtellina, ma la si attaccasse da tutte le parti". Mentre il conte di Mansfeld avrebbe operato nel Palatinato ed il marchese di Coeuvres con un esercito francese avrebbe occupata la Valtellina per restituirla ai Grigioni, il duca consigliava che si assalisse con forze franco-piemontesi la Repubblica di Genova, nel tempo stesso che un esercito alleato, capitanato da LUIGI di VALOIS, duca d'Augouleme, fratello del re di Francia, doveva piombare sul Milanese e su Napoli; proponeva inoltre che Genova e la Lombardia venissero aggregate al dominio piemontese; che un fratello del re di Francia sposasse una principessa di Savoia e fosse coronato re di Napoli, e che un'altra principessa di Savoia si maritasse col re di Danimarca, per cementare la grande confederazione contro l'Austria.

""..Ma il Richelieu voleva indebolire soltanto, non distruggere la monarchia absburghese; quindi, se accettava l' impresa di Genova, non era favorevole all'impresa di Milano. Venezia, dal canto suo, faceva osservare al duca, che una mossa d'arme contro la Repubblica ligure non sarebbe stata utile per lui; il quale, mentre prima aveva tanto lavorato per cacciare i Francesi dall'Italia con il trattato di Lione, ora se veniva ad aiutarlo con le sue armi ci veniva per stabilirsi nella penisola. Questa osservazione il duca la trovava giusta, ma tuttavia non si sapeva decidere ad abbandonare una favorevole occasione per attaccar Genova; fu perciò stabilito segretamente fra Savoia e Francia, che quell' impresa si sarebbe fatta nei primi mesi del 1625.

""... I patti furono poi modificati in questo senso: che la Liguria fosse data alla principessa del Piemonte Cristina di Francia (sua moglie) per tenerla in deposito a nome del re e del duca con presidio misto di regi e ducali; ma qualora si facesse la conquista del Milanese e il duca ne entrava in possesso, Genova e tutto lo stato andavano in proprietà del re, eccetto il marchesato di Zuccarello e alcune terre fra Ormea e Oneglia; non conquistandosi la Lombardia, il Genovesato si doveva spartire così: il regno di Corsica e la riviera di Levante al re, la città di Genova e la riviera di Ponente al duca: oppure il regno di Corsica e la riviera di Ponente al duca, e Genova colla riviera di Levante al re (Callegari) ».

Decisa la spedizione in Liguria, furono radunati ad Asti ventiquattromila fanti e trentamila cavalli, quindi il duca di Savoia e il Lesdiguières occuparono Novi ed altre terre e si accinsero alla parte più difficile dell' impresa. Ma i due condottieri non erano d'accordo circa la condotta delle operazioni militari: Carlo Emanuele voleva muovere contro Genova, il maresciallo francese proponeva che si assalisse prima Savona. Vinse il parere del duca, ma perché l'impresa riuscisse bisognava assalire la città anche dalla parte del mare e in previsione di questo attacco  il Savoia aveva richiesto dall'Olanda una flotta. Questa però fu trattenuta dal Richelieu per adoperarla contro gli Ugonotti e il Lesdiguières  trovò un buon pretesto per rifiutarsi di avanzare.

Le discordie e le incertezze dei due collegati furono causa del fallimento della campagna di Liguria; Genova ebbe il tempo di rafforzarsi e provvedersi di uomini e di denari e di ricevere gli aiuti dal marchese di Santa Croce, che giunse invece lui con una flotta spagnola di trentatrè navi. Per di più gli Spagnoli avevano ricevuto un rinforzo di sedicimila Tedeschi e in più il marchese di Coeuvres era stato arrestato nella sua marcia conquistatrice sotto la fortezza di Riva.
Stando così la situazione, era necessario mutare il piano delle operazioni in Liguria, dove i Genovesi avevano rioccupate le terre perdute e ripresa Oneglia al duca. Fu stabilito che Vittorio Amedeo sarebbe andato ad Oneglia ed avrebbe tentato di riconquistare Oneglia e parte della Riviera di Ponente e che Carlo Emanuele e il Lesdiguières avrebbero assalito Savona. 
Ma neppure questo piano non fu possibile attuarlo, perchè il duca di Feria, non temendo più il nemico dalla parte della Valtellina, aveva occupato Acqui e minacciava addirittura di tagliar la ritirata all'esercito franco-piemontese.

Costretti ad abbandonare le imprese di Oneglia e Savona, i collegati pensarono alla ritirata e con abili mosse poterono sfuggire al nemico e condurre intatto l'esercito ad Asti. Giungevano intanto al duca di Savoia proposte di alleanza da parte di Filippo IV, successo a Filippo III nel 1621. Diceva che era pronto ad abbracciarlo, purchè si umiliasse, ma Carlo Emanuele fieramente rispose: «Gli abbracci degli Spagnoli sono molto pericolosi, come quelli che sogliono fingere mentre fanno carezze; ed il nome di umiliazione non si intende nel linguaggio piemontese».

Il duca di FERIA volle fiaccare con un'azione vigorosa questa alterigia del duca e marciò con il suo esercito su Asti, ma, essendo stata questa piazza soccorsa in tempo da Carlo che ci si era recato con un buon ragguppamento di milizie, il governatore spagnolo, nell'estate del 1625, si gettò contro Verrua e la cinse d'assedio.
Sperava il duca di Feria di potersene presto impadronire, ma la piccola fortezza oppose una vigorosissima resistenza e dopo tre mesi costrinse gli Spagnoli, che ci avevano perso ventimila uomini, a ritirarsi vergognosamente.

Carlo Emanuele voleva riprendere con maggior vigore la campagna nel successivo anno portando -con una audacia che sembrava quasi una follia. addirittura le armi contro la Lombardia ed aveva mandato il figlio Vittorio Amedeo a Parigi per indurre il governo francese a questa nuova impresa; ma il RICHELIEU, impegnato nella lotta contro gli Ugonotti, desiderava pacificarsi con la Spagna e svolgeva nella massima segretezza negoziati con la corte di Madrid.
Le trattative vennero condotte in modo che nulla trapelasse al duca di Savoia e ai Veneziani e condussero  il 5 marzo del 1626 e firmata la PACE DI MONGON con i seguenti patti: la Valtellina tornava sotto il dominio dei Grigioni; gli abitanti dovevano professare soltanto il culto cattolico e pagare un tributo annuo; i magistrati erano scelti dai valligiani e approvati dai Grigioni; le fortezze venivano consegnate al Papa che doveva subito farle demolire; i contraenti si impegnavano a non riprendere le ostilità in Liguria e di indurre entro quattro mesi per mezzo di arbitri i propri alleati, alla pace, costringendoli, in caso di rifiuto, con la forza.

Penoso fu il turbamento che questa, pace produsse nell'animo di Carlo Emanuele I che ancora una volta vedeva svanire il suo sogno di rendersi padrone di Genova e della Lombardia. Cercò di far rompere il trattato mandando il suo primogenito a Parigi, ma non vi riuscì; tentò allora di formare una lega di principi italiani, di conciliarsi con la Spagna, di abbattere per mezzo di intrighi il Richelieu, ma tutti i suoi sforzi si infransero davanti alla viltà e al torpore di coloro che reggevano le misere sorti degli Stati; d' Italia e davanti alla grande abilità del grande ministro francese, che putroppo aveva incontrato sulla sua strada.

SUCCESSIONE DI MANTOVA E DEL MONFERRATO
ASSEDIO, PESTE E SACCO DI MANTOVA
MORTE DI CARLO EMANUELE I

Nell'anno stesso che si concludeva la pace di Mongon, moriva FERDINANDO GONZAGA e sul finire dell'anno seguente si spegneva anche, senza prole, il suo successore Vincenzo, che il 15 dicembre del 1627 aveva lasciato il ducato a CARLO di NEVERS, nato secondogenito del duca Guglielmo Gonzaga, e il 24 dello stesso mese aveva unito in matrimonio Carlo di Rethel, figlio del Nevers, con la principessa Maria, figlia di Francesco II e di Margherita di Savoia.

Questa soluzione della successione di Mantova (e quindi del Monferrato) non poteva piacere a Carlo Emanuele I, al re di Spagna e all' imperatore, al primo perchè l'unione dei diritti del Rethel su Mantova con quelli della moglie sul Monferrato contrastava con quelli dei Savoia, agli altri due perché essi non tolleravano che due fortezze di tanta importanza quali erano Casale e Mantova fossero in potere di un principe ora ligio alla Francia.

Già prima che morisse il duca Vincenzo, Carlo Emanuele e don Gonzalo di Cordova, governatore di Milano, avevano iniziato trattative con lo scopo d'impedire che il Nevers succedesse al Gonzaga nei due feudi, trattative che si erano concluse il 25 dicembre con un accordo nel quale si era stabilito che il duca di Savoia avrebbe occupato le terre alla sinistra del Po con Alba, Trino, San Damiano e Moncalvo, e che il resto del Monferrato sarebbe stato occupato dalla Spagna.
Appena salito sul trono di Mantova, il Nevers cercò di accordarsi con il Savoia, ma questi non poteva sciogliersi dall'impegno già assunto con Don Gonzalo, e nell'aprile del 1628 occupò quella parte del territorio monferrino che era stato assegnato a lui. Anche il governatore si mosse ed andò ad assediare Casale.

Impotente a guerreggiare con le sole sue forze contro gli Spagnoli e Piemontesi, il Nevers si rivolse alla Francia supplicando soccorsi, ma il Richelieu, impegnato contro gli Ugonotti non era in grado di fornire truppe, tuttavia per giovare al duca iniziò negoziati.con Carlo Emanuele proponendogli - naturalmente al solo scopo di prender tempo - di deferire la vertenza al giudizio dell'imperatore e di dare Casale, fin che non fosse venuta la sentenza imperiale, in custodia a Margherita di Savoia; il resto del Monferrato sarebbe  nel frattempo rimasto in possesso della Spagna e del duca di Savoia.
La corte di Madrid non volle accettare queste proposte e l'assedio di Casale continuò; e continuarono pure le trattative franco-piemontesi. Intanto il Nevers cercava di procurarsi soldati e con i denari fornitigli da Venezia e dal Richelieu riusciva a radunare in Francia un esercito sotto il comando del marchese di UGELLES.

Quest'esercito non poteva giungere a Casale se non attraverso il Piemonte. Parve all'Ugelles impresa non difficile di passare per gli stati del duca di Savoia, ma questi era fermamente risoluto ad impedirgli il passaggio. Rinforzati i valichi del Delfinato e disposto il suo esercito tra Cuneo e Saluzzo Carlo Emanuele aspettò l' Ugelles che scendeva per la valle della Vraita e il 4 agosto del 1628 lo affrontò e dopo un furioso combattimento lo sconfisse e con rilevanti perdite lo costrinse a ripassare disordinatamente le Alpi.

La vittoria dei Piemontesi produsse una grande impressione in tutta l'Europa. Mentre il Papa e Venezia esortavano il duca di Savoia ad accordarsi direttamente col Nevers senza l'intervento straniero, Francia e Spagna cominciarono ad interessarsi per averlo non come nemico ma come alleato. Ma Carlo Emanuele voleva vendere a caro prezzo la sua alleanza: agli Spagnoli osò chiedere Genova, e ai Francesi libertà di azione su Ginevra.

Mentre correvano queste trattative e Gonzalvo di Cordova continuava fiaccamente l'assedio di Casale si avvicinava l'ottobre. Il 25 di questo mese si arrendeva la Rochelle, la famosa fortezza che aveva tenute legate le mani al Richelieu in Francia. Parigi vittoriosa sugli Ugonotti, poteva ora finalmente pensare alle cose d'Italia e far pesare il suo intervento.

Premeva al Richelieu soccorrere Casale, che cominciava a difettar di vettovaglie, ma la stagione era inoltrata ed era difficile mandare un esercito in Italia. Tuttavia il grande ministro francese domandò al duca di Savoia di poter soccorrere di soppiatto Casale; Carlo Emanuele rispose chiedendo la Liguria o il Monferrato dando alla Francia Saluzzo, Barcellonetta e Val di Stura e al Gonzaga Ginevra e il paese di Vaud.
Non essendo stato possibile venire ad un accordo, il Richelieu, in persona alla testa di trentamila uomini e in compagnia del re decise di scendere in Italia e chiese a Carlo Emanuele libertà di passaggio offrendogli in cambio Trino e tante terre nel Monferrato da costituire una rendita annua di quindicimila ducati.
Avendo il duca dato risposte evasive, il Richelieu forzò il Monginevro, difeso da scarse truppe piemontesi, che pur fecero un'accanita resistenza (1 marzo del 1629), ma non volendo affrontare i rischi che il passaggio del Piemonte comportava, trattò ancora con Carlo Emanuele, che si era fortificato in Avigliana, e riuscì a concludere con lui una, convenzione che venne stipulata a Susa l'11 marzo.

L'accordo era stato concluso alle seguenti condizioni: il duca di Savoia si impegnava di vettovagliare Casale dietro pagamento e in garanzia  dava in custodia alla Francia, che doveva farle presidiare da Svizzeri e restituirle a vettovagliamento avvenuto, le fortezze di Susa e il castello di S. Francesco; il re, in cambio, prendeva l' impegno di far ottenere a Carlo dal Gonzaga la cessione di Trino con terre di quindicimila ducati di rendita e si obbligava a difendere il Savoia se questi, a causa della convenzione, fosse stato molestato da altri.

Accanto a questa convenzione pubblica ne veniva stipulata un'altra segreta per la quale Carlo Emanuele doveva introdurre entro sedici giorni dentro Casale mille carichi di frumento e cinquecento di vino, doveva adoperarsi a far togliere l'assedio assicurando Gonzalvo che la Francia non aveva intenzioni ostili alla Spagna, e restituire al duca di Mantova le città di Alba e Moncalvo; l'esercito francese, prima del termine stabilito per il vettovagliamento di Casale non doveva spingersi oltre Bussoleno; se la Spagna, si opponeva all'esecuzione dei patti di Susa, il duca di Savoia non solo dava libero il passo alle truppe del re di Francia, ma univa a quelle anche le sue. Carlo insomma stava giocando bene le sue carte; anzi con una sola carta intimoriva le due potenze, e che indirettamente si intimorivano l'un l'altra a causa di questo "ribelle" sordo a entrambi, senza soggezione, pur essendo fra l'incudine e il martello.

A questo punto la Spagna fu quasi costretta ad approvare la convenzione di Susa e Don Gonzalvo tolse l'assedio da Casale, che venne così presidiata dai Francesi.

Se questo era un grande successo della politica del Richelieu, quello di Carlo era strepitoso. Nella scacchiera li aveva messi in stallo entrambi.
Era un successo che tornava a vantaggio di Mantova; ma purtroppo su questa città si veniva addensando inesorabile la bufera, perché l'imperatore, deciso a far valere i suoi diritti di feudale sovranità su Mantova e Monferrato, aveva dato ordine al suo generale conte di COLALTO di partire dalla Svezia con sedicimila uomini e di scendere sulla capitale del Gonzaga, mentre la Spagna affidava le sue forze al famoso condottiere genovese AMBROGIO SPINOLA e lo mandava ad assediare Casale.

Sceso in Italia per la Valtellina, il conte di Collalto invase il Mantovano; occupato Canneto, si rivolse contro Viadana, la quale, difesa dal capitano GAZZUOLO, avrebbe resistito a lungo se Baldovino del Monte, soprintendente alle barche, avesse tagliato, secondo gli ordini ricevuti, gli argini del fiume. Caduta Viadana gli imperiali ebbero sgombra la via di Mantova.
Di là a poco il Collalto andava ad accamparsi a Cerese, a due miglia da Mantova, poi si impadroniva del forte di S. Carlo, fuori Porta Pradella, e assaliva da tutte le parti la città specialmente da Porta S. Giorgio, Porta Molina e Porta Cerese.
In breve la città assediata cominciò a versare in tristi condizioni, che si fecero più gravi quando Goito cadde in potere degli imperiali. Il Nevers, volendo dar tempo ai rinforzi francesi di giungere in suo soccorso, chiese una tregua di quaranta giorni, e la ottenne. L'armistizio, se fu di sollievo alla città, fu di danno al territorio, perché i Tedeschi, approfittando della tregua, si diedero a razziare i dintorni e a commettervi rapine e violenze inenarrabili: non rispettavano infatti le chiese e le cose sacre, rubavano, incendiavano, stupravano le donne che poi venivano uccise o seppellite vive, e costringevano gli uomini a trascinar le carrette in luogo dei cavalli.

Spirato l'armistizio, gl'imperiali ricominciarono con maggior vigore le operazioni d'assedio e il 18 dicembre diedero l'assalto al borgo S. Giorgio. Le milizie ducali si difesero bene, anzi passarono al contrattacco, e posero in fuga disordinata il nemico. Questo scacco degli imperiali fece sì che il conte di Collalto accogliesse nuove proposte di armistizio. Questa volta le ostilità vennero sospese per un mese e fu concesso che le porte di Mantova restassero aperte.

Il vantaggio di questa tregua fu naturalmente tutto della città, che già cominciava a soffrire la fame. Non che mancassero le vettovaglie, perchè Mantova prima ancora dell'assedio pensando al peggio, si era provvista per due anni, ma gli averi dei cittadini erano alla mercè delle milizie mercenarie che rubavano ogni cosa, e, pur essendovi abbondanza di grano, per la piena del Mincio che aveva allagati i mulini, questo non poteva esser macinato in grande quantità. Inoltre  il frumento non era nemmeno più messo in commercio,  la soldatesca se lo prendeva e non voleva pagarlo, e si aggiunga che erano cresciute le bocche da sfamare, dato che in città si erano rifugiate parecchie migliaia di contadini fuggiti dalle campagna davanti all'invasione nemica.

Come se gli orrori della guerra e della fame non bastassero, ad accrescere le sventure della povera Mantova venne la peste che infuriò in modo veramente terribile. Ecco le notizie che un cronista del tempo ci fornisce:
« La città era tutta piena di spaventi e di miserie, poiché la città per sfuggire al male non poteva  andare in mano alli nimici e per non poter andare in altri stati per le gran guardie che facevano ai confini del mantovano. Li medici erano quasi tutti morti e quelli pochi che vi erano non volevano andare dagli ammalati, et quello ch'era peggio che i preti, dei quali era rimasto pochissimo numero, sfuggivano di soccorrere li poveri morienti, e a prestarli li soliti Sacramenti, dove moltissimi mancavano di confessione et comunione; nè più volevano quel pochi religiosi rimasti andar vestiti colli loro abiti, sicchè si vedevano per la città a passar li morti senza persona alcuna dietro, ma solo dei facchini, o sopra carri come tanti animali; e perchè tutte le sepolture della città e sagrati erano piene, nell'ultimo, da qualche persona di qualità in poi, erano portati fuori della città e tratti a monte nei fossi, nel lago, e dove più era comodo, nè mancavano molti senza sepoltura nelle proprie case, sicché il fetore induceva li vicini a forza di denari a farli levare di là. Solo in Mantova per la peste morirono  più di cinquanta millia persone, poichè di sessanta millia, che erano li cittadini prima compresi li rifuggiati, quando Mantova fu presa dalli Alemanni, nella Città si trovarono vivi appena otto millia persone". _
« Tutte le botteghe stavano serrate, nè si trovava per denaro cose per propri bisogni, ed ogni cosa era carissima del pane in poi, insomma si conosceva chiaramente che li peccati di questa città avevano giustamente mosso Dio a mandare un flagello dei più memorandi che siano usciti dalla sua giustizia su d'una città.
« Con tuttociò a dir il vero non si vedeva nè anco nelli homeni compuntione e mutamento di vita, e sebbene furon fatte alcune processioni per la città, tuttavia li homeni non si movevano con l'oratione, digiuni et elemosine per placare Dio benedetto; più che mai si vedeva cose illicensiose, nelle chiese vi si stava con pochissimo rispetto a Dio ed alla Vergine; et io in quanto a me, tengo che questo peccato sia stato una delle più potenti cause che ha mosso Dio a flagellarci così rigorosamente ».

Terminata la tregua, gli imperiali tornarono con maggior vigore all'assedio di Mantova, che, sperando sempre di essere soccorsa dai Francesi, continuò ad opporre disperata resistenza. Il Richelieu aveva predisposto, per soccorrere Casale e Mantova, un esercito di trentacinquemila fanti e quattromila cavalli e si era portato alla testa di esso, a Susa. Ma bisognava attraversare il Piemonte. Il Richelieu si trovava nelle identiche condizioni dell'anno precedente: cercò di cavarsela nello stesso modo, cioè trattando con il duca e, se gli fosse stato possibile, tentando di indurlo ad allearsi con la Francia. E iniziò trattative con Carlo Emanuele.

Il duca di Savoia trattava contemporaneamente col ministro francese, con l'imperatore e con Ambrogio Spinola, con il proposito di schierarsi dalla parte di chi gli facesse migliori condizioni. I migliori patti furono quelli dello Spinola: la Spagna avrebbe procurato al Savoia il Monferrato, tranne Casale e qualche altra terra; il duca si sarebbe, in cambio, alleato con gli Spagnoli scendendo in campo con seimila e cinquecento cavalli.
Il trattato con lo Spinola era stato concluso segretamente, pure il Richelieu ne fa informato. Allora il ministro francese tentò un colpo audace: di far catturare Carlo Emanuele I e il figlio Vittorio Amedeo, che con poca guardia e senza sospetto se ne stavano a Rivoli, e di farsi aprire per tradimento le porte di Torino.

Ma il colpò non riuscì. Avvisato in tempo di ciò che si tramava contro di lui, il duca di Savoia, la notte del 19 marzo del 1630, fuggì col figlio a Torino e mise la città in stato di difesa. Allora il Richelieu mosse contro Pinerolo. La città si difese vigorosamente, ma alla fine, sopraffatta dalle forze nemiche, dovette cedere e i Francesi, avutala in mano, cominciarono a rafforzarla per farne una base delle loro operazioni in Italia.

Carlo Emanuele non si sgomentò e chiamò il suo popolo alle armi; ma era una follia sperare di vincere con pochi scarsi mezzi la Francia, né lo Spinola, in cui lui sperava, intento com'era ad assediar Casale, lo aiutava. Mentre chiedeva soccorsi a Madrid e in Germania, un nuovo esercito francese scendeva dal Moncenisio, invano contrastato dal principe Tommaso di Savoia, e, riunitosi al primo, invadeva il marchesato di Saluzzo.
Allora Carlo Emanuele andò a Savigliano e li si diede a raccoglier truppe, deciso a fare un ultimo vigoroso sforzo contro il nemico. Era il luglio del 1630.

LA MORTE DI CARLO E LA CADUTA DI MANTOVA

Un mese che doveva registrare due date luttuose: la morte del duca sabaudo e la caduta della città di Mantova. Invano l' infelice città aveva aspettato gli aiuti del Richelieu, invano aveva aspettato quelli di Venezia, le cui truppe, recatesi a soccorrerla erano state sconfitte a Villabona e a Marengo; eppure resisteva eroicamente e non sarebbe stato facile agli imperiali di impadronirsene se lo svizzero Pollino, che aveva il comando della porta S. Giorgio, comprato dall'oro tedesco, non l'avesse venduta al generale nemico che vi entrò la notte del 18 luglio.

Ecco come un cronista del tempo narra la caduta di Mantova: 
""...Disposte le cose in questa maniera, essi signori generali fecero per terra condurre sopra carri et con istrumenti non più visti, da Governolo, le barche piccole et queste, essendo venuta la notte, calarono nel lago di mezzo con grandissimo silentio et sopra esse imbarcarono 80 soldati risighati alla fortuna con ordine che sbarcati s'impadronissero della trinchiera posta sulla riva del lago guardata da Francesi sotto il comando del maresciallo d' Estré, et poi andassero a gettare il ponte portabile a traverso la rottura del ponte de la Palada, quale ponte fabbricato con modo non più visto et con silentio straordinario fu condotto a detta rottura larghissima. Et così fu eseguito la detta commissione con gran valore e prontezza et cacciati et in parte tagliati a pezzi i Francesi, li Alemanni s'avanzarono con grandissima bravura et s'impadronirono subito del baloardo, del giardino et dopo del castello, palazzo e corte ducale et della piazza con puoca mortalità di gente alemanna.
« Nel medesimo tempo diede l'allarme il duca Conti et fece prigione monsù Durante, quale si portò sempre egregiamente a combattere, ma non puotè ritirarsi nella città circondato da nemici et si rese a discretione con alquanti soldati et otto bandiere; et li Alemanni entrarono per la porta Cerese che era aperta, perché potesse rientrare monsù Durante con suoi soldati. Et il duca di Sassonia attaccò con il solito suo valore li posti de la Pradella et con gran sforzo dopo un combattimento di cinque hore al forte di San Carlo, per causa della morte del principe Orsino che difendeva quel forte, qual volse morire con la picca a la mano che non arrendersi, entrò detto duca in Mantova a hore 16 et era la città piena di soldati che rabbiati con furia davano il guasto a huomini, donne et fanciulli che correvano qua e là nelle chiese per salvarsi.."".

Entrati a Mantova, gli imperiali diedero prova di una ferocia di cui pareva che solo i barbari d'altri tempi fossero capaci. Per tre giorni e tre notti la città venne lasciata in balia delle brutali soldatesche, che commisero nefandezze d'ogni specie. Gran numero di cittadini di ogni sesso ed età, vennero trucidati nelle case e nelle vie e chi non cadde sotto il ferro dei soldati cercò un rifugio nelle chiese; le donne vennero violentate, dopo essere state separate dai fratelli e dai mariti; le case furono invase e saccheggiate, i palazzi spogliati delle cose più preziose e quanto non potè essere trasportato venne buttato nelle vie, che presto furono ingombre di mobili rovinati e di masserizie tra cui stavano cadaveri orribilmente mutilati o agonizzavano i feriti. Nella notte le tenebre erano rotte dai bagliori sinistri degli incendi e le vie e le case risuonavano delle grida sconce della soldataglia ubriaca, dei gemiti dei moribondi, delle invocazioni delle donne cadute in mano ai vincitori e destinate a soddisfare le voglie più sozze.

«Dirò - scrive il cronista da noi citato - che per causa del sacco et contributioni li Alemanni portarono tesori alle case loro. Chi ebbe la Dogana et i fonteghi colmi di merci di sete come di tellarie soprafine d'Inghilterra, di Fiandra, di Germania, et di drappi di Milano. Chi ebbe il ghetto de' Giudei, dove non si puoteva contare le gran ricchezze che si trovarono dentro et i loro cinque banchi di pegni con tesori valutati più di ottocento mila scudi. Chi ebbe il monte di pietà pieno di robbe. E oltre di questo andarono con poco rispetto al palazzo ducale ch'era dei più ricchi d' Italia, et fu il primo a saccheggiare et tutto fu preda et furono guasti et dissipati molti vasi di cristallo per cavarne la ligatura de oro et sguarciate in pezzi le tele et figure de' pittori celeberrimi per non potersi portar via così intieri i quadri, che erano di grandissimo valore et furono rotte le spalliere tessute di seta et oro et le gallerie intiere di diverse sorte di minerali ».

La ricchissima biblioteca dei Gonzaga fu rubata e mandata in Germania dal comandate delle truppe imperiali, marchese Aldringen. Il guardarobiere di corte, GIULIO CAMPAGNA, assicura che il danno del saccheggio del palazzo ducale oltrepassò il valore di diciotto milioni, e la cifra è forse inferiore alla vera se si consideri che in tre secoli i Gonzaga avevano raccolte numerose collezioni artistiche di grandissimo valore e possedevano gioielli ed altri tesori che le più ricche corti d'Italia invidiavano.
Dopo tre giorni il sacco terminò e tra il duca e l'Aldringen fu stabilito che il presidio di Mantova potesse tornarsene al suo paese, e il Gonzaga e il figlio, ceduta la cittadella di Porto, potessero, con un seguito di cinquanta persone, uscire dalla città ed andarsene nello Stato pontificio. I capi della città, presentatisi al generale tedesco, giurarono fedeltà all' imperatore.

La notizia della caduta di Mantova giunse a Carlo Emanuele quando egli si trovava a Savigliano. Il duca, non sapendo delle scelleratezze, ne gioì perchè forse sperò che, conquistata Mantova, gli imperiali lo avrebbero aiutato a cacciare i Francesi dal Piemonte. Ma non riuscì ad accarezzare a lungo questa speranza: poco dopo si ammalò di pleurite che lo inchiodò a letto per tre giorni. Il 26 luglio, essendosi il male aggravato, Carlo Emanuele I volle alzarsi, cinse la spada, indossò il manto, si ornò del collare della SS. Annunziata, chiese il viatico poi spirò.
Era nato nel 1562 a Rivoli. Moriva a 68 anni.

Cinquant'anni era durato il suo regno. Emanuele Filiberto gli aveva lasciato uno stato sgombro dagli stranieri, uno stato in pace, uno stato avviato ad un avvenire di floridezza; Carlo Emanuele lo lasciava al figlio rovinato dalla guerra e dalla peste, invaso dai Francesi, dagli Spagnoli e dagli Imperiali. 
Era tutto questo la conseguenza della sua politica, delle sue smodate ambizioni e in parte come abbiamo visto anche della sua sfortuna.

Sorte migliore forse meritavano il suo ingegno, la sua bontà, il suo leggendario ardimento, il suo straordinario valore, il suo spirito irrequieto ed indipendente e la sua stessa ambizione e non si deve imputare alla sua azione se i suoi sogni non poterono mutarsi in realtà, ma alle invidie e alla fiacchezza dei principi italiani, alla scarsezza dei mezzi di cui disponeva e all'abbandono di coloro che dovevano essere suoi alleati e che invece nel momento del bisogno non solo lo lasciarono solo, ma come abbiamo visto alla pace di Mongon macchinavano insieme per abbatterlo.
Non per nulla l'uomo che faceva tremare con i suoi intrighi quasi l'intera Europa - Richelieu - dovette scendere in Italia di persona in testa all'esercito francese a regolare con lui i conti.

Seguendo i precetti del padre, egli si schierò dalla parte del più forte e pur essendo fervente cattolico cercò l'amicizia dei cantoni svizzeri, dei principi protestanti di Germania e dell' Inghilterra anglicana. Dopo un primo periodo di neutralità, si alleò con la Spagna, poi si avvicinò ad Enrico IV; rimasto solo contro Parigi e Madrid, lottò eroicamente per l'indipendenza del suo paese; negli ultimi anni, forzato dalle circostanze, cercò di bilanciarsi tra Francia, Spagna ed Impero, ma non ebbe fortuna, malgrado i suoi accorgimenti e le sue abili manovre politiche e il coraggio.

Tutta la sua politica fu subordinata alla sua ambizione, al sogno che costantemente egli carezzò d'ingrandire il suo stato e di cingere una corona regia o l' imperiale. Desiderò il possesso del Monferrato, della Lombardia, della Liguria, della Corsica, della Sardegna e della Sicilia, di Ginevra, della Provenza e del Delfinato, aspirò alla corona di Francia, a quella di Boemia, a quella dell' Impero, a quella di Cipro e di Gerusalemme e nel 1608 accarezzò anche il disegno di strappare ai Turchi la Macedonia e l'Albania e farsi re di quelle contrade.

Per tradurre in realtà i suoi ideali, e i suoi progetti che sembrano da imperatore romano, egli strinse alleanze, mandò ambasciate in tutti i paesi d'Europa, cercò di trarre profitto da ogni avvenimento, cavillò, congiurò, patteggiò, venne meno qualche volta alla parola, si servì della spada e della penna, instancabile nella ricerca degli espedienti, non lasciando mai riposare, in cinquant'anni di  irrequieto regno, il corpo e la mente.

Non riuscì a  conseguire i suoi scopi perché troppo vasti, sproporzionati alle sue forze se non alla sua audacia; ma va tuttavia ammirato per la costanza straordinaria con cui seppe e volle perseguirli, per l'ardore grande con cui lottò e per la fortezza d'animo che, se non gli fece superare gli  insormontabili ostacoli, nelle critiche vicende del suo regno nemmeno lo sgomentarono mai gli ostacoli.


CHI ALTRO ERA CARLO EMANUELE?

In mezzo alle fatiche delle armi che gli logorarono la fibra e agli intrighi della politica, Carlo Emanuele curò l'amministrazione dello stato, attuò riforme, e trovò il tempo di dedicarsi alle lettere. Scrisse di storia, di politica, di critica, di scienze naturali, di legislazione, un frammento di romanzo, che con le infinite lettere dirette a parenti, a sovrani, ad amici, a diplomatici, sono testimonianza della sua straordinaria, anche della sua attività spirituale.
Fu anche discepolo delle muse, poetando in italiano, in francese, in spagnolo, in dialetto, spesso mostrandosi ligio alla moda del suo secolo, riuscendo forse vuoto, retorico, artificioso, ampolloso, ma ritrovando qualche volta accenti sinceri e ispirati che gli suggerirono versi pieni di sentimenti dolci e gentili.
Si dilettò anche di drammatica, mostrando preferenza al dramma pastorale, che al suo tempo furoreggiava, e ce ne lasciò alcuni, dei quali uno porta il titolo di una sua villa  Le trasformazioni di Millefonti dove vi svolge l'abusato tema delle metamorfosi di un pastore e di una ninfa, tanto caro ai poeti del Quattro, del Cinque e del Seicento.

Fu amico e protettore di letterati e di poeti, tra cui vanno ricordati Torquato Tasso, G. B. Guarini, G. Battista Marini, Gabriello Chiabrera, Fulvio Testi, Ludovico d'Agliè, Onorato d'Urfè, Giovanni Botero, il Murtola, il Gilardi ed Alessandro Tassoni, il quale in un opuscolo narra di essere stato condotto nella galleria «...dov'era S.A. a tavola, che desinava circondato da cinquanta o sessanta tra vescovi, cavalieri, matematici e medici, con i quali discorreva variamente, secondo la professione di ciascuno, e certo con prontezza e vivacità d'ingegno mirabile; quantunque si trattasse di storia, di poesie, di medicina, o di astronomia, o di alchimia, o di guerra e di qualsivoglia altra professione, di tutto discorreva molto sensatamente e in varie lingue ».

Sebbene avesse avuto numerose amanti, come ne sono la prova i suoi undici figli naturali, Carlo Emanuele fu tenero sposo e padre affettuoso. Nove furono i suoi figli legittimi, Filippo, Emanuele, Vittorio Amedeo, Emanuele Filiberto, Tomaso, Margherita, Isabella, Caterina e Maria. 
Dei maschi, il primo e il terzo morirono prima di lui. MAURIZIO fu fatto cardinale, TOMASO che ebbe il titolo di principe di Carignano, diede origine a quel ramo della casa sabauda che si trovò a regnare in Italia nell'Ottocento.
Delle donne, come abbiamo detto altrove, Margherita sposò Carlo di Rethel e Isabella il principe ereditario di Modena.
Come sovrano egli fu buono e giusto e si cattivò la stima dei sudditi ch'egli diceva, "si governano assai più con l'amore che con il timore" e sui quali la fierezza del suo carattere, il valore della sua persona e la gentilezza esercitò non poco fascino. 

Quanto egli fosse amato dal suo popolo è dimostrato dal seguente episodio. Essendosi a Torino sparsa la voce che il duca era stato ucciso da un francese, tutta la popolazione della capitale si riversò con furia sulle strade tumultuando contro i Francesi e ne avrebbero fatto un macello se Carlo non fosse sceso in mezzo alla folla a dire che era vivo, e che lo accolse gridando e piangendo dalla gioia. 
Il duca, rimase molto impressionato da questa dimostrazione di amore del suo popolo; informando del fatto il suo ambasciatore a Parigi, scriveva: « Vous ne savez croire la fureur et l'amour, qu'a montré ce peuple pour son prince. Je me suis trouvé en des lieux, ou il fesait bien chaud: mais je n'ai jamais vu un desordre ny une furie comme celle d'aujourdhui. Les cris, les benedictions et la suite du peuple a été une chose admirable, qui à la verité m'obblige tant, que, si j'eusse mille vies à perdre pour les conserver et assister, je le perdrais toutes pour eux ».
".... per questo amore che mi ha dimostrato il mio popolo, se avessi mille vite, io le perderei tutte pur di conservarmelo..."

""...Carlo Emanuele I - concluderemo con il Callegari - « fu salutato da taluni come un martire del nazionale riscatto; ma pur non dimenticando quei gloriosi cinque anni, che precedettero gli accordi di Pavia, durante i quali egli chiamò a riscossa il popolo italiano contro l'odiato giogo straniero, è opportuno ripetere che prima o dopo quell' abbagliante periodo di storia, si agitò dentro e fuori d'Italia quell'unico scopo di allargare i propri domini. Non gli è certo balenata alla mente l'idea dell'indipendenza e dell'unità della penisola, poiché non era quello un concetto, che agli inizi del secolo XVII potesse essere inteso dai più; per la realizzazione di questo progetto c'erano troppe circostanze di indole politica e sociali  avverse: quell' idea sorrideva alla mente di alcuni pochi solitari, che nel regno della poesia, dove vivevano, sognavano un nuovo stato italico libero, come per incanto, da armi straniere e dove, sopite le pressioni politiche, consumate le discordie cittadine, e vinte le gelosie dei principi, un solo re governasse dall'Alpi al Lilibeo..""".

""... La storia deve invece rimpiangere che questo grande principe, che, secondo un detto popolare, illustrò e intorbidò due secoli, abbia speso tanto vigore d'intelletto, tanta altezza di pensieri, tanta intrepidezza in imprese, che, per malignità degli uomini  degli avvenimenti, per soverchia ambizione e per una dolorosa fatalità, delusero le grandi speranze, che tutta Italia aveva riposte in lui..."" ».

Con i personaggi che c'erano sulla grande scena europea, la vita di questo duca, ci sembra un Don Chisciotte. Tuttavia degno di tanta ammirazione. In certi casi fu anche l'incontrario, per espugnare Casale dovettero scendere dalla Svezia, dalla Germania, dall'Austria, dalla Spagna, e dalla Francia Richelieu in persona a cavallo.

"Sebbene questi re sono grandi...io non voglio esser schiavo di nessuno"
lo aveva detto e lo aveva fatto.

Senza voler fare il panegirico a Carlo Emanuele, questo sabaudo a Machiavelli sarebbe piaciuto!
Ma cosa aveva anche detto Machiavelli pochi anni prima,  distrutto dalla sua passione per la patria, quando indignato della miseria esortava i duchi a liberare l' Italia dagli stranieri? :
 "Terribili sono le condizioni della patria; rimasta quasi senza vita, essa aspetta colui che le sani le ferite, che ponga termine ai saccheggi di Lombardia, alle taglie della Toscana e del Napoletano; essa prega Dio che le mandi chi la redima dalle insolenze e dalle crudeltà dei barbari ed è pronta a seguire una bandiera pur che ci sia uno che la pigli. Scenda in campo per compiere la santa impresa... ...seguendo l'esempio di Mosè, di Ciro e di Teseo: propizi sono i tempi e non mancano i segni del cielo, ma occorre un esercito nazionale, che non è difficile formare perché gli Italiani sono superiori di forza, destrezza ed ingegno ai loro oppressori e, se bene guidati, vinceranno in battaglia le migliori truppe straniere. « Non si debba, adunque, lasciare passare questa occasione, acciocchè l'Italia dopo tanto tempo vegga uno suo redentore. Nè posso esprimere con quale amore e' fussi ricevuto in tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne; con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte se li serrerebbono ? quali popoli li negherebbono la obbedienza? quale invidia se li opporrebbe ? quale italiano li negherebbe l'ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli, adunque,  questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese iuste; acciò che sotto la sua insegna, e questa patria ne sia nobilitata, e sotto li sua auspizii si verifichi quel detto del Petrarca:
"Virtù contro contro furore
 prenderà d'arme; e sia  el combatter corto
 chè l'antico valore
 nelli italici cor non è ancor morto».

Carlo Alberto, morendo lasciava una triste eredità a suo figlio Amedeo I,
e lasciava una moglie ambiziosa (Madame Reale). Il figlio 33enne, farà quasi subito la Pace di Cherasco, ponendo così fine alla guerra, ma morendo pochi anni dopo appena quarantenne, il ducato conoscerà un'altra grave crisi, una decadenza, e ancora il rischio di una estinzione.

ed è il periodo che va dal 1630 al 1648 > > >

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