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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI 1600 

 LETTERATURA  e ARTE
del SECOLO XVI  (del Cinquecento) -  -  - (1a parte)
(dall'imitazione, alle novelle e alle polemiche )


QUI LA PRIMA PARTE
CARATTERE DELLA LETTERATURA ITALIANA NEL SECOLO XVI - L'IMITAZIONE - LA LIRICA: I PETRARCHISTI - LA TRAGEDIA E LA COMMEDIA - LA COMMEDIA POPOLARE - IL DRAMMA PASTORALE - I POETI DIDASCALICI - IL ROMANZO E LA NOVELLA - I TRADUTTORI - I TRATTATISTI - I CRITICI - LE POLEMICHE

LA SECONDA PARTE
NICCOLÒ MACHIAVELLI, FRANCESCO GUICCIARDINI E GLI ALTRI STORICI - LUDOVICO ARIOSTO : LA VITA, E LE OPERE - L' "ORLANDO FURIOSO" - IL POEMA EROICO - TORQUATO TASSO, LA VITA E LE OPERE - LA "GERUSALEMME LIBERATA" - ARCHITETTURA, PITTURA E SCULTURA: MICHELANGELO, RAFFAELLO, TIZIANO.

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LA LIRICA - IL TEATRO - LA POESIA DIDASCALICA
IL ROMANZO E LA NOVELLA - I TRATTATI - LA CRITICA


Quel periodo della vita spirituale italiana, che ebbe inizio nel Quattrocento e si chiamò Rinascimento, continua, si sviluppa e si conclude nel Cinquecento. In questo secolo l'Italia è la nazione più colta del mondo. Nella miseria politica in cui si trova, sfavilla di luce intellettuale. Dominata dagli stranieri, li domina a sua volta con la potenza del pensiero e li abbaglia con lo splendore dell'arte.
Si moltiplicano le stamperie, crescono di numero le scuole e le accademie, si dà un nuovo e vigoroso impulso allo studio del greco, il latino ha cultori innumerevoli tanto prosatori che poeti, ogni corte è un centro di attività letteraria ed artistica, i principi gareggiano tra loro nel promuovere e proteggere le lettere, le arti e le scienze, ogni corte dà feste e rappresentazioni, ha il suo storico e il suo poeta e sceglie fra i dotti il suo segretario; collezioni, musei e biblioteche arricchiscono le città.

Ma se l'Italia è la nazione più colta, mancano una coscienza morale ed una coscienza nazionale. I costumi sono corrotti, alla pietà è subentrata l'indifferenza, il sentimento è sopraffatto dal senso, alla fede sono successi il dubbio e lo scetticismo, l'amore della libertà ha dato l'ultimo palpito nell'assedio di Firenze, la licenza, l'intrigo, l' inganno, l'adulazione, l'avidità del denaro regnano sovrani nelle varie classi della società italiana; fanno difetto i nobili ideali e l'entusiasmo per le cose "sante" e "belle". Manca pertanto il calore dell' ispirazione, la commozione della fantasia, e quindi l'arte, nei più, cede il posto alla letteratura.

""... Materia d'arte - scrive il Cesareo - non fu più l'ideale a cui si informava la vita proba ed intera del poeta; non fu più neanche lo schietto naturalismo, gli istinti, le aspirazioni, gli affetti nativi del poeta: materia d'arte fu tutto ciò che il poeta sentiva e ciò che non sentiva, ciò che gli passava nella mente oziosa, leggera e sensuale e ciò che gli era suggerito dalla sua bassa cupidigia o dal desiderio di rendersi accetto a un padrone munifico. Il processo creativo, non avendo più radice nell'impressione, produsse bozzacchi. (il termine è del Vocabolario dell'Accademia della crusca,  sono "quelle susine, che sul maturare intristisce"; Bozzacchione = mal fatto, ossia Deformis.
 La forma fu concepita non più come il mezzo espressivo del contenuto, ma come una cosa a sé, indipendente dal contenuto. Era una letteratura da perdigiorno i quali, vuoto il cuore e il cervello, arzilli sotto le stringhe del salario ruffianato, si sbizzarrivano a scriver per chiasso, negando alla poesia ogni significato e ogni valore. Così nacque il capitolo, scrittura in terzine su gli argomenti più sciocchi, quale le pulci, i ghiozzi, il gioco della primiera, il forno, le uova sode, i fichi, i nasi e via seguitando; e si fecero anche commenti in prosa a qualcuno di codesti capitoli, come la famosa Ficheide di ANNIBAL CARO su I Fichi del MOLZA. Il meccanismo di tali rime consiteva in uno scoppiettio di facezie, di equivoci, di bisticci, di lazzi, ai quali il soggetto della composizione non era che un pretesto, il fine era quello di sollazzare brigate di buontemponi; l'arte si convertiva in passatempo. Si rideva qualche volta, ma non di quel riso interiore che scaturisce dalla coscienza partecipe alla sconfitta del vizio o dell'errore; il riso nasceva da un rapporto intellettuale o anche soltanto verbale, da uno scambio di nomi, da una frase innocente adoperata con ingegnosa malizia a significare una turpitudine, dal contrasto fra l'espressione e ' intenzione, da un ravvicinamento imprevisto e bizzarro. È un comico meramente fisiologico, che a pena lascia impronta nella coscienza e che male può quindi venire elaborato dalla fantasia. E quello stile fu detto bernesco per via di FRANCESCO BERNI che ne era stato il maestro». (Cesareo).

In una società senza ideali era naturale che l' imitazione dovesse avere largo campo. (quasi tutta frutto d'imitazione fu la lirica del Cinquecento e l'autore preso a modello fu il Petrarca. Pontefice massimo dei petrarchisti fu PIETRO BEMBO, nato a Venezia nel 1470. 
Studiò a Firenze, a Messina e a Padova, frequentò le corti di Urbino e di Ferrara, fu a Roma segretario di Leone X, ebbe da Paolo III la porpora cardinalizia, fu vescovo di Gubbio e di Bergamo e morì a Roma ricco ed onorato nel 1547. Scrisse in latino epistole, dialoghi, carmi e una storia veneta che poi volgarizzò; in italiano dettò molte lettere, tre libri de Gli Asolani in cui espose la teoria dell'amor platonico, le Prose della volgare lingua in cui difese l'uso della lingua italiana e formulò molte regole della nostra grammatica, e infine numerose rime d'amore alla maniera del Petrarca, nelle quali se grande è l'eleganza e molta l'abilità metrica, altrettanta è la freddezza prodotta dalla mancanza d'ispirazione e dall'assenza di sentimento.

Dietro l'esempio del Bembo molti altri petrarcheggiarono; il modenese FRANCESCO MARIA MOLZA, autore di sonetti, canzoni, capitoli e stanze; il lucchese GIOVANNI GUIDICCIONI, il calabrese GALEAZZO di TARSIA, il napoletano BERNARDINO ROTA, Angelo Di Costanzo, Annibal Taro, Giovanni Della Casa, Luigi Alamanni, Bernardo Tasso. Con copia di sentimento e non prive d'ispirazione cantarono alcune poetesse : vittoria colonna che pianse in accorati versi il marchese di Pescara suo marito, VERONICA GAMBARA, BARBARA TORELLO; VERONICA FRANCO, la cortigiana TULLIA d'ARAGONA e GASPARA STAMPA, che cantò con molta passione il suo amore per Collatino di Collalto. Accenti personali ebbe LUIGI TANSILLO e superiore a tutti, per calore di sentimento e per la rude vigoria dell'espressione, fu MICHELANGELO BUONARROTI.

Vero è che il petrarchismo suscitò la reazione di alcuni spiriti indipendenti, tra i quali degni di nota sono Ortensio Lando, Niccolò Franco, l'Aretino,  il Berni, ma la loro reazione non riuscì a far tacere la voce noiosa degli imitatori leziosi ed artificiosi del Petrarca, nè valse a sopraffarla la non scarsa fioritura di poeti popolareggianti, tra cui si distinsero BALDASSARRE OLIMPO, degli ALESSANDRI e GIAMBATTISTA VERINI.
D'imitazione latina e greca furono la tragedia e la commedia del Cinquecento, per le quali si vollero rigorosamente osservate le tre famose unità aristoteliche. Sofocle, Euripide e Seneca furono i modelli dei tragici del secolo XVI, le cui opere riuscirono fredde ed artificiose. Convenzionali i personaggi e privi di calore, di vita e di natura lezza; niente analisi psicologica, contrasto di passioni, originalità di vicende; scarso il movimento scenico, declamatorio lo stile.

Fra i poeti tragici ebbero molta fama GIAN GIORGIO TRISSINO (Sofonisba), il RUCELLAI (Rsamunda, Oreste), LUDOVICO MARTELLIi (Tullia), il PAZZI (Didone), LUIGI ALAMANNI (Antigone), il GIRALDI CINTHIO (Orbecche, Didone, Cleopatra, Arrenopia, Altile, Selene, Epitia, Antivalomeni), SPERONE SPERONI (Canace), LUDOVICO DOLCE (Giocasta, Medea, Didone, Ifigenia, Tieste, Ecuba, Marianna), LUIGI GROTO (Adriana, Dalila), TORQUATO TASSO (Torrismondo); su tutti si innalza PIETRO ARETINO, autore dell' Orazia,  in cui se lo stile è artificioso e fiacco il verso, l'azione è serrata, bel delineati sono i caratteri e vivo e costante è l'interesse drammatico.

PLAUTO e TERENZIO  furono i modelli di tutti coloro che scrissero commedie sia in verso che in prosa: BERNARDO DOVIZI (Calandria), ERCOLE BENTIVOGLIO (Geloso, Fantasmi, Romiti), LORENZINO de' MEDICI (Aridosia), FRANCESCO d'AMBRA (Il Furto, Bernardi, Cofanaria), NICCOLO' SECCHI (Beffo, Cameriera, L' Interesse, Gli inganni), il DOLCE (Il marito, Il Ragazzo, Il Capitano, Il Ruffiano), il GROTO (Il Tesoro, Emilia, Alteria) GIAMBATTISTA DELLA PORTA (Trappoleria, Tabernaria, Chiappinaria, Carbonaria, Fratelli simili, Cintia, Fantesca, Olimpia, Astrologo, Il Moro, La Tarca, La Furiosa, I Fratelli rivali, La Sorella), LUDOVICO ARIOSTO (Cassaria, Negromanti, Suppositi, Scolastica, Lena), l'ARETINO (Il Marescalco, La Cortigiana, L' Ipocrita, La Talanta, Il Filosofo), GIORDANO BRUNO (Il Candelaio), ANTON FRANCESCO GRAZZINI (La Gelosia, Lo Spiritato, La Strega, La Sibilla, La Pinzocchera, I Parentadi, L'Arzigogolo), AGNO FIRENZUOLA (I Lucidi, La Trinuzia), ALESSANDRO PICCOLOMINI (L'Amor costante, L'Alessandro, L'Ortensia), LIONARDO SALVIATI (Il Granchi, La Spina), GIAMBATTISTA GELLI (La Sporta, L' Errore), BENEDETTO VARCHI (La Suocera), JACOPO NARDI (L'Amicizia, I due felici rivali), L'ALAMANNI (La Flora);, il TRISSINO (I Simillimi), GIOVANNI MARIA CECCHI (La Dote, La Moglie, Il Corredo, La Stiava, Il Donzello, Gli Incantesimi, Lo Spirito, L'ammalata, Il Servigiale, Il Medico, La Macaria, I Dissimili, I Rivali, L'Assierolo, Il Diamante, Le Pellegrine, Le Cedole, Gli Sciamiti, Le Maschere, I Contrassegni, Il Debito, oltre tre farse ed altre commedie di argomento religioso), il CARO (gli Straccioni) il MACHIAVELLI, (La Clizia, La Mandragola).

Per la COMMEDIA del Cinquecento valga quel che si è detto della latina. In essa gli autori si sbizzarriscono nel rappresentare vicende intricatissime e strane, persuasi che il godimento sia prodotto dall'intreccio complicato anziché dall'evidenza della rappresentazione e che la vis comica derivi dall'osceno e dal triviale; non rappresentano caratteri individuali, ma tipi costanti, attingono dalla tradizione letteraria più che dalla vita reale, e trascurano quasi completamente l'analisi psicologica.
Non scarso valore hanno le commedie dell'Ariosto e quelle dell'Aretino; in queste ultime si riscontrano caratteri vigorosamente tratteggiati e certi quadri di vita popolare di una vivezza non comune; piace la Calandria del DOVIZI per la vivace sceneggiatura, si ammirano nel Candelaio del BRUNO la viva se pur grossolana rappresentazione realistica e la profonda acutezza dell'osservazione psicologica e in alcune commedie del CECCHI è notevole la vivacità del dialogo e la schietta rappresentazione dei caratteri.

Il capolavoro del teatro comico del Cinquecento è la Mandragola del MACHIAVELLI. Qui non compare lo strano e complicato intreccio di cui si compiacciono i commediografi, ma un'azione desunta dalla realtà, coerente e serrata; non tipi astratti e convenzionali, ma persone vive, caratteri solidamente costruiti; non freddezza e prolissità di rappresentazione, ma calore e movimento.
Callimaco, ricco signore fiorentino, vuol possedere madonna Lucrezia, ingenua e virtuosa moglie di Nicia, dottore sciocco e presuntuoso. Lo aiutano per danaro a fargli conseguire lo scopo Ligurio, che con la sua astuzia sa ingannare il marito, e fra Timoteo che riesce a vincere la riluttanza della moglie. Nella Mandragola è la rappresentazione della società del secolo XVI, fatta da uno scrittore dall'ingegno acuto e dotato di una grande esperienza, di una società corrotta, in cui non trionfa la virtù, ma l'astuzia, in cui non è legge la morale, ma il denaro. 
Alcuni hanno voluto vedere in questa commedia una satira dei costumi del tempo, altri hanno accusato l'autore di aver voluto far trionfare il vizio. Sì gli uni che gli altri non hanno colto nel segno: nella Mandragola non v'è intenzione di satira come non v'è il proposito dello scrittore di compiacersi del trionfo del male sul bene. Il Machiavelli ha voluto, al di fuori di ogni preoccupazione morale, rappresentare alcuni aspetti della società in cui vive e l' ha fatto in modo mirabile, guardando dall'alto i suoi personaggi e le loro vicende, senza preoccuparsi d'altro che d'infonder vita in essi e di fare scaturire dall'azione e dalle figure, non dai lati scabrosi delle situazioni, una comicità schietta e perenne.
"...in certi punti, sembra quasi che Machiavelli usi l'ironia verso se stesso, verso il proprio meditare politico; di fatto, l'ironia è rivolta a un certo consueto e volgare modo d'intendere il raziocinio politico sul pubblico bene alla stessa stregua d'un unitario rendere ragione dei vantaggi e svantaggi di corpi privati; l'ironia distruttiva sta proprio in questa tal possibilità di equivoco fra il calcolo politico, serio perché volto al bene pubblico, e il meschino computare di vantaggi particolari" (CeccoSapegno, St. Lett. It., Garzanti)

Accanto alla tragedia e alla commedia fiorirono nel secolo XVI la commedia popolare e il DRAMMA PASTORALE. Della prima, generalmente scritta in dialetto, vanno notate le egloghe rusticali, le maggiaiuole e le cittadine della Congrega senese dei Rozzi, le farse cavaiuole della Campania e le opere del CALMO e del BEOLEO, veneziani, di cui il primo ci lasciò la Piovana, l'Anconitana, la Moschetta, la Fiorina, la Caccovia, il secondo scrisse facete egloghe pastorali, il Travaglia e la Fiorina.

Drammi pastorali composero AGOSTINO BECCARI (il Sacrificio), ALBERTO LOLLIO (l'Aretusa), AGOSTINO ARGENTI (lo Sfortunato), SELVAGGIO SELVAGGI (La Marzia) e molti altri; ma fra tutti rimasero famosi il TASSO per l'Aminta e GIAMBATTISTA GUARINI per il Pastor fido. Sia l'uno che l'altro però non sono veri drammi, ma poemetti lirici; manca in essi la rappresentazione drammatica, e le vicende sono narrate dai personaggi; l'interesse non è suscitato dall'azione in sé stessa, ma dal racconto. Non il dramma dunque è in essi, ma l'idillio; non lo scontro violento delle passioni, ma una musica lenta e dolce che canta i casi dei personaggi e ce ne dice i sentimenti; non la disperazione, lo spasimo che prorompe in urlo, il dolore intenso che provoca la morte violenta, ma il sospiro, la lacrima silenziosa, la tristezza accorata; non il movimento, ma il canto. Pare che nell' Aminta e nel Pastor Fido, il Tasso con maggior fantasia e più profondo sentimento, il Guarini con maggiore abilità costruttiva, entrambi con una semplicità che cela una prodigiosa raffinatezza, vogliano uscire da un mondo di bassi intrighi e di corruzione e rifugiarsi in un mondo ideale di pace e di virtù; ma non riescono del tutto a realizzare artisticamente la loro aspirazione, giacchè dalla cruda realtà della vita essi si trasportano in un mondo convenzionale, dove è palese il dissidio tra l' intenzione e la realizzazione.

D'imitazione latina è, in gran parte, la fioritura di POEMI DIDASCALICI del secolo XVI. Tra coloro che coltivarono questo genere di poesia si distinsero il RUCELLAI, l' ALAMANNI e il TANSILLO. Giovanni Rucellai, fiorentino, scrisse le Api, in versi sciolti, in cui trattò la materia del quarto libro delle Georgiche; Luigi Alamanni, fiorentino anche lui, che fu pure autore di poemi eroici e cavallereschi e di elegie, ecloghe, satire, inni e stanze, dietro la scorta di Lucrezio, Virgilio, Varrone, Columella e Plinio, compose la Coltivazione, pregevole per varietà di verso e di stile, per leggiadria di descrizioni e per felice invenzione di episodi; Luigi Tansillo, venosino, oltre a numerosi sonetti, canzoni, stanze e capitoli, a un poema in ottava rima (Le lagrime di S. Pietro), a un poemetto giocoso (Il Vendemmiatore) e a un'ecloga drammatica, ci lasciò il poemetto didascalico in terza rima il Podere.
Altri autori di poemi didascalici di MODESTO valore sono GIROLAMO MUZIO (L'Arte Poetica), LUIGI CINTO DELLI FABRIZI (Il Libro della origine delli Volgari proverbi), GREGORIO DUCCHIi (La scaccheide), ALESSANDRO TESAURO (La Sereide), ERASMO da VAVASONE (La Caccia) e BERNARDINO BALDI (L'Artiglieria, La Nautica).

Quando non imitano, i poeti traducono: ANNIBAL CAROo traduce egregiamente l' Eneide di Virgilio e gli Amori di Dafni e Cloe di Longo Sofista; GIANNANDREA dell'ANGUILLARA e NICCOLO' degli AGOSTINI le Metamorfosi, ERASMO da VALVASONE l' Elettra di Sofocle e la Tebaide di Stazio, il BALDI l' Ero e Leandro di Museo e Quinto Calabro, NICCOLO FRANCO l' Iliade, BERNARDO SEGNI l' Edipo re di Sofocle. Le più famose traduzioni prosastiche sono quelle di JACOPO NARDI (Le Storie di Livio), di MARCELLO ADRIANI (Le Vite di Plutarco) e di BERNARDO DAVANZATI (Le opere di Tacito).

Anche i novellieri ed i romanzieri imitano, e il Boccaccio è il loro maggior modello. SCIIONE BARGAGLI, senese, scrive I trattenimenti; TOMMASO COSTO, napoletano, il Fuggilozio ; LUDOVICO DOMENICHI Facezie e motti arguti di alcuni eccellentissimi ingegni; ASCANIO PIPINO DE MORI, mantovano, 15 novelle; SEBASTIANO ERIZZO, veneziano, le Sei giornate;
PIETRO FORTINO, di Siena, le Novelle de' Novizi; LUDOVICO GUICCIARDINI le Ore di ricreazione; CELIO MALESPINI le Duecento novelle; ANTONIO MARICORDA le Tre giornate delle favole de l'Aganippe; GIROLAMO PARABOSCO, piacentino, i Diporti; PAOLO REGIO, napoletano, la Siracusa; GIOVAN FRANCESCO STRAPAROLA Le piacevoli notti; ANTON GIORGIO BESOZZI il Brancalcone; NICCOLO' FRANCO la Filena; ALVISE PASQUALIGO le Lettere amorose; GABRIELE PASCOLI il Cortegiano disperato; GIAMBATTISTA GIRALDI CINTHIO gli Ecatommiti.

Scrive il De Sanctis: 
« Quel bel mondo della cortesia  che nel Decamerone tiene sì gran parte, rifuggitosi ne' poemi cavallereschi, scompare dalla novella. E neppure ci è quello stacco tra borghesia e plebe, quella coscienza di una coltura superiore, che si manifesta nella caricatura della plebe, quell'allegrezza comica a spese della superstizione e de' pregiudizi frateschi e plebei, che tanto ti alletta nelle novelle fiorentine e fino nella Nencia. Questo mondo interiore scompare anch'esso. La novella attinge tutta la società ne' suoi vizi, nelle sue tendenze, ne' suoi accidenti, con nessun altro scopo che d' intrattenere le brigate con racconti interessanti. L' interesse è posto nella novità e straordinarietà degli accidenti, come sono i mutamenti improvvisi di fortuna, o burle ingegnose per far danari o possedere l'amata, o casi meravigliosi di vizi o di virtù. Re, principi, cavalieri, dottori, mercanti, malandrini, scrocconi, tutte le classi vi sono rappresentate e tutti i caratteri, comici e seri, e tutte le situazioni, dalla pura, storia sino al più assurdo fantastico. Sono migliaia di novelle: arsenale ricchissimo, dove hanno attinto Shakespeare, Molière ed altri stranieri».

Ma tutti questi novellieri e romanzieri sono stati dimenticati perché mancarono loro le vere doti del narratore; e se ai loro tempi andarono in voga ciò fu specialmente per l'oscenità dei soggetti trattati; ma essi non seppero darci persone vive, caratteri solidamente costruiti, penetrare nei recessi dell'anima e mettere a nudo il cuore dei loro personaggi, allettarci col racconto vivace e spigliato di una vicenda che non fosse trama frivola di casi scabrosi o sguaiati o inverosimili.

Il più fecondo dei novellieri del Cinquecento fu il piemontese MATTEO MARIA BENDELLO, uomo di chiesa e di mondo, che ci lasciò duecento quattordici novelle; ma la sua fama è superiore al merito, dal momento che se l'opera sua è importantissima per la storia del costume, riguardata dal punto di vista dell'arte, essa è un immenso repertorio di vicende e di personaggi, privo di vita e di calore, in cui l'osceno, pur non essendo intenzionale, ripugna, il comico è plebeo, il tragico è manierato e il racconto non procura che rare volte qualche godimento estetico.

Novellatore squisitamente elegante fu il fiorentino AGNOLO FIRENZUOLA, che tradusse dallo spagnolo La prima veste de' discorsi degli aNimali e dal latino L'Asino d'Oro dI Apuleio, compose madrigali, sonetti, canzoni, elegie, capitoli, due Discorsi delle bellezze delle donne, e scrisse i Ragionamenti d'Amore, di cui ci restano soltanto dieci novelle della prima e seconda giornata.
Artista meno elegante del Firenzuola, ma più forte per l'evidenza e immediatezza della rappresentazione fu ANTON FRANCESCO GRAZZINI, detto il LASCA, fiorentino, fondatore con altri dell'accademia degli Umidi e della Crusca. Oltre alle commedie, di cui abbiamo parlato, e alle rime petrarchesche, spirituali, pastorali e burlesche, compose le Cene, alle quali è affidato il suo nome, raccolta di novelle che si fingono raccontate da una brigata di uomini e di donne e di cui ce ne rimangono solo ventuno.

Insieme con i novellieri rispecchiano la vita del Cinquecento i TRATTATISTI. Questi, e con loro la maggior parte di quelli che scrissero di argomenti letterari e scientifici, usarono la forma dialogica e misero come interlocutori personaggi veri e molto conosciuti.
Il principe dei trattatisti del secolo XVI è il conte BALDASSARRE CASTIGLIONE, nato nel 1478 a Casatico, presso Mantova, e morto a Toledo nel 1529, dopo una vita passata in varie corti, in maneggi politici, in viaggi e fatti d'armi. Compose un' ecloga in ottava rima intitolata Tirsi, versi italiani e latini e il Cortegiano che è il suo capolavoro.
La scena di questo trattato in quattro libri è posta nella corte d'Urbino. Vi interloquiscono, fra gli altri, Elisabetta Gonzaga, Emilia Pia, il poeta Bernardo Accolti, Pietro Bembo, il cardinal Bibbiena, Federico ed Ottaviano Fregoso, Giuliano de' Medici, Francesco Maria della Rovere, Cesare Gonzaga, Ludovico da Canossa e Gaspare Pallavicino. In esso il Castiglioni tracciò il ritratto del perfetto uomo di corte, dandoci nel medesimo tempo un quadro vivacissimo della vita che si conduceva nelle corti del secolo XVI, con una forma sostenuta ed elegante, che non manca di calore e di schiettezza. 
« Lo spirito di questo libro - nota il Cesareo - è la moderazione e la conciliazione; il trattatista, che pur conosce e descrive la corruzione dei tempi suoi, non consiglia di vincerla con la severità dell'esempio, anzi di cercar di emendarla con le blandizie, gli accomodamenti, i ripieghi: la sua prudente e sinuosa morale è un altro artifizio di cortigianeria ».

Non limitò il suo insegnamento alle corti, ma l'estese a tutta la società signorile MONSIGNOR GIOVANNI DELLA CASA, fiorentino, il quale, oltre che capitoli, sonetti, canzoni, epistole, vite di uomini illustri ed altro, scrisse il famoso Galateo, in cui, per bocca di un vecchio, con forma pretensiosa e pesante, insegna le regole della buona creanza.
Maggior valore se non maggior fama, ha il fiorentino GIAMBATTISTA GELLI, che scrisse lezioni su Dante e sul Petrarca, un Ragionamento su la lingua italiana e due commedie, ma va specialmente raccomandato per la Circe e i Capricci del Bottaio. Nella prima, con l'intento di dimostrare che la sorte degli uomini intenti solo alle cose del mondo è quasi simile a quella delle bestie, fa parlare Ulisse con alcuni animali; nei Capricci finge che il bottaio Giusto ragioni con la propria anima di argomenti morali e letterari.

Altro trattatista di molta fama fu il padovano SPERONE SPERONI , che scrisse una tragedia, orazioni, discorsi, favole, dissertazioni e trattò argomenti morali e letterari nei dialoghi Dell'Amore, Della dignità delle donne, Della cura della famiglia, Della vita attiva e contemplativa, Della discordia, Delle lingue, Della rettorica, Del giudicio di Senofonte, Dell' istoria, Sopra Virgilio ecc.

Uno degli scrittori più bizzarri del secolo XVI è il fiorentino AUTON FRANCESCO DONI, che fu frate, prete, autore e stampatore e vagabondò per molte città d' Italia. Scrisse un libro di lettere, i Dialoghi della musica, il Terremoto, sei dialoghi del Disegna, la Zucca, Pistolotti amorosi, due libri Della memoria e Dell'eloquenza, un commento alle rime del Burchiello, la commedia lo Stufaiuolo, i Mondi in cui descrive una città regolata dalla più assoluta eguaglianza, i Tarmi, in cui riferisce dialoghi e ragionamenti curiosi avvenuti sulle scale del duomo di Firenze, e le Librarie in cui discorre con molta spregiudicatezza di libri a stampa e manoscritti.

Altri moralisti furono GIUSEPPE BETUSSI  (il Raverta, la Leonora, Le immagini del Tempio della signora donna Giovanna d'Aragona), LUIGI CORNARO (Della vita sobria), LUDOVICO DOLCE (Dialogo della istruzione delle donne), STEFANO GUAZZO (Della civil conversazione), FEDERICO LUIGINI (Della bella donna), il Bembo, il Trissino, il Giambullari, il Varchi, il Muzio, il Persio, il Castelvetro, il Salviati, il Cittadini, il Minturno, il Giraldi Cinthio, il Pigna, il Patrizi, il Quattromani, il De Nores, il Cavalcanti, il Barbieri, il Ruscelli.

SULLA LINGUA ITALIANA

Dal numero degli scrittori che la trattarono, si può agevolmente costatare il grande sviluppo che ebbe nel secolo XVI la CRITICA LETTERARIA . Si ebbero commenti della Comedia, delle Rime del Petrarca, del Furioso, e della Liberata, osservazioni sul Decameron, saggi, ricerche sulle fonti di opere letterarie, trattati sui vari generi e si cominciarono a compilare i primi vocabolari e le prime grammatiche della lingua italiana.

Numerose ed aspre polemiche si accesero fra i critici: ricordiamo la polemica dantesca, quella sulla Gerusalemme, quella tra il Caro e il Castelvetro, quella tra il Guadini e il De Nores per il Pastor Fido, quella sulla Canace dello Speroni, e infine la questione della lingua, intorno alla quale furono espresse le opinioni più disparate, volendo alcuni, come il Machiavelli, il Varchi e il Giambullari che si chiamasse fiorentina, altri come il Tolomei toscana, altri come il Trissino italiana, altri ancora come il Bembo e il Salviati volgare, e proponendo certi che per iscriverla bene bastasse recarsi alla corte di Roma, altri che si imitasse la parlata fiorentina o la toscana, altri che si seguisse l'esempio dei trecentisti e specialmente del Petrarca. Ne conseguì che grande fu la cura posta dagli scrittori nell'uso della lingua, cura che se da un canto degenerò in pedanteria ed elevò a moda un frivolo toscanesimo, dall'altro fu di grande utilità per la diffusione, il raffinamento e la conoscenza del volgare che oramai si era affermato come lingua nazionale.

"Dal '500 in poi, nessun grande scrittore più è fiorentino; e tutti i grandi di cui risulta la tradizione letteraria italiana, l'Ariosto, il Tasso, il Metastasio, il Parini, e l'Alfieri, il Monti e il Foscolo, il Manzoni e il Leopardi sono, per nascita e formazione, estranei a Firenze e alla Toscana.
Se pur, dunque, ancora per secoli si continua a parlare di lingua o di letteratura toscana o fiorentina, dopo la formulazione della dottrina bembiana, la storia letteraria d'Italia è, effettivamente, italiana; nè più ha il suo centro in Firenze. Capitale letteraria d'Italia continua ad essere Firenze nella volontà, più che altro, dei filologi fiorentini che fanno capo alla Crusca: ma la, diremo, giurisdizione dell'Accademia fiorentina in fatto di lingua non sarà mai veramente accettata dai grandi letterati non fiorentini; anzi, contro la Crusca frequenti e violenti saranno le reazioni di alcuni "ribelli" (Baretti, Cesaretti, Monti). Fra questi ribelli al fiorentinismo intransigente è il Tasso. Conseguenza: che per molto tempo la sua Gerusalemme Liberata, non sarà compresa dalla CRusca tra i testi da sfogliare per la formazione del Vocabolario. ..."" (Viscardi, Storia della Letteratura Mondiale, i 50 volumi della Nuova Accademia)

NICCOLÒ MACHIAVELLI - FRANCESCO GUICCIARDINI - 

GLI ALTRI STORICI. - La grandezza del Cinquecento non è in questi poeti che petrarcheggiano o compongono drammi pastorali e poemi didascalici, in questi autori drammatici che si gingillano con eroi di cartapesta e portano sulla scena tipi astratti e costanti, in questi novellatori che vogliono e non sanno seguire la via maestra percorsa dal Boccaccio, in questi moralisti e critici; ma è tutta nella profonda concezione politica machiavellica, nella magnificenza del mondo poetico dell' ARIOSTO e nel dolcissimo canto del TASSO.

NICCOLÒ MACHIAVELLI nacque a Firenze il 3 maggio del 1469. A diciannove anni entrò nella vita pubblica della sua città come cancelliere dei Dieci della guerra prima e in qualità di segretario dei Dieci di libertà e di pace poi. Dal governo della repubblica ebbe numerosi incarichi per cui dovette spesso viaggiare in Italia e fuori. Fu a Forlì nel 1499 per confermare la condotta di Ottaviano, figlio di Caterina Sforza; in Francia presso Luigi XII nel 1500; a Pistoia, turbata dalle contese tra Cancellieri e Panciatichi, tre volte nel 1501; a Urbino per trattare con Cesare Borgia nel 1502; presso il Valentino ancora alla fine del medesimo anno; a Roma nel 1503 e nuovamente in Francia nel 1504; a Piombino nel 1504 e l'anno seguente a Perugia presso Gian Paolo Baglioni. Nel 1506 fu segretario dei Nove della milizia; nel medesimo anno andò da Giulio II che accompagnò fino a Imola; nel 1507 a Trento dall' imperatore Massimiliano; dall'agosto del 1508 al giugno 1509 stette al campo sotto Pisa; nel 1509 si recò a Mantova, nel 1510 o nel 1511 in Francia. Rientrati i Medici in Firenze, nel novembre del 1512 il Machiavelli fu rimosso dagli uffici e alcuni mesi dopo, creduto complice di una congiura, venne sottoposto alla tortura. Risultato innocente, fu rimesso in libertà e si ritirò a S. Casciano. Riconciliatosi più tardi con i Medici, ebbe dal cardinale Giulio l'incarico di scrivere le Storie fiorentine, nel 1521 fu mandato a Carpi, nel 1525 a Roma e a Faenza, l'anno dopo fu eletto cancelliere e procuratore dei Cinque Procuratori delle Mura di Firenze; quindi fu mandato presso il Guicciardini, che era commissario pontificio contro gli imperiali, e rimase con lui fino agli ultimi di ottobre; nel novembre del 1526 andò di nuovo presso di lui in Lombardia e nel febbraio del 1527 a Parma. Tornato a Firenze alla fine di maggio, vi morì il 22 giugno del 1527.

Le sue opere sono: i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, i dialoghi dell'Arte della Guerra, il Principe, le Storie fiorentine, la Vita di Castruccio Castracani, i Ritratti delle cose della Francia e dell'Alemagna, il Rapporto delle cose della Magna, Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati, Del modo tenuto dal duca Valentino nell'ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il Duca di Gravina Orsini, il Sommario delle cose di Lucca, la Mandragola, la Clizia, il Dialogo sulla lingua, i Decennali, l'Asino d'oro, la novella di Belfegor, una Serenata, la Descrizione della peste di Firenze del 1527, una traduzione dell'Andria di Terenzio, capitoli, sonetti, canti carnascialeschi, lettere, frammenti storici, legazioni e commissioni.

Il Machiavelli fu un ammiratore entusiasta del mondo classico e come tale egli può esser considerato un umanista; ma se di questo mondo gli umanisti ammirarono, esaminarono e imitarono oziosamente l'aspetto esteriore, egli ne scrutò profondamente il contenuto, e non per puro diletto, ma per trarre utile insegnamento dai fatti dell'antichità, dolente che «nello ordinare le Repubbliche, nel mantenere gli Stati, nel governare i Regni, nell'ordinare la milizia ed amministrare la guerra, nel giudicare i sudditi, nello accrescere lo imperio, non si trova né Principe, né Repubbliche, né Capitano, né cittadino che agli esempi degli antichi ricorra ».

Il Machiavelli è tutto dominato dal desiderio di insegnare all'Italia il modo di ritornar libera e forte come una volta. Egli vagheggia un' Italia liberà dallo straniero, non asservita all'imperatore e non asservita al Papa, che tuteli la propria indipendenza non con le armi mercenarie ma con eserciti nazionali e che sia governata saggiamente ed energicamente. Quanto alla forma di governo, pur essendo egli convinto della bontà del regime repubblicano, egli crede necessario «che uno solo sia quello che dia il modo e dalla cui mente dipenda qualunque ordinazione» si voglia dare allo Stato, che uno solo abbia autorità purché abbia in animo di «giovare non a sé ma al bene comune, non alla sua propria successione ma alla comune patria ».
Ma dove deve trarre l'insegnamento l'uomo che voglia fare dell' Italia uno Stato libero e temuto? Nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, nel Principe e nei dialoghi su l' Arte della guerra, sono i principi della nuova scienza di Stato propugnati dal Machiavelli. Maestra è soltanto la vita; gli avvenimenti, che danno materia alla storia, non  sono originati da forze soprannaturali, ma dall'uomo con i suoi istinti, con i suoi bisogni, con le sue buone o cattive passioni; quindi la realtà è la base della storia, e l'umana esperienza è la base della vera scienza politica.

Il naturalismo, che ha informato tutta l'arte del Rinascimento, con il Machiavelli diventa materia di ricerca scientifica, l'umanesimo non è per lui adesione pura e passiva alle forme del mondo antico, ma mezzo efficace per conoscere la natura umana e per indirizzare, attraverso l'esperienza, le azioni degli uomini. « E' si conosce facilmente - scrive - per chi considera le cose presenti e le antiche, come in tutte le città e in tutti i popoli sono quelli medesimi desideri e quelli medesimi umori, e come vi furono sempre. In modo che egli è facile cosa a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere in ogni Repubblica le future, e farvi quelli rimedi che dagli antichi sono stati usati, o non ne trovando degli usati, pensarne a dei nuovi, per la similitudine degli accidenti. »

Meditando sulle vicende che di Roma narrò Livio nei suoi primi dieci libri, il Machiavelli ricerca le cause che portarono la repubblica romana a tanta grandezza, e dietro la scorta di essa discorre sul modo di fondare gli Stati, ordinarli, reggerli, conferir loro potenza, solidità e sicurezza.
Lo studio della storia di Roma è il punto di partenza per il Machiavelli, ma non è tutto; c' è la storia di altre nazioni, antiche e moderne, che può fornire e fornisce allo studioso materia di esame e d' insegnamento, e c' è la sua esperienza personale, acquisita in tanti anni di vita politica e in tanti contatti con principi ed uomini di Stato, che integra lo studio delle vicende passate e serve a formare la dottrina politica del Machiavelli.

Nel dedicare a Zanobi e Rucellai i Discorsi su Livio, dichiarava di avere in quello scritto dato il succo di quanto sapeva e di quanto aveva appreso "per lunga e continua lettura delle cose del mondo" cioè della vita politica "lunga pratica",  della storia politica "continua lettura". E dopo che i Medici ritornati l'ebbero fatto scacciare da ogni ufficio, ebbe modo e tempo di fare altre letture e riflessioni sulla storia e sulle istituzioni politiche antiche, e su quelle italiane ed europee a lui contemporanee. (Viscardi, op. cit).

Il fondamento di questa dottrina riposa sul principio che l'uomo agisce dietro l'impulso delle proprie forze interiori, è unico fabbro delle sue fortune e può dall'altrui esperienza estrarre le regole della propria condotta. Ciò posto, dall'umana esperienza deve il legislatore lasciarsi guidare per conseguire il suo scopo, che è quello di render libero, prospero e forte lo Stato.
Nulla è al di sopra dello Stato, né l'individuo, né la religione, né la morale, ma tutto può, anzi deve concorrere al bene dello Stato. Per reggere le sorti di questo sarebbe certamente bello ispirarsi alla virtù, ma poiché gli uomini sono più disposti al male che al bene, chi volesse governare secondo le norme della virtù si troverebbe di fronte ad ostacoli insormontabili e sarebbe fatalmente travolto.

La concezione di un principe che agisca secondo le leggi della religione e della morale è per il Machiavelli una concezione puramente utopistica. Un simile principe sarebbe al di fuori della realtà e il suo governo non avrebbe certezza di successo che in un mondo di buoni e di giusti, che purtroppo non è quello in cui viviamo. Altra quindi deve essere la legge, dalla quale l'uomo di governo deve lasciarsi guidare; egli deve cercare di conseguire il suo scopo con ogni mezzo, contravvenendo anche alle leggi della religione e della morale.

Il Machiavelli - dice bene il Cesareo - « non nega né la morale né la religione; ma gli ripugna di considerarle in astratto, fuori della realtà, categorie pure e immutabili. Una religione che, come la cristiana, insegni a patire più che a fortemente operare, va condannata perché dà il mondo in preda agli scellerati. L'uccisione, la violenza, la frode, non sono colpe in sé, ma vanno giudicate secondo gli effetti che ne derivano. Ammazzare o ingannare si può, anzi si deve, quando si miri al fine supremo della comune felicità ».
Le "Guerre Sante" delle Crociate, con il grido "Dio lo vuole!" ne sono una testimonianza.
"...è pure male però, che quelli che ci avrebbero a dar buoni esempi sien fatti così. Non dico io il vero?" 

Questo il sistema politico del Machiavelli, che fu detto gretto, egoistico, immorale da chi non seppe o non volle distinguere tra morale pubblica e privata, da chi non comprese che esso era fatto per tempi eccezionali, in cui non la ragione trionfa ma la forza e il diritto è impotente se non sia sorretto dalla forza, da chi infine non sentì il palpito possente di patriottismo che anima la chiusura del Principe.

Qui il Machiavelli ci mostra tutta la sua passione che lo strugge, la passione della patria che vuole libera e grande, e alla cui indipendenza e grandezza ha subordinato e sacrificato i più sani principi della morale. Invaso da epico furore, con prosa tumultuosa e fremente, che termina con i famosi versi della canzone del Petrarca, egli esorta a liberare l' Italia dagli stranieri. "Terribili sono le condizioni della patria; rimasta quasi senza vita, essa aspetta colui che le sani le ferite, che ponga termine ai saccheggi di Lombardia, alle taglie della Toscana e del Napoletano; essa prega Dio che le mandi chi la redima dalle insolenze e dalle crudeltà dei barbari ed è pronta a seguire una bandiera pur che ci sia uno che la pigli. Scenda in campo per compiere la santa impresa Lorenzo de' Medici, duca d'Urbino, seguendo l'esempio di Mosè, di Ciro e di Teseo: propizi sono i tempi e non mancano i segni del cielo, ma occorre un esercito nazionale, che non è difficile formare perché gli Italiani sono superiori di forza, destrezza ed ingegno ai loro oppressori e, se bene guidati, vinceranno in battaglia le migliori truppe straniere". e ancora: « Non si debba, adunque, lasciare passare questa occasione, acciocchè l'Italia dopo tanto tempo vegga uno suo redentore. Nè posso esprimere con quale amore e' fussi ricevuto in tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne; con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte se li serrerebbono ? quali popoli li negherebbono la obedienza? quale invidia se li opporrebbe ? quale italiano li negherebbe l'ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli, adunque, la illustre casa vostra questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese iuste; acciò che sotto la sua insegna, e questa patria ne sia nobilitata, e sotto li sua auspizii si verifichi quel detto del Petrarca:

"Virtù contro contro furore
 prenderà d'arme; e sia  el combatter corto
 chè l'antico valore
 nelli italici cor non è ancor morto ».

ci attende la seconda parte  > > 

LA SECONDA PARTE
NICCOLÒ MACHIAVELLI, FRANCESCO GUICCIARDINI E GLI ALTRI STORICI - LUDOVICO ARIOSTO : LA VITA, E LE OPERE - L' "ORLANDO FURIOSO" - IL POEMA EROICO - TORQUATO TASSO, LA VITA E LE OPERE - LA "GERUSALEMME LIBERATA" - ARCHITETTURA, PITTURA E SCULTURA: MICHELANGELO, RAFFAELLO, TIZIANO.
 

Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (5 vol) Nerbini
STORIA DELLA LETTERATURA IT. (9 vol.) Garzanti)
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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