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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI 1600 

 LETTERATURA  e ARTE
del SECOLO XVI  (del Cinquecento)  (parte 2)
(da Machiavelli-Guicciardini storico,  al Tasso)

IN QUESTO CAPITOLO 

< QUI LA PRIMA PARTE
CARATTERE DELLA LETTERATURA ITALIANA NEL SECOLO XVI - L'IMITAZIONE - LA LIRICA: I PETRARCHISTI - LA TRAGEDIA E LA COMMEDIA - LA COMMEDIA POPOLARE - IL DRAMMA PASTORALE - I POETI DIDASCALICI - IL ROMANZO E LA NOVELLA - I TRADUTTORI - I TRATTATISTI - I CRITICI - LE POLEMICHE


LA SECONDA PARTE
NICCOLÒ MACHIAVELLI, FRANCESCO GUICCIARDINI E GLI ALTRI STORICI - LUDOVICO ARIOSTO : LA VITA, E LE OPERE - L' "ORLANDO FURIOSO" - IL POEMA EROICO - TORQUATO TASSO, LA VITA E LE OPERE - LA "GERUSALEMME LIBERATA" - ARCHITETTURA, PITTURA E SCULTURA: MICHELANGELO, RAFFAELLO, TIZIANO.
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MACHIAVELLI e GUICCIARDINI STORICI

Lo stesso metodo del Principe e dei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio noi troviamo applicato nelle Istorie fiorentine. In otto libri, dalle origini al 1492, egli narra le vicende di Firenze. Non è ancora, questa del Machiavelli, l'opera del vero storico, obbiettivo e spassionato, rigoroso indagatore dei fatti e meticoloso nella scelta delle fonti, ma non è neppure un'arida o fiorita cronaca : essa costituisce il primo esempio italiano di storia critica, in cui il Machiavelli, applicando la sua dottrina, non si limita alla narrazione, ma vuole spiegarsi i fatti, ricercarne le cause, esporne gli effetti, dimostrare quasi per mezzo di essi la verità di quanto ha asserito nei suoi scritti politici. Lavoro più politico e filosofico che storico, le Istorie Fiorentine non potevano riuscire un'opera perfetta, ma grandi pregi, che compensano le manchevolezze, si riscontrano in esse la prosa, pur qua e là composta e togata, vi è generalmente sobria e chiara, grande è l'eloquenza di certe pagine, viva e drammatica la rappresentazione di alcune vicende e scultorea quella di parecchi personaggi e per la prima volta la narrazione esce dalla cerchia ristretta di una città e di una regione e accoglie fatti di altre e abbandona l'ordine cronologico per seguire, preludendo ai moderni, quello logico.

Uomo politico più abile e scrittore più fiorito e solenne del Machiavelli, ma mena caldo e potente se pur non meno acuto, fu FRANCESCO GUICCIARDINI , nato in Firenze nel 1483 e morto ad Arcetri nel 1540, avvocato, diplomatico, notevole uomo di governo, che ebbe gran parte nelle vicende della sua patria e da vari Pontefici - Leone X, Adriano VI e Clemente VII - onorevoli uffici a Modena, a Reggio, a Parma e nelle Romagne.

A ventisei anni scrisse una Storia fiorentina, che va dal 1378 al 1509; della sua ambasceria in Spagna, che durò dalla fine del 1511 al principio del 1514, ne parlò in una Relazione importantissima, in cui si rivela acuto e diligentissimo osservatore; ad essa tennero dietro, più tardi, vari discorsi politici, i Discorsi intorno alle mutazioni e riforme del governo forentino, il dialogo Del reggimento di Firenze, le Considerazioni intorno ai discorsi di Niccolò Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio, i Ricordi politici e civili, la Storia d' Italia, i Ricordi di famiglia e autobiografici, cui si possono aggiungere i resoconti delle legazioni, le sue lettere ufficiali e private, una propria difesa e quella del duca Alessandro.
Grande importanza hanno i Ricordi, Del Reggimento di Firenze, e le Considerazioni, perché in questi libri vi è esposta la dottrina politica del Guicciardini, la quale, come quella del Machiavelli, ha per base la realtà. Ma mentre questi ha per ideale lo Stato, quegli ha per ideale l' indìviduo.

Scrive il Cesareo: La costruzione del Guicciardini muove dalle premesse medesime del Machiavelli : il mondo considerato quale puro fenomeno, fatto naturale senza nulla di sottinteso e di metafisico, contrasti e svolgimenti di forze che sono tutte nell'uomo. La differenza non è conoscitiva, ma pratica. Secondo il Machiavelli la volontà deve tendere al bene universale, secondo il Guicciardini all' individuale o, com'egli diceva, al particolare. Per il primo la felicità di ciascun cittadino riposa nella felicità dello Stato ; per il secondo alla felicità dello Stato si giunge cercando ciascun cittadino la felicità propria. L'uno ammette la logica degli avvenimenti e se ne giova per ricavarne una scienza politica ; l'altro considera gli avvenimenti come tutti diversi fra loro, non sottoposti a alcuna legge comune, e si contenta d'esporre giudizi, ai quali nega egli stesso ogni valore assoluto. Come la vita è varia e trasmutabile sempre, così la sola legge dello spirito umano è la relatività, ciò ch'egli domanda la discrezione (Cesareo) ».

Il conseguimento dell'utile quotidiano è il fondamento del sistema del Guicciardini, che ha la sua rigida applicazione nella Storia d'Italia. Qui, senza mai commuoversi, egli narra le vicende d' Italia dalla morte del Magnifico a quella di Clemente VII, scrutando i fatti con grande diligenza, preferendo l'ordine cronologico a quello logico e riuscendo chiaro, preciso ed imparziale. Ma la sua opera, magnifica per tanti aspetti, manca di quella luce viva e feconda che solo la grandezza dell' idea ispiratrice può dare, di quella luce che scaturì dalla mente geniale del Machiavelli e che, traendo vigoria dalla grandezza di Roma in un secolo di bassi intrighi e di egoistici interessi, si mantenne viva attraverso i tempi e le vicende e tanto riuscì sugli spiriti delle future generazioni, le quali dal suo raggio furono guidate nell'opera santa del nostro riscatto nazionale.

Parecchi altri storici registra il secolo XVI ma nessuno di essi raggiunge l'altezza del Machiavelli e del Guicciardini. PIER FRANCESCO GIAMBULLARI scrive la Istoria dell' Europa dall'887 al 947 con poco senso critico e con fare retorico ; JACOPO NARDI , noto per la traduzione di Livio, narra nei dieci libri Delle Istorie della città di Firenze la caduta della repubblica; BENEDETO VARCHI detta la Storia Fiorentina dal 1527 al 1538 ; GIAMBATTISTA ADRIANI racconta nell'  Istoria dei suoi tempi  le vicende del governo di Cosino I, BERNARDO SEGNI ci lascia nell' Istorie Fiorentine  dal 1527 al 1555; ANGELO DI COSTANZO fa la storia del reame di Napoli dalla morte di Federico I d'Aragona ai suoi tempi; CAMILLO PORZIO quella de  La congiura dei Baroni  contro Ferdinando I d'Aragona; MARIN SABUDO il giovane, ci offre una miniera ricchissima di notizie nei cinquantotto volumi dei suoi  Diari; storie in latino scrivono UBERTO FOGLIETTA, IACOPO BONFADIO, PIETRO BEMBO e PAOLO GIOVIO

Degni di particolar menzione sono, fra i minori, DONATO GIANNOTTI e LORENZINO de' MEDICI, nei cui scritti si trova una traccia notevole delle idee del Machiavelli. II primo, nato a Firenze nel 1492 e morto in esilio a Roma nel 1573, scrisse, fra le altre cose, un dialogo Della Repubblica dei Viniziani, un Discorso sopra la forma del governo di Firenze e quattro libri Della Repubblica Fiorentina, il secondo, di cui ci siamo occupati in altre pagine, nella sua Apologia giustifica ed esalta l'uccisione del duca Alessandro con prosa chiara, nervosa, colorita ed appassionata che, anche per certi concetti esposti, ricorda quella del grande segretario fiorentino.

LUDOVICO ARIOSTO : LA VITA E LE OPERE - L' " ORLANDO FURIOSO"


Ludovico Ariosto nacque 1' 8 settembre del 1474 a Reggio Emilia, della cui cittadella il conte ferrarese Niccolò, suo padre, era capitano. A ventisei anni, perduto il padre e costretto a mantenere la numerosa famiglia, chiese un ufficio presso la casa d' Este e fu nominato capitano della rocca di Canossa. Nel 1503 entrò al servizio del cardinale Ippolito d' Este e per lui e per il duca Alfonso più volte andò ambasciatore a Roma. Nel 1513, passando da Firenze, si innamorò di Alessandra Benucci, vedova di Tito Strozzi, con la quale convisse e che più tardi sposò, segretamente per non rinunziare al benefizio ecclesiastico di Sant'Agata. Nel 1517, essendosi rifiutato di seguire il cardinale in Ungheria, fu licenziato e passò al servizio del duca Alfonso, che nel 1522 lo mandò a governare la Garfagnana. Ritornato, dopo tre anni, a Ferrara, si fabbricò una casetta con un giardino in via Mirasole e qui visse, nell'amore della sua donna e negli studi diletti, gli ultimi anni della sua vita, che si spense il 6 giugno del 1533.

Tra il 1513 e il 1531 Ludovico Ariosto compose sette satire, che hanno forma di epistole in terza rima dirette a parenti ed amici. In esse il poeta parla delle corti di Ferrara e di Roma, del duca e del cardinale, di papa Leone X, degli uomini e delle donne del suo tempo, ma specialmente della sua vita, dei suoi gusti, del suo desiderio di tranquillità, dei suoi cari, dei suoi studi; si lamenta di essere costretto dalla sorte a vagare per 1' Italia per il servizio dei grandi, di condurre quella vita di corte che non si addice alla sua indole, di non potersi dedicare completamente alla sua famiglia, ai suoi affetti, alla sua arte.
Dalle satire balza intera e viva la figura di messer Ludovico, figura di uomo pacifico, onesto, sincero, senza ambizioni, amante della libertà e geloso della dignità sua, che osserva e descrive la vita sua ed altrui e non si sdegna, ma guarda con occhio indulgente e parla con accento bonario. La forma delle satire è l'espressione fedele dei sentimenti del poeta : modesta ma non trascurata, spontanea, sincera, senza fronzoli ed artifici retorici, ma viva e colorita e qua e là mossa da un lieve umorismo, allietato da arguzia sottilissima, soffusa di pacata ironia.

Tra i suoi scritti minori le Satire certamente sono le cose migliori dell'Ariosto, dal momento che le cinque commedie, pur contenendo scene felici e mostrando nell'autore un'abilità non comune di rappresentazione, sono un prodotto dell' imitazione da Terenzio e da Plauto, e le rime, se non mancano di sincerità d'accento, non sono prive purtroppo della maniera petrarchesca allora in voga. Ma l'opera alla quale è eternamente raccomandato il nome dell'Ariosto e che giustamente fu considerata come il capolavoro della poesia del Rinascimento è l'Orlando Furioso. Intorno a questo poema l'Ariosto lavorò dieci anni. Nel 1516 pubblicò la prima edizione in quaranta canti, nel 1521 la ripubblicò con alcuni ritocchi, nel 1532 mise fuori l'edizione definitiva con l'aggiunta di altri sei canti e diligentemente riveduta nella lingua.

L'Orlando Furioso è la continuazione dell' Innamorato del Boiardo. Di questo si ritrovano in quello i luoghi, i cavalieri, le donne e i tre temi fondamentali, cui la musa dell'Ariosto dà sviluppo e compimento : la guerra tra Cristiani e Saraceni, l'amore di Orlando per Angelica e quello tra Ruggiero e Bradamante, dal cui matrimonio, con finzione di cortigianesca poesia, discenderà la famiglia estense.

L'azione dell'Ariosto comincia dal punto in cui s'interrompe quella del Boiardo con la fuga di Angelica dal padiglione in cui il duca Namo la custodiva. Questa fuga è la causa di una complicata serie di avventure: inseguimenti, duelli, ratti, liberazioni, insidie. Cristiani e pagani, Rinaldo, Sacripante, Ferraù, presi d'amore per la bellissima donna, la inseguono; e in cerca di lei, della quale è perdutamente innamorato, va Orlando, che, dopo una catena di strane vicende e di mirabili imprese, giunto nella casa di un pastore, apprende che Angelica, innamoratasi d'un fante saraceno, Medoro, di cui ha curato le ferite, l' ha sposato ed è partita con lui per il Catai. A quella notizia Orlando impazzisce e, nudo ed armato di un grosso bastone, erra per la Francia e per la Spagna commettendo atti strani e furiosi, infine, attraversato a nuoto lo stretto di Gibilterra, passa in Africa.

Chi guarisce il paladino impazzito è Astolfo, che dall' ingresso dell'Inferno dove ha ricacciato le Arpie che tormentavano il cieco Senàpo, re dell'Etiopia, vola in groppa all' Ippogrifo del mago Atlante alla cima del Paradiso Terrestre e poi con il carro d'Elia va sulla Luna, dove, fra le molte cose che in terra si perdono, trova in un'ampolla il senno d'Orlando. Presa l'ampolla, Astolfo torna in Etiopia, riceve da Senapo un esercito e parte per assediar Biserta, capitale del re Agramante. Incontrato sul lido Africano Orlando, con l'aiuto d'altri, riesce a fargli fiutar l'ampolla e a guarirlo dalla pazzia e dall'amore.
Orlando e Astolfo assediano Biserta ; Agramante, sconfitto in Francia, corre a liberar la sua capitale; ma battuto ancora da una flotta cristiana, si rifugia nell' isola di Lipadusa, dove in un terribile duello fra tre campioni cristiani e tre pagani, è ucciso da Orlando.
Mentre hanno luogo la guerra tra Cristiani e Saraceni e le imprese di Orlando, si svolgono le avventure di Ruggiero, che costituiscono il terzo nucleo del poema. Il mago Atlante ha allevato Ruggero e lo vigila per impedire che si avveri una profezia, secondo la quale il giovane cavaliere diventerà cristiano, chiudendolo in castelli incantati o facendolo rimanere prigioniero della maga Alcina dalla quale lo libera la valorosa Bradamante che lo ama. Anche Ruggero ama Bradamante, la quale lo sposerà a patto che egli si converta al Cristianesimo. Questa condizione fa sì che nell'anima del giovane si combatta una grave lotta tra l'amore per la guerriera cristiana e la religione degli avi, ch'egli non vuole abiurare. La lotta interiore ha termine quando Atlante, che è morto di dolore, dal suo sepolcro rivela che gli antenati di Ruggiero erano cristiani. 

Ora non c' è che un ostacolo al suo matrimonio con Bradamante : il duca Amone, padre di costei, ha promessa la figlia a Leone, principe ereditario dell'impero d'Oriente ; ma anche questo ostacolo è superato per la generosità di Leone che rinuncia alla mano dell'eroina, e così hanno luogo le nozze. Però, il giorno stesso della cerimonia nuziale, Rodomonte, il più feroce dei guerrieri saraceni, accusa Ruggero di tradimento e lo sfida a duello. Il combattimento si svolge accanito; Rodomonte soccombe e con la sua morte si chiude il poema.
A questi tre nuclei principali numerose altre fili secondari si collegano, che il poeta con abilità straordinaria intreccia e svolge, abbandona e riprende, mostrandoci un'infinità  di figure sempre varie e facendoci sfilare davanti gli occhi una innumerevole serie di vicende, che tiene continuamente desta la nostra attenzione, raccontandoci episodi di grande bellezza; famosi sono rimasti l'abbandono di Olimpia, l' impresa infelice di Cloridano e Medoro, le avventure di Ariodante e Ginevra, la pietosa fine di Isabella, i casi di Brandimarte e Fiordiligi, di Ricciardetto e Fiordispina, di Aquilante, Grifone, Sansonetto e Marfisa, di Mandricardo e Doralice, le astuzie di Gabrina, gli incantesimi di Atlante, di Melissa e di Alcina.

L'Orlando Furioso - scrive il Cesareo - è il poema della libertà individuale, ciascun eroe si muove e agisce per sé, affrancato da ogni disciplina morale e sociale, solo obbediente all'impulso dei propri istinti, dei propri sentimenti, del proprio carattere. Gli ideali sono tutti esclusi da questa costruzione varia e leggera, in cui non si manifestano e non si contrastano se non le forze naturali dell'uomo ; la religione, la morale, la patria,  sono semplici nomi, distratte e oziose abitudini del linguaggio comune : non hanno risonanza profonda nel cuore di alcuno, mentre tutti, cavalieri e principesse, maghi e fate, santi e demoni, patrizi e plebei, tutti vanno, si mescolano, si dipartono, gioiscono e soffrono unicamente per soddisfare le loro innate inclinazioni, senza nessun altro riferimento intellettuale. Orlando, il paladino più insigne, corre in traccia d'Angelica invasato dall'amore di lei, senza darsi pensiero che i Mori assaltino Parigi e minaccino la religione cristiana ; Angelica, figliuola di re, si fa beffe degli amanti più generosi e più nobili, e cade fra le braccia di un povero servo ; Astolfo gira per il mondo senz'altra guida che il proprio capriccio, incontra le più bizzarre avventure, è il più matto di tutti gli eroi ed è il solo che sia assunto in Cielo a rintracciarvi il senno d'Orlando; Bradamante non cura né l' imperatore, né i parenti, né il suo proprio decoro per seguire Ruggero, del quale è grandemente innammorata ; Ferraù abbandona i suoi Saraceni e si batte a ogni passo per la cupidigia di avere l'elmo d'Orlando ; per conquistare Durindana, la spada di Orlando, Mandricardo fa prova continua del suo valore ; Marfisa combatte da per tutto e con tutti per il solo gusto di vincere ; Zerbino cerca Isabella ; Ruggero ora è preso d'Angelica, ora d'Alcina, ora di Bradamante e alla fine sposa quest'ultima; Rinaldo non vive che per Angelica ; Rodomente sfoggia in ogni atto il suo orgoglio indomabile e la sua ferocia. 

E' insomma il naturalismo realizzato dell'arte: non più soltanto in una sua manifestazione individuale e ristretta, come nel Poliziano, nel Pontano e nei  lirici del Quattrocento, non più in opposizione col mondo cavalleresco, come nel Boiardo e nel Pulci ; ma numeroso, totale e conciliato con questo : tutte le tendenze, tutti i moti, tutte le debolezze, tutte le passioni, tutte lo virtù della nostra natura, l'odio, l'amore, la gelosia, l'ambizione, la cupidigia, l'orgoglio, il delitto, la probità, l'eroismo, l' intera anima umana colta e rappresentata nelle sue imprevedibili gradazioni, nei suoi infiniti atteggiamenti, con la maggior sincerità di intenzione e la maggior verità di espressione: tale è l'Orlando Furioso nel suo significato essenziale ; non un puro gioco dell'immaginazione e non una satira della cavalleria, ma l'epopea dell' istinto, come la Comedia di Dante era stata dello spirito, il canto supremo del naturalismo, come l'altra era stata del misticismo. Qui ap punto consiste il pregio sovrano e l'eterna bellezza dell'Orlando Furioso ».

Non puro gioco dell' immaginazione e neppure una satira della cavalleria è il poema; ma la materia cavalleresca vi è guardata e trattata come poteva guardarla e trattarla un uomo del Cinquecento. L'Ariosto tratta con tutta serietà il mondo cavalleresco, ma sapientemente l'accosta alla realtà umana o, meglio, lo guarda attraverso le lenti del suo naturalismo. Non può però togliere, senza falsare la materia cavalleresca, il favoloso e l'eroico che le sono propri e che pur contrastano col naturalismo del poeta e del secolo, e concilia il contrasto con un lieve sorriso che ora è soffuso di arguta bonomia ora è pervaso di sottile malizia.
Ma da questo sorriso è esclusa qualsiasi intenzione satirica, come è esclusa il comico che sprizza con aristocratica compostezza da molte parti del poema. Il comico scaturisce dall'innaturale accostamento del meraviglioso all'umano che produce una situazione nuova e strana in cui l'uno e l'altro elemento della figurazione artistica, il trascendentale e il reale, acquistando caratteri che sono loro estranei, si trovano inaspettatamente camuffati e suscitano il riso.
Sorriso e comicità dunque, non satira della cavalleria. L'elemento satirico però non è assente, ma non agisce sulla materia cavalleresca ; quella dell'Ariosto è satira della società. Una satira sottile, finissima, che parrebbe piuttosto ironia e che ha molta parentela con l'umorismo per quel senso di amarezza che la pervade. Le umane debolezze, che egli fa oggetto non so se del suo compatimento o della sua ironia o della sua satira, sono contemplate dallo sguardo del più simpatico dei suoi eroi e più sventato dei cavalieri, Astolfo, in una remota valle della Luna.
 
Qui è tutto ciò che si perde in terra o per nostro difetto o per colpa di tempo o di fortuna : preghiere e voti di peccatori, lacrime e sospiri di amanti, tempo sciupato nel gioco e nell'ozio, progetti e desideri vani, glorie di popoli, doni fatti ai principi con speranza di mercede, adulazioni, poesie cortigianesche, amori mal ricambiati, servizi prestati alle corti, vanaglorie e favori di principi, trattati, congiure, opere di ladri e falsari, bellezze di donne e senno d'uomini.
Ma non è nel sorriso, nella comicità e nell' ironia la vera grandezza della poesia dell'Ariosto : essa è nella profonda umanità che vi palpita dentro. Cavalieri o dame da leggenda, maghi o fate, principi o plebei, i personaggi dell' Orlando Furioso non sono fredde figure prodotte dall' immaginazione, ma persone veramente umane, che hanno ciascuna un proprio aspetto, esteriore ed interiore, inconfondibile, che amano ed odiano, ridono e piangono, pregano ed imprecano, sognano e lottano, soffrono e gioiscono, eroi e traditori, cinici e sentimentali, umili ed arroganti, generosi e menzogneri, casti e sensuali, e ciascuna vive la sua commedia o il suo dramma sotto lo sguardo del poeta che sembra impassibile e tuttavia scruta ogni moto del corpo e penetra in ogni recesso dell'anima dei suoi eroi e delle sue eroine.

Grande è la varietà dei tipi, dei caratteri e delle avventure nell' Orlando Furioso ed altrettanto vario è l'accento del poeta che ora è solennemente epico, ora agilmente lirico, ora dolcemente idillico, ora impetuoso, ora comico. « E pittoresca e scultoria -scrive il Galletti - è l'espressione verbale, docile al più minuto cesello come al più rapido abbozzo : in un ondeggiar di suoni e di colori che riflette in modo stupendo l'alterna illusione della commedia umana. L'ottava, metro popolare innalzato dal Boccaccio a dignità d'arte e dal Poliziano ingentilito di grazie naturalmente signorili, qui diventa musica con una infinità di combinazioni melodiche : spesso dolce, mai languida, spesso magniloquente  mai reboante, sempre fluida, sempre in instancabile, quasi ritmo di buon sangue in un organismo vigoroso. La lingua - nella definitiva redazione - è di una toscanità così schietta e disinvolta da apparir meravigliosa in uno scrittore lombardo (come si diceva allora) dei  primordi del secolo XVI. Con tali doti d'euritmia e d'artistica disciplina, il Furioso risponde in maniera che potrebbe dirsi perfetta alle aspirazioni estetiche del Rinascimento.

Un'opera d'arte così grande non poteva non avere imitatori. E questi furono mltissimi, ma nessuno giunse all'altezza dell'Ariosto, e allo storico basta citare i meno sterili, quali Vincenzo Brusantini autore d'un Angelica innamorata, Ludovico Dolce autore del Sacripante e delle Prime imprese di Orlando, Pietro Aretino che ci lasciò frammenti della Marfisa, delle Lacrime d'Angelica, dell' Astolfeide e dell' Orlandino.

In opposizione ai poeti cavallereschi, altri tentarono di dare all' Italia il poema epico, rimanendo più o meno ligi ai precetti aristotelici, ma non vi riuscì, dopo un ventennio di fatica, Gian Giorgio TRISSINO con L'Italia liberata dai Goti, nè vi riuscirono Bernardo TASSO con l'AMADIGI, Luigi ALAMANNI con il Girone il Cortese e l' Avarchide, il GIRALDI Cinthio con l'  Ercole, Francesco BOLOGNETTI con il Costante, e parecchi altri.
Miglior successo ebbe invece la parodia in cui si distinse un'originale e bizzarra tempra di poeta : TEOFILO FOLENGO, che nacque presso Mantova verso il 1442, studiò filosofia sotto il Pomponazzi a Bologna, fu frate Benedettino, gettò la tonaca, tornò a indossarla e morì in un convento presso Bassano nel 1544.
Ora sotto il nome di MERLIN COCAI, ora sotto quello di LIMERNO PITOCCO , scrisse di cose sacre e profane in prosa e in rima, in latino e in volgare: l'Atto della Pinta, il Chaos del Triperuno, la Moschaea, la Zanitonella, il Baldus

Il suo capolavoro è il Baldus, poemetto cavalleresco, dove ladri, furfanti, vagabondi, scapestrati e sgualdrine, che commettono prepotenze e mariuolerie di ogni sorta, sono gli eroi e le eroine. Baldus, nato a Cipada nel Mantovano da un pronipote di Rinaldo e dalla figlia del re di Francia, è cresciuto prepotente e gagliardo fra una turba di compagni della sua risma tra i quali si distinguono il gigante Fracassus, Cingar e Falchetto. Condotto in prigione per le sue ribalderie, viene liberato dai suoi amici e, imbarcatosi con loro e con altri a Chioggia, va per il mondo in cerca di avventure. Quelle che trovano sono varie e numerose : vedono strane terre, affrontano pirati, combattono contro mostri e giganti, uccidono streghe, superano incanti e penetrano perfino nell'Inferno, dove sconfiggono i demoni. Da ultimo giungono presso una smisurata zucca dentro nella quale ci sono filosofi e poeti, cui ogni giorno vengono cavati tanti denti quante bugie hanno detto ; e i denti rispuntano sempre. Fra gli altri pazienti è Merlino, che abbandona i suoi personaggi e tronca il poema.

Grandi sono i pregi del Baldus. Il Folengo con possente realismo ritrae caratteri,  figure, scene, che hanno linee precise e colori vivaci; narra con un brio tutto suo ; fa muovere i suoi eroi con grande disinvoltura; sa trovare il lato comico dei suoi eroi e lo sfrutta con abilità di artista consumato. La comicità dei tipi e delle situazioni trova un ausilio grandissimo nella lingua maccheronica che è un misto di voci italiane e dialettali camuffate latinamente. 
Altri prima di lui - come TIFI ODASI da Padova, FOSSA da Cremona, BASSABO da Mantova e GIVAN GIORGIO ALIONE da Asti - avevano poetato in lingua maccheronica, ma nessuno seppe usare questo bizzarro linguaggio con tanta perizia, tanta vivacità e tanta scioltezza da far dimenticare quasi completamente i precursori.

Due scrittori fiorirono nel Cinquecento, che sembrano davvero personaggi del Folengo : BENVENUTO CELLINI e PIETRO ARETINO . Il Cellini, fiorentino (1500-1571), fu orafo, incisore, cesellatore, scultore di gran fama; uomo aitante ed energico, impulsivo e collerico, orgoglioso e millantatore, sfrenato e superstizioso, amante della propria libertà e della sua arte, pronto sempre a menare la spada e la lingua; scrisse la sua Vita dipingendo se stesso e narrando le sue avventurose vicende con una prosa disordinata, a scatti, che rifugge dalle regole della grammatica, ma robusta, vivace, piena di evidenza e di rilievo, di agilità e di freschezza.

Pietro Aretino (1472-1556), fu lo scrittore più temuto ed ammirato del suo tempo ; Giovanni delle Bande Nere gli fu amico, Carlo V, Francesco I, Giulio III lo carezzarono, l'Ariosto lo chiamò divino. Corrotto, audace, cinico, sfrontato, senza scrupoli, cupido, ambizioso, egli mise la sua penna al servizio di tutte le sue voglie, per ottenere onori e denari, calunniando e ricattando. Scrisse di tutto, argomenti sacri e profani, in rima e in prosa, tragedie e commedie fra le migliori del secolo, libri di devozione come la parafrasi dei Sette salmi penitenziali, i tre libri Della umanità di Cristo, il Genesi, la Vita di Santa Caterina, la Vita di Maria, in uno stile pomposo e imbellettato che maschera la povertà del contenuto. Quando aggredisce i suoi nemici con l' ironia o con la satira, col dileggio o con la contumelia come nelle Pasquinate o quando  indugia con vivissima compiacenza nei soggetti osceni, è veramente forte e tristemente originale. I Sonetti composti per i disegni di Giulio Romano incisi in Rame da Marcantonio Raimondi, e ancora di più i Ragionamenti, sono capolavori della letteratura fallica. L'Aretino vi profonde tutte le seduzioni di un libertinaggio voluttuoso e sapiente, tutti  i lenocini di una corruzione raffinata e mostruosa, con tale varia, ricca e perversa energia di linguaggio, quale non fu mai raggiunta da alcun altro scrittore il più inverecondo delle antiche letterature. E il narratore guazza, sfoggia, gode, si avvolge in tutta questa immonda carnalità, come un suino nel suo pantano. Le immagini, con donne della stessa risma, sembrano ammiccare con occhi pregni di vizio ; le parole hanno l'irritante virtù delle droghe afrodisiache ; le invenzioni sono l'ultimo segno d'un erotismo delirante e spavaldo, e una fantasia evocatrice, curiosa, pieghevole e sogghignante dà uno straordinario rilievo a cose e a persone, a atti e a discorsi, agli accoppiamenti più osceni e alle più svergognate invenzioni. A codesti suoi scritti deve Pietro Aretino la triste celebrità onde è macchiato il suo nome nel mondo (Cesareo) ».


TORQUATO TASSO: VITA- OPERE - LA «GERUSALEMME LIBERATA»


Chi nella seconda metà del Cinquecento sperò di dare all' Italia un vero poema eroico condotto secondo le regole aristoteliche fu Torquato Tasso. Nacque a Sorrento 1' 11 marzo del 1544, da Bernardo Tasso e da Porzia de' Rossi . Segui il padre prima a Napoli, poi a Roma; dopo un breve soggiorno a Bergamo, lo raggiunse ad Urbino, quindi andò con lui a Venezia. Inscrittosi all' Università di Padova, prima in Giurisprudenza, poi in Filosofia ed Eloquenza, nel 1562, diciottenne, pubblicò un poema di dodici canti in ottave, il Rinaldo, che fu accolto come una bella speranza; recatosi a Bologna a continuarei gli studi, dovette fuggirsene per alcune satire scritte contro professori e ritornarsene a Padova. Più tardi si recò a Ferrara presso il cardinale Luigi d' Este; dal 1571 fu al servizio del duca Alfonso II, alla cui corte si distinse per 1' ingegno, la dottrina e l'eleganza. 
Nel 1573 compose e fece recitare l'Aminta e intanto continuava a lavorare sulla Gerusalemme liberata
Nel 1575 il grande poema era finito, ma cominciava la tragedia del poeta. Scrupoli d' indole artistica e d' indole religiosa sorsero a turbare l'animo del Tasso; egli si rivolse a letterati e a teologi e allo stesso inquisitore di Bologna per consiglio e giudizio; a poco a poco gli scrupoli crebbero, spuntò in lui il dubbio di aver fatto un opera sbagliata, nacque il sospetto che gli invidiosi lo denigrassero e perseguitassero, e la tensione nervosa giunse a tanto che lanciò un coltello contro un servo del duca da cui si credeva spiato (1577). 
Chiuso nel castello, il Tasso riuscì a fuggire, andò a Sorrento e a Roma, poi, nell'aprile del 1578, tornò a Ferrara, da dove ripartì dopo tre mesi per recarsi a Torino. Nel febbraio del 1579 lo ritroviamo a Ferrara : vi ritornava in un momento in cui nessuno poteva curarsi di lui, mentre cioè Alfonso celebrava le sue nozze con Margherita Gonzaga. Il Tasso si fu convinto di essere trascurato, fece l' offeso e 1' 11 marzo diede in tali escandescenze contro il duca che venne arrestato e chiuso nell'ospedale di Sant'Anna. Qui rimase sette anni e nei momenti di tranquillità, che non erano pochi, scrisse rime e lettere veramente belle e dialoghi in cui non si sa se ammirar più la limpidezza dell'espressione o la profondità del pensiero. 

Nel 1586 Vincenzo Gonzaga condusse con sé il Tasso, che visse un anno tranquillo, ma nell'ottobre del 1587, credendosi trascurato dal duca di Mantova, fuggi e cominciò a peregrinar per 1' Italia. Fu a Loreto, a Roma e a Napoli presso i monaci olivetani, poi ancora a Roma, quindi a Firenze presso Ferdinando I e a Mantova e due altre volte a Roma e a Napoli. Intanto scriveva una tragedia, il Torrismondo, e poemetti, Il monte Oliveto e Le sette giornate del mondo creato e rifaceva la Gerusalemme, attenendosi strettamente alle regole aristoteliche, sostituendo con episodi sacri e guerreschi quelli amorosi e idillici e mutando il nome di liberata in conquistata al poema, che, così rimanipolato, perse tutto il suo profumo e tutta la sua bellezza. 
Nel novembre del 1594 il Papa Clemente VIII chiamò il Tasso a Roma per farlo incoronare in Campidoglio, ma il poeta si ammalò e la cerimonia venne rimandata alla primavera ventura, nel marzo del 1595, sentendosi vicino a morte, il Tasso si fece condurre nel convento di Sant'Onofrio sul Gianicolo e li si spense il 25 aprile.

Non alle numerosissime liriche, delle quali non poche sono belle, non ai Dialoghi, non alle moltissime lettere, documenti preziosi della sua cultura e dei suoi sentimenti, non al Rinaldo, al Monte Oliveto e alle Sette giornate, non al Torrismondo, non al poemetto drammatico pastorale Il rogo di Corinna e alla commedia Gli intrichi d'Amore, non alle Orazioni, ai Discorsi del poema eroico, all' Apologia e allo stesso Aminta, il nome del Tasso deve la celebrità, ma alla Gerusalemme liberata che fu la passione e il tormento di tutta la sua esistenza.
Vi si canta la prima crociata. Già da sei anni è cominciata la santa impresa quando, per ispirazione divina, i Crociati, messo fine alle discordie e agli indugi, eleggono capo supremo Goffredo di Buglione e marciano verso Gerusalemme. Riuscite vane le proposte di pace di Aladino, re della città santa, questa si prepara alla difesa, che è affidata al valore di Argante, di Clorinda e, più tardi, di Solimano. In aiuto degli Infedeli si schierano tutte le forze dell' Inferno che cercano in tutti i modi di nuocere ai Cristiani; fra l'altro si servono dell' incantatrice Armida la quale, presentatasi a Goffredo per averne aiuto contro immaginari nemici, ispira vivissimo amore con la sua bellezza nei guerrieri cristiani e, ottenuta una scorta dei migliori crociati, li conduce prigionieri in un suo castello incantato. Cadono nelle sue mani, fra gli altri, Tancredi e Rinaldo, questi mentre fugge dal campo dopo avere ucciso un compagno, quegli mentre insegue Erminia, che non riamata lo ama e, per curargli le ferite ricevute in duello da Argante, è uscita dalla città, rivestita delle armi di Clorinda, la famosa guerriera di cui Tancredi è pazzamente innamorato. Lontani i migliori crociati, l'esercito cristiano è duramente provato dagli assalti nemici ; il ritorno di Tancredi e degli altri prigionieri d'Armida ne rialza un po' le sorti; ma la situazione dei crociati torna a peggiorare quando, in un'ardita azione notturna, le macchine dei cristiani vengono bruciate da Argante e da Clorinda. È questa l'ultima impresa delle vergine guerriera, la quale, dopo un fiero duello, viene abbattuta da Tancredi che la riconosce solo quando lei, morente, gli chiede il battesimo. Per ritentare l'assalto a Gerusalemme occorre ricostruire le macchine guerresche ; ma i cristiani che si recano a far legna in una vicina selva ne sono respinti da terribili incantesimi, che solo Rinaldo, prigioniero e schiavo della bellezza d'Armida, potrebbe superare. Tramite incanti fatti da un mago cristiano, Rinaldo riesce ad affrancarsi dall'amorosa schiavitù, invano invitato a restar da Armida che ora sente di amarlo davvero, e col suo ritorno 1' incanto della selva è rotto e la fortuna si mostra nuovamente favorevole ai cristiani. Arde furiosa la lotta intorno a Gerusalemme : i più prodi guerrieri musulmani vengono abbattuti, Argante da Tancredi, Aladino da Raimondo di Tolosa, Solimano da Rinaldo, Altamoro è fatto prigioniero da Goffredo ; la città è finalmente liberata e il pio guerriero fermate le armi, scioglie il suo voto adorando il Santo  Sepolcro.

Con la Gerusalemme il Tasso voleva darci il poema dell' ideale cristiano e dell' ideale eroico ; ma non ci diede né l'uno né l'altro. In lui la fede non fu mai profonda, intima e calda ; fu un abito più che un bisogno e non ebbe perciò la forza di assorbire o dominare o purificare ogni altro sentimento e con il tempo quest'ultimo degenerò in mania, che, come tutte le fissazioni, ha origine non dal cuore ma dall' intelletto. Privo di una fede intima e fervida, il Tasso non poteva darci un'opera veramente ispirata dalla religione. L'elemento religioso, difatti, nella Gerusalemme è puramente esteriore, ornamentale, direi quasi retorico : rappresentazione, colorita ma fredda, di riti, non fiamma viva e bruciante di passione, non ardente ispirazione del cielo, non commozione sincera e profonda. Scopo dell'azione è la liberazione del Santo Sepolcro, ma gli eroi, quando agiscono, par che si dimentichino di tal fine e sono spinti ad operare da tutt'altro impulso che non dalla fede. 
L'elemento soprannaturale, che dovrebbe raffigurare la grandiosa lotta tra il Bene e il Male trascinante nel suo turbine ogni atto dei personaggi del poema, non inviluppato dalle radici del sentimento e non rappresentato con fantasia commossa, si riduce a un puro gioco dell' immaginazione, ad una scenografia inutile e dannosa.
Il sentimento dell'eroismo non fu certo assente dall'animo del Tasso, ma si confuse con altri sentimenti e da essi quasi sempre si lasciò sopraffare. Nella Gerusalemme vi sono assalti, duelli, battaglie che nella rappresentazione assumono grandezza veramente epica, ma vi sono, e non in minor numero, episodi d'amore, idilli, scene dolci e riposanti, che smorzano la fiamma della materia eroica e in cui con maggior compiacenza indugia il poeta, il quale forse vide agitarsi nella fantasia grandi ed omeriche figure d'eroi, ma non seppe compiutamente rappresentarli così come avrebbe voluto, distratto, forse vinto da altri sentimenti che, ben diverso dall'eroico, fiorivano dal suo cuore.
E così né Rinaldo né Tancredi né Goffredo né molti altri guerrieri dell'uno e dell'altro campo risultarono nella rappresentazione artistica vere figure d'eroi e soli Argante e Sveno ebbero dal pollice dell'artista il tratto robusto della vera epicità.

Nella Gerusalemme il Tasso più che poeta eroico si dimostra altissimo poeta lirico. Il suo poema non è il prodotto di una serena visione artistica quale poteva avere un uomo del Rinascimento, quale ebbe, più d'ogni altro, l'Ariosto ; ma è il prodotto di una visione torbida e tormentata quale poteva avere un artista di quella età di transizione. Nella Gerusalemme il Tasso mise tutto se stesso, il suo misticismo contaminato di sensualismo, il suo desiderio di pace, il suo tormento interiore, l'anima sua assetata di ideal, le sue incoerenze, la sua perenne inquietudine, la sua acutissima sensibilità. 
Ogni personaggio del poema ha qualcosa in sé della natura del poeta, vive una sofferenza che torturò il cuore dell'autore, nutre un desiderio che albergò nell'anima dell'artista, è tormentato da un dissidio che formò l' infelicità del povero Tasso. In ognuno dei suoi eroi, uomo o donna, egli vide un compagno di aspirazioni e di dolore. Aspirazioni non realizzate e dolore profondo della vita portò il Tasso nell'arte che risultò pervasa da un senso di tristezza da cui la poesia ricevette un fascino straordinario.

Il poeta, se non riuscì a tradurre in arte il suo sogno eroico, riuscì a fissare eternamente il dramma della sua anima ; desideri insoddisfatti, ideali invano perseguiti, miraggi di gloria, disgusto delle corti, brame dei sensi, aspirazioni spirituali, dubbi, incertezze, ansie, rimorsi, ricerca affannosa di solitudine e di pace trovarono posto nel poema e produssero figure indimenticabili di eroi e di eroine dall'animo inquieto, torturati dalla bramosia della gloria e dal tormento dell'amore, vittime di un terribile destino che li ha condannati a sfiorare e a non raggiungere mai la felicità, produssero meraviglie di incantesimi, pitture sovranamente belle di solitari recessi dove l'anima del poeta si rifugia, scene patetiche che sembrano preannunciare il romanticismo, che il Tasso ritrae con un'efficacia di tinte meravigliosa e con una musicalità di ritmi inarrivabile in cui sembra alfine placarsi l' interiore dissidio dell'artista.
«Da questo dissidio interno fra la realtà che lo provoca d'ogni parte e l' ideale che interrogava con occhi di desiderio e di smarrimento, ebbe origine quell'esaltazione nervosa, quella sensibilità delicata, quell' inesplicabile malinconia, di cui è tutto infuso il poema e che ne è lo spirito individuale e immortale. 

La realtà rappresentata non già con fantasia indifferente e serena come quella dell'Ariosto, ma con la trepidazione del rimorso e della paura, vi appare in una forma nuova, quasi malsana, ma più pungente, più penetrante : la voluttà è acuita dall'artificio e dalla raffinatezza; l'amore è rigato di belle lacrime e si esala nell'elegia e nella fantasticheria; la violenza è mescolata con sentimenti gentili, l'amore, la tutela della donna, la pietà per il debole, la sete di gloria, l' inverecondia è giustificata dall'eccesso della passione. E ciascun sentimento è guardato da vicino, analizzato, scrutato in ogni sua parte, cercando di cogliere perfino nella sua essenza, che non ha parole, ma suoni e, meglio che con la poesia, si esprime con la melodia.
  L' ideale non vi è netto e concreto : il poeta era ancor rispettoso alla realtà da potere distinguerlo nettamente da questa, precisarlo e attestarlo con sicura fermezza. Più che l' ideale, nella Gerusalemme geme il tormentato bisogno dell' ideale : il Tasso ne sente e ne coglie solo le qualità esterne e formali, la nobiltà dei modi, la magnanimità, l'educazione intellettuale e cavalleresca, la galanteria verso la donna : gliene sfugge il valore supremo, che è la volontà del dovere .... Un ideale così superficialmente sentito non poteva certo incarnarsi in una coerente e compiuta creazione poetica : e proprio per questo le figure del Tasso quasi tutte sono frammentarie e il loro pregio segnatamente consiste nel tono lirico, nell' intimità soggettiva e sincera che vi  ha infuso l'anima grave, affettuosa e sognante dell' infelice Torquato. L'ideale che preavvertì doveva trovare più tardi la sua forma perfetta: al poeta della Gerusalemme basta la gloria di avere espresso in figurazioni squisitamente patetiche lo strazio del suo proprio cuore, la sua contraddittoria, smaniosa e nostalgica aspirazione a una verità superiore confusamente intravista, il giovanile entusiasmo di una vita più ricca, più nobile, più cavalleresca, più umana, l'angoscia del vuoto fra un passato distrutto e un tenebroso futuro la quale era forse nella coscienza di tutti in quello scorcio di secolo, ma che solo il Tasso riuscì ad esprimere in versi così teneramente gementi e soavi (Cesareo) ».

ARCHITETTURA, PITTURA E SCULTURA
MICHELANGELO, RAFFAELLO, TIZIANO


Nel Cinquecento splendido e straordinario è il rigoglio dell'arte, la quale è l'unica luce che risplende sulla nostra nazione caduta in tanta miseria civile. 
* Nell'architettura eccellono il BRAMANTE (1444-1514), i MAIANO, i SAN GALLO, i LOMBARDI, Jacopo Barozzi detto il VIGNOLA, Giulio ROMANO, MICHELI SAN MICHELI, il SANSOVINO e ANDREA PALLADIO. 
* Nella scultura acquistano fama ANDREA SANSOVINO, il GIAMBOLOGNA, il CELLINI ;
*  Nella pittura il MANTEGNA, il BOTTICELLI, LEONARDO DA VINCI, il SIGNORELLI, il PERUGINO, il PINTURICCHIO, il GHIRLANDAIO, ANDREA DEL SARTP, il CARAVAGGIO, il SODOMA, BERNARDINO LUINI, Antonio Allegri detto il CORREGGIO, il GIORGIONE, SEBASTIANO DEL PIOMBO, Paolo Caliari detto il VERONESE, il TINTORETTO. 
Fra tutti questi artisti si levano giganteschi MICHELANGELO, RAFFAELLO e il TIZIANO, che basterebbero da soli a rendere illustre una nazione.

Pittore, scultore, architetto, poeta, MICHELANGELO BUONARROTI  è il più grande artista del Rinascimento. 
L'INTERA CRONOLOGIA DELLA SUA VITA  QUI
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Nato a Caprese, nell'Aretino, il 6 marzo del 1474, egli visse a Firenze, a Bologna e a Roma, lavorò per Giulio II, Leone X e Clemente VII, si rese utile alla difesa della libertà fiorentina, durante il memorabile assedio, fortificando la città, e si spense a Roma, novantenne nel 1564. Architetto, comincia la sua attività col progetto per la facciata di San Lorenzo e con la cappella medicea, la continua con la Biblioteca Laurenziana e dà piena la misura del suo ingegno con le opere eseguite a Roma al palazzo Farnese e a San Pietro con la famosa cupola che è il suo capolavoro architettonico. Opera sua sono anche la chiesa di Santa Maria degli Angeli, il convento dei Certosini e la porta Pia.

Come pittore acquista gran fama con la Deposizione, la Madonna di Manchester e la Sacra famiglia dei Doni, si dimostra artista vigorosissimo con il cartone della Guerra di Pisa e dà prova della potenza del suo genio con i meravigliosi affreschi della Cappella Sistina nei quali raffigurò gli Antenati della Vergine, figure di Profeti e di Sibille : il Serpente di bronzo, Davide e Golia, Giuditta e Oloferne, Ester, e i principali fatti della Genesi dalla Creazione al Diluvio. Altra possente raffigurazione eseguita nella medesima cappella, è il Giudizio Universale, «opera - scrive il Lipparini -più satanica che divina, in cui ogni tradizione, sia di forma, sia di concetto, è disprezzata, ed una umanità nuova e terribilmente afflitta si agita nella grande parete. È qui una possanza fino allora ignota, superiore a quella dimostrata dallo stesso Michelangelo nelle altre sue opere. Ma forse andò troppo oltre, e il suo ingegno non riuscì a costringere in ogni parte l'eccessiva potenza della concezione. Quei grandi corpi ignudi, con muscoli che la realtà non segnò mai dimostrano una scienza anatomica strabiliante, che forse oltrepassano l'estremo dell'arte ». Le ultime sue opere pittoriche sono la Conversione di San Paolo e la Crocefissione di San Pietro nella Cappella Paolina.

Come scultore, Michelangeolo si rivelò con il bassorilievo raffigurante il Combattimento dei Centauri e dei Lapiti. Creò poi il San Giovanni Battista, il Cupido addormentato, il Cupido inginocchiato, il Bacco ebbro, l'Adone morto, la prima Pietà, il David e la Madonna di Bruges e pose mano al sepolcro di Giulio II che rimase incompleto e del quale ci rimangono quattro gruppi: i due Schiavi ora al Louvre, i quattro Schiavi del giardino di Boboli, il Genio della Vittoria del Museo Nazionale e il grandioso Mosè, capolavoro michelangiolesco, con le due allegorie di Lia e Rachele. 
Opere meravigliose del pari sono le tombe medicee nella cappella di San Lorenzo, con le statue di Lorenzo duca d' Urbino e Giuliano duca di Nemours e la bellissima allegoria del Giorno, della Notte, del Crepuscolo, dell'Aurora. Altra bella statua di Michelangelo è quella del Cristo che si trova nella chiesa della Minerva a Ro ma ; le ultime sue creazioni di scultura sono l'Apollo, il Busto del Museo di Firenze, e la seconda Pietà di Santa Maria del Fiore, e la terza quella del Rondanini.


RAFFAELLO

Colui che diede alla pittura la più grande e perfetta bellezza fu Raffaello Sanzio, nato ad Urbino il 28 marzo del 1483. Ebbe primi maestri il padre Giovanni Santi e Timoteo Viti; nel 1499 passò nello studio del Perugino e da allora si vuol far cominciare il primo periodo dell'attività artistica dell'Urbinate, il quale nelle opere prodotte in quel tempo imita il grande maestro, ma fa subito presagire con la freschezza dell' ispirazione, il colorito caldo e vivo, la grazia luminosa, il grande artista futuro. Le più importanti opere di questo primo periodo sono : la Madonna della raccolta Solly, la Madonna del Libro, l' Incoronazione della Vergine, lo Sposalizio, le Tre Grazie, il Sogno del Cavaliere, il San Giorgio e il San Michele. Il secondo periodo dell'attività di Raffaello, detto fiorentino, va dal 1504 al 1508 e produce lavori di straordinaria e mai più raggiunta bellezza in cui alla soave delicatezza si sposa la tecnica perfetta del disegno e del colore. Fra le Madonne dipinte in questo periodo - cui appartengono anche il San Giorgio a cavallo e la Deposizione - le più celebri sono quelle del Granduca, quella del Baldacchino, quella del Cardellino e quella del Prado. Prodigiosa è l'attività raffaellesca del terzo periodo, il romano, in cui si affermano l'originalità e la grandezza della sua arte. A questo periodo appartengono la Storia di Galatea e la Storia di Psiche, la Madonna di Foligno, la Madonna del Pesce, la Madonna Aldobrandini, la Vergine del Diadema, la Santa Cecilia, la Madonna della Seggiola e quella di San Sisto, i meravigliosi ritratti di Giulio II, di Leone X, di Fedro Inghirani, di Baldasar Castiglione e la decorazione delle Stanze e delle Logge Vaticane, in cui il Sanzio dipinse le sue opere più grandiose ed importanti: nella prima stanza la Scuola d'Atene, la Disputa del Sacramento, il Parnaso, la Promulgazione delle Pandette e delle Decretali, nella seconda la Cacciata di Eliodoro, la Messa di Bolsena, l' Incontro di Papa Leone ed Attila e la Liberazione di San Pietro, nella terza l' Incendio di Borgo e la Battaglia di Ostia. Ultima opera di lui fu la Trasfigurazione; ma questa purtroppo rimase incompiuta per la morte del pittore che, ancora giovanissimo - aveva appena trentasette anni - cessò di vivere nel 1520.


TIZIANO

Tiziano Vecellio fu il più grande dei pittori della scuola veneziana che vanta il GIORGIONE, SEBASTIANO DEL PIOMBO, GIACOMO PALMA, Giovanni Antonio da PORDENONE , BARTOLOMEO MONTAGNA , il VERONESE e il TINTORETTO. 
Tiziano visse a lungo, quasi centenario; nato infatti a Pieve di Cadore nel 1477, morì nel 1576 ; dipinse moltissimo, fu cantato dall'Ariosto, lodato dal Bembo e dall'Aretino e onorato da Pontefici, imperatori e principi e, secondo la leggenda, vide Carlo V, il superbo monarca, chinarsi umilmente e raccogliergli il pennello. Di vario argomento furono le sue numerose opere e in tutte impresse l' orma del suo genio creatore. Soggetti sacri e profani, storici e mitologici, figure di santi e ritratti, sono meravigliosi per la forza della concezione, per la vivezza e l'evidenza dell'espressione e per la magia del colore. Fra le opere sue di argomento religioso importantissime sono il San Marco, il Cristo dal denaro, la Vergine dei Pesaro, il San Pietro Martire, la Presentazione della Vergine e l'Assunta; fra quelle di soggetto mitologico vanno ricordati gli Amorini, l' Incontro di Bacco ed Arianna, Giove e Antiope, Venere e Adone; fra quelle d'argomento storico la Sottomissione del Barbarossa ad Alessandro III e la Battaglia del Cadore; fra i ritratti quelli di Laura Dianti, favorita del duca di Ferrara, di Paolo III, di Carlo V, di Francesco I, di Filippo II, del duca e della duchessa d' Urbino, di Ippolito de' Medici, del Bembo e dell'Aretino
Di lui il Carducci, che ne ammirò l'arte possente, cantò nell'ode Cadore : " Sei grande. Eterno co 'l sole l' iride - de' tuoi colori consola gli uomini, - sorride natura a l'idea - giovin perpetua ne le tue - forme. Al baleno di quei fantasmi - roseo passante su 'l torvo secolo - posava il tumulto del ferro, - ne l'alto guardavano le genti
...."

vedi per approfondire su MACHIAVELLI, GUICCIARDINI, ARETINO, VICO
IN RIASSUNTI dal '500 in poi

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (5 vol) Nerbini
STORIA DELLA LETTERATURA IT. (9 vol.) Garzanti)
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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