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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI  1605 - 1700

IL PAPATO NEL SECOLO XVII
 
( 1605 - 1700 )

LEONE XI - PONTIFICATO DI PAOLO V - IL PAPATO E VENEZIA -- GREGORIO XV - URBANO VIII; SUO NEPOTISMO - GUERRA DI CASTRO - LEGA ITALIANA CONTRO IL PAPA - LA DOTTRINA DI GIANSENIO - PROCESSO CONTRO GALILEO - INNOCENZO X - DISTRUZIONE DI CASTRO - OLIMPIA PAMPHILI - ALESSANDRO VII -- L'AFFARE DEI CORSI - CLEMENTE IX - CLEMENTE X - INNOCENZO XI - ALESSANDRO VIII - INNOCENZO XII
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LEONE XI - PONTIFICATO DI PAOLO V


II prino Pontefice eletto nel secolo XVII fu il cardinale ALESSANDRo de' MEDICI, il quale, eletto nel 1605 dopo la morte di CLEMENTE VIII, pontificò soltanto ventisei giorni col nome di LEONE XI.

A succedergli fu chiamato il cardinale CAMILLO BORGHESE, che prese il nome di PAOLO V. 
Il nuovo pontefice aveva un altissimo concetto della sua missione, era rigido sostenitore dei diritti del Papato e pretendeva di imporre l'autorità pontificia sugli stati cristiani o eretici. 

« I conflitti, - cito il Callegari - che dovettero derivare da tali pretese nei molteplici rapporti tra la Chiesa e lo Stato, produssero reazioni e rappresaglie da una parte e dall'altra. L' Italia non fu immune da questi mali, perché ben comprendeva il Papato che non avrebbe mai potuto affermare le sue pretese sugli altri Stati, se prima non avesse potuto affermarle sui governi della penisola. 
Per questo Paolo V fin dall'inizio del suo pontificato si era trovato in contrasto con Napoli, con il duca di Savoia, con Genova, con Lucca, con il Granduca di Toscana, i quali tutti avevano poi dovuto piegarsi innanzi all'autorità ecclesiastica, chi per timore, chi per rispetto, Chi per non dar luogo a turbamenti maggiori ».

Ma la repubblica di Venezia, che non tollerava alcuna ingerenza estranea negli affari della sua politica interna, non volle mai piegarsi alla volontà della Santa Sede. Fin dagli ultimi anni del pontificato di Clemente VIII erano sorti gravi dissidi tra la curia pontificia e la repubblica per aver questa preso al suo servizio per la guerra contro gli Uscocchi alcuni banditi che infestavano lo Stato della Chiesa; questi dissidi si esasperarono sotto il pontificato di SISTO V, il quale si lamentava che Venezia avesse abolito il diritto di prelazione del clero sui beni ecclesiastici enfiteutici e avesse proibito la fondazione di chiese e luoghi pii, le donazioni e i legati senza l'autorizzazione dello Stato. Queste lamentele condussero ad un'aperta rottura tra Roma e Venezia quando questa arrestò e chiuse in carcere due preti colpevoli di molti delitti.

Erano questi il canonico SARACENI di Vicenza e l'abate MARCANTONIO BRANDOLIN di Nervesa. 
Il primo era accusato di avere osato « di levare e sfregare violentemente fino a 16 bolli di S. Marco, di avere ingiuriata in tempo di notte e deturpato la porta di Lucietta Fachina; di avere insidiata l'onestà di donna Nivenzia Trissina, nobile vicentina e sua parente, di costumi onestissimi, avendo più volte nelle pubbliche strade e chiese tentato di contaminarla, e fattole diverse romanzine et insulti alla propria casa sua, in tempo di notte, con sassi e parole ignominiose, et deturpandole la porta con scandalo universale ». 
 Il secondo era imputato di truffe, di violenze, di ferimenti, di stupri e di omicidi. PAOLO V chiese che gli venissero consegnati i due preti per sottoporli al giudizio dei tribunali ecclesiastici; Venezia però si rifiutò e spedì a Roma un ambasciatore per esporre i motivi del rifiuto, ma il Pontefice, istigato dalla Spagna, non volle ascoltare le giustificazioni della repubblica e il 16 agosto del 1606 la minacciò di scomunica se entro ventiquattr'ore non avesse revocato i decreti promulgati contro le prerogative del clero.
A Roma si sperava che le popolazioni venete, appena venute a conoscenza del monito, col quale il Pontefice lanciava l' interdetto, si sarebbero sollevate; ma il governo della repubblica prese le misure necessarie per prevenire e reprimere possibili sedizioni costituendo una milizia cittadina, quindi vietò che il monito fosse diffuso entro i confini dello Stato veneto, ordinò ai religiosi di non parlare dell'interdetto e nominò consultore fra PAOLO SARPI, un dotto servita e strenuo assertore del principio che sosteneva la netta divisione della potestà politica da quella religiosa e l'assoluta esclusione della Chiesa da ogni ingerenza negli affari interni dello Stato.

Il Sarpi, che fu accusato di eresia  (gli studi hanno invece dimostrato che era un sincero cattolico) sostenne con grande fermezza nell'aspra lotta contro la Curia Romana i diritti della repubblica, la quale proibì severamente che nel suo territorio venissero sospese le pratiche del culto ed espulse i Gesuiti e i Cappuccini che, ligi a Roma, non volevano sottostare ai decreti del senato.
Il conflitto durò aspro per parecchio tempo e diede luogo ad aspre polemiche; si pubblicarono versi e prose per difendere e affermare i diritti di Venezia contro le pretese pontificie; si rispose col mettere all'indice tutti gli scritti contrari alle affermazioni della Curia; furono dichiarati nulli i matrimoni contratti durante il periodo della scomunica; si controbatté confutando la validità dell'interdetto; all'accusa di eresia e di scisma lanciata contro i difensori dei diritti della repubblica risposero questi protestando il loro attaccamento alla fede cattolica.

Poiché il dissidio tra la Chiesa e Venezia minacciava di mutarsi in guerra, la Francia, l'Olanda, il duca di Savoia ed altri offersero la loro mediazione per ristabilire la pace ed Enrico IV ottenne di indurre i contendenti ad un accordo. Si stabili che il Pontefice toglierebbe l' interdetto e che i Veneziani permetterebbero il ritorno ai religiosi, eccettuati i Gesuiti, e consegnerebbero i due preti al cardinale di Joyeuse, inviato del re di Francia; ma il Senato si rifiutò di revocare i decreti contro le prerogative della potestà ecclesiastica, non volle riconoscere la validità dell' interdetto e ricusò l'assoluzione.

Non soltanto dagli sforzi fatti per affermare l'autorità del Papato su popoli e principi fu assorbita l'attività di Paolo V. Egli si adoperò a diffondere il Cattolicesimo tra i protestanti e i pagani e caldeggiò anche l'idea di una crociata che cacciasse i Turchi dall' Europa.

Nel 1609 i Greci sottomessi alla Porta si rivolsero a CARLO di GONZAGA duca di Nevers perchè come discendente dei Paleologo si adoperasse a liberarli dai Turchi. Intermediario tra il Nevers e i Greci era il padre Giuseppe, che prima si era recato in Francia per procurare aiuti agli insorti greci, poi era andato a Roma per indurre il Pontefice a bandire una crociata.

Il padre Giuseppe parlò con tanta eloquenza dei benefizi che avrebbero ricevuti la Chiesa cattolica e il Papato dall' impresa che persuase Paolo V a dichiarare che avrebbe capitanata la crociata e avrebbe invitato i principi cristiani a parteciparvi. Nel 1618 il Pontefice ordinò ai nunzi apostolici di Parigi, Madrid, Praga, Treviri, Magonza, Torino e Colonia di chiedere per l' impresa il concorso dei principi presso cui risiedevano, e l'anno dopo si posero le basi di un accordo fra le varie potenze cattoliche d'Europa. Ma la cosa non ebbe seguito per gli avvenimenti politici che distrassero i principi dal pensiero della santa impresa. Qualche anno dopo (il 28 gennaio 1621) cessava di vivere Paolo V .

GREGORIO XV - PONTIFICATO DI URBANO VIII

A Paolo V successe il 9 febbraio GREGORIO XV, che pontificò dal 1621 al 1623. Suo successore il 6 agosto fu il cardinale MAFFEO BARBERINI che prese il nome di URBANO VIII.

Egli era d'avviso che lo Stato pontificio dovesse più che con un'abile politica esser difeso dalla forza delle armi, quindi, assestate alla meglio le finanze esauste, fece costruire fortezze e castelli in vari punti dello Stato, rafforzò con nuovi bastioni Cartel Sant'Angelo, eresse a Roma fabbriche di armi e vi chiamò dall'estero operai e rinomati maestri, facendo sì che in breve l'armeria pontificia fosse in grado di fornire armi per quarantamila soldati a piedi e a cavallo.

Base della sua politica estera fu l'equilibrio tra la Francia e la Spagna e l'indipendenza della Santa Sede dalla Spagna e dall'impero. Dapprima favorì, è vero, la politica imperiale perché questa favoriva la restaurazione del Cattolicesimo in Germania, ma quando comprese che Spagna ed Impero, diventando troppo potenti, minacciavano di turbare l'equilibrio europeo e potevano nuocere all'autorità del Papato, Urbano VIII cercò di rialzare il prestigio della Francia.

Contemporaneamente cercò d'ingrandire più che poteva lo Stato della Chiesa. Abbiamo visto come fosse riuscito a farsi cedere il ducato d' Urbino da Francesco Alaria II; vedremo ora in quale modo operò per strappare alla casa Farnese il ducato di Castro.

Alla lotta contro i FARNESE, oltre che dal proposito di ingrandire lo Stato ecclesiastico, il Pontefice fu spinto dall'ambizione dei suoi parenti ai quali conferì cariche lucrose e volle ma non vi riuscì di costituire uno Stato. Nominò infatti il fratello CARLO generale della Chiesa e duca di Monterotondo comperandogli da don Filippo Colonna il principato di Palestrina, nominò FRANCESCO BARBERINI suo primo ministro, cercò di dare al nipote TADDEO, cui assegnò un'annua rendita di sessantamila scudi, il ducato d' Urbino e, fallitogli il disegno di sposarlo con VITTORIA della ROVERE, gli diede in sposa ANNA COLONNA. (Vedi anche il riassunto "I Piccoli Stati")

Era duca di Parma e Piacenza ODOARDO FARNESE che per la rovinosa guerra contro la Spagna di cui abbiamo fatto parola, e per le spese pazze si era ingolfato nei debiti ipotecando nei Monti di Roma le rendite del suo ducato di Castro.
I Barberini avevano proposto al duca di sollevarlo dalle strettezze finanziarie in cui si trovava purché cedesse loro il ducato di Castro e accettasse in sposa  suo figlio Ranuccio una figlia di Taddeo; ma il Farnese rifiutò le proposte e questo fatto costituì il primo germe di odio tra le due famiglie che doveva portare ad una completa rottura quando Odoardo, recatosi a Roma, fu sicuro di non essere stato ricevuto con i dovuti onori dal Pontefice e richiamò dallo Stato Pontificio il suo rappresentante diplomatico.

Le rappresaglie pontificie non tardarono a venire; infatti il 20 di marzo del 1641, violando i privilegi accordati ai Farnesi da Paolo III, si vietò con un editto la raccolta del grano dal ducato di Castro, che era formato dai paesi di Nepi, Capodimonte, Vesenzo, Teseo, Signeno, Morano, Ronzano, Arlena, Civitella, Valerano, Corchiano, Fabbrica, Borghetto e Acquasparta.

All'editto papale Odoardo Farnese rispose fortificando Castro. Urbano VIII allora gli  intimò con un primo monitorio di sospendere i lavori di fortificazione e  poichè il duca non obbediva, gli inviò una seconda intimazione fissandogli un termine di trenta giorni e minacciandolo della scomunica.

Mentre il Pontefice cercava di atterrire il duca, sapendo che vane sarebbero state le minacce, allestiva un esercito di quindicimila uomini mettendolo sotto il comando di TADDEO BARBERINI, di Luigi Matteí e di Cornelio Melvagia, e faceva assalire Castro che cadde in potere della Santa Sede l' 11 agosto del 1642. Poco dopo il Farnese veniva scomunicato e dichiarato decaduto da tutti i feudi e sul suo Stato veniva lanciato l' interdetto.

Come fosse giudicato l'agire di Urbano VIII, che aveva espresso il proposito di invadere con le armi anche il ducato di Parma e Piacenza, risulta da quanto il ministro cardinale RICHELLIEU scriveva al cardinale MAZZARINO,  «Io vedo con molto dispiacere il potere spirituale della Chiesa impiegato per accrescere il potere temporale dei Papi allo scopo di risolvere a loro vantaggio certe questioni che sono più dannose che propizie alla salute delle anime».

Non diversamente dal grande uomo politico di Francia la pensavano i principi italiani, i quali inoltre sentivano il bisogno di premunirsi dallo spirito aggressivo del Pontefice e dei suoi parenti e temevano che il Farnese si rivolgesse per aiuti agli stranieri provocando nuove guerre in Italia tra la Francia e la Spagna.
Fu perciò che il 31 Agosto del 1642 i Veneziani, il granduca di Toscana e il duca di Modena conclusero una lega e più tardi stabilirono di soccorrere il Farnese al quale si permetteva di partecipare all'alleanza. Questi nel frattempo iniziava trattative col Richelieu, quindi, essendo fallito un tentativo francese di conciliarlo con Urbano VIII, sostenuto dalla lega aveva invaso con un esercito la Romagna sgomentando con i suoi successi la Curia Romana.
Il Pontefice cercò di stornare dai suoi Stati il nemico e nel medesimo tempo di ingrandire il Patrimonio a spese della Spagna. Per mezzo del Cardinale SPADA propose alla Francia un'alleanza in cui dovevano essere inclusi il Farnese, il Granduca, Modena e Venezia. Scopo della lega doveva essere la cacciata degli Spagnoli dal Napoletano; a impresa compiuta, ODOARDO FARNESE avrebbe avuta la corona di Napoli, la Chiesa si sarebbe estesa fino a Gaeta, sul trono di Parma e Piacenza si sarebbe posto TADDEO BARBERINI, alla Toscana si sarebbero date le città marittime vicine, e parte del ducato di Milano sarebbe stato del duca di Modena e della repubblica di Venezia, il resto della Francia.

Ma i negoziati per risolvere la questione del ducato di Castro non approdarono a nulla ; si rinnovò la lega contro il Pontefice e dopo alcuni fatti d'arme, nella primavera del 1644 la guerra aveva termine col trattato di Ferrara nel quale era stabilito che Odoardo doveva ritirarsi dai luoghi occupati nello Stato pontificio e Urbano VIII doveva restituire ai Farnesi il ducato di Castro e togliere l'interdetto.

Fu proprio sotto il pontificato di Urbano VIII che ottantacinque vescovi di Francia chiesero la condanna, perché ritenute eretiche, di cinque proposizioni contenute nella dottrina di GIANSENIO. Il Papa istituì la Congregazione dei Tredici, la quale esaminò le proposizioni e pronunciò quindi la condanna.
Sotto il pontificato del medesimo Urbano ebbe luogo il processo contro GALILEO GALILEI, della cui opera scientifica e letteraria parleremo altrove. Chiamato dal Sant' Ufficio, egli, sebbene ammalato, dovette recarsi a Roma e, abbandonato dal Papa che gli era amico, come prima era stato abbandonato da Ferdinando II dei Medici, fu costretto a rinnegare le sue dottrine scientifiche.

Urbano VIII mostrò una speciale predilezione per l'arte e, insieme con i suoi nipoti, spese somme ingenti nel raccogliere quadri, statue, arazzi, mosaici e pietre preziose. Ordinò al BERNINI la Confessione della Basilica di San Pietro e diede incarico al MADERNO di dirigere i lavori della ricostruzione del palazzo sforzesco delle Quattro Fontane, le cui sale vennero ornate di pregevoli pitture tra le quali quella di Pietro Berretini che rappresenta l'apoteosi di Maffeo Barberini.

Urbano VIII si spense il 16 luglio del 1644 dopo venti anni, 
undici mesi e dieci giorni di pontificato.

INNOCENZO X - ALESSANDRO VII - CLEMENTE IX - CLEMENTE X - INNOCENZO XI - ALESSANDRO VIII - INNOCENZO XII.

(per le singole biografie vedi " I PAPI DI 2000 ANNI"


Nel settembre del 1646, dopo un mese e mezzo di conclave, venne eletto il cardinale GIAMBATTISTA PAMPHILI che prese il nome di INNOCENZO X.

Nei primi anni del suo pontificato si rinnovò la guerra di Castro a causa dell'assassinio di Monsignor Cristoforo Giarda per mandato di un ministro del duca RANUCCIO FARNESE. Fu messo in marcia un esercito che, invaso il piccolo ducato, costrinse alla resa Castro, di cui nulla le truppe pontificie rispettarono neppure quegli edifici che erano pregevole opera del Sangallo. La città fu rasa al suolo e il Papa ordinò che fra le rovine venisse innalzata una colonna con l'epigrafe: Qui fu Castro.

Il precedente pontificato era stato caratterizzato da un nepotismo sfacciato: TADDEO BARBERINI aveva ricevuto per assegno dalla Camera Apostolica cinque milioni di scudi, atto milioni per titolo di somme prelevate sotto i benefici vacanti, altri cinque se n'era procurati sui titoli delle conquiste, condanne e multe e due dalla rendita degli uffici; inoltre per la guerra di Castro aveva ricevuto quarantadue milioni di scudi, di cui non tutti erano stati certamente spesi. A molte migliaia di scudi annui ammontavano le rendite dei cardinali Barberini senza contare fra le loro ricchezze quelle costituite dai palazzi, dalle ville, dalle opere d'arte, dagli oggetti d'oro e d'argento e dai gioielli.

Dal nepotismo non fu immune il pontificato di Innocenzo X. Basti citare il nome di donna OLIMPIA PAMPHILI, moglie di un fratello del Papa, la quale per l'ascendente che aveva sul cognato era potentissima e seppe ammassare immensi tesori vendendo favori e benefici. Ingorda ed avara, negli ultimi anni di vita del Pontefice vendette benefici ecclesiastici per l'importo di mezzo milione di scudi, e quando, il 6 gennaio del 1654, Innocenzo X morì, asportò dalla stanza di lui tutto quel che trovò e nulla volle dare per la sepoltura.

E così per l'avarizia dei parenti il cadavere del Pontefice dovette rimanere un giorno intero in una stanzaccia, esposto al pericolo d'essere rosicchiato dai topi, e solo dalla generosità del maggiordomo SCOTTI che fece costruire una povera cassa e del canonico SEGNI che spese cinque scudi per la sepoltura lo fece alla fine scendere nella pace del sepolcro.

"Grande insegnamento - scrive il cardinale PALLAVICINO - ai Pontefici- quale corrispondenza di affetto possano aspettarsi dai parenti per cui talora hanno posto a rischio la coscienza e l'onore » .

Successe ad Innocenzo X il cardinale CHIGI, che il 7 aprile del 1655 fu eletto Papa col nome di ALESSANDRO VII. Nessun fatto importante registra il suo pontificato, il quale rimase esposto alla prepotenza della Francia da cui dovette subire una grave umiliazione.
Il 20 agosto del 1662 tre soldati francesi, avendo insultati alcuni soldati corsi al servizio della Santa Sede, furono da loro messi in fuga e costretti a rifugiarsi presso l'ambasciata di Francia che aveva sede al Palazzo Farnese. Desiderosi di rifarsi dello scacco subito, uscirono armati con numerosi altri compagni e, imbattutisi in due soldati corsi, li conciarono malamente.
Giunta la notizia di questa aggressione alla caserma della Trinità dov'erano acquartierati i corsi, molti di costoro, malgrado l'opposizione degli ufficiali, si recarono al palazzo Farnese, lo circondarono e ferirono ed uccisero parecchi passanti. Più gravi disordini poterono essere evitati grazie all'intervento del governatore di Roma e del capitano delle armi.
Questo fatto diede pretesto all'ambasciatore francese CREQUI per infliggere una grave umiliazione alla Santa Sede. Nella relazione al suo governo egli rappresentò 1'incidente come ua ignobile violazione del diritto delle genti organizzata dai parenti del Pontefice e dal cardinale Imperiale, governatore di Roma. Ne seguì che LUIGI XIV ordinò al Nunzio Pontificio di lasciare Parigi e il Créqui in una circolare diramata al corpo diplomatico chiese come primo compenso la degradazione del cardinale, l'estradizione del fratello del Papa, don Mario Chigi, capitano delle armi, l' invio a Parigi di un legato pontificio per fare le scuse alla corte francese, la condanna a morte di alcuni corsi, l'erezione di una colonna in memoria dell'accaduto e infine la restituzione di Castro ai Farnese e di Comacchio agli Estensi.
Invano il Pontefice deplorò il fatto, escluse la responsabilità del suo governo e si dichiarò pronto a dare una onorevole riparazione, invano vari principi italiani cercarono di acquietare il sovrano e di indurlo ad un aggiustamento; il Créqui a cui venne rimessa la soluzione della vertenza non volle recedere dalle sue richieste e Luigi XIV fece chiaramente comprendere che era pronto a farsi giustizia con le armi.
Di fronte all'atteggiamento risoluto della Francia, al Pontefice non rimase che di cedere e il 12 febbraio del 1664 firmò a Pisa un accordo a queste condizioni: il cardinale Chigi andrebbe a Parigi a presentar le scuse del governo pontificio, don Mario dichiarerebbe di essere stato estraneo all' incidente, il cardinale Imperiale si recherebbe in Francia per giustificarsi, i parenti e i ministri del Papa riceverebbero solennemente in Roma il duca e la duchessa di Créqui, tutti coloro che avevano prese le parti dell' ambasciatore sarebbero amnistiati, si dichiarerebbero i Corsi incapaci di servire nello Stato della Chiesa e a memoria del fatto doversi erigere una piramide di fronte al corpo di guardia dei Corsi.

Tre anni dopo il trattato di Pisa, nella primavera del 1667 cessò di vivere Alessandro VII e il 21 giugno veniva eletto il cardinale GIULIO ROSPIGLIOSI che prendeva il nome di CLEMENTE IX. Due anni e mezzo circa durò il suo pontificato, durante il quale il Pontefice diede prova di bontà, di equità, di avversione al nepotismo, si mantenne in buoni rapporti con gli Stati europei, e trovò il tempo di emanare saggi provvedimenti per fare rifiorire economicamente lo Stato pontificio e di favorire le industrie, le lettere e le arti.

Morto Clemente IX nel dicembre del 1669, dopo quattro mesi di conclave venne eletto il vecchio cardinale ALTIERI (aprile del 1670), che assunse il nome di CLEMENTE X e pontificò sei anni. Dopo la sua morte, avvenuta il 22 luglio del 1676, i voti del laborioso conclave portarono al soglio pontificio col nome di INNOCENZO XI il cardinale BENEDETTO ODESCALCHI di Como (21 settembre 1676).

Di rigidi costumi, egli volle porre un freno al lusso dei cardinali, proibì ché si vendessero le cariche ecclesiastiche, vietò a Roma i giuochi d'azzardo e cercò di sradicare il nepotismo cominciando col togliere ai parenti dei Pontefici l'esenzione da certe imposte di cui usufruivano e con il dar l'esempio egli stesso non concedendo benefici al proprio nipote Livio Odescalchi.
Durante il suo pontificato, tornando i Turchi a minacciare l' Europa centrale, Innocenzo XI eccitò i principi cristiani a unire le loro forze per respingere gli infedeli e nel gennaio e nell'aprile del 1683 invitò Luigi XIV a partecipare alla guerra contro il Turco o almeno a non molestare l'impero mentre questo era impegnato contro gli Ottomani. 
Luigi non solo non mandò aiuti, ma segretamente intimò ai principi italiani di non soccorrere l'imperatore, facendo così voto per la vittoria dei Turchi. Questi però, che in numero di trecentomila nell'estate del 1683 sotto il comando di Mara Mustafà erano andati ad assediare Vienna, furono pienamente sconfitti da Giovanni Sobieski di Polonia.

Anche contro Innocenzo XI cercò Luigi XIV di esperimentare la propria potenza.
Poichè il Pontefice con la bolla del 12 maggio 1687 aveva riconfermato i decreti di altri Papi abolendo le franchigie o immunità che gli ambasciatori delle potenze accreditati a Roma si erano arrogate e minacciando la scomunica contro coloro che avessero violate le disposizioni pontificie, Luigi XIV inviò a Roma il marchese di LAVARDIN, che osò presentarsi al Papa e intimargli di ritirare il decreto. Ma Innocenzo XI tenne duro e questa volta il re di Francia dovette venir lui agli accordi e richiamare l'ambasciatore.

Innocenzo XI pontificò poco meno di tredici anni. Cessò di vivere l' 11 agosto del 1689 ed ebbe come successore il vecchio cardinale veneto OTTOBUONI, che il 6 ottobre fu eletto Papa col nome di ALESSANDRO VIII.
Vecchio ottantenne, ma energico e risoluto, mosse guerra accanita alle eresie, perseguitò le fattucchiere, e purgò lo Stato pontificio dai delinquenti che lo infestavano, ma fece risorgere la mala pianta del nepotismo, favorendo il cardinal PIETRO Ottobuoni suo nipote cui comperò il ducato di Fiano per centosettantamila scudi. All' imperatore, perché potesse armarsi meglio contro il Turco, da buon veneziano mandò cinquantamila scudi ed altri aiuti probabilmente gli avrebbe forniti se il 1° febbraio del 1691 non fosse stato sorpreso dalla morte dopo un anno e quattro mesi di pontificato.

In un curioso documento del tempo, in forma di discorso fatto da questo Pontefice a dodici cardinali pochi giorni prima della morte, abbiamo una difesa che Alessandro VIII, o altri per lui, fa dell'accusa di nepotismo; ma essa più che difesa è un tentativo di giustificazione dei favori concessi ai nipoti e delle somme loro assegnate.

Alessandro aveva trovato e lasciato le finanze dello Stato assottigliate dal nepotismo finanziario dei Pontefici e sentivano tutti il bisogno di un Papa che estirpasse finalmente questa mala pianta. Non era però cosa facile trovarlo e ce ne fa fede il tempo impiegato dal conclave per eleggere un nuovo Pontefice disinteressato, che seguisse le orme di Innocenzo IX e di Innocenzo XI. Finalmente i cardinali si accordarono scegliendo ANTONIO PIGNATELLI, che doveva pontificare per tutto il resto del secolo, e, quasi per assicurare il Sacro Collegio e i sudditi della condotta che avrebbe tenuta riguardo al nepotismo, prendeva il nome di INNOCENZO XII.

FINE

( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

 

Contemporaneo a questo periodo d'inizio del XVII secolo
andiamo ora al periodo degli ultimi Medici a Firenze

ed è il periodo che va dal 1608 al 1685

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