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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI  1608 - 1685

GLI ULTIMI MEDICI - GENOVA NEL XVII SEC.
 
( 1608 - 1737 ) - - - - - - - - - -  (1628-1685 )

COSIMO II - SUA POLITICA - IMPRESE DI DACOPO INGHIRAMI CONTRO I TURCHI - MORTE DI COSIMO II - REGGENZA - FERDINANDO II - TRISTE STATO DELLA TOSCANA - COSIMO III - SUO MATRIMONIO CON MARGHERITA D'ORLÉANS - SUOI FIGLI - CONTESE PER LA SUCCESSIONE MEDICEA - LA CASA DI LORENA DESIGNATA A RACCOGLIERE LA SUCCESSIONE DEI MEDICI - MARTE DI COSIMO III - GIAN GASTONE, L'ULTIMO GRANDUCA DELLA CASA DEI MEDICI -- GENOVA NEL SECOLO XVII - CONGIURA DI G. C. VACHERO - CONGIURE DI G. PAOLO BALBI E GABRIELLO DELLA TORRE - GUERRA TRA GENOVA E CARLO EMANUELE II - GENOVA E LUIGI XIV
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GLI ULTIMI MEDICI: COSIMO II, FERDINANDO II, 
COSIMO III, GIAN GASTONE


Il successore di FERDINANDO I de' Medici, che  -come nelle altre pagine precedenti abbiamo accennato-  morì nel 1608, fu COSIMO II 18enne.
Cosimo nato a Firenze nel 1590, era fornito di una discreta cultura, avendo avuto come maestri il Galilei, Giambattista Strozzi e Celso Cittadini; ma mancava di energia e non aveva la stoffa dell'uomo politico, tant' è vero che lasciò alla madre, alla moglie e al ministro CURZIO PICHENA gli affari del governo, e quando lui volle prender l'iniziativa in qualche trattativa politica fallì.

Sapendolo ricchissimo, la Spagna cercava di farselo amico per aggiogarlo alla sua politica di predominio e sarebbe riuscita nel suo intento se i ministri del Granduca, temendo di inimicarsi la Francia, non avessero vigilato e saputo abilmente destreggiarsi.

Tuttavia Cosimo II e i suoi ministri non seppero continuare la politica di indipendenza dalla Spagna che era stata adottata da Ferdinando I, del quale invece imitarono la politica favorevole ai Gonzaga, non accorgendosi che i tempi erano mutati e che alla Toscana conveniva stringere amicizia col duca di Savoia e assecondarne i disegni. Difatti andarono a monte le trattative tra Savoia e Medici per combinare un matrimonio tra VITTORIO AMEDEO, figlio di Carlo Emanuele I, e una principessa toscana, e nel 1612, alla morte di Francesco Gonzaga, il governo granducale si adoperò con la Spagna, con la Francia e con Venezia perché fosse riconosciuto il cardinale Ferdinando Gonzaga duca di Mantova, osteggiando le aspirazioni del duca sabaudo, il quale sosteneva che la successione spettava alla nipote Maria.

Questa politica, che andava a tutto beneficio della Spagna, mise in urto tra loro le corti di Firenze e di Parigi. I dissapori crebbero talmente che LUIGI XIII ordinò al residente toscano di allontanarsi entro tre giorni da Parigi ed entro due settimane dal territorio francese; e fu solo per la mediazione del duca di Lorena, sollecitata da Cosimo II, che i rapporti tra la Francia e la Toscana ritornarono cordiali.

Dove l'azione del governo granducale si dimostrò veramente energica ed efficace fu nella difesa delle coste italiane contro i barbareschi. Non riuscì, è vero, a Cosimo II di pacificare la Spagna e la Francia e di stringere in lega contro il Turco tutte le potenze cristiane, ma seppe dare tale impulso alla sua marina da guerra da renderla temutissima in tutto il Mediterraneo.

Affidata all'Ordine di Santo Stefano, ammiraglio della sua flotta era il marchese JACOPO INGHIRAMI di Volterra, che nella sua gioventù aveva partecipato alle guerre civili di Francia militando negli eserciti della Lega Santa. Diventato capo della marineria toscana, non solo aveva reso sicure le coste tirreniche dalle incursioni barbaresche, ma si era più volte spinto nei mari di Levante a molestare i Turchi con alcuni successi, ritornandone con schiavi e ricche prede.

Nel maggio del 1613, l'Inghirami, recatosi nelle acque della Caramania, assalì la fortezza di Akliman, situata di fronte a Cipro, la espugnò, la saccheggiò, la bruciò, e dopo una battaglia accanita si impadronì di due galee capitane della Guardia turca di Cipro; catturò poi altre navi mercantili e ritornò in Italia con ingente bottino, con trecento schiavi musulmani e con duecentoquaranta cristiani liberati dalla schiavitù.

Il governo di Cosimo II va ricordato per i lavori del porto di Livorno, che, interrotti sotto Cosimo I e Ferdinando I, furono da lui ripresi. Fu modificato però il progetto di Bernardo Buontalenti perchè, essendo troppo grandioso, richiedeva una spesa enorme, e il porto, rimpicciolito, risultò più utile, nelle nuove proporzioni, alla difesa ma non è  che pregiudicò le esigenze commerciali della nuova città avviata a un grande futuro.

COSIMO II cessò di vivere il 28 febbraio del 1621 dopo dodici anni circa di regno. Siccome non aveva che un figlio decenne, FERDINANDO II, Cosimo II affidò la Reggenza alla madre Cristina di Lorena, e alla moglie Maria Maddalena, ordinando per testamento che le coadiuvassero nel disbrigo degli affari di Stato l'arcivescovo di Pisa Giuliano de' Medici, il conte Orso d' Elci, Niccolò dell'Antella e il marchese Fabrizio Colloredo, che ebbero come segretari Curzio Pichena ed Andrea Cioli.

Sotto il governo della Reggenza la Toscana venne ridotta in deplorevoli condizioni. Di questo governo fa una vivace rappresentazione il Callegari, da noi parecchie volte citato: 
« Le reggenti non tennero conto di quello che Cosimo aveva stabilito nel suo testamento, che cioè non si attribuissero impieghi a nessun straniero, che non vi fossero alla corte confessori, se non francescani; e che con il tesoro ducale non si concedessero prestiti od imprese mercantili. 
La corte invece si riempì di lusso, di intrighi, di frati, di chiacchiere teologiche; si profusero titoli di duca e marchese fino a persone di servizio, e col trafficare dei grani della Maremma Senese si rovinò quella provincia. 
Cominciarono subito le rappresaglie, le vendette e le prepotenze; gli antichi ministri furono sbalzati dalle loro cariche per cedere il posto a maldestri favoriti del nuovo governo; i frati si insinuarono nel favore e nell'amministrazione dello Stato; la vanità, trasformata sotto il manto della pietà e della convenienza, accrebbe la profusione alla corte a tal punto che, consumati i risparmi fatti da Cosimo, si dovette ricorrere all'erario pubblico.

Il male, che serpeggiava alla corte sotto la Reggenza, si estese e portò i suoi negativi effetti in tutto lo Stato toscano. Erano cresciute le gabelle, divenute un vero flagello per il contribuente; gravi tasse si dovevano pagare per i contratti di ogni genere; i magistrati dell' abbondanza facevano traffico nei grani arricchendosi così sulla miseria; il Monte di Pietà, che doveva essere il soccorritore degli orfani e delle vedove, cominciò a prestar denari alla Spagna, ricevendone in cambio mercanzie, così che divenne banco e negozio e concentrò i capitali, rovinando con il suo monopolio ogni altro traffico.

Macchinose procedure e sconsiderati divieti impacciavano ogni cosa; era indicato dalla legge quali piante si dovessero coltivare, dove vendere le proprie derrate. In questo modo cessava il commercio, languivano le manifatture, la terra non produceva, rovinavano le famiglie e molti o per miseria o per vizio si gettavano alla campagna. Crebbero le file dei bravi, incoraggiati dalle stesse leggi con le frequenti immunità ed asili.

Ad accrescere la confusione e il disordine nello Stato concorrevano anche le intemperanze e le esigenze degli ecclesiastici, che sollevavano le proprie pretese giurisdizionali fino al punto da attribuire a sé il diritto di pronunciare ogni giudizio, introducendo con artificio in qualunque controversia la causa ecclesiastica, lanciando monitori e scomuniche, e considerando la corte di Toscana come il semplice esecutore degli ordini di Roma. 
Aggiungi a questo un eccessivo numero di frati, che inondavano lo stato e che, segretamente spronati da Roma, andavano spargendo dottrine sediziose contro il governo, e con il loro esempio animavano i sudditi a violare le leggi. Il favore, che alcuni di essi godevano alla corte e il predominio già da allora acquistato nell'opinione pubblica, li rendevano invulnerabili di fronte alle leggi, mentre con il condurre una vita dissoluta davano al mal costume un incitamento maggiore..."" (Callegari).

Quando FERDINANDO II uscì dalla minore età, non riuscì a sottrarsi alla volontà della madre e dell'ava, tuttavia cercò di porre un rimedio ai mali che il tristo governo della Reggenza aveva arrecato alla Toscana e con la sua bontà e pietà presto si guadagnò l'affetto dei sudditi che lo videro prodigarsi con grande abnegazione durante la peste del 1630.

Ferdinando avrebbe operato volentieri sagge riforme, ma le condizioni politiche dell' Europa e specie dell'Italia lo costrinsero a dedicare la maggior parte della sua attività alla difesa dello stato.
Quanto a politica estera egli non seppe fare meglio che destreggiarsi tra la Spagna e la Francia e si mostrò deciso soltanto quando, preoccupato dello spirito aggressivo di URBANO VIII, si alleò con Venezia e con Modena in difesa di ODOARDO FARNESE.

Eccettuato quest'atto di risolutezza, tutta l'azione politica di Ferdinando II ha per caratteristica l'indecisione e la debolezza, specie nei riguardi della Santa Sede. Egli non seppe né volle porre un freno all' ingerenza del clero, che nei suoi stati si era fatta grandissima, e subì senza mai ribellarsi la volontà prepotente del Sant' Ufficio. Quando GALILEO GALILEI, chiamato a Roma da URBANO VIII, invocò la protezione del granduca, nulla questi fece per aiutarlo, lo esortò anzi ad ubbidire alle autorità ecclesiastiche. Allo stesso modo non andò in soccorso di MARIANO ALIDOSI che nel 1631 consegnò al tribunale dell' Inquisizione, dimenticando l'esempio datogli dal padre Cosimo II, il
quale nel 1606 aveva ordinato la scarcerazione di Rodrigo Alidosi, padre di Mariano, imprigionato dal Sant' Ufficio, e nel 1616 si era rifiutato di riconsegnarlo.

Nonostante la sua debolezza e il suo remissivo ossequio alla volontà della madre e dell'ava, Ferdinando II riuscì a correggere parecchi abusi di governo e a introdurre nell'amministrazione pubblica una benefica economia, e sebbene grande fosse il potere che sulla moglie e sulla madre esercitava il clero, accettò le dottrine galileiane, protesse l'Accademia del Cimento favorendola nei suoi importanti esperimenti e, calcando le orme dell'avo, fu prodigo di aiuti ai letterati e agli scienziati, dando incremento alle tre università del granducato e contribuendo all'erezione del gabinetto di fisica e al museo di Boboli. 
FERDINANDO II visse fino al 1670, nel quale anno gli successe sul trono il figlio COSIMO III. Con lui le condizioni della Toscana peggiorarono perché il nuovo granduca era inetto al governo e, siccome era largo nello spendere e gli piaceva condurre una vita fastosa, per procurarsi i mezzi necessari vendeva le cariche pubbliche, inaspriva i tributi e creava nuove imposte che dissanguavano i sudditi.
Come sotto il governo paterno così sotto il suo la corte era piena di frati intriganti e di preti. Cosimo faceva grande ostentazione della sua religiosità non solo dedicando gran parte del suo tempo ai pii esercizi, che contrastavano stranamente con il fasto eccessivo, ma facendo generose offerte a santuari, favorendo la fondazione di conventi e dotando a spese dello stato le pie istituzioni.

Nel 1661 egli aveva sposata MARGHERITA d'ORLEANS. Fu questo un matrimonio infelice perché la giovane sposa, colta e vivace, non potendo sopportare la compagnia di un uomo così orgoglioso, poco socievole e bigotto, finì con il ritornarsene in Francia e  chiudersi nel monastero di Montmartre, dove più tardi uscì per darsi ai giuochi, ai balli e ad altri svaghi mondani.

Dal suo matrimonio Cosimo ebbe tre figli, Ferdinando, Gian Gastone ed Anna Maria Luisa. Quest'ultima sposò l' Elettore Palatino Giovanni Guglielmo; Ferdinando si unì con Violante Beatrice di Baviera, Gian Gastone condusse in moglie ANNA MARIA FRANCESCA di Sassonia Lawerburg. 
Ma nessuno di questi matrimoni riuscì fecondo, né lo fu quello del cardinale FRANCESCO MARIA de' Medici, fratello di Cosimo, con la giovane ELEONORA, figlia di Vincenzo Gonzaga duca di Guastalla, che forse non riuscì mai vincere la sua ripugnanza per il vecchio marito.

Morti il fratello e il primogenito Ferdinando, COSIMO III stabilì che se si estinguessero tutti i suoi congiunti di sesso maschile la corona di Toscana sarebbe passata sul capo della figlia ANNA MARIA. Il decreto granducale sulla successione medicea ebbe l'immediata ratifica del senato.
Più di uno erano i pretendenti alla successione medicea: vi erano gli Estensi, vi erano i Farnesi e vi era la Francia, la quale vantava diritti sulla Toscana in forza dei matrimoni di Caterina e di Maria de' Medici; bisognava inoltre fare i conti con l'imperatore CARLO VI, interessato alla successione in virtù dei diritti feudali.
Carlo VI fece sapere a Firenze che la scelta di Anna Maria, elettrice di Sassonia, era di suo gradimento, ma che, essendo senza prole, era necessario -d'accordo con lui- di regolare meglio l'eredità.
Si avviarono pertanto negoziati tra il granduca e l' imperatore, e Cosimo III scelse come erede, dopo la morte dell'elettrice, la casa estense alle seguenti condizioni: Il granducato di Toscana e il ducato di Modena formerebbero un solo stato, sotto un medesimo sovrano residente a Firenze; gli Estensi difenderebbero sempre e contro tutti la libertà e l' indipendenza del dominio fiorentino; il successore non muterebbe la costituzione del governo toscano, conserverebbe al senato di Firenze le prerogative e alle città del dominio gli antichi privilegi; i debiti pubblici sarebbero a carico del successore; infine l'ordine di successione si stabilirebbe con atto solenne, per diritto di primogenitura, escluse le donne.

La corte estense accettò le condizioni imposte da Cosimo III e per ottenere l'adesione di Carlo VI la duchessa di BRUVSNICK, madre della moglie del duca Rinaldo di Modena e dell'imperatrice, si impegnò di scrivere alla figlia.
Però le cose si fermarono lì perché nell'accordo di Londra del 2 agosto 1718, stipulato tra l'impero, la Francia e l'Inghilterra, si stabilì di riservare la successione al ducato di Parma e Piacenza e al granducato di Toscana, dichiarato feudo imperiale, all' infante di Spagna don Carlo.

Il 31 ottobre del 1723, dopo cinquantatrè anni di regno, moriva in età di settantun anno COSIMO III, lasciando il paese in tristissime condizioni, e gli succedeva il figlio GIAN GASTONE, il quale, appena salito al trono, dichiarò che non accettava per erede l'infante di Spagna, chiese per mezzo dell'ambasciatore Neri Corsini alle potenze firmatarie dell'accordo di Londra che revocassero ciò che avevano disposto per la successione medicea e protestò altamente per la violenza che si voleva commettere ai danni della Toscana.

Richiesta e protesta furono vane. Allora Gian Gastone, consigliato dal domenicano ASCANIO, si accordò direttamente con la corte spagnola, riconoscendo come erede don Carlo a condizione che questi mantenesse la costituzione della Toscana; ma l' imperatore, minacciandolo di guerra, lo costrinse a rispettare i trattati conclusi dalle potenze e il granduca, cedendo alla forza, protestò ancora dichiarando tuttavia che accettava le decisioni altrui ma solo perché  ne era forzato.

Ma l'ultima parola per la successione medicea non era stata ancor detta. Nell'ottobre del 1735 tra Francia ed Austria si concludevano i preliminari di pace in cui si stabiliva che don Carlo - il quale era già stato investito del regno di Napoli - avrebbe conservato lo stato dei Presidii rinunciando ai suoi diritti sulla Toscana; che Livorno sarebbe stato dichiarato porto franco; e finalmente che il granducato Mediceo, morto Gian Gastone; sarebbe passato a FRANCESCO STEFANO di LORENA.

Sedici mesi dopo, il 24 gennaio del 1737, l' imperatore disponeva che, all'estinzione della famiglia dei Medici, il granducato passasse sotto la sovranità del Lorenese e dei suoi discendenti maschi per ordine di primogenitura. In mancanza di prole maschile la Toscana doveva essere ereditata dal fratello Carlo e, morendo questi senza eredi maschi, sarebbe passata al ramo femminile della casa di Lorena.

Il 9 luglio dello stesso anno, moriva Gian Gastone, principe colto, ma dissoluto, che aveva lasciato il governo all'arbitrio di un prepotente libertino, il DANI, ed aveva sperperato il denaro dello Stato in gioielli, oggetti d'arte e nelle sue dissolutezze. 
Con lui s'estingueva la famiglia dei Medici, che a Firenze prima e in quasi tutta la Toscana  poi per oltre tre secoli aveva esercitato il suo potere. Dal ritorno dei Medici in Firenze, dopo la caduta della repubblica, alla morte di Gian Gastone erano passati due secoli e sei anni.

CONGIURA DEL VACHERIO, DEL BALBI E DELLA TORRE
GUERRA TRA GENOVA E CARLO EMANUELE II - GENOVA E LUIGI XIV

Da cinquant'anni durava a Genova la pace stabilita nel 1576 per opera del Pontefice, dell' Imperatore e della Spagna, ma pareva che quel non breve periodo di quiete accennasse a finire e dovessero avere inizio nuovi torbidi. 
Lo si poteva prevedere da un sordo malcontento che serpeggiava nella cittadinanza, fra cui non pochi erano quelli i quali si lamentavano della scarsa e ingiusta applicazione dei patti della pace ed erano parecchi quelli che con uno smodato desiderio di comando erano spinti ad agitare le acque.

Capo di questi era GIULIO VACHERIO, il quale, per mezzo del genovese GIOVANNI ANTONIO ANSALDO che dimorava in Torino, offrì a CARLO EMANUELE I la signoria di Genova a condizione che fornisse aiuti ai malcontenti. Il duca di Savoia che si trovava allora in guerra con Genova promise al Vacherio di aiutarlo nella sua impresa, ma, conclusa più tardi una tregua con la città nemica, non pensò più a mantenere i rapporti con i cospiratori.

Questi però non abbandonarono i loro propositi, anzi, temendo che gli indugi potessero portare alla scoperta della congiura, stabilirono di  metterla in atto il 1 aprile del 1628 uccidendo il doge e i senatori; ma non fecero in tempo, perché FRANCESCO BODINO, complice del Vacherio, tradì la causa dei congiurati, rivelando al governo della repubblica le loro intenzioni.
Alcuni dei cospiratori riuscirono a fuggire, ma il Vacherio ed altri vennero presi e condannati alla pena capitale, dalla quale cercò di salvarli Carlo Emanuele I con la minaccia di uccidere i prigionieri genovesi che aveva dentro le sue carceri. Ma Genova non si lasciò intimorire dalle minacce del duca, che poi non furono effettuate, e fece eseguire la, sentenza, quindi il governo, per prevenire ogni, tentativo contro la repubblica, creò sei Inquisitori di Stato cui affidò il compito di vigilare alla sicurezza pubblica e di giudicare tutte le persone sospette di intrighi ai danni della città.

La severità usata contro il Vacherio e i nobili se diede del respiro alla città non fece però cessare il malcontento, accresciuto dalle risvegliate rivalità tra la vecchia e la nuova nobiltà, che nel 1650 diedero luogo a nuove agitazioni.
La repubblica era in quel tempo in trattative con la Spagna per l'acquisto di Pontremoli, e il senato genovese per raccogliere la somma necessaria aveva escogitato di vendere fra i nobili del Portico Vecchio l'iscrizione di nuove famiglie nel patriziato. L'acquisto non riuscì aver luogo per l'opposizione del granduca di Toscana; ma quelli del Portico Nuovo si offesero per le decisioni del Senato e non mancarono di esprimere il loro sdegno, aizzati da un certo GAN PAOLO BALBI, che oltre all' audacia non era privo del fascino della parola.

Gli inquisitori di stato ritenendolo pericoloso, lo mandarono in esilio; e Balbi si illuse di avere più libertà per lavorare contro la repubblica; ma i suoi tentativi di rovesciare il governo di Genova per mezzo di potentati stranieri non riuscirono, perché la Spagna, da lui sollecitata, si rifiutò di intervenire e il cardinale Mazarino, richiesto di aiuti, fece capire che li avrebbe dati ma a patto d'imporre poi su Genova la sovranità della Francia. Scoperte gli intrighi del Balbi, molti suoi complici vennero arrestati e condannati a morte.
Molto più importante fu la congiura tramata una ventina d'anni dopo da RAFFAELLO DELLA TORRE perchè condusse ad una guerra tra Genova e il duca di Savoia. Il Della Torre aveva sciupato tutto il suo patrimonio nel lusso e nelle crapule. Carico di debiti, nel 1671 con una gruppo di scapestrati aveva assalito una feluca genovese piena di merci diretta a Livorno. Per questo reato era stato condannato alla pena capitale alla quale si era sottratto fuggendo a Torino.
Lui sapeva che regnavano dissidi tra Genova e il duca di Savoia per ragioni di confine e sapeva anche che CARLO EMANUELE II, non potendo facilmente comunicare con Nizza ed Oneglia, aspirava al possesso di Savona o di Genova; recatosi quindi dal duca, entrò nella sua fiducia  e lo mise a parte di un suo disegno che aveva lo scopo di togliere la libertà alla repubblica.

Il Della Torre assicurava di disporre di due o tremila uomini armati con i quali non gli sarebbe riuscito difficile di penetrare a Genova perché il capitano di una delle porte era d'accordo con lui, e di trarre a ribellione la città in cui contava molti aderenti; e proponeva a Carlo di offrirgli la sovranità di Genova e il possesso di Savona a condizione però che lo aiutasse nell'impresa con duemila fanti e mille cavalli.
Carlo Emanuele si lasciò convincere dalle lusinghevoli parole del fuoruscito e, persuaso che non avrebbe avuto noie da parte della Spagna e della Francia, stabilì con lui un accordo con il quale si dichiarava pronto a concorrere all'impresa con un reparto di fanteria e di cavalleria e a stringere una lega offensiva e difensiva con Genova purché gli fossero consegnati la città, il territorio, il porto e il castello di Savona.

Raffaello Della Torre provvisto di denari dal duca assoldò avventurieri nelle campagne di Piacenza e Parma e stabilì di tentare il colpo di mano la notte precedente alla festa di San Giovanni Battista per trarre profitto dalle grandi feste che i Genovesi solevano celebrare in onore del Santo Protettore della repubblica. 
Con i suoi armati doveva penetrare in città per la porta delle mura di San Simone, espugnare di sorpresa poi quella dell'Aquassola, liberare i carcerati, impadronirsi delle armi e delle munizioni, far saltare il palazzo della città e rendersi padrone dello stato.
Mentre il fuoruscito faceva i suoi preparativi, Carlo Emanuele con il pretesto di dare il cambio ad alcune guarnigioni di confine, concentrava truppe a Saliceto. Queste, quando furono pronte, marciarono su Savona, ma giunte a poca distanza dalla città seppero che la congiura di Gabriello della Torre era stata scoperta, e che la repubblica aveva rinforzato il presidio della terra e le guarnigioni di tutti i posti di confine.

Allora l'esercito ducale fu diviso in due schiere: una, al comando di don GABRIELE di SAVOIA fu mandata a sostenere il suo presidio di Oneglia, l'altra guidata dal conte CATALANO ALFIERI fu incaricata di procedere all'occupazione del marchesato di Zuccarello, del quale da un secolo si contendevano il possesso la casa Savoia e Genova.

Quest'impresa si risolse in un disastro per le armi sabaude, che a Castelvecchio vennero disastrosamente sconfitte e lasciarono sul campo ottocento morti, tra cui il conte della Trinità, i marchesi del Carretto e della Pieve, i conti Morozzo e Piossasco e il cavaliere Carlo Benso di Cavour,  e oltre millecinquecento prigionieri nelle mani del nemico.

Bramoso di prendersi la rivincita e di liberare Oneglia, Briga e Prinaldo, che erano ora cadute in potere della repubblica, Carlo Emanuele II fece grandi preparativi di guerra e, sceso di nuovo in campo, riprese Oneglia e tolse ai Genovesi Ovada. Dopo questi due successi iniziarono trattative tra i due stati belligeranti e nell'autunno del 1672 si concluse una tregua, mutata più tardi in pace, con la quale furono reciprocamente restituiti i prigionieri e i luoghi occupati.

Ma la guerra col duca di Savoia fu nulla in confronto a quella che di lì a non molti anni Genova doveva sostenere contro il prepotente LUIGI XIV. Questi era mosso ad agire contro la repubblica sia dal risentimento in lui prodotto dagli aiuti che aveva prestati all'Austria, sia dal desiderio di impadronirsi di una città che in altro tempo era stata della Francia e che per le sue ricchezze e per la sua posizione faceva enormemente gola al monarca francese.

Tutti i pretesti possibili furono cercati da Luigi XIV per muovere guerra alla repubblica: una vertenza sorta perché a Genova era stata armata una nave olandese la si compose con l' intervento del Papa e del re d'Inghilterra; un'altra, provocata dal mancato saluto delle artiglierie genovesi alle navi di Francia, ebbe per conseguenza l'ordine del re di cannoneggiare S. Remo e S. Pier d'Arena.

Non contento di queste provocazioni, Luigi XIV chiese che gli si permettesse di stabilire un magazzino di sale a Savona, poi mandò in Genova come ambasciatore, con il compito di far nascere incidenti, il marchese di Sant'Olon, che si comportò con tanta insolenza da costringer la  repubblica a chiedere il suo richiamo a Parigi; infine pretese che Genova restituisse a un Fieschi i beni confiscati alla famiglia.

Il contegno della Francia era così provocatorio che i Genovesi stimarono opportuno di prepararsi a respingere possibili offese provvedendosi di armi e mettendo in assetto di guerra 4 galee. Ed era quello che aspettava il re di Francia, infatti questi intenzionali preparativi vennero considerati come casus belli
Luigi XIV mandò nelle acque di Genova il Dusquesne e il marchese di Seignelay con una flotta di quattordici vascelli, tre fregate, venti galee, dieci palandre per gettar bombe e parecchie altre navi minori. Sotto la minaccia di bombardare la città se entro cinque ore non obbediva alle richieste del re, il comandante dell'armata chiese che fossero consegnate le quattro galee e che quattro Senatori andassero a domandar perdono al sovrano in Versailles e a promettergli obbedienza.

Genova, sebbene non avesse mezzi adeguati alla difesa, non volle piegarsi e sopportò con superba fermezza il furioso bombardamento francese che gli provocò rilevanti danni. Tredicimila bombe vennero lanciate sulla città e il tiro delle artiglierie cessò solamente quando furono esaurite le munizioni (29 marzo 1684).

Allontanatasi la flotta francese, Genova in previsione di un nuovo furioso assalto, che probabilmente avrebbe distrutto l'intera città, inviò a Madrid GIAN ANDREA SPINOLA perchè inducesse la Spagna a formare una lega contro la Francia; ma l'ambasciatore non ottenne nulla e la repubblica, abbandonata da tutti, fu dolorosamente costretta a sottoscrivere a Versailles il 12 febbraio del 1685 un trattato di pace con il quale accettava di mandare dal re il doge e quattro senatori a chiedere scusa, di ridurre il suo naviglio, di rinunziare a tutte le leghe strette dopo il 1683, di pagare ai Fieschi centomila scudi e di indennizzare i sudditi francesi (di pagare insomma a Luigi XIV le 13.000 bombe che l'avevano distrutta).

Peggio di così Genova non poteva finire. Da questa data ebbe inizio il suo declino. Entrarono in crisi due importanti settori economici: l'attività armatoriale e l'industria della seta, mentre le rimanenti attività commerciali in larga misura furono gestite da stranieri. Con il crollo demografico (già drammaticamente iniziato con la peste di pochi anni prima, del 1656-1657) per due secoli la stessa struttura urbanistica della città non subì modifiche rilevanti. Fallita la scelta neutralista, si accentuarono i legami politici-diplomatici con la Francia, la cui influenza crebbe nel corso del XVIII secolo, fino alla formazione della Repubblica ligure (1797), unita all'impero napoleonico nel 1805. Ma anche la successiva annessione al regno di Sardegna non portò alla sperata ripresa economica, provocando invece un diffuso malcontento che  proprio in queste contrade si espresse poi con l'adesione ai ben noti moti mazziniani; che non trattiamo ovviamente qui, ma in altri riassunti del XIX secolo.

FINE

( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

 

Ma se Genova veniva martoriate dai Francesi, la sua antica rivale, Venezia  non è che stava meglio; 
e se dall'inizio fino alla fine del secolo XVII era già alle prese con i Turchi, contemporaneamente la Serenissima entrava anche nelle avide mire dell'Austria.
Ripercorriamo questo critico e lungo periodo ripartendo dagli ultimi anni del XVI secolo

 
ed è  il periodo che va dal 1575 al 1699

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