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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI  1623 - 1680

CONGIURE E SOLLEVAZIONI CONTRO LA SPAGNA
 
( 1623 - 1680 )

CONGIURA DEL DUCA D' OSSUNA - CONGIURA DI GIULIO GENUINO - FRA TOMMASO PIGNATELLI - GIOVANNI OREFICE - TENTATIVO DI TOMMASO DI SAVOIA D'IMPADRONIRSI DEL REGNO DI NAPOLI -LA RIVOLUZIONE NAPOLETANA DEL 1647 - MASANIELLO - SOLLEVAZIONE DI AQUILA - MORTE DI MASANIELLO - FRANCESCO TORATTO - SPEDIZIONE DI DON GIOVANNI D'AUSTRIA CONTRO NAPOLI - GENNARO ANNESE - IL DUCA DI GUISA - CAMILLO TUTINI E L'INSURREZIONE NAPOLETANA DEL 1649 - RIVOLUZIONE DI PALERMO - NINO LA PELOSA - GIUSEPPE D'ALESSI - CONGIURA DEL VAIRO - CONGIURE DI GABRIELLO PLATENELLA, DI PIETRO MILANO, DI FRANCESCO FERRO, DI ANTONINO LO GIUDICE E GIUSEPPE PESCE - RIVOLUZIONE DI MESSINA - I MESSINESI CHIEDONO AIUTO ALLA FRANCIA - LUIGI XIV ABBANDONA MESSINA - REAZIONE SPAGNOLA
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Abbiamo parlato in un altro capitolo delle insurrezioni e delle congiure che ebbero, luogo nel secolo XVI nel Napoletano e nella Sicilia; parleremo ora di quelle ben più numerose e più gravi del Seicento. La storia delle congiure contro la Spagna nel secolo XVII si apre registrando un nome illustre e spagnolo per giunta : duello di don PEDRO TELES GIRON, duca d' OSSUNA, uomo duro ed energico, che fu per qualche tempo vicerè di Napoli.

Questi, finito il suo periodo di governo, per l'odio che nutrivano verso di lui i gesuiti, i nobili del regno e parecchi potenti personaggi perfino spagnoli come lui, tra cui il conte d' OLIVARES, venne richiamato in patria. Fidando nel favore del popolo, che aveva saputo guadagnarsi ribassando il prezzo del pane, e approfittando del difficile momento politico che la sua nazione attraversava, il duca concepì l'idea di far ribellare i Napoletani contro la Spagna.

Fece pertanto pratiche con la repubblica di Venezia, col duca di Savoia e con la Francia, proponendo alla prima di consegnarle alcuni porti dell'Adriatico se gli avesse fornito l'aiuto della flotta e qualche migliaio di soldati. Il senato veneto però si rifiutò di favorire il piano di un uomo che, come avremo occasione di dire, aveva tramato ai danni di Venezia, e consigliò Carlo Emanuele di non fidarsi dell'Ossuna.
Il duca di Savoia (lo abbiamo conosciuto nella sua biografia) come al solito non ascoltò i consigli della repubblica veneta e continuò le pratiche insieme col Lesdiguières, il quale agiva per conto del re di Francia. Il disegno del duca d'Ossuna non riuscì mai ad esser messo in esecuzione. Sia che gli mancasse il coraggio, sia che credesse di non poter fare grande assegnamento sull'aiuto del popolo napoletano, sia anche perché sospettava che la corte di Parigi avesse avvisato quella di Madrid, di modo che il vicerè non seppe risolversi ad agire, anzi inviò al suo sovrano un messaggero per assicurarlo della sua fedeltà e per accusare come autore della congiura il duca di Savoia (che per le note vicende già narrate, alcuni a Parigi già si fidavano poco di lui).

Delle indecisioni del duca d'Ossuna approfittò il cardinale BORGIA, andato a sostituirlo nella carica di vicerè: egli riuscì a penetrare di notte nel castello senza che l'Ossuna si accorgesse di nulla. Quando le artiglierie diedero l'annunzio alla città dell'arrivo del nuovo governatore era troppo tardi per opporsi. Al duca non restò che di partire, pronunciando gravi minacce all' indirizzo del Borgia, il quale non ne tenne gran conto e facilmente riuscì ad avere ragione della plebe, che guidata da GIULIO GENUINO, tumultuava non volendo far  partire l'ex-vicerè.

Alcuni anni dopo, essendo vicerè il cardinale ZAPPATA (1622), il popolo napoletano nuovamente si sollevò spinto dalla carestia. Il moto assunse l'aspetto di una certa gravità e costrinse il cardinale a cercare rifugio qua e là, presso l'arcivescovo e nella certosa di S. Martino, ma alla fine la rivolta in qualche modo fu sedata i promotori furono appesi alle forche.

Di un altro moto contro il governo spagnolo fu capo un frate calabrese, GIOVANNI FRANCESCO PIGNATELLI, un discepolo del Campanella (lo abbiamo conosciuto nelle precedenti ribellioni) dal quale aveva appreso ad odiare i dominatori stranieri. D'accordo con Antonio Maria Pepe, Giuseppe Grillo, Michele Cervelloni e Pompeo Mazza, aveva progettato di impadronirsi del Castello di Napoli per mezzo di alcuni albanesi vestiti da frati, di uccidere l'arcivescovo e il vicerè e di spingere il popolo alla rivolta. Ma uno dei congiurati, il Mazza, lo tradì. Il 18 settembre del 1634 fu dichiarato reo di lesa maestà e sconsacrato e il 28 fu consegnato alla giustizia; il 3 ottobre fu contro di lui pronunciata la sentenza capitale, la quale, anziché nella piazza del Mercato, per intercessione della viceregina venne eseguita nel carcere.

Date le condizioni del Napoletano e gli odi che dividevano le classi, queste congiure erano naturalmente destinate al fallimento. Aspetto più minaccioso e probabilità di successo ebbero invece quando vennero aiutate o dirette da potenze straniere e italiane in lotta con la Spagna.

Dopo il trattato di Rivoli dell' 11 luglio del 1635 tra Vittorio Amedeo I di Savoia, Luigi XIII di Francia, i Gonzaga e i Farnesi, centro di tutti i moti contro la Spagna divenne Roma perché allora era Pontefice URBANO VIII che all'odio contro gli Spagnoli veniva aizzato dai suoi nipoti, il cardinale FRANCESCO ed ANTONIO BARBERINI.
 
Vittorio Amedeo mandò a Roma il cardinale MAURIZIO di SAVOIA, suo fratello, il quale, insieme col conte GIAMBATTISTA MOMTALBANO, cominciò a lavorare attivamente per fiancheggiare con una azione nel Napoletano la lega di Rivoli. Scopo era quello di cacciare gli Spagnoli dall' Italia, le cui spoglie avrebbero dovuto esser divise tra il duca di Savoia che avrebbe avuto il regno di Napoli, il Gonzaga cui sarebbe stato dato Milano, e il Farnese che avrebbe ottenuto un ingrandimento del suo ducato. In compenso dell'aiuto prestato, la Francia doveva avere la cessione di Savoia, Nizza e Villafranca e i Barberini uno stato nel Napoletano; il Piemonte sarebbe stato governato dal cardinale Maurizio di Savoia. 
Il regno di Napoli doveva essere invaso dalle genti del Conestabile Colonna e di Antonio Barberini con l'aiuto di alcuni baroni, del bandito Pietro Mancino e di Rodolfo d'Angelo di Altamura.

La congiura tramata da Maurizio non poté  però avere effetto perché l'ambasciatore spagnolo a Roma, marchese di Castel Rodrigo, avuta notizia dei segreti maneggi, mise in avviso il vicerè di Napoli, il quale ordinò indagini e procedette ad arresti. Un frate Epifanio Fioravante da Cesena, arrestato in Napoli perché trovato in possesso del piano della fortezza di Taranto, nel giugno del 1636, fece delle confessioni e così l'azione stabilita andò a monte; ma anche  anche perché il diretto interessato il 7 ottobre del 1637 Vittorio Amedeo lui andava a conquistare il regno dei morti, e gli succedeva il figlio cinquenne sotto la reggenza della madre.

La congiura fu ripresa nel 1638 col ritorno del cardinale Maurizio a Roma. Si stabilì che il conte di Montalbano e Pietro Mancino avrebbero iniziato l' impresa impadronendosi il primo di Gaeta e il secondo di Aquila, ma anche questa volta il marchese di Castel Rodrigo venne a conoscenza del piano e fu in grado di informare di tutto il vicerè. Una delle vittime della reazione spagnola fu Giovanni Orefice principe di Sanza, il quale fu decapitato in Napoli nel 1639.
Gli avvenimenti del Piemonte, dove i fratelli MAURIZO e TOMMASO di Savoia si erano alleati con la Spagna contro la cognata  Reggente tutta asservita alla Francia, e la morte di Urbano VIII, cui successe INNOCENZO X che pendeva verso gli Spagnoli, diedero alcuni anni di respiro al viceré di Napoli, ma, fatta la pace Tomaso di Savoia con la Francia, si tornò ad agire ai danni della Spagna in Italia.

Chi dirigeva l'azione politica era il MAZARINO, il potente ministro francese, che nel 1644 riuscì ad accordarsi con il principe Tomaso su queste basi: il principe avrebbe avuto la corona del regno di Napoli; la Francia sarebbe entrata in possesso di Gaeta e di un porto dell'Adriatico rinunciando ai diritti della casa borbonica sul reame angioino; nel caso che si estinguesse il ramo primogenito di Savoia e il ducato sabaudo passasse a Tomaso, questi avrebbe ceduto alla Francia la Savoia e la contea di Nizza.

Nel maggio del 1646, Tomaso di Savoia partì con una flotta francese e settemila soldati per impadronirsi dello Stato dei Presidii, di cui voleva far base per le ulteriori operazioni contro il Napoletano. I porti di Talamone e S. Stefano vennero facilmente occupati, ma Porto Ercole, aiutato dalla Spagna che vi aveva mandato Carlo Della Gatta, resistette e il Savoia dovette allontanarsene dopo un assedio durato dal 10 maggio al 24 luglio. Poi giunti dalla Francia altre navi e un rinforzo di cinquemila uomini, furono presi e sistemati a difesa Piombino e Porto Longone.

Dopo queste operazioni, la minaccia del Napoletano si profilava gravissima. Il vicerè di Napoli, duca d'Arcos, per potere resistere ai Francesi, si vide costretto a raddoppiare gli armamenti, ma questi richiedevano forti spese e il denaro occorrente non poteva trovarsi che gravando ancora per mezzo di imposte sul paese già impoverito dalla rapacità spagnola.

Essendo le gabelle tutte vendute e non potendo con esse raccogliere il milione di ducati votato dal Parlamento, il vicerè decise di rimettere la tassa sulla frutta. Fu questo un passo falso: la mattina del 7 luglio del 1647, i fruttivendoli della campagna, venuti in Napoli per vendere la frutta, si rifiutarono di pagare il nuovo tributo; i gabellieri furono costretti a fuggire; l' Eletto del popolo mandato dal vicerè per calmare gli animi dovette anch'esso salvarsi con la fuga; in breve il tumulto crebbe e si propagò; alcuni frati cominciarono a predicare nelle chiese contro il governo spagnolo, cartelloni vennero esposti nelle vie con scritte e figure che eccitavano alla rivolta e una fiumana di popolo armato di bastoni si riversò nelle strade gridando minacciosamente.

A placare il tumulto il vicerè mandò il principe di BISIGNANO, che godeva la stima della plebe; ma senza alcun risultato, il popolo cieco dall'ira non voleva ascoltar consigli e si dirigeva verso il palazzo del vicerè. Giunta al corpo di guardia della milizia spagnola, la folla si  impadroni delle armi, quindi invase il palazzo e mise a soqquadro ogni cosa.
A stento il vicerè riuscì a scampare alla furia popolare. Rifugiatosi nelle scuderie, di là passò nel convento di S. Francesco di Paola, poi di notte, travestito da frate, se ne andò al Castello di Sant'Elmo e quindi in quello di Castelnuovo.

Invano, fallita l'opera del principe di Bisignano, si misero di mezzo il cardinale FILOMARINO ed altri religiosi; invano lo stesso viceré, forse allo scopo di prendere tempo, pubblicò un editto togliendo tutti i tributi che erano stati imposti ai Napoletani da Carlo V in poi; invano concesse l'amnistia per tutti i prigionieri ch'erano stati liberati dagl' insorti; il popolo non si calmò, s'impadronì di altre armi e di alcuni pezzi d'artiglieria, assalì le case dei ministri e in breve divenne tanto forte da sbaragliare alcune compagnie di Spagnoli e Tedeschi uscite a fronteggiarlo.
Anima dell' insurrezione era un giovane pescatore amalfitano, TOMMASO ANIELLO , detto comunemente MASANIELLO, intelligente, audace, energico, fiero, noto fra la cittadinanza e caro alla plebe. Il popolo, che lo aveva visto sempre alla testa del tumulto, lo elesse suo capo e si lasciò ciecamente guidare da lui.
Persuaso dal cardinale Filomarino, accondiscese ad accettare le proposte di pace che il governo spagnolo faceva, e pareva che l' insurrezione dovesse avere termine quando, sparsasi la voce che una congiura era stata tramata dai nobili per disfarsi di Masaniello, la rivolta divampò più violenta di prima. Decine e decine di migliaia di insorti guidati dal loro capo percorsero armati le vie, saccheggiando e incendiando le case dei nobili che si sapevano partigiani del governo; barricate vennero innalzate agli sbocchi delle strade; tutte le persone sospette che si incontravano erano arrestate e passate a fil di spada o, giudicate alla svelta da Masaniello venivano messe a morte in quella stessa piazza del Mercato che tante teste nel corso dei secoli aveva visto rotolare dal patibolo; furono decretate taglie per coloro che erano riusciti a fuggire; si misero guardie alle porte e nei punti strategici della città e questa si mutò in un enorme bivacco di plebe armata, padrona oramai della grande metropoli e capace di dettar legge al viceré, chiuso nella fortezza e impotente a domare la rivolta, la quale sy era rapidamente estesa alle altre provincie del regno.

Intanto l'arcivescovo si adoperava presso Masaniello con il proposito di far tornare la calma in città e riusciva a indurlo ad andare alla reggia, dove nel frattempo era tornato il viceré, per accordarsi personalmente con lui. Accompagnato dal popolo, Masaniello si recò al palazzo, ma, prima di entrare, ordinò ai suoi d'incendiare la reggia e la città se lo avessero preso a tradimento ed ucciso.

Invece il duca d'ARCOS, che non potendo vincer con la forza voleva giocar d'astuzia, lo accolse molto onorevolmente, gli fece leggere i capitoli dell'accordo e insieme con lui fissò un giorno per giurarli in forma solenne, poi per propiziarsi il popolano gli regalò una collana d'oro e diede al fratello di lui una grossa somma; da ultimo il cardinale lo condusse sulla sua carrozza nella piazza del Mercato, dove lo aspettava la folla.
Nel giorno stabilito per il giuramento, Masaniello, vestito con abiti ricamati d'argento, insieme col viceré si recò in Duomo dove lo aspettava il cardinale. Alla porta del tempio vennero letti e spiegati al popolo i capitoli dell'accordo, quindi essi furono giurati sul Vangelo e sul sangue di San Gennaro. La calma allora ritornò nella città, ma i Napoletani non deposero subito le armi, rimasero in attesa che giungesse la ratifica del re.
Era appena cessata la rivolta a Napoli quando violenta scoppiava un' insurrezione ad Aquila, dove niente si sapeva dei tumulti napoletani e non erano perciò stati applicati i capitoli concordati con Masaniello. Anche qui la plebe, guidata da un popolano, GIUSEPPE di SOMMA, percorse le vie armata, saccheggiò, incendiò, e il governo per calmarla dovette venire a patti e fare delle concessioni. Queste però non furono mantenute e il popolo tornò a tumultuare; allora fu necessario l' intervento del Governatore degli Abruzzi, il quale, venuto ad Aquila con un corpo di milizie, ristabilì l'ordine, fece impiccare ventiquattro capi dell' insurrezione e procedette al disarmo della popolazione.

Intanto a Napoli il popolo era ancora padrone della città e tutti obbedivano a Masaniello. Ma l'ebbrezza del potere aveva dato alla testa al pescatore di Amalfi. Credendo di potersi tutto permettere, cominciò a disdegnare il consiglio degli altri, a commettere atti di inaudita violenza, a inferocire contro tutti coloro di cui sospettava, a procedere in modo così crudele e strano da giustificare la credenza, nata tra il popolo, che il viceré gli avesse propinato una bevanda misteriosa per farlo uscir di senno.
In breve Masaniello si alienò le simpatie dei più assennati cittadini, i quali, abbandonato il loro capo, si sottomisero al viceré e, fatta causa comune con i nobili, cominciarono a innalzar barricate per difendersi dalla plebaglia che ancor numerosa ubbidiva al pescatore.

Ma oramai per lui si avvicinava la fine. La sua potenza, che risiedeva sulla concordia degli animi e sull'odio verso lo straniero, era minata; per ordine del viceré molti partigiani del governo si erano mescolati alla plebe e spiavano l'occasione per togliere di mezzo il feroce tribuno. Questa non tardò a presentarsi: un giorno, mentre in piazza del Mercato stava arringando il popolo, fu provocato dagli agenti spagnoli un parapiglia e nella confusione Masaniello ebbe reciso il capo, il quale, posto sopra una picca, venne portato in trionfo per la città.

Con la soppressione di Masaniello il duca d'Arcos credeva di poter presto diventare padrone della situazione; ma non fu così: la plebe non disarmò e gli stessi che avevano abbandonato il tribuno, pentiti, si staccarono dal viceré. Tutto il popolo volle tributare onori funebri solenni all'ucciso, il cadavere deposto sopra un magnifico cataletto, venne accompagnato per la città da ottantamila cittadini e da quarantamila soldati, quattromila tra preti e frati celebrarono le esequie e per tutto il tempo che durò la cerimonia furono sparate le artiglierie e suonate le campane della città.

Così la rivoluzione, che sembrava dovesse esaurirsi con la fine di Masaniello, tornava a divampare in tutto il regno; le ire del popolo si appuntavano contro i nobili, che non solo vennero costretti a pagare i tributi, ma furono dappertutto ferocemente perseguitati; alcuni di essi si asserragliarono nei loro palazzi, altri cercarono rifugio nelle fortezze, chi riuscì a scappare uscì dalla città. L'anarchia intanto imperversava; le artiglierie dei ribelli tuonavano contro i forti; le violenze si moltiplicavano e la fame si cominciava a far sentire.

Tentò ancora una volta il cardinale di ricondurre la calma, ma fu vana l'opera di persuasione, dal momento che il popolo, invece di deporre le armi, mostrò di voler dare un indirizzo più deciso alla rivoluzione e si scelse un capo pieno di senno e di valore nella persona di don FRANCESCO TORATTO principe di Massa.
Questi era uomo d'ordine e se accettò la carica lo fece per far cessare l'anarchia e per giovare a coloro che in lui avevano riposto fiducia. Prima sua cura fu quella di venire ad accordi onorevoli e duraturi col viceré con il quale iniziò trattative. Erano queste a buon punto quando improvvisamente giunse nelle acque di Napoli una flotta comandata da don GIOVANNI d'AUSTRIA, figlio naturale di Filippo IV, che la Spagna mandava appositamente per domare la rivoluzione.
Il popolo napoletano, che non era insorto contro il re ma contro il malgoverno dei ministri spagnoli, fece sapere a don Giovanni che lo avrebbe accolto con tutti gli onori. Era questa un'occasione propizia per far cessare i disordini e restaurare l'autorità se colui che doveva coglierla fosse stato ispirato dalla prudenza e da saggezza politica; don Giovanni d'Austria invece si lasciò guidare da una male intesa dignità e, anziché approfittare delle buone disposizioni dei Napoletani a suo riguardo, dichiarò che non sarebbe sceso a terra se prima non fossero state deposte le armi e ritirati i capitoli convenuti.
Le richieste di don Giovanni furono sdegnosamente respinte dal popolo napoletano, che si organizzò per la difesa. Intanto dalle navi venivano sbarcate le truppe; quindi veniva iniziato il bombardamento della città. Le milizie spagnole però non erano in numero sufficiente per impadronirsi della città, la quale, difesa valorosamente dalla popolazione, resistette tanto da far perdere a don Giovanni d'Austria la speranza di sottometterla.

Guida sapiente della difesa era don FRANCESCO TORATTO, il quale cercava con una bella resistenza di piegare a consigli più miti don Giovanni e il viceré. Era però persuaso che a lungo tale resistenza non poteva durare e si sforzava di persuadere i più accaniti sostenitori della lotta ad oltranza che il modo migliore di uscire da quella situazione era di venire ad un accordo onorevole.
I suoi consigli di moderazione furono causa della sua rovina perché il popolo, invece di ascoltarli e di esser grato al principe dell'opera infaticabile rivolta al bene della cittadinanza, era convinto che don Francesco Toratto volesse tradire la rivoluzione e lo uccise, sostituendolo con GENNARO ANNESE, bella figura di popolano, al cui fianco mise MARCANTONIO BRANCACCIO, già capitano dell'artiglieria.
Sotto il governo dell'Annese la rivoluzione napoletana, che prima aveva carattere di lotta contro l'esoso governo dei viceré, diventò vera e propria guerra nazionale tendente a scacciare dalla regione gli stranieri. Difatti fu dichiarata decaduta la sovranità della Spagna e proclamata la repubblica; molte città di provincia, invitate a seguire l'esempio di Napoli e ad inviarvi i loro rappresentanti, si sollevarono contro i baroni e si diedero un governo popolare.
La repubblica napoletana non aveva veramente grandi probabilità di sostenersi contro la schiacciante potenza della Spagna. Diversi erano i motivi che la condannavano all' insuccesso; prima di ogni altro l'odio che irreparabilmente divideva il popolo dalla nobiltà. Altra causa di debolezza erano le diverse aspirazioni degli stessi insorti. I più volevano l'assoluta indipendenza del Napoletano, altri volevano darsi un re, ma di questi fautori della monarchia una parte proponeva di dar la corona a TOMASO di SAVOIA, un'altra parte, più numerosa, faceva il nome di ENRICO di LORENA, duca di GUISA. C'era infine l'ANNESE, il quale, sapendo di non poter da solo continuare nella lotta, aveva iniziato trattative con i ministri di Francia per cedere il Napoletano.

Per un momento ebbe il sopravvento il partito del duca di Guisa, che, sollecitato mentre si trovava a Roma, si affrettò a recarsi a Napoli, su cui vantava diritti come discendente di Renato d'Angiò. Enrico di Lorena, appena giunto, pensò a rafforzare la sua posizione, facendo tacere alcuni avversari ed altri guadagnandone alla sua causa; poi tentò di allearsi con i nobili per potere meglio lottare contro la Spagna, ma non vi riuscì e perse il terreno che aveva conquistato perché si alienò le simpatie del popolo. La sua posizione si fece più critica quando gli si dichiarò apertamente contrario il ministro francese MAZARINO, sollecitato da Gennaro Annese.
Allora il Guisa giocò l'ultima carta: riuniti in assemblea tutti quelli di cui poteva fidarsi, si fece nominare generalissimo della repubblica, quindi tolse ogni autorità all'Annese lasciandogli soltanto - e fece male - il torrione del Carmine. Ma la posizione del duca di Guisa non migliorò; i nemici, assaliti da lui nelle loro trincee, lo respinsero: tornarono le discordie fra gli insorti e l'ANNESE per vendicarsi si riavvicinò agli Spagnoli, avviando trattative segrete con il conte d' OGLIATE, nuovo viceré. L'opera decisamente nefasta dell'Annese non tardò a dare i suoi frutti: le milizie spagnole, favorite dal suo partito, entrate a Porta Alba si impadronirono dei quartieri popolari, occuparono in poco tempo tutta la città e presero prigioniero il duca di GUISA (aprile del 1648), che prima fu chiuso a Gaeta poi venne trasferito a Madrid e solo parecchi anni dopo venne liberato. 

Pensò allora il Mazzarino di mandare una spedizione contro Napoli per espugnare il forte di Sant' Elmo per fare insorgere nuovamente la città; e sapendo che ai Napoletani era bene accetto TOMASO di SAVOIA affidò a lui il comando delle truppe delle operazione; ma l' impresa per lo scarso numero di milizie messe a disposizione del principe si limitò all'occupazione di alcuni punti del Golfo, poi il Savoia, rimasto privo di rinforzi, andò a rifugiarsi a Porto Longone.

Gennaro Annese, accusato da un certo Giuseppe Palumbo, suo acerrimo nemico, di intendersi con i Francesi, fu arrestato e il 22 aprile del 1648 giustiziato assieme ad altri suoi quattro compagni. 
La sua testa, conficcata sopra una picca, fu posta di faccia al torrione del Carmine, il corpo rimase per due giorni nel luogo dell'esecuzione, poi venne seppellito. Furono queste le prime vittime della reazione spagnola che infierì tremenda nella povera città, ricaduta sotto l'artiglio straniero, che già tanto l'aveva straziata. 
«Gli animi - scrive il Callegari - erano ancora amareggiati e sconvolti per le immani vendette, quando sul finire del 1649 il Vesuvio gettò fuoco e Napoli e le terre vicine furono scosse da frequenti terremoti.
« Lo spavento che si sparse per il popolo, e le notizie, forse esagerate, che giunsero a Roma, parve buona occasione a CAMILLO TUTINI, un prete napoletano, ardente di amor patrio, sostenitore dell'opera di Masaniello prima, poi del Guisa, per tentar di ridestare una voglia di guerra contro la Spagna. Da tempo antico si credeva che ogni eruzione del Vesuvio fosse presagio di straordinari avvenimenti, come peste, sollevazioni, calamità, morte di principi. Nello stesso tempo si ritenne presagio funesto la troppa attesa che il sangue di San Gennaro poneva a liquefarsi o a non liquefarsi del tutto, e nel 1649 s'erano verificati i due paurosi fenomeni.
«Il Vesuvio tuonava e il Santo Patrono negava il consueto miracolo. Quando più viva era l'attesa e angosciati gli animi, il Tutini fece diffondere in giro una sua scrittura intitolata: Prodigiosi portenti del Monte Vesuvio, nella quale scagliava una violenta invettiva contro il governo di Spagna in Italia, allo scopo di poter sollevare un'altra volta il popolo contro l'odiata dominazione. 
Ma ormai le popolazioni non avevano più l'energia necessaria per una risoluta resistenza, esaurita nelle precedenti rivolte rimaste così infruttuose, ed accettarono passive e rassegnate tutto quello che un vendicativo dispotismo seppe immaginare per negare i naturali diritti dell'umanità ».

CONGIURE E RIVOLUZIONI IN SICILIA
NINO LA PELOSA; GIUSEPPE D'ALESSI; IL VAIRO; G. PLATENELLA;
P. MILANO; F. FERRO.

Contemporanea alla rivoluzione napoletana di Masaniello scoppiava in Palermo quella dell' ALESSI. La produzione granaria del 1646 era stata scarsissima e si annunziava un inverno di miseria. Grande incetta di frumento aveva fatta il comune di Messina, ma essendo stato ordinato che si ponessero in vendita pani più piccoli del consueto, la popolazione aveva mostrato un gran malcontento, al quale erano seguiti tumulti con saccheggi e incendi di case, presto repressi dalle autorità con arresti ed impiccagioni.
Anche dal comune di Palermo era stata fatta grande incetta di grano, ma il pane non era stato rimpicciolito né aumentato di prezzo, quindi un grandissimo numero di poveri di tutta l'isola era andato nella capitale, la quale a un tratto, nell' inverno, si era popolata di migliaia e migliaia di mendicanti, scalzi, laceri, smunti, d'ogni età e sesso, i quali di giorno erravano per le strade chiedendo l'elemosina, di notte si sdraiavano dietro gli usci, sotto le volte, nei cantoni delle piazze, gemendo per il freddo e per la fame.

Si sperava che il futuro raccolto avrebbe lenito tanta miseria; ma per le piogge abbondanti seguite da una lunga siccità quello del 1647 fu peggiore del precedente; aumentò la disoccupazione, aumentò la miseria, e alla fame si aggiunse una terribile epidemia, che falciò numerose vittime nella popolazione e, poiché la fame è una cattiva consigliera, i più indigenti cominciarono a tumultuare per le vie di Palermo e, guidati NINO La PELOSA, assalirono il palazzo del Senato.

Non era una rivolta pericolosa, ma un atto disperato di poca gente che non sapeva nemmeno quel che faceva; occorreva però stroncare sul nascere un movimento che poteva trascinare altri a ribellioni più gravi; le autorità quindi agirono con prontezza, decisione ed energia; il viceré, spalleggiato dalla nobiltà e dai militi, spiegò tutta la sua forza, il tumulto fu sedato, si procedette ad arresti e, perché fosse dato un esempio come ammonizione, Nino La Pelosa ed altri rivoltosi vennero  impiccati sulla pubblica piazza..

Dato lo stato delle cose l'esempio non poteva giovare; la miseria era più forte della paura; morir di fame era peggio che morir per mano del boia, questa morte anzi era preferibile all'altra perché troncava le sofferenze. 
Con le impiccagioni i tumulti cessarono, ma non cessò il malcontento, questo anzi fu aggravato dall'agiatezza dei ricchi incuranti della grave crisi; non cessarono i brontolii, rinacquero i propositi di nuove e più volente agitazioni, cui si univa la voglia di vendicare quelli che erano stati impiccati solo perché avevano cercato di voler sfamarsi: aumentava il desiderio di infierire contro i nobili che con lo sfoggio del loro lusso pareva che insultassero la miseria.

Il fuoco covava sotto la cenere e tutto faceva prevedere che presto l' incendio sarebbe divampato furioso. Giungevano già dalle altre terre dell' isola notizie gravissime, annunciatrici minacciose della tempesta che s'avvicinava alla capitale: in qualche città, erano state aperte le carceri e liberati i prigionieri, in qualche altra erano stati bruciati gli archivi, in qualche altra ancora il popolo aveva dichiarato abolite le tasse; all'ordine del giorno le aggressioni dei magistrati, gli incendi, i saccheggi.

Le autorità di Palermo si rendevano conto della gravità della situazione, ma non avevano mezzi per scongiurare lo scoppio della tempesta; le casse erano vuote, i magazzini pubblici esausti, insufficienti le nuove tasse imposte sulle classi abbienti; intanto la miseria cresceva e con essa il malcontento e l'agitazione, che ormai nessuno poteva più contenere.

Giungevano intanto nell' isola le notizie della rivoluzione napoletana che, passando di bocca in bocca, venivano esagerate e travisate, notizie che suscitavano negli animi della plebe palermitana un senso di ammirazione e una voglia intensa di emulazione. Nelle case, nelle vie, nelle osterie, dovunque ci fossero delle persone radunate si commentavano quelle notizie, si diceva che se a Palermo il popolo fosse, come a Napoli, insorto in pieno accordo avrebbe avuto ragione del vicerè e della nobiltà, e ci si lamentava la mancanza di un Masaniello isolano che desse il segnale della rivolta.

Ma il Masaniello a Palermo non mancava. C'era un battiloro di trentacinque anni, figlio di un tagliapietre di Polizzi, audacissimo, agile e forte, destro nel maneggio della spada, insofferente al giogo spagnolo, litigioso e manesco, che per nulla era inferiore al capopopolo napoletano, lo superava anzi per ardire, per capacità organizzativa e per fermezza di propositi e pareva nato apposta per capitanare una rivolta e farla trionfare su tutti gli ostacoli.

Si chiamava GIUSEPPE d'ALESSI. Irrequieto ed indocile, aveva avuto a che fare più d'una volta con la giustizia e caduto nelle mani del Capitano giustiziere, era riuscito a scappare e a riparare a Napoli, proprio quando in questa città la rivoluzione trionfava.
Era tornato a Palermo con la fantasia eccitata per quanto aveva visto, con gli occhi pieni della visione straordinaria e tentatrice di tutto un popolo urlante, tumultuante, che aveva costretto gli arroganti Spagnoli a chiudersi nei fortini e aveva fiaccato l'alterigia del vicerè. Aveva la voglia di menar le mani, sollevare la plebe affamata, condurla al saccheggio, alla vendetta, cacciare dall'isola gli stranieri, inaugurare un governo di giustizia e di equità, che mettesse fine alle prepotenze e alla miseria e pensasse a dare il benessere alla cittadinanza. Il momento per agire gli sembrava opportuno; il popolo non aspettava che un uomo audace e risoluto che lo facesse insorgere. Giuseppe d'Alessi si diede da fare attorno, rivelò i suoi propositi al fratello Francesco, ad altri parenti, ad amici e conoscenti, soffiò nel fuoco, e una sera, riunitosi con altri popolani in un'osteria, prese con essi gli accordi per un'azione che doveva ridare a Palermo la libertà.

Le autorità, in mezzo a tanto fermento, vigilavano; avuta notizia di ciò che si stava tramando, indagarono e riuscirono a mettere le mani addosso ad alcuni congiurati, i quali vennero subito mandati al patibolo. Si sperava che anche questa volta l'esempio sarebbe bastato a impaurire gli animi e a troncare i propositi di rivolta; ma gli agitatori non erano oramai rappresentati da uno sparuto branco di straccioni; c'era tutto un popolo che soffriva e fremeva, un popolo invaso dalla collera non si lasciava intimorire dalle forche.

Quelle esecuzioni furono la scintilla che provocarono l'incendio. Dei cartelli apparvero sui muri e agli angoli delle vie con scritte sediziose. Una diceva: Et mora mal governo Rex Hyspaniarum ; un'altra: Viva il re di Spagna, fora gabelle e colletti, non volemo pagari più nienti; un'altra ancora minacciava il viceré e indicava che teneva nascosto il grano ed era lui ad affamare la povera gente.

Erano i segni premonitori della tempesta, poi questa scoppiò furiosa. Alla testa di numerosi popolani Giuseppe d'Alessi si recò nel quartiere dei pescatori, i quali si riversarono nelle vie unendosi all'agitatore, poi andò in Piazza della Vittoria, dove la folla lo proclamò capo dell' insurrezione; quindi percorse le vie della città, mentre al suo passaggio il corteo dei ribelli si ingrossava e diventava sempre più minaccioso.

Quella dimostrazione non era stata prevista dalle autorità e nessun provvedimento era perciò stato preso; per giunta, essendo giorno festivo, il palazzo del vicerè era custodito solo dalla metà della guardia spagnola, né si trovavano altri in servizio. La folla, giunta davanti il palazzo, iniziò una violenta sassaiola contro soldati che si preparavano a resistere e li costrinse a fuggire disordinatamente.

Fu la prima vittoria. Si gridò Morte agli Spagnoli ! e parve che volessero rivivere dopo tanti anni le giornate indimenticabili dei Vespri. L'armeria del Senato e quella della Dogana furono invase e migliaia e migliaia di archibugi, di spade, di picche, di pistole passarono nelle mani dei rivoltosi, che si impadronirono anche di una grande quantità di munizioni. 
Oramai nessuna forza poteva più trattenere i ribelli; il Senato non osava dare segno di vita; gli altri magistrati tacevano; i nobili erano fuggiti o stavano asserragliati nei loro palazzi o si erano rifugiati nelle chiese e nei conventi; la città tutta era in balìa della folla; mentre il vicerè, al sicuro sulle galee, non sapeva nè poteva fare qualcosa per ristabilire la sua autorità. Il vero padrone della città era Giuseppe d'Alessi, il quale, dopo le prime violenze, cercò di disciplinare la rivoluzione. Nominato capitano generale del popolo, egli fece occupare e saldamente custodire le porte di Palermo, fece puntare sul castello le artiglierie cadute nelle sue mani, ordinò squadre di ribelli che perlustrassero le vie, assoldò una numerosa compagnia di uomini armati, vietò che si commettessero disordini ed emanò un bando col quale ingiungeva che tutti i popolani di età superiore ai quindici anni andassero armati e senza cappa. La parola d'ordine era: Viva il re e fuori il mal governo 

La savia moderazione di Giuseppe d'Alessi fece nascere nel Senato e nella nobiltà, la speranza di un accomodamento, ma alle prima proposte di trattative i rivoluzionari fissarono le loro condizioni: osservanza di tutti i privilegi concessi alla Sicilia dal re Pietro d'Aragona, abolizione di tutte le prammatiche che menomassero questi privilegi, della confisca dei beni e di quasi tutte le gabelle che gravavano sul popolo siciliano, formazione di un governo cittadino composto di tre giurati popolani e tre nobili, esclusione dei non Palermitani dalla Corte Pretoriana e da tutte le altre cariche cittadino.

Erano condizioni queste che i nobili non vollero accettare, d'altro canto il vicerè non voleva abbassarsi a far concessioni strappate con la forza dal popolo; furono troncate quindi le trattative e si cercò di corrompere l'Alessi e di staccarlo dalla plebe con ricchi regali, offerte di cariche lucrose, titoli magnifici nella speranza d'inebriarlo come Masaniello e di procurargli l'odio dei ribelli.

Giuseppe d'Alessi però non si lasciò corrompere e pur facendo uso del cocchio, di ricche vesti e di cappa, rimase fedele alla linea di condotta che si era tracciata. Purtroppo però la sporca politica seguita dai nobili, ebbe l'effetto di alienare dal capo le simpatie dei popolani, alcuni dei quali, insospettiti dalle deferenze grandissime con cui egli era trattato dalla nobiltà o malcontenti per non essere stati messi a parte del governo o disgustati dalle severe condanne inflitte ai più violenti, cominciarono a mormorare contro di lui.

Era quello che volevano i nobili e il viceré, i quali continuarono a lavorare abilmente per approfondire il dissidio tra l'Alessi e il popolo. Il viceré, credendo di poter piegare gl' insorti, fece sapere che sarebbe ritornato in città, ma per propria sicurezza sarebbe andato ad abitare nel castello con la scorta di due compagnie di soldati e con viveri e munizioni per due mesi e pretendeva che fossero tolte le artiglierie che minacciavano la fortezza.

Fu questa una mossa sbagliata. Il popolo, sdegnato, respinse le proposte, montò sulle furie ai consigli di moderazione che dava 1'Alessi e minacciò saccheggi e incendi. Si tornò alla politica disgregatrice, l'unica -per gli spagnoli- che potesse dare qualche risultato. I magistrati e i nobili della città si riunirono in assemblea e proposero di nominare Giuseppe d'Alessi sindaco a vita del comune di Palermo con lo stipendio di duemila scudi all'anno e una guardia di settanta soldati mantenuti a pubbliche spese; proposero inoltre di conferire al fratello Francesco la carica di Maestro della Città e di provveditore dell'annona.

Appena le deliberazioni dell'assemblea furono conosciute dalla plebe, questa fu convinta che il suo capo volesse tradire la causa della rivoluzione; i più scalmanati ( o meglio gli infiltrati falsi scalmanati) espressero il proposito di toglierlo di mezzo, cosicchè gli stessi suoi amici se ne allontanarono; la nobiltà continuò a soffiare con maggior forza per attizzar l'odio ed estendere i sospetti, l'Inquisizione diede una mano al governo per sbarazzarlo di quel temibile capopopolo e il Senato non trascurò nulla per riuscire nello scopo che i nemici della rivoluzione volevano raggiungere.

Ciò che affrettò la fine dell'Alessi fu la notizia, sparsa ad arte, di maneggi segreti del capitano generale con i Francesi per consegnar nelle loro mani la città. La plebe insorse furente, catturò e uccise Francesco d'Alessi e ne portò la testa staccata su una picca in giro per le vie; altri compagni del morto furono trucidati, quindi venne la volta di Giuseppe che fu scannato e anche lui trascinato quasi nudo per le strade.
Parecchi altri fedeli dell'Alessi subirono la stessa sorte e i nobili furono convinti di avere debellata la rivoluzione; ma il loro contegno spavaldo, sbolliti i furori che avevano insanguinato la città, fece trasalire la plebe intuendo il tranello in cui era caduta e si pentì del grave errore commesso. 
Il rimorso di avere ucciso l'eroe della rivoluzione fu tale da provocare perfino allucinazioni. La notte stessa del misfatto (22 agosto) alcuni popolani dissero di aver vista l'ombra dell'ucciso percorrere armata le vie di Palermo gridando guerra, all'armi, fratelli. Allora la plebe, convinta che il sospetto prima e la tragedia poi fossero stati ispirati dal demonio, innalzò altari, fece penitenze e volle che i preti benedicessero Palermo.

Fra il il figlio dello spaccapietre di Palermo e il pescatore di Napoli - scrive il La Lumia - una singolare somiglianza di destino si rivelava anche nell'ultima fine, di quel momentaneo abbandono e in quel postumo ritorno del popolo. Ambedue saliti alla fama dal nulla, re di otto giorni, travolti ambedue nello stesso precipizio. Masaniello, più giovane e con un carattere più amabile, più ingenuo e più candido; l'Alessi con una dura tempra, con quella nativa energia del suo isolano paese, con maggiore saggezza ; ma né questa lo salvò dalle insidie, né quella lo rese forte agli ostacoli. Risoluto nel cominciare l'impresa, esitava quando a spingerla innanzi per tuffarsi nel sangue.  Ambedue desiderosi di giustizia, generosi, benevoli, falliti nello scopo impossibile di conciliare fra loro delle inconciliabili cose; la nobiltà ed il popolo, il governo e la piazza, la rivolta e la fedeltà alla Corona di Spagna; la suggestione di una improvvisa potenza, incoraggiata dalle oscure manovre, inebriava entrambi, ma almeno l'Alessi non smarriva il senno, non dava in frenesie. Tuttavia l'uno e l'altro erano ugualmente delle incarnazioni del popolo, quale nel XVII secolo, sotto il doppia giogo della sovranità straniera e dell'ordinamento feudale, si riscontrava e si agitava  nel mezzogiorno d'Italia.

Intorno a loro c'era Firenze che già aveva veduto MICHELE di LANDO il Gonfaloniere dei Ciompi, il fiorentino cardatore di lana. Tutti costoro non sono certo grandi uomini; sono forse figure minori ma sono anch'essi uomini che parlano vivamente nella storia  d'Italia».

Con la morte dell'Alessi la rivoluzione non finì, ma ebbe un colpo da cui non riuscì più completamente a rialzarsi. Continuò l'agitazione, ma senza direttive precise, priva d'un capo che guidasse e disciplinasse l'azione del popolo, il quale se da un canto non voleva cedere alla nobiltà e al vicerè, dall'altro non sapeva certo da solo come risolvere la questione del pane per la mancanza della farina.
Urgeva una composizione con gli altri ceti e si cominciò a pensare alla pace.
Questa venne conclusa con grande solennità il 5 di settembre, ma non alleviò le condizioni della plebe, che si trovava nella miseria più grande. La rivoluzione sorta dalla fame finiva con la fame; vane erano le agitazioni, vana la breve conquista della libertà, vano il sacrificio di tante nobili vite; le vie di Palermo che avevano sentito le grida di trionfo degli insorti ora risuonavano sempre di più dei gemiti degli affamati cui facevano eco quelli degli infermi che gremivano, ospedali, case, strade, campagne.

Risorse in alcuni il desiderio di riaccendere la rivolta perché solo in un cambiamento di governo si vedeva l'unica via di salvezza; un oriundo calabrese, di nome VAIRO, che aveva militato sotto la bandiera dell'ammiraglio don Ottavio d'Aragona, tramò le fila d'una congiura con il proposito di uccidere i ministri, il cardinale, i principali nobili e fare insorgere tutta l'isola contro gli Spagnoli; ma il complotto fu scoperto e anche il Vairo con alcuni suoi compagni finì al supplizio e poi impiccato.

Esito migliore non ebbe la congiura di don GABRIELLO PLATENELLA da BIVONA, che si era messo in segreto rapporto con i Francesi. Anche lui fu scoperto e consegnato al boia e la medesima sorte subirono gli autori di altre congiure: di una di esse era capo un amico dell'Alessi, don PIETRO MILANO, che, chiuso in carcere, fu strozzato con molti complici; di un'altra era promotore il merciaio FRANCESCO FERRO.

Termineremo la rassegna dei tentativi fatti dai Palermitani per scuotere il giogo spagnolo accennando alla congiura tramata verso la fine del 1649 da due famosi avvocati, ANTONINO Lo GIUDICE e GIUSEPPE PESCE. Essendo corsa la voce che si era spento a Madrid senza eredi legittimi Filippo IV, i due illustri giureconsulti pensarono di staccare la Sicilia dalla Spagna e di darle un proprio re. Questi doveva essere il duca di MONTALTO, uno dei più ricchi baroni dell' isola. La scelta del sovrano piacque a molti nobili, che aderirono alla congiura, la quale per la condizione dei componenti avrebbe ottenuto esito felice se prima di rafforzarsi non fosse stata scoperta e denunciata a Sant'Ufficio. E così sul patibolo altro sangue di patrioti  spegneva ancora una volta le aspirazioni di quanti a Palermo odiavano l' avido governo degli Spagnoli.

LA RIVOLUZIONE Di MESSINA

Una rivoluzione ben più grave di quella di Palermo scoppiò a Messina nel 1675. Diversamente dalle altre città italiane sottomesse alla Spagna, Messina godeva di tali privilegi da potersi considerare quasi solo di nome suddita spagnola. Questi privilegi erano stati in massima parte concessi alla città ancora  da Ruggero il Normanno con diploma del 15 marzo 1129 per premiarla dell'opera efficace data da nella lotta contro i Saraceni.
In virtù di questo diploma i Messinesi, salvo i casi di Stato, dovevano essere giudicati, sia in materia civile che criminale, dai loro giudici, dinnanzi ai quali dovevano esser portate le controversie col fisco; ogni ordine del re, contrastante con la costituzione della città, non aveva valore ed esecuzione; i pubblici ufficiali di nomina regia dovevano essere messinesi e di gradimento della città; nel tribunale le controversie per gli affari marittimi dovevano essere giudicate da un consolato composto di messinesi nominati dai commercianti e dagli armatori; nelle pubbliche assemblee convocate dal re per discutere degli interessi della città nessuna deliberazione poteva prendersi senza la presenza dei magistrati cittadini; i messinesi dovevano essere ammessi a qualunque ufficio regio; gli ebrei di Messina dovevano godere gli stessi privilegi e le stesse immunità dei cristiani; il re doveva essere considerato come cittadino coronato di Messina; i deputati di Messina avevano il diritto di occupare il primo posto nelle pubbliche riunioni indette dal sovrano; i Messinesi dovevano essere esenti da gabelle in tutto il regno, non potevano essere forzati a prestar servizio militare e potevano tagliare nelle foreste regie gratuitamente tutto il legname occorrente per costruire o riparare navi; infine la sola Messina poteva batter moneta e la sua galea doveva portare lo stendardo regio.

Quando la Sicilia cadde sotto il dominio degli Spagnoli, questi confermarono a Messina i suoi antichi privilegi e Filippo IV ne concesse parecchi altri per premiare la città della fedeltà mostrata durante le rivoluzioni di Napoli e Palermo del 1647.
L'autorità reale era rappresentata da un governatore spagnolo, mandato dal vicerè di Palermo, che si chiamava straticò ed era il primo dignitario dell' Italia Spagnola dopo i vicerè di Napoli e Palermo e il governatore di Milano.
Il governo della città era affidato al Senato, composto di quattro nobili e di due membri scelti tra la borghesia e il popolo, che nei casi straordinari convocava un gran consiglio e mandava, quand'era necessario, ambasciatori al sovrano che doveva riceverli con gli onori spettanti agli inviati di uno Stato.

Fin dal 1665 gli ottimi rapporti tra la città di Messina e la Spagna erano stati turbati a causa di certi privilegi che gli Spagnoli volevano contestare alla città. Questi dissapori furono aggravati dallo straticò don LUIGI dell' HOIO, venuto con il proposito di strappare a Messina gli antichi privilegi e di metterla sotto la completa sudditanza della Spagna.
Seguendo la tradizionale politica spagnola, lo straticò fece nascere rivalità ed odi tra i plebei e i nobili e fu causa del sorgere di due partiti detti dei Merli e dei Malvizzi. quelli popolani e partigiani della Spagna, questi nobili e difensori dei diritti della città.
Da quando la cittadinanza fu divisa in due fazioni Messina non ebbe più pace e fu dilaniata da una terribile lotta intestina, che produsse saccheggi, devastazioni, incendi e fece scorrere molto sangue fraterno; una lotta che raggiunse il massimo grado di intensità nel 1672.

Infierendo in quest'anno la carestia, il Senato si era avvalso di un antico privilegio che permetteva alla città di sequestrare le navi cariche di frumento che transitavano per lo stretto e di impadronirsi del frumento pagandone però il prezzo. Il 26 febbraio del 1672 il Senato aveva tentato di sequestrare dieci vascelli provenienti dalle Puglie e diretti a Napoli, ma il tentativo era fallito ed aveva fornito pretesto alla plebe d'insorgere contro il governo di Messina.

Il 30 marzo i Merli assalirono e incendiarono le case dei Senatori, liberarono dalle carceri circa ottocento detenuti e al grido di Viva Dio ! Maria nostra Signora e Carlo II e fora mal governo ! diedero addosso ai Malvizzi. La lotta che ne seguì che ebbe carattere di estrema violenza, finì con la peggio dei Merli e poiché il governo spagnolo aveva aiutato quest'ultimi, i vincitori, completamente padroni della città, si ribellarono agli Spagnoli e chiesero soccorso alla Francia.

La richiesta dell' intervento francese alienò da Messina le simpatie delle altre città siciliane. Queste, scoppiati i primi moti, si erano schierate in favore della consorella, ma quando seppero che era stato sollecitato l'aiuto di LUIGI XIV, per l'odio che da vecchia data nutrivano contro il nome Francia, si mostrarono risolute e avverse ai Messinesi. I quali, decisi a cacciar gli Spagnoli, assalirono il palazzo dello straticò, espugnarono le fortezze e  inalberarono la bandiera francese.

Il 28 settembre del 1674 giunse nelle acque di Messina il cavaliere di VALLEBELLE con sei vascelli francesi e tre brulotti carichi di viveri e truppe. L'ultimo forte spagnolo che ancora resisteva, quello del Salvatore, si arrese. I Messinesi speravano che Luigi XIV avrebbe mandato altri aiuti, invece i viveri inviati presto furono consumati e le navi ripartirono mentre la città lasciata al suo destino veniva bloccata dalla parte di terra dal marchese di Bajona e dal mare da una numerosa flotta spagnola.

Il 12 dicembre giungeva a Palermo il marchese di VILLAFRANCA, nuovo vicerè, il quale cercò di ricondurre Messina all'obbedienza promettendo una generale amnistia; ma gli insorti si rifiutarono di sottomettersi ed allora mise a ferro e a fuoco la campagna ed avrebbe ridotto a malpartito la città che già soffriva la fame se il 7 di gennaio del 1675 un'altra squadra francese, forzato il blocco, non avesse vettovagliata Messina.

Un mese dopo si presentava nello stretto la flotta del duca di VIVONNE, attaccava le navi spagnole, le sbaragliava ed entrava vittoriosa nel porto. Egli stesso il 28 aprile riceveva a nome del suo sovrano dai Messinesi nella cattedrale il giuramento di fedeltà e riconfermava loro tutti i privilegi che avevano fino allora goduto.
Il duca di Vivonne sperava di impadronirsi di tutta l'isola, ma furono molto scarsi i suoi progressi: fallì un suo tentativo contro Milazzo, e Palermo gli si mostrò ostile e lo costrinse ad allontanarsi; solo Augusta, dopo sette ore di combattimento si arrese.

A sostenere la Spagna, l'Olanda, sua alleata, mandò in Sicilia il prode ammiraglio ADRIANO MICHELE RUITER con una flotta di diciotto vascelli e dodici altri legni minori. Il 1 febbraio del 1676 una furiosa ed accanita battaglia ebbe luogo proprio nelle acque davanti a Messina tra gli Olandesi e i Francesi comandati dal Duquesne, ma la vittoria non fu di nessuno e la notte divise i combattenti.
Un'altra sanguinosa battaglia ebbe luogo il 22 aprile nelle acque di Augusta e in essa perì da prode il Ruiter. Miglior successo non aveva intanto il vicerè che tentava di espugnar Messina da terra e veniva invece costretto a ritirarsi.

A sua volta il duca di Vivonne cercava di impadronirsi di Palermo. 
""...Il 2 giugno del 1676 - scrive il Palmeri - l'armata francese si avvicinò a Palermo con tre squadre. La prima di nove vascelli, sette galee e cinque brulotti attaccò la battaglia. Il Vivonne con le altre due seguiva dietro distanziato. Alle dieci del mattino iniziò l'attacco.
Quel mattino spirava un vento greco-levante, che favoriva i Francesi ma era molto dannoso agli alleati (Spagnoli e Olandesi). Fin dalle prime bordate e con l'incendio di una prima nave si levò un denso fumo che andava in faccia agli spagnoli impedendogli la vista. E fin da allora i navigli incominciarono a sparpargliarsi non riuscendo a seguire i segnali del comandante sull'ammiraglia.
 Critica la situazione per gli spagnoli ma propizia per l'ammiraglio francese, questi si spinse avanti con i suoi  suoi vascelli e riuscì a incendiare altri tre vascelli. Allora, la confusione e il disordine divenne per gli spagnoli drammatico; ogni naviglio invece di cercarsi  l'un l'altro, si allontanavano, cercando di evitare che le fiamme passassero da una all'altra nave, ma così facendo diventavano ottimi bersagli per i Francesi. Infatti il Vivonne incalzava l'azione, e spingendosi ancora in avanti andò a centrare con un cannonata la Reale di Spagna, che con le munizioni che aveva a bordo saltò in aria con spaventevole fracasso, e fece incendiare e poi affondare due galee, la Padrona di Napoli e san Giuseppe di Sicilia, che le erano vicine. 

Tutto allora divenne apocalittico; ma non solo in mare, ma anche nella città. Il denso fumo che si era spinto nella vicina città oscurò persino il sole di mezzogiorno; l'angoscia della caligine era accresciuta dal rimbombo dei cannoni, e fra sprazzi di schiarite dal bagliore delle navi incendiate, lo scoppio di quelle che saltavano in aria, dal fischio della palle, e da un generale grido di popolo, mosso dalla pietà di tanti prodi, che stavano davanti a loro miseramente soccombendo, inoltre c'era l'angoscia di uno sbarco dei Francesi.

« Sette ore durò la spaventosa scena. Possono appena esprimersi i danni riportati dalle armate alleate. Vi perirono fra tanti altri i due ammiragli Ivanes e Staen: nove vascelli e tre galee furono preda delle fiamme e la gran parte dei vascelli olandesi rrimase così malconcia che poi quando furono riportate in porto c'era di utile solo più i cannoni che furono poi acquistati dal Senato di Palermo. 

E se il duca di Vivonne non raccolse altri vantaggi dalla vittoria, lo si deve più che pel danno da lui riportato, che non fu lieve, ma per il coraggio del popolo palermitano. 
Nel regno precedente, il cardinal Trivulzio, temendo che andassero in mano ai ribelli dei movimenti popolari, aveva rimosso i cannoni da tutti i bastioni della città e li aveva riposti la maggior parte nel cortile del palazzo arcivescovile. In quel momento di pericolo il popolo vi accorse chiedendo a gran voce i cannoni. L'arcivescovo monsignor Luzana li negò: ma non potendo reggere alla furia popolare, volendo mettersi in salvo si travestì e abbandonò il palazzo. Prelevati in gran furia i cannoni, il popolo corse a piantarli su quei bastioni, che allora erano sulla marina, e cominciò a fare un fuoco così nutrito contro i Francesi che sorpresi da quell'atto improvviso, passò loro la voglia di metter piede a terra e si ritirarono ».

Al marchese di VILLAFRANCA successe come vicerè di Sicilia il marchese di CASTEL RODRIGO, sotto il cui governo i Francesi riuscirono ancora a conquistare Melilli, Taormina, Scaletta e Calatabiano. Ma furono queste le ultime conquiste dei francesi; Luigi XIV vedendo le grandi difficoltà di strappare l' isola agli Spagnoli ed anche perché si stava trattando la PACE di NIMEGA tra la Spagna e la Francia, aveva già deciso (ma con la pace poi costretto) ad abbandonar la Sicilia.

Lo sgombro dei Francesi da Messina ebbe luogo il 16 di marzo del 1678. Il maresciallo La Feuillade concedette quattro ore di tempo a quei cittadini che volessero lasciar la città per salvarsi dalle vendette spagnole e cinquemila riuscirono a imbarcarsi. Condotti a Marsiglia, dopo pochi mesi ne venivano cacciati. Così Luigi XIV trattava un popolo valorosissimo, che, per sottrarsi al giogo di un tiranno, aveva avuto il torto di affidarsi ad un altro tiranno.

L' infelice Messina dovette così sottomettersi. Il nuovo viceré conte di Santo Stefano, assistito dal feroce consultore RODRIGO QUINTANA, trattò la città ribelle con estremo rigore: abolì la carica di Straticò e la sostituì con quella del governatore militare, soppresse il senato e in sua vece istituì un magistrato di Eletti; confiscò il patrimonio della città e ne affidò l'amministrazione ad una Giunta di Stato (ovviamente Spagnolo); cancellò dall'archivio i privilegi e i diplomi che erano stati concessi; asportò e inviò in Spagna le pergamene e i preziosi manoscritti greci che il senato aveva acquistato da Costantino Lascaris; soppresse l'ordine equestre della stella, le due accademie, l'università e come se ciò non bastasse fece spianare il magnifico palazzo del senato e, dopo averne fatto arare e cospargere di sale il suolo, ordinò che vi fosse eretta la statua di Carlo II, fusa con il bronzo della campana grande del Duomo.
Messina peggio di così  non poteva finire. 

FINE

( VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI )

Prosegui con il periodo che di più gradisci. 
Ma suggeriamo -per rimanere negli eventi dell'inizio del XVII secolo - 
le pagine che fanno una panoramica degli ultimi Medici a Firenze
ed è il periodo che va dal 1608 al 1685

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