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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI  1648 - 1697

PIEMONTE  DALLA PACE DI VESTFALIA A QUELLA DI RYSWICK
 
( 1648 - 1697 )

IL PIEMONTE DOPO LA FINE DELLA REGGENZA DI MADAMA REALE - IL TRATTATO DI VESTFALIA - NUOVA GUERRA IN PIEMONTE - PACE DEI PIRENEI - LOTTE COI VALDESI - MORTE DI MARIA CRISTINA - GOVERNO DI CARLO EMANUELE II - TENTATIVI CONTRO GINEVRA E GENOVA - MORTE DI CARLO EMANUELE II - VITTORIO AMEDEO II - REGGENZA DI GIOVANNA BATTISTA - PERSECUZIONI VALDESI - POLITICA DI VITTORIO AMEDEO II - IL DUCA DI SAVOIA A VENEZIA - LA GRANDE ALLEANZA - IL MARESCIALLO CATINAT IN ITALIA - LA GUERRA IN PIEMONTE - BATTAGLIA DI STAFFARDA - PROGRESSI FRANCESI - INFELICE ASSEDIO DI CUNEO - CARMAGNOLA SOTTRATTA AI FRANCESI - CADUTA DI MOMMELIANO - VITTORIO AMEDEO II INVADE IL DELFINATO - TRATTATIVE DI PACE - BATTAGLIA ALLE CASCINE DELLA MARSAGLIA - RESA DI CASALE - CONVENZIONE DI VIGEVANO - PACE DI RYSWICK

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CARLO EMANUELE II


Nel giugno del 1648 CARLO EMANUELE II, compiendo il suo quindicesimo anno di età, acquistava il diritto di governare da sé il ducato; di fatto però chi continuò a tenere le redini del governo fu la madre MARIA CRISTINA, né finché lei visse, il figlio cercò di sottrarsi all'autorità materna, lieto di potersi dedicare alla vita spensierata, ai divertimenti e ai facili amori.

Perciò le condizioni del Piemonte, con il termine della reggenza, non risentirono alcun miglioramento e dopo alcuni anni di pace, seguiti al trattato di Westfalia, lo stato sabaudo tornò ad essere nuovamente un grande teatro di guerra.

Il marchese di CARACENA, governatore spagnolo di Milano, invase il Piemonte ed occupò Casale, Trino, Masino e Crescentino, traendo nell'alleanza di Spagna il duca di Mantova; a loro volta i franco-piemontesi si procurarono l'aiuto del duca di Modena, invasero il Milanese e si impadronirono di Valenza; più tardi occuparono Mortara e Vigevano e posero l'assedio ad Alessandria.

La guerra durò fino al 1659. Al principio di questo anno si iniziarono trattative di pace a Torino, che, continuate altrove, condussero alla cosiddetta PACE DEI PIRENEI, sottoscritta il 7 novembre del 1659, con la quale la Spagna restituiva Vercelli, che aveva occupata, e si confermavano i patti di Cherasco per quel che riguardava il possesso di Trino ed Alba.

Mentre divampava la guerra, che doveva avere termine con il trattato dei Pirenei, una altra lotta si accendeva in Piemonte, suscitata dall' intolleranza religiosa della corte ducale e dall' irrequietezza delle popolazioni valdesi delle valli del Pellice e del Chisone. Nel 1650 i Valdesi avevano cominciato a molestare i missionari cattolici e a distruggere le chiese. Furono mandate truppe a punire i fanatici protestanti e a rimettere l'ordine in quelle valli; i tumulti vennero placati, ma risorsero più gravi nel 1655. Allora fu mandato contro i Valdesi il marchese di Pianezza, che procedette con estremo rigore, suscitando sanguinose rappresaglie dalla parte dei protestanti, che continuarono a lottare fino a quando, nel 1664, con la mediazione della Francia e dei cantoni svizzeri riformati, si concluse la pace.

Nel medesimo anno in cui aveva termine la lotta contro i Valdesi moriva MADAME REALE e cominciava il vero regno di Carlo Emanuele II. Aveva raggiunto l'età di 30 anni, e solo allora il duca si diede con molta attività e spesso con insospettata energia a risanare le piaghe che tanti anni di malgoverno della madre avevano aperto nel corpo dello stato.
Occorreva  soprattutto frenare la prepotenza della nobiltà, dare una migliore amministrazione ai comuni, alleggerire i tributi, ripartire equamente le imposte fra i sudditi, riordinare l'amministrazione, dare libertà ai magistrati nell'esercizio del loro ministero, modificare le pene, restaurare le finanze.
Carlo Emanuele II cercò di curare tanti mali, ma era troppo tardi e la sua vita fu anche troppo breve; non vi riuscì che in parte, ma gli si deve riconoscere il merito di avere fatto il possibile per risanare il suo stato.
 
Migliori risultati conseguì nel riordinare l'esercito: migliorò difatti l'amministrazione militare, rese più salda la disciplina, emanò nuove disposizioni per la leva e l'addestramento dei soldati, creò altri reggimenti, aumentò le artiglierie e curò le caserme, gli ospedali e le fortezze.
Seguendo l'esempio dell'avo (Emanuele Filiberto) dedicò anche amorose cure all'agricoltura, all'industria e al commercio, migliorando le manifatture, chiamando in Piemonte operai stranieri, curando le vecchie strade e costruendone delle nuove e allacciando relazioni commerciali con parecchi paesi d' Europa; diede impulso anche agli studi e protesse le arti e le lettere.

Mentre curava il riordinamento dello stato Carlo Emanuele II pensava ad estendere i suoi domini. Ginevra e Genova lo tentavano come prima avevano tentato il nonno Carlo Emanuele I. 
Per impadronirsi della prima fece un tentativo notturno, nel 1662, andato a vuoto; per venire in possesso della seconda tentò tutti i mezzi, dalle trame con fuorusciti alla guerra aperta.
Cercò nel 1672 di annettersi la vecchia repubblichetta di Noli, tentò di trarre pretesto da tutti i piccoli dissidi insorti per ragioni di confine allo scopo di provocare una invasione armata della Liguria, infine dato ascolto al DELLA TORRE, un fuoruscito genovese, iniziò quella guerra che abbiamo narrato in altre pagine, e che dopo varie vicende terminò con la pace del 27 ottobre del 1672.

Il regno di Carlo Emanuele II durò trentasette anni; tranne gli ultimi 10, sempre (dalla nomina a 4 anni fino ai  30)  sotto la tutela di Maria Cristina, figlia e sorella di due re di Francia.
Il duca che si era acquistato la stima e l'amore dei suoi sudditi, con la sua vita spensierata, si spense ancora giovane (aveva quarantun anno) il 12 giugno del 1675.

VITTORIO AMEDEO II - SUA POLITICA - GUERRA CONTRO LA FRANCIA
ASSEDIO DI CUNEO, IMPRESA DEL DELFINATO, 
BATTAGLIA DELLA MARSAGLIA - RESA DI CASALE - PACE DI RYSWICK

Successe a Carlo Emanuele il figlio VITTORIO AMEDEO II, ma, essendo (com'era avvenuto per il padre) in età di nove anni (era nato a Torino nel 1666)  esercitò in nome di lui la reggenza la madre GIOVANNA BATTISTA, sorella della regina di Portogallo ELISABETTA di SAVOIA NEMOURS.
Il governo della duchessa Giovanna non fu funestato, come quello di Maria Cristina, da rivolte e da guerre, ma per l'ambizione della reggente anch'essa filo-francese, il Piemonte ricadde sotto l' influenza della Francia.
Giovanna infatti si era accordata con la sorella per dare in moglie a Vittorio Amedeo II l'infanta ISABELLA, figlia della sorella (quindi sua cugina)  ed erede della corona portoghese e, siccome Elisabetta voleva che il futuro sposo si stabilisse nel Portogallo per esservi educato secondo il costume del paese, tra Giovanna e la sorella si era convenuto che il giovinetto si sarebbe sposato a sedici anni e sarebbe rimasto in Portogallo fino a che avesse figli.

Appena si seppe in Piemonte questo trattato concluso dalla reggente, i sudditi se ne sdegnarono e cercarono perfino di toglierle il governo e di farla chiuderla in un monastero. Allora Giovanna ricorse alla Francia per averne protezione, acconsentendo, purché le si garantisse il potere, che Luigi XIV mettesse presidi in Piemonte e stringesse lega con lei. Ma i suoi maneggi non approdarono a nulla perché, in Portogallo appena vennero a sapere quale fosse il sentimento dei Piemontesi riguardo alle nozze tra Isabella e Vittorio Amedeo, il concertato matrimonio fu mandato a monte.

Ma per meglio e più a lungo governare (si ripeteva la stessa situazione di Madame Reale) Giovanna teneva lontano il figlio dalle faccende dello stato e lasciava che egli si dedicasse alla caccia, ai divertimenti, alle baldorie in compagnia di giovani scapestrati e ai facili amori.
Questo tenore di vita però non corruppe l'animo del giovane duca, che, pur fra le dissolutezze, proprio perché viveva a contatto con la gente, per quanto scapestrato fosse, guardava con dispiacere le tristi condizioni in cui erano caduti i suoi domini ed aspettava il momento di togliere alla madre il governo ed amministrare da sé il suo ducato per riprendere l'opera di ricostruzione iniziata dal padre e, guardando anche più indietro, al suo avo, a Emanuele Filiberto, come aveva già iniziato a fare suo padre negli ultimi anni di regno e di vita. Ma come coraggio -per come si comporterà- guardando anche al nonno, a quello sfortunato Carlo Emanuele che - lo abbiamo letto negli anni passati- con tanto ardire, per nulla sentendosi inferiore, andava dicendo "Sebbene questi re sono grandi...io non voglio esser schiavo di nessuno" e di « aver cuore e forze per opporsi contro tutti»  E i "tutti" erano due grandi potenze, mica lo staterello di Mantova o di Parma.

Carlo Emanuele lo aveva detto e aveva anche provato a farlo. Forse con arroganza, non esclusa l'ambizione, la brama di allargare i suoi domini, ma in quella Italia di quegli infami anni, con la penisola ridotta allo sfacelo, una Lombardia alla miseria, e con i tanti duchi inetti o codardi in giro, qualcuno almeno aveva se non altro il fegato di dire ciò che in cuor loro (esclusi i servili beneficiati) tutti gli italiani -ridotti a fare i servi degli stranieri-  volevano gridare.

Quando fu convinto che era giunto il momento, Vittorio Amedeo II non ancora ventenne, notificò a LUIGI XIV che, essendo maggiore di età, voleva prendere le redini dello stato, assicurandolo che avrebbe mantenute le buone relazioni con la Francia e che avrebbe accettata la sposa che lui gli avesse scelta.
Luigi XIV gli scelse la principessa ANNA d'ORLEANS. 
Venuto il tempo fissato per le nozze, Vittorio Amedeo andò ad incontrare la sposa al confine francese, quindi si recò a Rivoli e di là notificò ai ministri che cessava il governo della reggenza e che  venivano direttamente da lui assunte le redini dello stato.

Appena preso in mano il governo, il giovane Vittorio Amedeo II, non smentì i suoi propositi, e dedicò subito la sua attività a migliorare le condizioni del Piemonte; ma presto, costretto da Luigi XIV, dovette intraprendere insieme con la Francia un'impresa che a lui quasi ripugnava nonostante fosse -come era la tradizione della famiglia - un fervente cattolico.
Il 31 gennaio del 1686, contro i Valdesi che da oltre vent'anni -dal 1664- se ne stavano tranquilli, venne pubblicato un editto che vietava loro l'esercizio del culto e le adunanze religiose, revocava gli antichi privilegi di cui godevano, ordinava la distruzione dei templi, obbligava i pastori e i maestri di scuola ad abbracciare il Cattolicesimo o ad abbandonare il paese entro quindici giorni, bandiva i protestanti stranieri e ingiungeva che i bimbi venissero educati cattolicamente comminando alle madri che si rifiutassero di consegnare ai parroci entro otto giorni i loro figli la battitura in pubblico e ai padri la condanna a cinque anni di carcere.

Contro i Valdesi scese il maresciallo CATINAT con un reparto di truppe francesi alle quali Vittorio Amedeo dovette unire a malavoglia alcune sue schiere. Iniziò una guerriglia spietata, che, durata parecchio tempo, ovviamente finì con la vittoria dei franco-piemontesi. Gli infelici Valdesi vennero dispersi in differenti regioni, molti furono confinati nelle prigioni, alle madri vennero strappati i fanciulli che furono affidati a famiglie cattoliche; parecchie migliaia di Valdesi emigrarono nei cantoni svizzeri protestanti e in breve le valli da loro abitate rimasero quasi deserte.

La persecuzione dei Valdesi, impostagli da LUIGI XIV, non poteva non recare grande malcontento nell'animo del giovane Vittorio Amedeo II, che desiderava di sottrarsi alla vergognosa servitù della Francia, servitù che fino allora aveva per prudenza e per impotenza tollerata. Non potendo da solo opporsi alla prepotenza di Luigi XIV, il più forte e temuto sovrano del tempo, egli aspettava dagli avvenimenti europei un'occasione propizia, per farlo. L'occasione venne quando i principali stati d'Europa si strinsero insieme contro la Francia in quella che, chiamata prima LEGA D'AUGUSTA, si disse poi GRANDE ALLEANZA. Tutti contro Luigi, che dopo aver preso in mano lui le redini della politica dopo la morte dei suoi bravi consiglieri e strateghi, va a iniziare quello che sarà il più brutto periodo della Francia, quello dello stesso Luigi XIV, e che è il preludio al tracollo.

Sollecitato da Luigi XIV ad unirsi con lui, il duca, per pigliare tempo, seppe abilmente destreggiarsi, dicendo che intendeva mantenersi neutrale pur concedendo alle truppe francesi il passaggio attraverso i suoi stati, ma nel frattempo faceva sapere all'Austria che era sua intenzione di accostarsi alla Grande. Alleanza.
Nè il duca si limitava ad agire con destrezza. Confermandosi sempre più nell' idea di schierarsi contro la Francia e sapendo che contro di essa avrebbe avuto (sui monti, nei passi) un validissimo aiuto dai Valdesi fece loro intendere che non avrebbe opposto ostacoli al loro ritorno nelle valli abbandonate. 
Una colonna di Valdesi, capitanata da ENRICO ARNAUD, dal paese di Vaud, dove si era radunata, penetrò nella Savoia e si spinse fino a Susa. Vittorio Amedeo, per salvar le apparenze, le mandò contro alcuni dragoni, ma i Valdesi continuarono la marcia, sconfissero una schiera francese venuta contro di essi e giunsero nelle loro valli. 
Luigi XIV, strepitò, minacciando, e Vittorio Amedeo, per acquietarlo, contrastò il passo ad un'altra colonna, e a guerreggiare fiaccamente i primi mandò alcune milizie con il marchese di PARELLA; ma poi, quando scoppiò veramente la guerra, richiamò i Valdesi e concesse loro libertà di culto.

Per intavolare trattative di un accordo l' imperatore mandò a Torino l'abate veneziano GRIMANI, il quale a nome di S. M. imperiale fu molto largo al duca di promesse: egli sarebbe stato nominato generalissimo degli eserciti alleati in Italia, avrebbe avuto sussidi di denaro dall'Inghilterra e dall'Olanda, avrebbe ricuperato Pinerolo ed acquistato Casale, avrebbe potuto comperare i feudi imperiali sparsi nel Piemonte e nella Liguria e sarebbe stato padrone degli eventuali acquisti di terre nella Provenza e nel Delfinato.

Ma non potevano queste trattative farsi segretamente a Torino, nella cui corte la sospettosa Francia aveva numerose spie che sorvegliavano ogni mossa del duca; quindi questi propose che si continuassero altrove e scelse Venezia, dove le feste del carnevale potevano giustificare un viaggio di Vittorio Amedeo, il quale inoltre avrebbe avuto modo di parlare con il cugino MASSIMILIANO Elettore di Baviera e con altri principi tedeschi, anche loro ospiti per le feste a Venezia.
Il duca partì, ma dovette sopportare la compagnia del marchese d'ARCY, ambasciatore francese a Torino, e, quando giunse a Venenzia, anche quella del De GOUBLAUD e del De La HAYE, inviato francese a Mantova il primo, ed ambasciatore di Luigi XIV presso la repubblica veneta il secondo, messigli alle costole dalla corte di Parigi.

Malgrado la sorveglianza francese, Vittorio Amedeo II riuscì a parlare con l' Elettore di Baviera, sentire le proposte della Lega e manifestare le sue pretese. La lega confermò le offerte del Grimani, assicurando l'aiuto di truppe imperiali e spagnole, e il duca, avendo promesso di schierarsi contro la Francia appena se ne fosse presentato l'opportunità, se ne tornò a Torino.
Qui, dal momento che gli avvenimenti precipitavano, vennero più tardi a trovarlo il Grimani e il principe EUGENIO di SAVOIA Carignano (vedi la sua biografia), il quale -facendosi onore- era a stipendio dell'imperatore, per indurlo a scendere in campo; inoltre l' imperatore promulgò due decreti, con il primo dei quali concedeva agli ambasciatori del duca il trattamento regio, con il secondo gli accordava di comprare per un milione di lire che doveva essere impiegato nella guerra contro i Turchi, i feudi imperiali che si trovavano negli stati sabaudi e nella Liguria.

Vittorio Amedeo credeva che i suoi maneggi con la Lega fossero rimasti segreti; invece Luigi XIV aveva saputo ogni cosa. Il re di Francia, consigliato dal ministro della guerra LOUVOIS, sperando di poter piegare il duca ai suoi voleri prima che questi potesse essere soccorso dalla lega, ordinò al maresciallo CATINAT, che con diciottomila uomini si trovava nel Delfinato, di muovere verso i territori del  Piemonte in mano imperiale (2 maggio del 1690) e di imporre (per scoprirne le carte) a Vittorio Amedeo di allestire un esercito duemila fanti e ottocento cavalli e di consegnare per garanzia la fortezza di Verrua e la cittadella di Torino.

Il Catinat mandò ottomila soldati ad Avigliana ed accampatosi a Pinerolo notificò al duca gli ordini del sovrano. Vittorio Amedeo cercò di temporeggiare in attesa che gli giungessero i soccorsi della Lega; si dichiarò pronto ad ubbidire, ma propose di consegnare un'altra fortezza in luogo della città di Torino, poi, quando vide che non poteva più continuare a servirsi dei cavilli, entrò risolutamente nella Grande Alleanza a condizione che l'imperatore gli mandasse subito seimila uomini e si impegnasse di difenderlo in guerra e in pace, che Pinerolo fosse sua, Casale degli Spagnoli e questi difendessero Nizza con la flotta e un carico di ottomila fanti e tremila cavalli per correre in Piemonte.

Luigi XIV allora (sapendo ma facendo finta di non sapere nulla) fece sapere al duca che, in cambio della cittadella di Torino, si accontentava della consegna di Mommeliano, di Susa, di Carmagnola e di Mirabocco; ma ormai era troppo tardi; l'ambasciatore francese allora tentò di fare insorgere Torino, ma venne catturato e chiuso nelle carceri d' Ivrea; a sua volta Luigi XIV fece arrestare e chiudere a Vincennes il marchese DOGLIANI e il conte di PROVANA; e la guerra -rivelatisi le intenzioni di entrambi- a questo punto venne dichiarata.

Il CATINAT entrò in Piemonte e, dopo aver messo a ferro e a fuoco il territorio attraversato, assediò Cavour, debolmente difesa, la prese d'assalto e passò a fil di spada gli abitanti. Vittorio Amedeo, cui erano giunti ottomila uomini tra Spagnoli e Tedeschi, spinto da una  giovanile insofferenza (ha 24 anni), avrebbe voluto dare subito battaglia al nemico e vendicare le stragi commesse nel suo paese; ma consigliato da EUGENIO di SAVOIA a non confrontarsi in campo aperto, seguendo il consiglio con un esercito in gran parte composto di gente nuova alle armi, andò ad barricarsi nella fortezza di Villafranca.

Il Maresciallo Catinat, sapendo di non poter sloggiare il nemico da un luogo così forte, tentò di attirarlo fuori dalla fortezza con un abile stratagemma, che gli riuscì a meraviglia. Si avviò con l'esercito alla volta di Saluzzo, facendosi precedere dall'avanguardia comandata dal marchese di FOUQUIERES, sicuro di attirarsi addosso il nemico il quale non avrebbe tralasciata l'occasione di saltare addosso ai francesi mentre erano (avrebbe creduto) intenti a passare il Po.
Vittorio Amedeo, avendo saputo che il maresciallo si era messo in marcia verso Saluzzo, uscì da Villafranca e gli tenne dietro, ma quando lo raggiunse il 16 agosto a Staffarda, scattò la trappola tesa, e trovò il Catinat, non a passare il Po, ma già nelle posizioni, ben preparato a sostenere l'assalto.

Il giorno dopo ebbe luogo la battaglia. Era schierato l'esercito dei collegati con la cavalleria al centro e le fanterie alle ali, di cui la destra si appoggiava al torrente Sindone, la sinistra ad una palude che si stendeva fino al Po. L'esercito francese aveva invece i fanti al centro e i cavalli ai lati.
Primo ad assalire fu il Catinat, il quale attaccò con i dragoni del SAINT SAUVESTRE e coi cavalli del MONTGOMERY tre cascine poste avanti l'ala destra nemica. Tre volte presero i Francesi le posizioni, tre volte vennero ricacciati, né migliori risultati ottennero quando fecero precedere un nuovo e più vigoroso assalto da un nutrito fuoco di artiglieria. Uguale resistenza trovò il maresciallo alla sinistra, per cui pensò d'incunearsi tra le cascine e la destra nemica. L' impresa gli riuscì: le cascine, isolate, caddero; la destra dei collegati, minacciata di aggiramento piegò verso il centro, che ebbe però sopra di sé l'urto di tutta la massa francese e venne travolto traendo nel disastro l'ala sinistra.

Mille uomini fuori combattimento ebbero i francesi; gli alleati lasciarono sul campo quattromila morti, millecinquecento feriti e milleduecento prigionieri e più catastrofica sarebbe stata la loro ritirata se EUGENIO di SAVOIA e il conte di VERME, sopraggiunti  non l'avessero valorosamente protetta, costringendo la cavalleria francese a desistere dall' inseguimento.
Vittorio Amedeo, passato il Po, si ritirò a Moretto, poi a Carmagnola e a Carignano e infine a Moncalieri. Non sbigottito dalla disfatta, egli chiamò alle armi la milizia paesana e, per procurarsi denaro, mise gravi imposte sui beni feudali e comunali. Il Piemonte conscio rispose all'appello del principe e gli mandò uomini e denari; ottomila tedeschi di li a poco gli giunsero e così il duca riuscì a  sperare di prendersi la rivincita.

Ma i Francesi intanto non stavano fermi: saccheggiando e incendiando allargavano le loro conquiste; presero Savigliano, Fossano, Villafranca, Racconigi, Saluzzo, Lucerna e Bibbiana, poi si impadronirono di Susa e saccheggiarono Rivoli, ma mentre una loro schiera andava carica di bottino verso Pinerolo, fu sorpresa dal principe EUGENIO e fatta a pezzi. 
Scarso successo in mezzo a tante perdite, dato che cadde in potere dei Francesi tutta la Savoia; tranne Mommeliano, cadde la contea di Nizza, furono perdute Avigliana e Carmagnola, e CATINAT sempre di più azzardando si spinse fin presso Torino; qui il duca si affrettò a togliere la famiglia e a mandarla a Vercelli.

L' inverno diede un po' di respiro al Piemonte, ma nella primavera del 1691 le ostilità furono riprese con maggior vigore se non con miglior fortuna dei Francesi. Dietro ordini di Parigi, sebbene non approvasse l'impresa, il maresciallo CATINAT mandò il FOUQUIERES ad assediare Cuneo. 
La piazza, assalita furiosamente, resistette in modo mirabile e il maresciallo, credendo che lo scacco fosse dovuto all'imperizia del FOUQUIERES, lo sostituì con il BULLONDE. Ma questi non seppe fare meglio dell'altro, anzi, avendo avuto avviso che il principe si avvicinava in soccorso alla città, fuggì in modo disordinato a Racconigi, lasciando attorno a Cuneo feriti, munizioni, macchine d'assedio e cannoni. Tra l'assedio e la fuga perirono quattromila francesi e cinquanta ufficiali.

L' infelice riuscita dell'impresa francese a Cuneo riempì di felicità il Piemonte, che prevedeva prossima la riscossa; altra gioia furono gli aiuti giunti dalla Lega; i saccheggi, gli incendi ma anche le taglie poste su ogni nemico fecero crescere nei Piemontesi l'odio contro i Francesi e il desiderio di ricacciarli. Vittorio Amedeo allora mosse su Carmagnola e nel novembre la strappò ai Francesi. Pareva che l'anno dovesse chiudersi in favore degli alleati, quando nel dicembre con abile mossa il CATINAT si impadroniva dell' importantissima fortezza di Monmeliano.

Nel 1693 il duca di Savoia, avuto dall'imperatore il titolo di generalissimo e disponendo di circa quarantamila soldati, mentre il Catinat non ne aveva che sedicimila, propose in un consiglio di guerra di assalire Pinerolo. Ma i pareri degli altri generali furono molto diversi dal suo; alcuni volevano che si puntasse contro Casale, mentre altri che si puntasse addirittura sulla Francia invadendo il Delfinato e la Provenza.
Si decise - e questo fu il male - di accontentare tutti: il marchese di PIANEZZA con seimila uomini fu mandato a Casale, il generale PANFI con sedicimila soldati fu inviato verso Pinerolo, il resto dell'esercito, diviso in due corpi, andò verso il Delfinato. Uno comandato da Vittorio Amedeo e dal principe Eugenio marciò per la vale dello Stura, l'altro sotto gli ordini del duca di SCHOMBERG si incamminò per la val Lucerna; per collegamento tra i due corpi un reparto comandato dal marchese di PARELLA.
Schomberg, assalito Chàteau Queyras,  fu respinto e dovette appoggiarsi al Parella, il quale, impadronitosi di Barcellonetta, piegò a sinistra per andare ad unirsi all'esercito di Vittorio Amedeo e di Eugenio. Questi, valicate le Alpi al colle di Mars, assalirono ed espugnarono Guillestre, fecero arrendere Embrun e diedero il sacco a Gap, dove i soldati tedeschi si mostrarono spietati, bruciando le case, profanando le chiese, uccidendo gli uomini e violentando le donne.
Questi furono i soli successi della spedizione transalpina; ammalatosi il duca sabaudo a Gap, le operazioni subirono una sosta; l'avvicinarsi dell'autunno e la mancanza di vettovaglie consigliarono la ritirata; ma la reazione francese rese il ritorno piuttosto difficile.

Così si chiudeva la campagna del 1492. Luigi XIV, che nei precedenti anni aveva fatto tentativi di staccare Vittorio Amedeo dalla Lega, li rinnovò per mezzo del conte di TESSE', governatore di Pinerolo. Offriva la restituzione immediata della Savoia, compresa la fortezza di Monmeliano, la restituzione di Susa alla pace con l'Italia, quella di Nizza, Villafranca e i castelli dipendenti alla pace generale e un sussidio di duecentomila scudi per quattro anni; prometteva di depositare Casale in mano di una potenza neutrale che l'avrebbe data a chi per trattato, alla conclusione della pace, sarebbe stata assegnata; inoltre proponeva che venissero uniti in matrimonio il DUCA di BORGOGNA, figliuolo del Delfino, con MARIA ADELAIDE, primogenita di Vittorio Amedeo. 

Se dopo quest'accordo la guerra fosse continuata in Italia, Francesi e Piemontesi si sarebbero uniti per costringere gli alleati alla neutralità; se invece fosse finita la guerra nella penisola, il duca di Savoia avrebbe mandato in aiuto del re un certo numero di milizie.

Vittorio Amedeo rispose - senza farsi intimorire dal grande Luigi- che desiderava la pace, ma voleva lo sgombro dei francesi dai suoi stati e la restituzione di Pinerolo, che offriva la sua mediazione per la neutralità d' Italia, ma che voleva esser libero da qualsiasi partecipazione nella guerra tra la Francia, la Germania e la Spagna. Luigi XIV rifiutò di accogliere le controproposte del duca e la guerra continuò.

Il conte di Tessè cercò di far sollevare gli abitanti di Mondovì e di prender Cuneo per tradimento; ma la trama venne scoperta e i traditori furono impiccati; quindi gli Spagnoli strinsero Casale e si impadronirono del castello di San Giorgio; i Piemontesi e i Tedeschi investirono Pinerolo. Vittorio Amedeo fece sloggiare dal forte di Santa Brigida il Tessè, ma questi, ritiratosi in Pinerolo, vi fece una superba resistenza permettendo al Catinat di ricevere aiuti dalla Francia.
Il maresciallo, che si trovava accampato presso Fenestrelle, ricevuti i rinforzi, anzichè correre a liberare Pinerolo dall'assedio, scendendo per la val di Susa minacciò al nemico di tagliargli la ritirata verso Torino e mandò la cavalleria del Bachevilliers a saccheggiare i dintorni della capitale, costringendo con questa mossa Amedeo a lasciar Pinerolo.
Il duca a marce forzate difatti si diresse verso Torino nella speranza di giungere in tempo a porsi tra la capitale e i Francesi, ma il Catinat era già accampato tra Rivalta e Beinasco quando il duca giunse alle cascine di Marsaglia, tra i boschi della Volvera e il torrente Chisola.

In questa località il 4 ottobre del 1693 ebbe luogo la più grande battaglia di questa guerra. L'esercito degli alleati era schierato su due file con la destra appoggiata ai boschi della Volvera e la sinistra relativamente protetto dall' asciutto corso del torrente Chisola, oltre il quale, sulla strada da Pinerolo a Torino, stavano alcuni battaglioni. Comandava la destra Vittorio Amedeo, il centro Eugenio di Savoia, la sinistra il principe di Commercy. Pure su due file era schierato l'esercito francese con la destra comandata dal Catinat appoggiata al Chisola e la sinistra sotto gli ordini del duca di Vendome verso il Sangone.
Il punto debole dello schieramento francese era costituito dalla destra perché questa, munita di scarse truppe a cavallo, poteva essere facilmente sopraffatta dalla sinistra nemica, forte per la numerosa cavalleria di cui disponeva; ma il Catinat molto opportunamente occupò il colle di San Giorgio presso Piossasco scongiurando da quel lato la minaccia dei confederati.

La battaglia alle prime luci dell'alba ebbe inizio con un tremendo fuoco delle opposte artiglierie; ma il poderoso scontro avvenne tra le otto e le nove del mattino. Vittorio Amedeo assalì con tanto impeto che fece indietreggiare la sinistra avversaria, mentre il principe Eugenio difendeva al centro il formidabile urto dei francesi. 
Mentre proprio al centro la lotta era incerta,  dalla parte dei boschi della Volvera l'esito era più favorevole per i Piemontesi, la destra francese saldamente protetta dal colle di San Giorgio, aggirò con fortuna la sinistra dei confederati, spingendola disordinatamente verso il centro. Nello stesso tempo Vittorio Amedeo che si trovava in vantaggio, avendo saputo che la sinistra era stata battuta, rallentò l'avanzata; i nemici che gli stavano di fronte ripresero animo e così lo schieramento dei confederati, ridotto al centro e alla destra, dovette subire l' urto di tutto l'esercito francese che assaliva furioso da ogni parte.
Sebbene privi di quasi tutta la loro cavalleria che si era data alla fuga dalla parte del Chisola e impacciati nei movimenti per il disordine apportato sugli altri punti nella sinistra, Eugenio e Vittorio Amedeo si difesero valorosamente per circa un'ora, respingendo gli attacchi nemici, ma alla fine dovettero ripiegare su Moncalieri, lasciando il Catinat padrone del campo.

In quella giornata i confederati persero trenta bandiere, quasi tutta l'artiglieria e da nove a diecimila uomini. Fra i morti furono i marchesi Pallavicini, di Parella, di San Tommaso, il conte di Chalais e il cavalier Simeoni; tra i feriti fu il duca di Schomberg che dopo qualche giorno morì; il marchese di Caraglio e di Gattinara e il cavalier Pamparato restarono prigionieri; i francesi ebbero duemila uomini fuori combattimento, tra cui il signor de la Hoguette; tra i feriti ebbero il marchese di Bachevilliers e il fratello del duca di Vendome.

Dopo questa vittoria i Francesi si accanirono contro uomini e cose in modo veramente indegno di soldati civili: quanti soldati tedeschi poterono avere fra le mani li passarono a fil di spada; maltrattarono gli inermi abitanti dei paesi; saccheggiarono, sottoposero le terre al vandalismo, sfogarono sulle donne la loro libidine della quale in modo spregevole furono vittime a Revello cinquanta delle più distinte fanciulle piemontesi che si trovavano chiuse in un monastero.
La sconfitta della Marsaglia fece nascere in Vittorio Amedeo il desiderio di pace. Per mezzo del conte di Tessè egli iniziò trattative con la Francia sulla base della neutralità del Piemonte; ma il solo risultato che produssero questi incontri fu una implicita intesa tra il duca di Savoia e i Francesi di continuare la guerra, quantunque infiacchita da entrambe le parti.
Vedendo che dalla Francia non poteva ottener la restituzione di Pinerolo e dall'imperatore aiuti sufficienti a cacciare il nemico dai suoi stati, Vittorio Amedeo si rivolse alla Spagna proponendole di conferirgli il governo della Lombardia. In cambio egli avrebbe ceduto in deposito agli Spagnoli Nizza, Monmeliano e la cittadella di Torino. Sperava che, essendo governatore di Milano, avrebbe potuto condurre più vigorosamente la guerra contro la Francia; ma la corte di Madrid rifiutò le proposte.

All'inizio del 1695 i confederati decisero di fare uno sforzo risolutivo contro Casale che da tempo pigramente assediavano e diedero ordine a Vittorio Amedeo d'investirla con un forte esercito. Il duca di Savoia, che non aveva smesso il pensiero di venire ad un accordo con la Francia e che desiderava che Casale non fosse né dei Francesi né degli Imperiali o venisse almeno smantellata, mandò a Luigi XIV con grande segretezza le seguenti proposte: egli avrebbe comunque assalito Casale ma giunto fino ai bastioni avrebbe intimato la resa al CRENAU, comandante della piazza; il Crenau avrebbe accettato di arrendersi con l'onore delle armi e a patto che le fortificazioni venissero distrutte e non fossero ricostruite durante la guerra; inoltre si impegnava di non assalire nel corso di tutto l'anno Pinerolo, di fare in modo che i suoi alleati non mandassero altre truppe dall'Italia in altri fronti, ma a condizione che anche Luigi XIV non spedisse truppe dagli altri fronti in Italia.

Il re di Francia, il quale sapeva che Casale non avrebbe potuto resistere a lungo a un serio sforzo del nemico e che il Catinat non era in grado di soccorrer la piazza, accettò le proposte del duca e le comunicò al Crenau affinchè subordinasse la sua condotta ai patti stabiliti segretamente. Vittorio Amedeo (essendo lui il generale comandante) alla testa di venticinquemila uomini tra italiani, spagnoli e tedeschi, in questa simulata battaglia, investì furiosamente Casale e la commedia finì, secondo il piano concertato, con la resa della città, del Creanau, e con la demolizione delle fortificazioni. Il Crenau non disturbato uscì con duemilacinquecento soldati e prese la via di Pinerolo, dove giunse il 25 settembre del 1695. Sennonchè....

In questo stesso mese gli alleati rinnovavano all'Aja i patti di Augusta e decidevano (e avevano tutto l'interesse a tenere impegnati i francesi a sud) di condurre con maggior vigore la guerra in Italia assalendo Pinerolo. Questa decisione mise in grande imbarazzo il duca di Savoia che non voleva venir meno ai patti segreti stretti con Luigi XIV; ma egli seppe togliersi da quella critica situazione con grande abilità, ottenendo perfino enormi vantaggi: da un lato fece sapere che doveva recarsi in pellegrinaggio al Santuario di Loreto per sciogliere un voto fatto mentre era ammalato a Gap durante la spedizione di Provenza, dall'altro riuscì a persuadere Luigi XIV che -a questo punto per evitare spiacevoli conseguenze- l'unico modo per togliersi lui dall'imbarazzo era quello di cedergli Pinerolo.

Così il duca ottenne quello che voleva: di evitare la ripresa delle ostilità per il resto di quell'anno e di allacciare trattative con la Francia per la cessione di Pinerolo e degli altri luoghi occupati. 
Il 30 maggio del 1696 i capitoli d'un trattato tra Savoia e la Francia erano già redatti: Luigi XIV cedeva, dopo di averne smantellate le fortificazioni, Pinerolo con le dipendenti valli di Pragelà e Perosa, da restituirsi alla pace generale; restituiva inoltre alla pace d' Italia Susa, Nizza e la Savoia; si impegnava di non trattare con Vienna e Madrid senza il duca, di dare ai suoi ambasciatori il trattamento regio e di concludere nel più breve tempo il matrimonio tra il duca di Borgogna e la principessa  Maria Adelaide.

Dal canto suo Vittorio Amedeo avrebbe cercato d' indurre i suoi alleati a riconoscere la neutralità dell'Italia e, se gli alleati si fossero rifiutati, egli si sarebbe unito alla Francia, da cui avrebbe ricevuto un sussidio per spese di guerra di centomila scudi al mese.
Il re di Francia -messo quasi in scacco- ratificò  con il sabaudo il trattato il 29 giugno e il duca ne diede comunicazione agli alleati, che fingendo che non di un accordo già stabilito si trattasse ma che erano solo proposte avanzate dal re di Francia, fecero poi di tutto per dissuadere il duca di accettarle. Ma Vittorio Amedeo si mostrò risoluto ad accettarle, scusandosi con il dire che non si sentiva più in grado di continuare la guerra, e poiché gli alleati non volevano, di rimando si unì al CATINAT e marciò contro Valenza.

La risolutezza del duca indusse gli alleati a stipulare una tregua, durante la quale si iniziarono trattative che condussero alla CONVENZIONE di VIGEVANO del 7 ottobre del 1696. Con questa si sospendevano le ostilità in Italia, il Piemonte veniva sgombrato dai Francesi, dagli Spagnoli e dai Tedeschi e tutte le terre occupate venivano restituite al Duca, il quale assumeva anche l'impegno per fare lo studio e il lavoro preparatorio della pace generale.

Malgrado le sue vittorie, la Francia con il trattato di Vigevano veniva a perdere le chiavi della penisola e tutto quanto aveva fatto per acquistare il predominio sull'Italia. Cercò , è vero, di togliere questo predominio alla Spagna e all' impero esortando il duca di Savoia e la repubblica di Venezia a promuovere una lega fra tutti gli stati della penisola con lo scopo di tener lontani gli stranieri e di vietare conflitti tra stato e stato, ma non vi riuscì per le solite gelosie dei vari principi.

L'accordo finale tra la Francia e il duca di Savoia (con il TRATTATO DI TORINO del 29 agosto 1696) fu l'antesignano della pace generale. L'anno dopo, avendo offerto la sua mediazione Carlo XI di Svezia, si riunirono i rispettivi plenipotenziari  nel castello di Ryswich, per trattare la conclusione della pace generale. Questa venne sottoscritta nella primavera del 1697 ed accettata nell'autunno dello stesso anno dalla Spagna, Francia, Olanda  e dall' impero con la quale  fu ristabilita la situazione politica anteriore al conflitto. Con l'espansionismo di Luigi XIV che subisce  una battuta d'arresto.

Per essa fu riconosciuto GUGLIEMO III come re dell' Inghilterra, la Francia restituì all'Impero tutte le terre occupate dopo la pace di Vestfalia e di Nimega ad eccezione di Strasburgo ed alcuni altri luoghi, e si permise agli Olandesi di presidiare le più importanti fortezze del Belgio che la Spagna ormai non era più in grado di difendere dagli attacchi della Francia. 
Riguardo all' Italia, nel TRATTATO di RYSWICK si confermò senza alcuna modifica quanto era stato stabilito il 29 giugno dell'anno 1696 tra LUIGI XIV e VITTORIO AMEDEO II.

Quest'ultimo inizia a far uscire dalla decadenza il Piemonte, mentre il primo pur avviato a un progressivo indebolimento -come vedremo- scatenerà una guerra che si trascinerà fino al 1713. Con la Francia costretta a terminarla accettando Luigi XIV una pace a durissime condizioni, mentre la monarchia austriaca degli Asburgo ascende al rango di grande potenza mondiale e l'Inghilterra confermerà la propria supremazia marittima e commerciale nel mondo.
Un brutto periodo per la Francia, ma anche per la dinastia di Luigi XIV.

Con quanto accennato nel finale di questo riassunto, che va quasi a terminare il XVII secolo, 
proprio all'inizio del XVIII, torna a formarsi la Grande Alleanza anti-francese 
nella guerra di SUCCESSIONE SPAGNOLA. 
Per 14 anni l'Europa torna a incendiarsi, coinvolgendo ancora una volta l'Italia,
lo stesso Piemonte e il duca VITTORIO AMEDEO II di SAVOIA.

ed è il periodo che va dal 1700 al 1714 > > >


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