HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI 1600 

 LETTERATURA  e ARTE
del SECOLO XVII  (del Seicento)  - - - (2a parte)


IN QUESTI CAPITOLI

< PRIMA PARTE
CARATTERE DEL SEICENTO - LA LIRICA: I POETI CLASSICHEGGIANTI; IL REDI; GIAMBATTISTA MARINI E IL MARINISMO; LA NASCITA DELL'ARCADIA - LA POESIA EROICA - IL POEMA EROICOMICO E BURLESCO; IL TASSONI - LA SATIRA; SALVATOR ROSA

QUI LA SECONDA PARTE
IL TEATRO: LA COMMEDIA DELL'ARTE; LA COMMEDIA LETTERARIA; LA TRAGEDIA; IL DRAMMA PASTORALE; IL MELODRAMMA - LA PROSA: L'ELOQUENZA SACRA; IL ROMANZO E LA NOVELLA; I LIBRI DI VIAGGI; LA STORIA; GLI UOMINI NUOVI: IL SARPI, IL CAMPANELLA, IL GALILEI; L'ERUDIZIONE E LA CRITICA

IL TEATRO: LA COMMEDIA DELL'ARTE 
LA COMMEDIA LETTERARIA; LA TRAGEDIA 
IL DRAMMA PASTORALE; IL MELODRAMMA


Passando a discorrere del teatro, diciamo subito che esso è caratterizzato dalla Commedia dell'arte o "improvvisa".
Feste e mascherate carnevalesche e sacre rappresentazioni diedero origine alla "commedia improvvisa" che, da principio, fu del tutto popolare, e poi, perfezionandosi e diventando patrimonio di attori colti, sedusse le nobili società e le corti più ricche d'Europa, e riuscì a scalzare la "commedia letteraria". Lo scopo della parodia e della satira generò le maschere; l' indole del popolo e il personaggio messo in caricatura diedero carattere ai tipi. A Venezia dalla parodia dei ricchi mercanti sorgeva Pantalone; a Bologna, città di studi, dalla caricatura dei professori sorgeva il Dottore; dalle regioni ove dominavano gli Spagnoli smargiassi e presuntuosi veniva fuori il tipo spaccone del capitano foggiato a mo' del Miles gloriosus di Plauto; i Napoletani allegri e gioviali perpetuavano il loro carattere nella maschera di Pulcinella; i Siciliani formavano quella buffa di Pasquino. Passata dalle maschere carnevalesche agli attori, dal popolo agli artisti, dalla piazza al palcoscenico, la commedia improvvisa si perfezionò, fissò i tipi, ne aggiunse degli altri e, facendo la satira della società con un metodo primitivo, impersonando cioè il vizio di una classe in un solo, invariabile tipo, percorse un cammino glorioso, che nel secolo XVII doveva raggiungere l'apice.

Di ogni commedia che si doveva rappresentare si concertava prima la trama; questa poi veniva svolta dagli attori, i quali, impersonando costantemente un tipo ed avendo un ricco repertorio di lazzi, arguzie, cognizioni, sentenze, concetti, discorsi d'amore, rimproveri, disperazioni, deliri, non incontravano grande difficoltà nel sostenere la loro parte.

Il teatro improvviso raggiunse il suo apogeo con la Compagnia dei Gelosi, la cui stella fu la colta, virtuosa e bellissima ISABELLA ANDREINI. Il suo capocomico FLAMINIO SCALA, che faceva l' innamorato sotto il nome di Flavio, ci lasciò numerosi scenari pubblicati in Venezia nel 1611 col titolo di Il teatro delle favole rappresentative. I lavori contenuti sono cinquanta e da essi possiamo arguire che nel teatro improvviso non si rappresentavano soltanto commedie, ma anche tragedie e pastorali: quaranta sono veri e propri scenari di commedie, dieci sono un miscuglio di comico, di pastorale e di sentimentale, fra cui una: La forsennata principessa, è detta tragedia, un'altra, "Rosalba incantatrice"; come opera eroica, quattro: "L' innocente persiana", "Orseida, "l'Alvida", "La fortuna di Foresta principessa di Noscolo", opere regie. Queste ultime dovevano riuscire grandiose per la loro stranezza, per il soggetto, per l' intreccio fantastico, spettacoloso, per tutto il bizzarro ricamo di magie, incantesimi, misteri. Altre compagnie famose furono quelle dei CONFIDENTI, degli UNITI, dei FEDELI, ed attori che gareggiarono con lo Scala e l'Andreini, furono FRANCESCO e GIAMBATTISTA ANDREINI, marito il primo e figlio d'Isabella il secondo, VIRGINIA RAMPONI, MARIA MALLONI, AURELIA BIANCHI, il RICCOBONI, il BIANCOLELLI, il VISENTINO, e il BERTINAZZI.

Accanto alla commedia dell'arte, la commedia letteraria vive una vita molto grama. Essa imita, come nel secolo precedente, Plauto e Terenzio o cerca di rinnovarsi prendendo a modello i grandi spagnoli Lope de Vega, Tirso de Molina e Calderon de la Barca o subisce l' influsso del teatro improvviso. Fra tutti i commediografi del Seicento degno di nota è solo Michelangelo Buonarroti il giovane, autore d'una spettacolosa "Fiera" in cinque giornate e venticinque atti e di una specie di farsa contadinesca intitolata la "Tancia".

Maggior valore dei commediografi non hanno i tragici sia che trattino soggetti profani, sia che trattino soggetti sacri. Fra le tragedie sacre ci limiteremo a notare le quarantacinque di ORTENSI ORTENSIO SCAMACCA da Lentini e "Maddalena" e l'"Adamo" di GIAMBATTISTA ANDREINI; fra quelli di argomento profano noteremo la "Cleopatra", il "Creso" e la "Lucrezia" di GIOVANNI DOLFINO, l'"Aleippo", le "Gemelle carovane", e la "Principessa Silandra" del CEBÀ l'"Aristodemo" del DOTTORI, la "Rosmunda" del MUSCETTOLA, il "Corradino" del CARACCI, l'"Arsina" e l' "Isola d'Alcina" del TESTI, la "Reina di Scotia" del RUGGERI, l' "Erminia" del CHIABRERA, l' "Evandro" e l'"Olimpia" del BRACCIOLINI, "Gli amori d'Armida" e la "Sofronia" del VILLIFRANCHI, il "Tancredi" del CAMPEGGI, il "Tradimento per l'onore" del CICOGNINI, il "Medico innamorato" e il "Solimano" del BONARELLI.

Posto migliore della commedia e della tragedia non potremo dare al dramma pastorale. Molti furono i poeti che nel Seicento, dietro le orme del Tasso e del Guarini, trattarono questo genere: il D'AGLIÈ con l' "Alvida", il CHIABRERA con l'"Al cippo", il MALMIGNATI col "Clorindo", l' ORONO con la "Fida Armilla", il CONTARINI con "La Fida Fiammetta", il VILLIFRANCHI con l'"Astrea" e l'"Amaranta", il GUIDI con l' "Endimione", SCIPIONE DI MONZANO con l'"Aci"; ma nessuno raggiunse i modelli, nemmeno GUIDOBALDO BONARELLI, autore della "Filli di Sciro", che tra tutti è il migliore.

Il dramma pastorale si andava a poco a poco trasformando nel melodramma. Già - come altrove accenato - la poesia aveva sviluppato i suoi elementi musicali e le agili e tenui canzonette del Seicento preludevano molto da vicino alle ariette; la poesia cantata, che aveva avuto il suo maggiore sviluppo al tempo dei trovatori, aveva continuato a vivere una vita intensa, e la musica aveva fatto la sua comparsa, sulle scene negli irtermezzi introdotti nelle commedie. Il melodramma era virtualmente iniziato; ora col rinnovamento della musica cominciato da JOSQUIN DE PRÈS nella prima. metà del Cinquecento, acquista ragion d'essere. La musica non è più un sapiente giuoco di contrappunto; con il PALESTRINA ed altri essa diviene vita, espressione della vita, in un linguaggio arcano e sublime, acquista la potenza di scrutare nel cuore e nell'animare e di riprodurre, in tutte le sfumature, i sentimenti, la magia di ritrarre le voci della vita, di rappresentarne i fatti esteriori prima in stile polifonico, poi in melodico. Quando la musica fu capace di ritrarre al vivo il sentimento drammatico, nacque il melodramma. A Firenze vide la luce il primo, la "Dafne", scritto da OTTAVIO RINUCCINI e musicato da JACOPO PERI, cui seguì poco dopo l' "Euridice" dei medesimi autori. Questi due melodrammi furono di gran lunga superati dall'"Arianna" dello stesso Rinuccini, che fu messo per la prima volta sulla scena a Mantova in occasione delle nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia.

Nell'"Arianna" l'azione ha maggiore ampiezza e compattezza; l'opera non è, come le prime due, un insieme di episodi collegati da un nesso tenuissimo, ma è un vero e proprio dramma, perfetto nella fattura metrica, squisito nella musica, composta in parte dal Peri, in parte dal più grande musicista del secolo, CLAUDIO MONTEVERDI. Questi seppe infondere nell'Arianna tutto il pianto dell'anima sua, e della musica con la quale la rivestì non fece un ornamento puramente esteriore ma l'anima stessa del dramma. Altre opere musicate dal Monteverdi furono l'"Orfeo" di ALESSANDRO STRIGGIO e l'"Incoronazione di Poppea", il "Ritorno di Ulisse" e le "Nozze di Enea con Lavinia" di GIACOMO BADOARO. Ma con queste due ultime il melodramma si presenta a noi trasformato, e questa trasformazione era stata iniziata dal CHIABRERA e da GIULIO CACCINI, autori del "Rapimento di Cefalo". Qui si sente già l'influsso del secolo con lo sfoggio della coreografia. L'arte scenica non ha più nulla da inventare per stupire gli spettatori: nuvole, monti, draghi mostruosi, pitoni ululanti, conchiglie tratte da delfini, terribili visioni infernali, paesaggi grandiosi. Il melodramma comincia a seguire la moda del Seicento. Inoltre la parte musicale comincia a prevalere sulla poesia che diventa un mezzo per la musica, mentre l'azione drammatica si assottiglia e perde la sua importanza.

Così trasformato, fin quasi dal suo nascere, il melodramma si svolse nelle principali città, sacrificando spesso l'arte ai capricci dei cantori e alle condizioni dell'ambiente. In Firenze esso si mantenne per lungo tempo aristocratico e cortigiano con MARCO DA GOGLIANO che rivestì di musica la "Regina di Sant'Orsola" e la "Flora" di ANDREA SALVATORI; lo stesso carattere ebbe a Bologna, dove il GIACOBBI musicò l'"Andromeda", l'"Amor prigioniero" e la "Selva dei mirti"; a Roma si svolse con carattere religioso ed allegorico in forma di oratorio, nel qual genere, portato a grande altezza dal PALESTRINA, si distinsero EMILIO DEL CAVALIERE, il VITALI, il LANDI e il MARAZZUOLI. A Venezia, portato sulle scene dei teatri pubblici, assunse un carattere popolare spiccatissimo con il MARINELLI ed altri; a Napoli ebbe numerosi cultori fra i quali citiamo il DI PALMA, lo ZUCCHI, il SORRENTINO, il CHIAVEPORTA e il PERRUCCI e il famoso compositore FRANCESCO PROVENZALE.

Ben presto, dietro l'esempio di Venezia, anche in altre città d' Italia i melodrammi furono dati in pubblici teatri acquistando carattere popolaresco e borghese ed accogliendo l'elemento comico, il quale, sviluppatosi a poco a poco, dava origine, all' opera buffa ed alla commedia musicale. Ma ormai il melodramma letterario era al suo tramonto perché trattato da verseggiatori da dozzina e sopraffatto spesso dalla musica, il cui decoro era tenuto alto dal MONTEVERDI dal CACCINI, dallo STEFANI e dal trapanese ALESSANDRO SCARLATTI, l'autore famoso di "Tigrane", della "Caduta dei Decemviri" e di cento altre opere applauditissime, il fondatore di quella scuola napoletana che doveva poi esser gloria d'Italia. Mentre da noi il melodramma decadeva, fuori, specie in Germania, per opera del Keiser, seguace diretto dello Scarlatti, e in Francia, per merito di G. B. LULLI fiorentino, giungeva a grande altezza; ma all'Italia che gli aveva dato i natali doveva spettare il vanto di riformarlo.

LA PROSA: L' ELOQUENZA SACRA; IL ROMANZO E LA NOVELLA; I LIBRI DI VIAGGI; LA STORIA; GLI UOMINI NUOVI: IL SARPI, IL CAMPANELLA E IL GALILEI; L'ERUDIZIONE E LA CRITICA

La prosa del Seicento non fu meno barocca della poesia. Il colmo del barocchismo si trova nell'eloquenza sacra, che fu tanto meschina quanto gonfia. A leggere le prediche di quel tempo non si sa se i predicatori dicano sul serio o vogliano prendersi beffe dell'uditorio. Il padre ORCHI, ad esempio, paragonò un giorno la confessione ad una lavandaia, la quale " nudato il gomito, succinta il fianco, prende il panno sudicio, in ginocchio si mette presso un corso d'acqua, curva si piega su una pietra pendente, inzuppa il panno nell'acqua, lo stropiccia con i pugni, con le palme lo batte, lo sciacqua, lo aggira, lo avvolge, lo scuote, lo torce; indi, messo dentro una caldaia sul fuoco, messo nell'acqua le ceneri e un mordente, bollente glielo cola di sopra; lavora di nuovo di schiena, rinforza le braccia, rincalza la mano, libera sudore non meno che di sapone; e finalmente, fattasi all'acqua chiara, in quattro stropicciate, tre scosse, due sciacquature, una storta, candido più di prima e delicato, cava il pannolino ".

Commosso dagli applausi degli ascoltatori, volendo manifestare il suo amore per l'uditorio, il predicatore disse: "La vostra attenzione ha fatto da balia a questo amore; lo ha fasciato e cullato e ora, divezzato dal poppare malgrado l'amarezza della partenza, si pascerà con il solito cibo delle memorie. La brama di tornare a voi è una gravidanza matura, sicchè io sto con la doglia del parto, finchè la grazia del Cielo non mi servirà una Lucina, per figliare un nuovo maschio quaresimale" Simili al padre Orchi sono il padre GIOVANNI AZZOLINI, che, nei suoi "Paradisi retorici", ci dà un esempio di stile roboante e grottescamente artifizioso; monsignor PAOLO ARESI, che, nei sette volumi delle sue indigeste "Imprese sacre" e nelle "lezioni Delle tribolazioni e suoi rimedi", dà ai predicatori consigli e modelli da seguire; il padre FRANCESCO FRUGONI, enfatico; il gesuita LUIGI GIUGLARIS, i padri BONI, BOTTI, BOLDONI, DE BOSSI, SORMANO ed altri molti, il cui nome è caduto nell'oblio con le loro raccolte insipide di prediche fredde, prolisse, vuote e manierate. Migliore di tutti fu il padre SEGNERI, che, pur fra i molti difetti comuni al suo tempo, non manca di impeto, slancio e vemenza nel suo "Quaresimale", nei "Panegirici2 e nelle "Prediche", cui sono da aggiungere le prose sacre intitolate il "Cristiano istruito", la "Manna dell'anima" e l' "Incredulo senza scusa.

Se dall'oratoria sacra passiamo al romanzo troviamo che questo è tutto o quasi di imitazione francese. Il romanzo eroico-galante è il tipo più comune dei romanzi del Seicento, chè quello di costumi, se ebbe non pochi cultori fra cui GIROLAMO BRUSONI autore della "Filismena", di "La gondola a tre remi del Carrozzino alla moda" e del "Poeta smarrito", non rappresenta il gusto dell'età in cui fiorì; nè il romanzo storico, trattato anche esso da parecchi fra cui GREGORIO LETI ("gli Amori di Carlo Gonzaga e della contessa della Rovere"), ANTONIO LUPIS ("La Marchesa d' Hunsley") e MAIOLINO BISACCIONI ("il Demetrio Moscovita"), nè il romanzo politico, di cui furono cultori il MALVEZZI, il PALLAVICINO, e il MANZINI, nè quello morale, del quale sono esempi la "Rosalinda" del MORANTI, il "Principe Antomiro" del MANCINI, ebbero grande successo. Il romanzo eroico-galante trattò gli argomenti preferiti dai poeti cavallereschi escludendo però l'elemento meraviglioso.

Scomparvero così i maghi, le fate, i mostri, gl'incantesimi; e le avventure dei cavalieri, prive del soprannaturale, divennero narrazioni monotone e noiose, nè valse a supplire alla mancanza del meraviglioso la sdolcinata galanteria che tolse ai cavalieri la primitiva caratteristica e li rese damerini del Seicento, grotteschi entro la pesante corazza, i fastidiosi schinieri e l'elmo troppo piumato. Ma il meraviglioso tornò ben presto e, unito agli altri elementi propri della tragedia e della commedia del Seicento, quali i travestimenti, le finte morti ecc., culminò nel "Calloandro" di GIOVANNI AMBROGIO MARINI, che è il più goffo e nello stesso tempo il più attraente romanzo eroico-galante del secolo perchè l'autore sa sovente tener desta alla curiosità del lettore.

Anche la novella ebbe molti cultori: essa ebbe tutti i difetti del teatro e del romanzo quando volle imitare gli Spagnoli ma si adornò di grazia, di brio, quando seguì l'esempio dei novellieri del Tre del Quattro e Cinquecento. Le facezie di Curzio da Marignolle raccontate da ANDREA CAVALCANTI, le avventure di Vaiano narrate da STEFANO ROSSELLI, le novelle del BALDINUCCI, del REDI, le "Lepidezze di spiriti bizzarri e curiosi avvenimenti" di CARLO ROBERTO DATI hanno pregi indiscutibili di stile e tutta la vivacità della lingua toscana. Anche fuori della Toscana la novella si svolse dietro i grandi modelli italiani e se non vanta pregi di lingua non è priva di leggiadria e spigliatezza. Così l"'Arcadia in Brenta" di GIOVANNI SAGREDO, modellata sul Decamerone, malgrado la gonfiezza dello stile, è una raccolta piacevolissima di quarantacinque novelle, le quali stanno molto al di sopra delle "Novelle amorose dei signori accademici Incogniti" e delle Curiosissime novelle amorose del DRUSONI.

Ma tanto il romanzo quanto la novella non ci diedero, nel Seicento, un'opera degna di passare alla posterità e lo stesso si dica di un altro genere letterario che si avvicina al romanzo e alla storia. Intendo parlare dei libri di viaggi, di cui non ci fu scarsezza nel secolo XVII: viaggi veri in luoghi veri, quali quelli intrapresi da NICCOLÒ MANUCCI, autore delle "Memorie storiche dell'impero del Mongol", da OTTAVIO SAPIENZA, da FRANCESCO CARLETTI che visitò quasi tutto il mondo per scopi commerciali, da PIETRO DELLA VALLE, che visitò l'Oriente e lo descrisse in lettere piene di interesse, da FRANCESCO NEGRI, autore del curiosissimo "Viaggio settentrionale", e viaggi immaginari in luoghi reali quali quelli descritti dal MARANA, autore dell' "Esploratore turco", tradotto in frantese col titolo "L' Espion" e imitato, pare, dal Montsquieu nelle "Lettres persanes", e i numerosi volumi del gesuita ferrarese DANIELLO BARTOLI, autore dei "Pensieri sacri", di un 2Trattato dell'ortografia italiana2, dell' "Uomo di lettere", della "Ricreazione del savio", "Del ghiaccio e della coagulazione", e celebre per la sua "Storia della Compagnia di Gesù2, in cui sono narrate le missioni dei gesuiti nell'Oriente e le cose da loro operate in Europa. " " …Retore e moralista astratto, pieno il capo di mitologia e di sacra scrittura, copiosissimo di parole e di frasi in tutto lo scibile, colorista brillante ", il BARTOLI - come dice il De Sanctis - credè di poter dire tutto, perchè tutto sapeva ben dire. La natura e l'uomo non è per lui altro che stimolo e occasione a cavargli fuori tutta la sua erudizione e frasario. Altro scopo più serio non ha. Estraneo al movimento della cultura europea e a tutte le lotte del pensiero, stagnato in un classicismo e in un cattolicismo di seconda mano, venutogli dalla scuola, e non frugato dalla sua intelligenza, il suo cervello rimane ozioso non meno che il suo cuore; e la sua attenzione è tutta intorno alla parte tecnica e meccanica dell'espressione ".

Di storici il Seicento ebbe una schiera numerosa: GIROLAMO BRIANI, autore di una "Istoria d'Italia", EMMANUELE TESAURO che scrisse "Del regno d'Italia sotto i barbari", LUCA ASSERIVO autore delle "Rivoluzioni di Catalogna" e di una incompleta "Storia delle guerre e dei successi d'Italia dall'anno 1613 al 1630, GIROLAMO BRUSSONI che ci lasciò una "Istoria d'Italia", GIAMBATTISTA NANI ed A. MASCARDI, autore l'uno d'una "Storia della Repubblica Veneta" e l'altro della "Congiura di G. L. Fieschi", FERRANTE PALLAVICINO, GREGORIO LETI, COSTANZO BUONFIGLI. Fra i tanti storici civili ed ecclesiastici si deve dare un posto onorevole a ENRICO CATERINO DAVILA e a GUIDO BENTIVOGLIO. Il primo scrisse la "Istoria delle guerre civili di Francia", il secondo "Della guerra di Fiandra2. Vissuti a lungo nei luoghi, che furono teatro degli avvenimenti che narrano, in contatto di testimoni ed attori, conoscitori dell'ambiente e raccoglitori diligenti di notizie, essi penetrarono a fondo nell'anima degli uomini di cui si occuparono e seppero fare rivivere il mondo che fu oggetto delle loro storie. Più acuto, più sintetico, più rapido e robusto, quantunque sovente artificioso, è il Bentivoglio ; meno imparziale e profondo il Davila, ma più chiaro ed ordinato; spesso la sua narrazione si muta in rappresentazione vivissima e potentemente drammatica, in cui lo stile, che per solito è piano, facile e sovente dimesso, acquista calore e vivezza tali da suscitar la commozione.

Ma le storie del Bentivoglio e del Davila, somo del resto quelle di tutti gli altri di questo tempo, sono condotte coi sottili metodi consigliati dai retori, sono prive d'indagine critica e si pavoneggiano, con danno della verità storica, di dialoghi c concioni inventati di sana pianta. Fra tutti gli storici occupò il primo posto PAOLO SARPI (1552-1629), servita veneziano, successivamente teologo del duca Guglielmo, lettore di teologia a Mantova, canonista della Repubblica veneta; strenuo difensore dei diritti della potestà civile e incrollabile oppositore delle pretese del potere ecclesiastico; scomunicato prima da Paolo V, assieme alla la Serenissima, fu poi assalito da ignoti sicari. Fra Paolo Sarei non è un solitario, ma la voce più alta e più fiera di una reazione che allora era appena iniziata. Dominavano l' Italia l'assolutismo papale e l'assolutismo spagnolo. Caduto in ribasso il sentimento cristiano, intiepiditasi la fede, la Chiesa s'era alienate molte simpatie aveva visto nascere e svilupparsi molti odi generati dalla condotta della Curia e dagli ecclesiastici.

La riforma luterana se non era attecchita nella società italiana, vi aveva sviluppato l' innato spirito di indipendenza; il concilio tridentino aveva accresciuto gli odi per la Curia romana, la quale in esso aveva affermato il principio della superiorità della potestà papale su quella civile. Il Sarpi si fece interprete del malcontento serpeggiante in alcune parti della penisola contro l'assolutismo pontificio. Uomo d'ingegno versatile, di dottrina varia e vasta, imbevuto della filosofia positivista che cominciava a sorgere, vagheggiò un ideale alla cui difesa dedicò tutto se stesso. Egli vede a causa del degrado in cui è caduta l'Italia nell'opera del Papato, i cui intenti e metodi combatte e condanna. Sembra un protestante ed è un fervente cattolico, ma sogna la riforma della Chiesa senza toccare i dogmi; vuole che i privilegi dei chierici siano aboliti e che i chierici siano eguali nei diritti e doveri ai laici; vuole che il potere del Papa sia solamente spirituale; sogna la riforma promessa da Adriano VI e con lui si accorda nel determinare le cause dei mali presenti dovuti agli abusi di Roma; combatte la gerarchia e vagheggia un ritorno della Chiesa allo stato evangelico. Ai suoi ideali fra Paolo Sarpi informa le sue azioni. Contro i propositi d'egemonia del Papato difende la repubblica veneta, a cui, malgrado l' interdetto e la scomunica, procura la vittoria. In difesa del governo veneziano scrive la storia dell'interdetto e parecchi trattati e considerazioni.

Ma l'opera cui è legato il suo nome, che rispecchia le sue idee e da la misura del suo ingegno è la "Storia del Concilio Tridentino". Questa non è solamente un'opera di storia, ma insieme libro di fede, di rivelazioni, di polemiche, di passione. Facendo la storia di quel concilio, che chiamò l' "Iliade del secolo", il Sarpi intese dimostrare le cause da cui fu promosso, gli scopi dei promotori, le dannose conseguenze delle conclusioni. Di fronte al concilio egli non è spettatore inerte; vorrebbe ma non può narrare freddamente perché non può comprimere i palpiti del cuore e strozzare la voce della coscienza. C'è in lui l' intenzione di essere grave, spassionato, giudice impassibile; ma l'intenzione soltanto. In realtà da ogni pagina dell'opera sua traspare l'uomo che vuol far trionfare le proprie idee. Già. prima di prender la penna è un avversario dichiarato delle decisioni del concilio, contro cui difende l'opera sua di uomo politico e di pensatore. Dalla condizione in cui si trova non può nascere una storia imparziale. E il Sarpi ha non poco merito se ha potuto conservare, scrivendo, tanta moderazione e precisione, se non ha svisato fatti e taciuto circostanze. Il Sarpi non trascende mai; scruta, esamina, analizza pazientemente; descrive e narra con temperanza encomiabile di espressione; non si lascia trascinare ad invettive; e i suoi giudizi su uomini e avvenimenti sono il risultato di attentissimo esame, di ragionamenti di una logica terribile. L'ossatura della sua storia è solida, l'armonia delle parti è perfetta; la forma non è veste retorica. Scevro di pompa, di declamazione, di levigatura ed artificiose eleganze, lo stile del Sarpi procede robusto e forte, vivo e chiaro. E nella sua ruvidità che non offende e non disgusta noi riconosciamo l'uomo fiero e coraggioso che, scrivendo, ci prende l'anima, ci fa vivere a sua passione e ci trascina con sé.

Paragonata con l'opera del Sarpi, appare cosa ben meschina la "Storia del Concilio di Trento" che, per incarico della Curia romana, scrisse il cardinale SFORZA PALLAVICINO, che, pur avendo a disposizione molti e importanti documenti, non di tutti a bella posta si servì, e del famoso avvenimento non ci diede, come poteva, una storia completa ed esatta. La sua è una confutazione di quella del Sarpi; partendo da un punto opposto, il Pallavicino cerca di dimostrare la necessità del potere temporale e di giustificare lo splendore della corte pontificia, i privilegi degli ecclesiastici e le decisioni del concilio Ma sebbene rettifichi non poche inesattezze del Sarpi, neppure lui sa essere imparziale. La sua storia non ha neppure quei pregi letterari che il Giordani le attribuisce. In essa tra il contenuto e la forma non esiste alcun legame; lo stile è sovente lezioso e ricercato, freddo e fiacco, e l'ostentata eleganza non vale a dargli nessuna vivezza di colorito.

In mezzo alla generale indifferenza, alla mancanza di fede e di ideali, il Sarpi non fu il solo che si ribellasse alla tradizione e additasse con audacia alcune piaghe che insanguinavano l' Italia. La luce comincia a illuminare le menti e un soffio animatore, contrastato ma non soffocato dalle prigioni e dai roghi dell' Inquisizione, spira dal nord e dal sud della Penisola. I primi semi del libero pensiero buttati dal secolo precedente germogliano e si sviluppano nel XVII. Aristotele e lo scolasticismo ricevono fieri colpi. Già fin dal Cinquecento BERNARDINO TELESIO aveva iniziato la nuova filosofia ribellandosi alle dottrine aristoteliche e sostenendo la necessità di studiare i fatti naturali; e GIORDANO BRUNO aveva sostenuto l'unità e l' infinità dell' universo, la completa indipendenza della ragione, la libera ricerca, in molte opere latine ed italiane.

Nel Seicento è TOMMASO CAMPANELLA che segue il Telesio e il Bruno nella lotta contro Aristotele. Ingegno potente, tenta la costruzione di nuovi sistemi filosofici, pur non riuscendo a liberarsi dai metodi scolastici, intuisce molte verità, sogna l'avvento dell'età dell'oro ed una repubblica utopistica che descrive nella "Città del Sole".

Mentre costoro speculavano teoricamente, altri con risultati meravigliosi, studiavano direttamente i fenomeni della natura, e fra questi GALILEO GALILEI, oltre che il maggiore scienziato, fu il più grande prosatore del secolo. Benché vissuto in tempi in cui il latino era di moda e si reputava la sola lingua adatta a lavori eruditi, benché profondo conoscitore della lingua latina, egli scrisse la maggior parte delle sue opere in volgare. Si provò nella critica letteraria con due lezioni intorno al pensiero del Manetti su Dante e, fra le altre cose, con alcune "Considerazioni sulla Gerusalemme liberata" con le quali cercò di demolire il capolavoro del Tasso paragonandolo a quello dell'Ariosto. Scrisse trattati sulla "Dottrina del Moto2, sull'"Architettura militare", sulla "Bilancetta" e sulla "Sfera2, un "Discorso intorno alle cose che stanno nell'acqua o che in quella si muovono", tre lettere contro lo Scheiner intitolate "Istoria e dimostrazione intorno alle macchie solari e loro accidenti", il "Saggiatore", scritto in risposta a un libro del gesuita Grassi, il "Dialogo sopra i due massimi sistemi, il tolemaico e il copernicano", e i "Dialoghi delle nuove scienze", capolavori dove non si sa se ammirare di più le profonde verità o la bellezza del dettato. Il Sarpi, il Campanella e il Galilei sono gli scrittori che riabilitano il Seicento. In tanta strana e goffa pompa, in tanta frivolezza di contenuto, in tanta mancanza di serietà, la loro voce si leva alta, espressione superba di verità e di fede, monito solenne alle coscienze, esempio stupendo di operosità antesignano di progresso

E del futuro progresso numerosi sono gli indizi. Nel Seicento abbiamo già i precursori del Muratori e del Baretti. Per tutto, accanto alla vanità dei poeti, un fervore di studi che annunzia il Settecento. Non tutto ciò che si scrive è ottimo, ma si ricerca, si studia, si illustra, si discute, dentro e fuori delle accademie, coi vecchi metodi è vero, ma qualche volta, per opera di spiriti liberi e bizzarri, con una certa originalità. Gli eruditi e i critici formano una schiera numerosa; ogni città ha il suo erudita: il PIGNORIA, il FERRARI, il BELLONI, il ROSSI, il MALVASIA, il FABBRETTI, il CIAMPINI e il BACCHINI si distinguono fra gli altri. Uomini di vasta erudizione attendono ad opere bibliografiche, LEONE ALLACCI nella sua "Drammaturgia" fa un catalogo di componimenti drammatici e nelle "Apes urbanae" raccoglie notizie dei dotti fioriti a Roma dal 1630 al 1632; FRANCESCO MARUCELLI compone il suo "Mare Magnum", RAFFAELLO SAVONAROLA il suo "Orbis litterarius", ANTONIO MAGLIABECHI meraviglia l'Italia con la sua profonda erudizione; ANGELO APROSIO fa nella "Visiera alzata" un elenco di opere pseudonime; il DELLA CHIESA compila un catalogo di scrittori piemontesi, una "Biblioteca napoletana" scrive NICCOLÒ TOPPI, il GHILITINI un "Teatro di uomini letterati", il FRANCHINI una "Bibliografia di scrittori francescani".

Tentativi si fanno anche di storia letteraria e fra questi vanno ricordati quelli dello ZIBOLI, autore di una" Storia dei Poeti", e del CRESCIMBENI che scrisse una "Storia della Volgar poesia". Sorgono a diecine i trattati retorici; si stampano numerose lezioni accademiche, elogi di letterati, studi di critica, fra i quali qualche fama ebbero i "Proginnasmi" del FIORETTI, le considerazioni del VILLANI sull'"Occhiale" dello Stigliani e sulla Commedia di Dante, il commento del MAGALOTTI ai primi cinque canti dell' "Inferno2 e le "Considerazioni" del TASSONI sul "Canzoniere del Tetrarca". Ma è critica di vecchio stampo che segue i precetti aristotelici e procede sotto il peso di una erudizione disordinata e farraginosa. Colui che si innalza su tutti per originalità e vivezza d' ingegno e per libertà di giudizio, in un secolo in cui la critica è elogio o libello o catalogo, è TRAIANO BOCCALINI, discepolo ideale del Machiavelli, sferzatore dell' ignavia degli Italiani, amante della patria, di cui brama l'unità e la grandezza, nemico dichiarato dei dominatori spagnoli, uomo senza viltà nel cuore e senza peli sulla lingua. L'opera sua principale sono i "Ragguagli di Parnaso", scritti in forma allegorico-satirica in cui il Boccalini finge di pubblicare in due "centurie" e "avvisi" gli avvenimenti di Parnaso, ove Apollo, circondato da una numerosa corte, dà udienza e pronuncia sentenze.

Il Boccalini si dimostra osservatore finissimo e conoscitore profondo della società del suo tempo e dei difetti della letteratura e della politica. E non risparmia nessuno. Sul Parnaso troviamo il mondo in cui vive, la Ruota romana e l' Indice, principi e porporati in lotta tra loro per brama di egemonia o per invidia, e i letterati che strisciano nelle corti. Avversario implacabile di Aristotele, lo fa condannare da Apollo dietro istanza del Tasso per i precetti della sua poetica; condanna inesorabilmente i petrarchisti, i filosofi da strapazzo, i poetastri, le accademie e gli accademici, gli eruditi e i pedanti. Se i "Ragguagli" si occupano specialmente di letteratura, un'altra opera del Boccalini, "La pietra di paragone", tratta di politica e fa la satira feroce del governo spagnolo e dei signori italiani ligi ai dominatori. Di politica si era anche occupato nelle sue "Lettere politiche" e nei "Commentari a Tacito" i quali ultimi sono una raccolta di acute osservazioni, provocate da sentenze tacitiane, sulla vita italiana del tempo. Ma di questa vita il quadro più completo è nei "Ragguagli". Qui lo scrittore, seguendo il suo genio, non ricerca le cause dei mali, non risale a principi generali, non costruisce un edificio organico, ma mostra le sue qualità di giornalista; osserva, annota e tratto tratto mette fuori i suoi fogli, che ora hanno l'aspetto di resoconti rallegrati da un fine spirito motteggiatore, ora di saggi occasionali di critica acuta e spregiudicata, ora di articoli fieri e spietati.

Con il Sarpi, con il Campanella e con il Galilei, il Boccalini è uno degli uomini nuovi, i quali contengono in sè germi di una età che sorge, pur mantenendo la fisionomia del loro secolo. Questo ha ancora le pastoie del Cinquecento, ma tende la mano al Settecento; non si può svincolare dalla tradizione, ma aspira al rinnovamento; ammira il Tasso e l'Ariosto, ma beffa la cavalleria, sferza l'Italia papale e spagnolesca e prepara il PARINI; imita il CAPORALI ed apre la via al BARETTI, al GOZZI e al VERRI; mantiene i caratteri della commedia cinquecentesca e annunzia il GOLDONI, parte dal GUARINI e giunge al METASTASIO.

E fra un secolo e l'altro, fra l'Inquisizione e l'abolizione dei gesuiti, fra i sospiri dei Petrarchisti e i belati degli arcadi, fra il Dalla Porta e Vico, fra le lucide corazze dei paladini e dei Crociati e le armi di latta degli eroi metastasiani, canta a piena voce, delirando in un'orgia di colori, di immagini e di suoni, il cavalier MARINO.
-----------------------------------------------------------

Prima di lasciare questo fecondo periodo della commedia dell'arte, non possiamo qui citare, GIULIO ROSPIGLIOSI (meglio conosciuto negli ultimi due suoi anni come PAPA CLEMENTE IX).
Della stagione della Roma barocca Giulio Rospigliosi è stato uno degli attori più brillanti per quasi un trentennio. Benché la sua opera sia rimasta quasi interamente inedita fino a qualche anno fa, quando è stato celebrato il 400esimo anniversario della nascita, non vi è dubbio che in Giulio Rospigliosi sia da riconoscere in assoluto uno dei migliori librettisti italiani e il protagonista principale dei fasti del melodramma romano del Seicento, avendo contribuito in modo decisivo a determinarne i gusti e gli orientamenti.
Vedi QUI la sua BIOGRAFIA > >

OPPURE VAI AL PROSSIMO CAPITOLO "IL SETTECENTO" > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -(5 vol. Nerbini)
CECCO-SAPEGNO - Storia letteratura Italiana (i 10 vol. Garzanti)
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti
VISCADI - Storia Letteratura (i 50 vol.) Nuova Accademia
DE SANCTIS - Storia della Letteratura Italiana, Einaudi
Dizionario Letteratura Italiana, (3 vol) - Einaudi 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
+ ALTRI VARI DALLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

TABELLONE TEMATICO - RIASSUNTI - HOME PAGE