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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI  1713 - 1732

QUADRUPLICE ALLEANZA - VITTORIO AMEDEO II
IL CARDINALE ALBERONI

 
VITTORIO AMEDEO II PROCLAMATO RE DI SICILIA - GOVERNO SABAUDO DELLA SICILIA - LITI CON ROMA E CON LA SPAGNA - IL CARDINALE GIULIO ALBERONI - ELISABETTA FARNESE REGINA DI SPAGNA - GUERRA TRA VENEZIA E I TURCHI - INVASIONE SPAGNOLA DELLA SARDEGNA - MANEGGI DEL CARDINALE ALBERONI - PACE DI PASSAROWITZ - GLI SPAGNUOLI CONQUISTANO LA SICILIA - LA QUADRUPLICE ALLEANZA - LIBERAZIONE DELLA SICILIA - ULTIMI ANNI DELL'ALBERONI - PACE DI CAMBRAY - VITTORIO AMEDEO II RE DI SARDEGNA - GOVERNO DI VITTORIO AMEDEO - SUA ABDICAZIONE IN FAVORE DI CARLO EMANUELE III - TENTATIVI DI VITTORIO AMEDEO PER RITORNARE SUL TRONO - SUO ARRESTO - SUA MORTE - SUA PERSONALITÀ

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VITTORIO AMEDEO II RE DI SICILIA - GUERRA TRA VENEZIA E I TURCHI
IL CARDINALE ALBERONI - LA QUADRUPLICE ALLEANZA
PACE DI CAMBRAY - VITTORIO AMEDEO RE DI SARDEGNA


Il 22 settembre del 1713 VITTORIO AMEDEO II, a Torino, con una fastosa cerimonia, fu proclamato re di Sicilia e, ricevuto una ambasceria di devozione inviata dal popolo siciliano, si recò nell' isola accompagnato dalla corte e scortato da cinquemila fanti piemontesi. Il 10 ottobre mise piede in Sicilia e il 21 dicembre, con straordinaria solennità, fece il suo ingresso a Palermo, dove, tre giorni dopo, al Parlamento, dal quale aveva ricevuto il giuramento di fedeltà, promise che avrebbe osservato le leggi e i privilegi dell' isola e mantenuto gli statuti delle città.

Venuto in potere della Sicilia, Vittorio Amedeo II mirò ad affezionarsi i nuovi sudditi. Appena entrato nell' isola, pubblicò una generale amnistia, in cui furono compresi perfino i relegati in Pantelleria; ordinò che si diminuisse il prezzo del pane in Messina e, terminate le feste in suo onore, riunì il Parlamento e chiese quali fossero i bisogni del paese affinchè si potesse subito metter mano per migliorarne le condizioni.

Queste, veramente, erano infelici: i masnadieri infestavano tutta la regione, minacciando la sicurezza pubblica e favorendo il contrabbando; le coste erano esposte alle scorrerie dei pirati; disorganizzato era il servizio militare; le industrie languivano, i commerci erano spenti, l'agricoltura trascurata e perciò grandissimo era il disagio economico.

Vittorio Amedeo cercò con molta energia di risanare le piaghe della Sicilia, aiutato dall'opera sagace del conte ANNIBALE MAFFEI, nominato viceré dell' isola; ordinò -come scrive il Biamonte - che si provvedesse alle strade, ai ponti ed alle poste; le monete si uguagliassero; si dessero annui conti, si riducessero i bilanci; gli atti, quelli della finanza come quelli della giustizia, si sbrigassero più speditamente; e, salvi i privilegi già esistenti nel regno, volle pure che lo scadente commercio siculo -per fabbriche nazionali si rialzasse ".

Amedeo sperava con le sue sagge ed energiche disposizioni di guadagnarsi l'affetto dei Siciliani, ma non vi riuscì: la sua predilezione pei Piemontesi e l'ostilità della Santa Sede e della Spagna fecero sì che presto sorgesse e si estendesse fra gli isolani il malcontento contro il governo sabaudo.
La Spagna, cedendo malvolentieri la Sicilia al Duca di Savoia, si era riservata la facoltà di alienare e disporre a suo modo dei beni confiscati ai siciliani perseguiti da reati. Con questa riserva seppe conservare grande ingerenza nell' isola, promuovendo liti al nuovo governo e fomentando il malcontento delle popolazioni. Ancora più aspre le liti che il nuovo re ebbe a sostenere con la Curia Romana, "sia per il Tribunale della Monarchia, sia per le dissidenze, per le competenze fra i tribunali e quello dell'Inquisizione, per questioni di jus patronato, per l'exequaiur, e per il diniego fatto dal Papa al nuovo re della così detta Crociata. Era essa la concessione, che i Papi solevano fare in date occasioni, di quel denaro, che annualmente si riscuoteva dai regni cristiani a titolo di spedizione da farsi contro gli Infedeli, e si faceva di preferenza alla Sicilia, per essere quest' isola un baluardo contro i barbareschi d'Africa. (Callegari) ".

La Curia Romana, di fronte al contegno del governo sabaudo, proibì al clero siciliano di pagare i contributi regi, permise che i frati aiutassero il contrabbando, attirò a sé la nobiltà dell'isola, fece sobillare la plebe dai predicatori, non volle piegarsi in alcun punto quando Vittorio Amedeo tentò invano di venire ad equi accordi con la Santa Sede.

Colui che consigliava la Spagna ad una politica ostile a Vittorio Amedeo nei riguardi della Sicilia era il cardinale GIULIO ALBERONI. Egli era nato da umilissima famiglia a Piacenza, nel 1664; nel 1702, per incarico della corte di Parma, era andato, come segretario del vescovo di S. Donnino, in missione presso il duca di Vendóme, di cui era riuscito a guadagnarsi la fiducia e la stima; recatosi, prima che finisse la guerra di successione spagnola, a Madrid, aveva saputo entrare nelle grazie della Corte e diventare il consigliere più ascoltato del re.

Nel 1714 Filippo rimase vedovo di Maria Luisa di Savoia, figlia di Vittorio Amedeo. L'Alberoni seppe indurre il sovrano e sposare la principessa Elisabetta Farnese, nipote del duca Francesco II di Parma, la quale, desiderosa di ingrandire il ducato di Parma di cui era erede e di succedere al granduca di Toscana quale discendente di Margherita de' Medici, fu sostenitrice validissima della politica del cardinale, che mirava a render forte la Spagna con energiche riforme e a sostituire in Italia al predominio austriaco quello spagnolo.

Non era certo facile attuare questo grandioso programma politico, trovandosi la Spagna isolata di fronte alla quadruplice alleanza formata dall'Austria, dall' Inghilterra, dall'Olanda e dalla Francia; ma all'Alberoni non mancava la pazienza di aspettar tempi migliori. Intanto egli rimaneva attento spettatore di una guerra che contro i Turchi combattevano separatamente l'Austria e la repubblica Veneta.

Nel 1714 la Turchia, desiderosa di ricuperare la Morea, dichiarava guerra a Venezia. Una flotta ottomana di trenta navi si impadroniva di Thine ed Egina e un grosso esercito turco penetrava nella Morea conquistandola in pochi giorni e mettendola a ferro e a fuoco. Solo Corinto oppose accanita resistenza ma venne espugnata e devastata. La stessa sorte subì Nauplia. Alla perdita della Morea s'aggiunse quella di Suda e Spinalonga, porti di Candia, e dell' isola di Cerigo, cadute in mano degli Ottomani malgrado la bella difesa di Francesco Giustiniani e Luigi Magno, " " ….e lo stesso - scrive il Battistella- sarebbe avvenuto di Corfù, contro la quale il nemico vittorioso aveva mandato 30.000 uomini, se il maresciallo Matteo di Schulenburg, al soldo della Repubblica, e il provveditore Antonio Loredano, aiutati dalle squadre navali di Andrea Pisani e d'Andrea Cornaro, con costanza e coraggio mirabili non avessero resistito e' dopo 42 giorni d'assedio l'agosto del 1716 con una impetuosa sortita non avessero convertito in una disordinata fuga la ritirata " imposta ai Turchi dalle sconfitte loro inflitte a Carlowitz e a Petervaradino da Eugenio di Savoia, generale di Carlo VI d'Austria col quale, per la mediazione di Clemente XI, Venezia aveva stretto alleanza.

Stavano a questo punto le cose quando la cattura dell' inquisitore spagnolo MOLINES, avvenuta mentre passava per Milano, e il rifiuto di dare pronta soddisfazione opposto dalla corte di Vienna a quella di Madrid, diedero pretesto all'Alberoni di far rompere la tregua tra la Spagna e l'Austria. Nell'estate del 1717 una numerosa flotta spagnola comandata dal Leide assalì improvvisamente la Sardegna, di cui era governatore il marchese Rubbi, e in poco tempo, aiutata dalla popolazione, la conquistò.

Protestò vivacemente Carlo VI per quell'aggressione e, da lui sollecitato, il Pontefice minacciò di togliere all'Alberoni la dignità cardinalizia e ordinò a Filippo V di restituire l'isola all' imperatore; ma nè il sovrano nè il ministro tennero conto delle proteste e delle minacce; l'Alberoni anzi, comprendendo che, prima o poi, la quadruplice alleanza si sarebbe scagliata contro la Spagna, tentò in tutti i modi di disgregare gli alleati e di suscitar nemici contro di essi.

Indusse cioè l'ungherese Ragotoki, consigliere del sultano, ad stimolare la Turchia a continuare la guerra contro l' impero promettendo che la Spagna avrebbe assalito l'Austria; cercò di conciliare Pietro di Russia con Carlo XII di Svezia affinché quest'ultimo potesse rimettere sul trono d'Inghilterra Giacomo III; fece di tutto per persuadere gli Olandesi a contrastare la politica inglese nella penisola del Gange; e infine, per mezzo del principe di Cellamare, ambasciatore spagnuolo a Parigi, agitava il partito dei Bastardi (che volevano riunite le corone di Spagna e di Francia sul capo di Filippo V ) contro Filippo d'Orléans, reggente in nome di Luigi XV successo a Luigi XIV nel 1715.

Ma gli intrighi del cardinale piacentino non approdarono a nulla. Pietro di Russia e Carlo di Svezia continuarono a guerreggiarsi, l'Olanda non prestò ascolto alle parole dell'Alberoni , la congiura del Cellamare venne scoperta e i cospiratori mandati al supplizio, gli Ottomani, battuti per terra da Eugenio di Savoia, sconfitti sul mare dal veneziano Ludovico Flamini e da Andrea Pisani e cacciati da S. Maura, da Prévesa e Vonizza, scesero con l' imperatore a trattative, le quali si conclusero con la PACE di PASSAROWITZ (21 luglio del 1718), con cui Venezia cedeva alla Porta la Morea, Suda, Spinalunga e l' isola di Tine ma conservava alcuni castelli conquistati in Albania e Dalmazia, oltre Cerigo, Butrinto, Prévesa e Vonizza.

Falliti i suoi intrighi, l'Alberoni cercò di indurre Vittorio Amedeo II ad allearsi con Madrid, proponendogli di aiutarlo a conquistare la Lombardia a condizione che cedesse alla Spagna la Sicilia. Ma Vittorio Amedeo rifiutò le proposte, anzi, sapendo che l'Austria voleva cambiare la Sardegna con la Sicilia, intavolò trattative con Carlo VI e chiese che in compenso dello scambio gli fosse ceduta quella parte del Milanese giacente ad occidente del lago Maggiore e del Ticino, che fosse eseguito il trattato del 1703 nei punti che riguardavano il Vigevanasco e le Langhe, che gli si concedesse il diritto di riscattare il marchesato del Finale e infine che al principe di Piemonte si desse in sposa l'arciduchessa Giuseppina.

Si stavano svolgendo queste trattative tra la corte di Vienna e quella di Torino quando, il 1° luglio del 1718, comparve nelle acque di Palermo una poderosa flotta spagnola di trecento navi comandate dal marchese di Leide. Il viceré Maffei, sapendo di non potere resistere al nemico, rinforzò il presidio di Termini, quindi con le truppe che gli rimanevano lasciò la capitale e mosse verso l' interno dell' isola. Caltanissetta gli chiuse le porte in faccia, ma venne espugnata e messa a sacco; poi il Maffei si ritirò verso Siracusa.

Palermo intanto era caduta in mano del marchese di Leide, il quale il 17 luglio mosse con la flotta verso Messina, mentre l'esercito spagnolo, occupata Termini, proseguiva verso l'estrema punta orientale. Messina, assediata per terra e per mare, capitolò il 29 settembre.

Mentre questi fatti si svolgevano in Sicilia, la quadruplice alleanza (agosto 1718) stabiliva quanto segue: la Spagna avrebbe restituito la Sardegna all'imperatore, rinunciando alle province d'Italia e dei Paesi Bassi; Carlo VI avrebbe riconosciuto Filippo V come legittimo re di Spagna; don Carlo, primogenito di Filippo ed Elisabetta, sarebbe salito sul trono di Parma e di Toscana alla morte di Francesco II e di Gian Gastone; Vittorio Amedeo di Savoia avrebbe scambiato la Sicilia con la Sardegna e rinunciato alle pretese sul Vigevanasco e sulle Langhe, conservando i diritti dalla successione di Spagna.

Tre mesi di tempo venivano accordati al duca di Savoia e a Filippo V per accettare le imposte condizioni. In caso di rifiuto i collegati li avrebbero obbligati con le armi. Vittorio Amedeo, non potendo fare di meglio, accettò le condizioni e nel novembre unì le sue forze alla quadruplice per cacciare gli Spagnoli dalla Sicilia e dalla Sardegna. La flotta spagnola fu sconfitta da quella inglese nelle acque della Sicilia, la quale, dopo poco tempo, fu liberata dalle truppe di Filippo V.

Fiaccata la Spagna, occorreva eliminare dalla politica spagnola l'Alberoni, che continuava nei suoi intrighi diplomatici. La Curia Romana lo scomunicò e lo citò a comparire davanti al suo tribunale accusandolo come traditore della Cristianità e turbatore della pace europea; la corte di Madrid, cedendo alle insistenze della quadruplice, ordinò al cardinale di uscire dalla capitale entro otto giorni e dalla Spagna entro tre settimane.

Condotto al confine dei Pirenei, durante il viaggio fu assalito per derubarlo delle carte che si credeva portasse seco; essendogli stato negato asilo in Francia, si recò presso la repubblica veneta; ma le persecuzioni, cui andò soggetto e che egli sopportò con calma e dignità, non ebbero termine che alla morte di CLEMENTE XI. Salito sul soglio pontificio INNOCENZO XIII, questi assolse l'Alberoni, ordinò che gli atti del processo fossero deposti nell'archivio di Castel Sant'Angelo e mandò il cardinale come suo legato nella provincia di Ravenna, che aveva bisogno di un uomo energico che ne riordinasse l'amministrazione. Sotto il governo dell'Alberoni, la provincia di Ravenna rifiorì: fra le opere di pubblica utilità da lui promosse vanno ricordate la sistemazione dei torrenti Ronco e Montone, i quali furono allontanati dalle mura della città e riuniti in uno, l'apertura d'un canale dalla città al mare e la costruzione d'una porta che tuttora porta il nome di lui.

Durante la legazione di Ravenna, l'Alberoni occupò, annettendola alla Santa Sede, la piccola REPUBBLICA DI S. MARINO, che fin dal 1627 si trovava sotto la protezione pontificia. Fu questo l'ultimo atto politico dell'irrequieto cardinale, atto che però non venne approvato dalla Curia Romana. Questa difatti, essendosi levate proteste in tutta Europa, restituì la libertà alla repubblica, ma l'obbligò a riconoscere il supremo dominio della Chiesa. Allontanato dalla Spagna l'Alberoni, Filippo V accettò le condizioni imposte dalla quadruplice col trattato di Londra. Il 17 febbraio del 1720, a CAMBRAY, fu sottoscritta la pace, dopo la quale la Sicilia passò sotto il dominio dell'Austria e la Sardegna col titolo regio sotto quello della casa di Savoia.

GOVERNO DI VITTORIO AMEDEO - SUA ABDICAZIONE IN FAVORE DI CARLO EMANUELE III - PRIGIONIA E MORTE DI VITTORIO AMEDEO

Dopo tanti anni di guerre, che gli avevano procurato la corona regia e l'ingrandimento dello stato, Vittorio Amedeo II si diede a riordinare i vecchi e i nuovi domini. Bisogno di molte cure aveva la Sardegna, in cui scarsa era la popolazione, rozzi i costumi, violente le passioni, avverse al nuovo governo le fazioni. Occorsero molto tatto e molta prudenza per governare l' isola e far cessare gli odi e le violenze e far rispettare le leggi e non meno tatto occorse per vincere l'opposizione del clero sardo, sobillato dalla Santa Sede, la quale, vantando diritti di sovranità sull' isola, pretendeva che Vittorio Amedeo si riconoscesse vassallo della Chiesa. Ma anche quest'opposizione fu vinta tramite l'opera sagace del marchese d'Ormea, che, mandato a Roma, seppe comporre equamente la vertenza.

Non minori cure della Sardegna era necessario dedicare al Piemonte, estenuato da un così lungo periodo di guerre. Vittorio Amedeo abolì il giuoco del lotto, estese alla Savoia il monopolio del tabacco che prima veniva esercitato nel solo Piemonte, riunì in una le due Camere dei Conti, abolì il primo segretario di Stato, istituì il ministero degli affari esteri e quello degli interni, riordinò quello della guerra, riformò il consiglio delle Finanze e stabilì le aziende cui affidò la formazione dell'annuo bilancio dello Stato.

Pubblicò inoltre le leggi e costituzioni regie, che costituirono il codice Vittorino, migliorò la distribuzione delle tasse fra i vari ordini, ravvivò l'agricoltura e il commercio, diede impulso all' industria della seta, proibì le pubbliche questue, ordinò che i poveri fossero accolti negli asili e promosse la fondazione di Congregazioni di Carità.

Gran parte della sua attività dedicò agli studi ed all'esercito. Riformò l'Università di Torino, per la quale edificò una degna sede, e vi chiamò ad insegnare da ogni parte d'Italia uomini insigni per dottrina, quali il Fantoni, il Bianchi, il Tagliazucchi, il Corazzi, il Pasini e il Compiani; laicizzò le scuole, togliendole ai frati e ai gesuiti, e ne accrebbe il numero; istituì concorsi nelle varie province e i vincitori volle che a spese dello Stato venissero accolti per coltivare gli studi in un collegio da lui fondato ch'ebbe il nome di COLLEGIO DELLE PROVINCE. Quanto all'esercito sul quale poggiava la sicurezza dello Stato, il re di Sardegna lo rinvigorì con saggi provvedimenti fra i quali va notato l'obbligo imposto a tutti i comuni di fornire un determinato numero di uomini. Inoltre dispose che ogni compagnia fosse chiamata tre volte all'anno per un giorno sotto le armi e ciascun reggimento fosse mobilitato una volta all'anno per sei giorni.

Nel 1728 Vittorio Amedeo rimase vedovo di Anna Maria d'Orléans. Volendo godere in pace gli ultimi anni della sua vita e volendo altresì provare se suo figlio Carlo Emanuele fosse capace di governare, stabilì di abdicare. A questa decisione lo spinse anche il desiderio di sposare una donna che nel 1695 aveva amato e resa madre e che poi era stata maritata ai conte di S. Sebastiano di cui era rimasta vedova nel 1723.

Dotata la contessa del marchesato di Spigno e fatto stendere l'atto di abdicazione, la sposò privatamente. Nel settembre del 1730, riunito il Consiglio di Stato nel castello di Rivoli, abdicò in favore di CARLO EMANUELE III, riserbandosi una rendita di centocinquantamila lire; quindi si ritirò con la moglie a Chambéry.

Ma un uomo che aveva trascorso la vita tra le guerre e le cure del governo non poteva rimanere a lungo lontano dagli affari senza annoiarsi. Ben presto il ritiro di Chambéry gli diventò insopportabile, forse la moglie, che non mancava di ambizione, glielo rese ancor più odioso, spingendo il marito a riprendere la corona, e forse anche lo angustiava il governo del figlio, governo che credeva non regolato secondo i veri interessi dello Stato.

Nell'estate del 1731 Vittorio Amedeo scrisse al marchese d'Ormea che intendeva ritornare a Torino e riprendere nelle mani le redini del governo e senza perder tempo lasciò Chambéry e si recò a Moncalieri e, sordo ai consigli del figlio, che cercava di distoglierlo dal proposito di riprender la corona, fece stender l'atto di revoca dell'abdicazione.

Di fronte al contegno dell'ex-sovrano il ministro d' Ormea rassegnò le dimissioni; avendole il re rifiutate, il ministro CONSIGLIÒ CARLO EMANUELE III di arrestare il padre per evitare disordini. Approvata dal consiglio dei ministri la proposta del d' Ormea, il re firmò a malincuore l'ordine di arresto di Vittorio Amedeo II, il quale di notte fu preso e chiuso nel castello di Rivoli.
Anche la contessa di S. Sebastiano fu arrestata e condotta nella fortezza di Ceva, ma più tardi fu riunita all' infelice marito che da Rivoli venne trasferito a Moncafieri, dove cessò di vivere il 3 ottobre del 1732.

" Fine questa immeritata - scrive il Callegari - per un uomo così grande in pace e in guerra. Solo chi studi le condizioni politico-economiche del Piemonte nelle due epoche 1684 e 1730 può intendere ed apprezzare in tutta la sua interezza la grande opera compiuta da questo glorioso principe nei quarantasei anni del suo difficile governo".

" Nel 1684 lo stato era povero, scarso d'armi, senza credito e senza forza, anche perché Pinerolo, alle porte di Torino, era in mano dei Francesi. Nel 1730 era accresciuto di ricche province, aveva un erario florido, buoni soldati, valide fortezze, saggia amministrazione; e l'amicizia del re di Sardegna era ricercata dai primi monarchi d' Europa. Fu re assoluto, non influenzato da favoriti e da donne; i ministri erano esecutori dei suoi disegni e non governarono che con il suo nome. Si teneva sempre per sè il segreto dei suoi pensieri, né faceva mai sapere agli ambasciatori a qual fine dovevano condurre i negoziati, che essi trattavano in suo nome".

" Proseguì quasi doppie negoziazioni, e fu più ingannatore che ingannato. Pochi principi intrapresero guerre in condizioni più disastrose di lui, ma pochi ne seppero uscire con maggior gloria di lui. Prode nelle armi, coraggioso in campo, perseverante e tenace nella favorevole e nell'avversa fortuna, imperturbabile ad ogni colpo di ventura".

"Felicissimo conoscitore degli uomini, trasse dal nulla il Bogino, l'Ormea ed altri. La natura impetuosa lo trascinò ad azioni violente contro chi l'offese; aspro nella giustizia, difficile nelle relazioni quotidiane, fu temuto più che amato; parco nello spendere teneva in grande onore il lavoro e il risparmio, ed era severo contro i grandi".

" Le imprese sue le condusse per ambizione di dominio, tuttavia tutte concorsero al bene d' Italia. Fu maestro negli inganni, il che prova, che in lui mancava la elevatezza del senso morale; ma bisogna tener conto del tempo e dell' ambiente in cui visse e della ragione suprema, per la quale difendeva la propria corona e i propri popoli di fronte alle prepotenze degli avversari e alle ingiustizie della diplomazia".

Sembrava che si era stabilito il nuovo assetto politico-territoriale in Italia, stava appena iniziando il lungo periodo di Carlo Emanuele, ed ecco scoppiare la
GUERRA DI SUCCESSIONE POLACCA che di nuovo va a sconvolgere la penisola....

ed è il periodo che va dal 1733 al 1739 > > >


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