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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI dal 41 al 36 a.C.

MARC'ANTONIO STREGATO DA CLEOPATRA -  LA GUERRA DI PERUGIA - I TRATTATI DI BRINDISI e DI MISENO - 
LA GUERRA DEI PARTI - GUERRA OTTAVIANO-POMPEO - BATTAGLIA DI CUMA - L'ACCORDO DI TARANTO
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MARCANTONIO STEREGATO DA CLEOPATRA


I due generali triumviri vittoriosi a Filippi decisero di separarsi:  Ottaviano rientrò in Italia a distribuire le terre ai veterani mentre Antonio rimase in Grecia per -disse- dare l'assetto alle province, punire chi aveva aiutato Bruto e Cassio e per trovare denaro per pagare i 170.000 soldati che avevano partecipato alla spedizione. Ma anche per provare l'ebbrezza di fare il "Cesare" o "l' "Alessandro Magno" in Asia.

Antonio si reco ad Atene, poi passò in Asia. Ad Efeso pubblicò un editto col quale obbligava di pagare in due anni il tributo di dieci. Nelle città d'Oriente Antonio si diede ad una vita disooluta, trascorrendo il tempo in conviti e in piaceri sensuali. Le cortigiane gli fecero dimenticare i propositi di vendetta e di punizione con i quali era venuto; le donne con la loro bellezza e coi loro favori gli fecero placare la collera che Antonio aveva nella testa.

Le città che avevano sofferto per la vessazione di Cassio riacquistarono per opera di Antonio i beni perduti ma solo per poi pagare con gli stessi i tributi di guerra; gli abitanti di quattro città che erano stati venduti come schiavi riacquistarono la libertà; Tarso e Laodicea che già in precedenza avevano visto trucidare i più ragguardevoli cittadini dovettero sborsare una ingente taglia anche se poi ottennero ricompense speciali;  e Rodi ricevette in dono le isole di Andro, Nesso e Teno e la città di Mindo nella Caria.
Poi c'era da fare i conti con CLEOPATRA!  Non era nella lista dei nemici, ma era accusata di non avere aiutato abbastanza i triumviri; Antonio mandò un ambasciata guidata da Quinto Dellio ad intimarle che andasse da lui a giustificarsi (non l'avesse mai fatto!)
Cleopatra si recò a tarso, in Cilicia, dove Antonio si trovava, decisa di sedurlo e sicura di riuscirvi. La sua bellezza, le sue arti, il suo ingegno erano tali che nessuno avrebbe saputo resistere meno di tutti Antonio, che aveva la fama di essere un donnaiolo ed era noto per la sua libidine.
Essa entrò in Tarso lungo il fiume Cidno, le cui sponde erano gremite di folla. Era vestita alla foggia di venere e nel suo ricchissimo costume che indossava la sua bellezza era sfolgorante come quella della dea. La nave su cui stava aveva i fianchi dorati, dorati gli alberi, i remi di argento, di porpora preziosa le vele. Sul capo della regina di Egitto era distesa una tenda di seta a ricami d'oro, intorno a lei, in varie pose, era una corona di fanciulli vestiti da amorini e al timone stavano bellissime fanciulle in veste di divinità marine. Fiori ornavano la barca, ghirlande erano posate sulle chiome, spire d'incensi odorosi si alzavano dalla navicella.
Antonio era abituato a spettacoli simili, e tanta pompa non poteva meravigliarlo; ma la bellezza davvero straordinaria e l'arte raffinata di Cleopatra lo conquistarono subito. Il vincitore di Filippi a tarso fu un vinto. La regina, che era stata chiamata per discolparsi dall'accusa e chiedere  perdono, vide ai suoi piedi il potentissimo generale. Per la seconda volta i padroni di Roma rimanevano soggiogati dalle grazie della sovrana d'Egitto.

A tarso Antonio conobbe con Cleopatra tutte le gioie della voluttà, poi la sovrana ritornò nel suo regno ed egli li promise di raggiungerla.
Di lì a poco difatti, dato assetto alla Siria, e lasciata sotto il governo di Decidio Saxa, Antonio si recò ad Alessandria e qui rimase dalla fine del 40 alla primavera del 39.
Antonio si era quasi dimenticato della moglie, delle province di cui aveva il governo e di Ottaviano; egli non vedeva che Cleopatra e i piaceri squisiti che lei sapeva procurargli; vestito alla greca, viveva tra l'ossequio dei cortigiani, fra le discussioni dei filosofi, in mezzo alle numerose feste e conviti: Cleopatra non lo lasciava mai, sia che egli andasse alla caccia, sia che si recasse a pescare sul Nilo; lo colmava di carezze, lo adulava, lo inebriava di profumi e di amore.
Ma questa vita non doveva durare a lungo. Rumori di guerra venivano dall'Asia Minore minacciata dai Parti e rumori di altra guerra -di guerra civile- gli giungeva dall'Italia. 
Come Giulio Cesare alcuni anni prima, così ora Marc'Antonio veniva da Alessandria chiamato altrove dal suono delle armi. 
Antonio dovette insomma partire subito per l'Italia.

LA GUERRA DI PERUGIA

Quando Ottaviano, era giunto in Italia, e volle soddisfare gli impegni che lui ed Antonio, dopo Filippi, avevano assunti con i veterani, si accorse subito quanto difficile fosse il suo compito. Centrosettantamila erano i veterani di Filippi e a ciascuno di essi spettava la somma di cinquemila dinari; venticinquemila ne erano stati promessi ed ogni centurione e cinquantamila a ciascuno tribuno militare. Pagare tanto denaro era impossibile; le casse a Roma erano vuote, e Antonio dall'Oriente non aveva ancora mandato nulla.
Nell'attesa Ottaviano aveva rivolto la sua opera nel distribuire terre; ma anche questa incombenza presentava delle grandi difficoltà. Una delle tante ad esempio era che data la guerra contro Sesto Pompeo, a Reggio era stato tolto l'obbligo di cedere i propri territori, né quelli delle rimanenti città vicine erano sufficienti.  Ma in questa o in altra situazione erano anche molte altre città d'Italia.
Infatti, quando si pose mano alla divisione, da ogni parte della penisola si levarono proteste. Nessuna voleva farsi spogliare la propria città. Queste città colpite chiedevano che la cessione dei territori venisse imposta a tutte le città d'Italia, i proprietari reclamavano il pagamento anticipato dell'indennità, gli abitanti delle città vicine a quelle designate si lamentavano perché i soldati avevano invaso le loro terre (in molti casi erano questi altri veterani che avevano ricevuto le terre in precedenza).

Non pochi proprietari, privati dei loro beni, si misero a difendere le loro terre girando armati, e solo così molti riuscirono a rimanere nei loro fondi come proprietari o come fittavoli; mentre i soccombenti iniziarono a marciare verso la capitale, invasero Roma, si accamparono nelle strade e vi rimasero in attesa dell'indennità o reclamando i mezzi di sussistenza.

Ma a Roma oltre che la scarsezza di denaro, c'era penuria di viveri a causa delle flotte pompeiane che avevano tagliate le comunicazioni tra la penisola e le province e la carestia accresceva il malcontento (ricordiamo che a Roma alla morte di Cesare esistevano 150.000 poveri che vivevano con le regalie che ogni tanto faceva l'imperatore.

Da questo eccezionale stato di cose cercò di trarre profitto Fulvia, moglie di Marc'Antonio, donna ambiziosa e intrigante, la quale, nell'assenza dei triumviri, aveva imposto la sua volontà al cognato Lucio Antonio (fratello di Marc'Antonio) e a Servilio Isaurico (entrambi erano stati nominati consoli in questo anno 41) .
Ma al ritorno di Ottaviano, questi le aveva tolto il comando che esercitava e inoltre  le aveva procurato un dispiacere familiare: il triumviro Ottaviano che era diventato suo genero dopo il convegno sull'isola del Reno al suo ritorno aveva ripudiato la figlia Clodia che a Bononia aveva sposato. E altra amarezza si era aggiunta quando gente bene informata, la misero al corrente del perché di quella prolungata assenza del marito; insomma non ignorava che Antonio era stato stregato e si era buttato nelle braccia di Cleopatra.

Per vendicarsi di Ottaviano e nella speranza di provocare il ritorno del marito, indusse il cognato a patrocinare gli interessi di tutti coloro le cui terre erano state confiscate, ma anche di tutti i veterani che non avevano ricevuto né terre né denaro (che messe insieme rappresentavano due miscele esplosive).
Una nuova guerra civile si delineava. Cercarono di scongiurarla i comandanti dei veterani e non riuscirono che a fare aumentare le cause del conflitto e il numero dei malcontenti. Riunitisi a Teano Sidicino essi stabilirono che soltanto ai veterani i quali avevano preso parte alle battaglie di Filippi dovevano essere distribuite le terre, e che agli altri soldati dovevano essere corrisposti i premi con la vendita dei beni confiscati ai proscritti e che, infine, non si facessero leve.
La decisione dei comandanti trovò fiera opposizione in tutte quelle milizie che non avevano preso parte alla spedizione contro Bruto e Cassio. Sentendo il terreno che iniziava a scottare, Lucio Antonio, non credendosi sicuro in Roma, si recò a Preneste e vi si fortificò.

Fu dai senatori fatto un tentativo di risolvere il conflitto, ma non riuscì. Presero allora l'iniziativa i comandanti di due legioni che risiedevano ad Ancona. Questi convocarono a Gabli, Ottaviano e Lucio Antonio, ma quest'ultimo non si presentò. La guerra era inevitabile.

Pareva che la vittoria dovesse arridere a Fulvia e a Lucio Antonio che avevano con sé tutti i malcontenti della penisola e le forze di Ventidio, Planco e Asinio Pollione, generali di Marc'Antonio. Ottaviano aveva da tener testa alle flotte di Pompeo e di Domizio Enobarbo che minacciavano le coste del Tirreno, dello Jonio e dell'Adriatico e disponeva di forze meno numeroso di quelle avversarie: soltanto dieci legioni, ma queste erano composte tutte di veterani affezionati e devoti al loro generale.

Per impedire che Enobarbo effettuasse uno sbarco a Brindisi e forse anche per vietare a Marc'Antonio, del quale conosceva le intenzioni, l'approdo in quella città vi mandò una legione, poi, richiamate le legioni di Quinto Salvideieno Rufo che aveva spedite in Spagna e non avevano ancora passate le Alpi, Lucio Antonio, lasciò Roma. Presso Nursia sbaragliò alcune milizie nemiche, poi diede l'assalto alla città, la quale, difesa strenuamente dal presidio comandato da Tizieno Gallo, resistette.

Per non perdere tempo ed impedire che un legato di Planco, Cajo Furnio, dall'Umbria, dove si trovava, scendesse verso Roma e nello stesso tempo per congiungersi con Salvidieno, marciò verso il nord e costrinse Furnio a chiudersi in Sentino.
Approfittando dell'assenza di Ottaviano, Lucio Antonio entrò in Roma che Lepido, all'avvicinarsi del console, fuggendo, aveva lasciata indifesa, e si fece dal popolo nominare imperator,  traendolo dalla sua parte col promettergli che il fratello, appena ritornato in Italia, avrebbe sciolto il triumvirato e chiesto per l'anno seguente il consolato.
Alla notizia dell'occupazione di Roma Ottaviano lasciò Sentino e si affrettò a tornare verso la metropoli e ricacciarne Lucio Antonio, ma non gli fu necessario di usare le armi che LucioAntonio non l'aspettò e, abbandonata la città, corse in Campania a raccogliere nuove milizie.

Roma ritornò così in potere di Ottaviano. Nel frattempo anche Sentino e Nursia venivano occupate dal suo legato Salvideieno che conduceva sei legioni. Prese le due città, questi marciò verso l'Etruria per unirsi alle milizie di Vipsanio Agrippa, il quale intanto aveva occupato Sutri.
Contro questa città marciò Lucio Antonio che si dirigeva verso il nord per unirsi as Asinio Pollione e Publio Ventidio, ma preso alle spalle da Salvidieno Rufo e di fornte sa Agrippa, fu costretto ad allontanarsi precipitosamente.
Giunto a Perugia e saputo che Ottaviano gli teneva dietro, si chiuse nella città e, nell'attesa che Planco, Ventidio e Polione venissero a prestargli aiuto, vi si rafforzò.
Ma invano aspettò di essere soccorso. Planco rimase a Spoleto dove si trovava, Ventidio e Asinio Pollione invece di muovere verso Perugia si ritirarono l'uno a Rimini e l'altro ad Ancona. Più tardi cercarono di raggiungere il console, ma presso Foligno Salvidieno e Agrippa sbarrarono loro il passo e li costrinsero a tornare indietro.
Lucio Antonio perciò dovette contare sulle sole sue forze. Più volte egli tentò di rompere il cerchio degli assedianti, ma ogni volta dovette rientrare in città con forti perdite.
Le condizioni di Perugia intanto diventavano insopportabili. I viveri mancavano e la fame mieteva numerose vittime tra gli schiavi ai quali era stato proibito che fossero distribuite le scarsissime provviste che rimanevano insufficienti a nutrire le truppe.
Visto che era impossibile continuare la resistenza, Lucio Antonio venne a trattative col nemico. Ottaviano gli promise salva la vita e gli diede facoltà di raggiungere il fratello, ma Lucio volle rimanere in Italia. Così Perugia capitolò nel marzo del 39 a.C. I soldati che l'avevano difesa non furono puniti ma trecento senatori vennero trucidati ai piedi dell'altare di Cesare, della cui morte in tal modo Ottaviano festeggiava il quarto anniversario.

Il vincitore avrebbe visto volentieri venire dalla sua parte i generali di Antonio, ma questi rifiutarono di unirsi a lui. Asinio Pollione, con sette legioni, si ritirò presso Altino e in seguito, messosi in rapporti con Domizio Enobarbo, lo indusse a sposare la causa di Marc'Antonio; Munazio Planco inseguito da Vipsanio Agrippa, che gli catturò due legioni, fuggì con Fulvia in Grecia; Tiberio Claudio Nerone, amico di Cesare, col quale aveva combattuto nella guerra alessandrina, e passato poi tra i partigiani di Bruto, alla notizia della presa di Perugia lasciò la Campania dove si trovava e se ne andò prima da Sesto Pompeo, poi da Marc'Antonio conducendo con sé la moglie Drusilla e figlioletto Tiberio che, adottato da Ottaviano, doveva diventare imperatore.
Perugia venne saccheggiata e data alle fiamme.

Padrone d'Italia, Ottaviano, alla testa del suo esercito, mosse verso la Provincia Narbonese, governata da Quinti Fuvio Caleno che si era schierato in favore di Lucio Antonio con le undici legioni di cui disponeva.
Non era facile impresa avere ragione di Caleno, ma la fortuna aiutò Ottaviano. Era questi giunto presso le Alpi quando Fuvio morì, e il figlio di lui cedette spontaneamente la provincia e le truppe.
Tutto l'Occidente era in potere di Ottaviano. Per guadagnarsi l'amicizia di Lepido gli assegnò con sei legioni il governo dell'Africa e della Numidia e per rabbonire Marc'Antonio, che certo non doveva essere contento della condotta del collega, assegnò al fratello Lucio un governo nella Spagna.
Dopo aver fatto questo, fece la distribuzione delle terre ai veterani e, fiducioso nelle sue forze, aspettò che l'altro triumviro facesse ritorno dall'Egitto.

I TRATTATI DI BRINDISI E DI MISENO 

Marc'Antonio partì da Alessandria nella primavera del 39. Affidato il governo della guerra contro i Parti ai suoi generali e raccolte circa duecento navi nei porti dell'Asia, fece vela per l'Italia. Ad Atene, dove sostò, trovò la moglie Fulvia e i suoi partigiani fuggiti dopo la vittoria di Ottaviano. Ebbe fiere parole per la moglie di cui però disapprovò la condotta e, lasciatala senza neppure salutarla, proseguì il suo viaggio. Stanca e avvilita, poco tempo dopo Fulvia moriva a Sicione. 
Il triumviro giunse nelle acque dell'Adriatico nell'estate di quell'anno e, unitosi alla flotta di Domizio Enobarbo che era stato guadagnato alla causa da Asinio Pollione, si presentò davanti a Brindisi.
Ma il comandante delle truppe di Ottaviano si rifiutò di farlo sbarcare. Marc'Antonio riuscì a mettere terra alcune legioni e, mentre faceva occupare Siponto, strinse d'assedio Brindisi.
Era l'inizio di una nuova guerra civile. A questa non rimaneva estraneo Sesto Pompeo, il quale dopo aver trattato con l'uno e con l'altro dei contendenti, mandò l'ammiraglio Mena ad occupare la Sardegna e. sbarcate considerevoli forze nell'Italia meridionale, pose l'assedio alle città di Turio e di Cosenza.
Però a lasciar libera la prima di tali città lo costrinse Vipsanio Agrippa, il quale liberò poi anche Siponto. Intanto Ottaviano assediava a Brindisi le truppe di Marc'Antonio.
La guerra non andò più in là di queste operazioni per volere dei veterani dell'una e dell'altra parte. Nonostante i buoni uffici di un amico comune, Coccejo Nerva, Antonio fece sgombrare la flotta di Enobarbo dall'Adriatico ed ordinò a Pompeo di ritirare le truppe dall'Italia meridionale; poi fu nominata una commissione di cui fecero parte lo stesso Coccejo Nerva, Asinio Pollione e Cilnio Mecenate, i quali rappacificarono i due triumviri.
Col trattato di pace che fu detto di Brindisi a Lepido fu lasciata l'Africa, ad Antonio furono date tutte le province d'Oriente con l'obbligo di far guerra ai Parti, ad Ottaviano vennero assegnate quelle d'Occidente. Sesto Pompeo ebbe la Sicilia. Se però non si contentava, Ottaviano poteva muovergli guerra. Ciascuno dei Triumviri fu lasciato libero di amministrare le sue province come meglio credesse.

Per suggellare la conciliazione si stabilì che Antonio sposasse Ottavia sorella di Ottaviano e vedova di C. Claudio Marcello e perché il matrimonio si celebrasse sollecitamente il Senato dispensò Ottavia dal lutto, durante il quale, per legge, non poteva passare a nuove nozze.

Le dimostrazioni di gioia dei veterani e degli abitanti di Roma per l'accordo concluso furono grandi e i due triumviri, fra l'entusiasmo della popolazione, celebrarono l'ovazione.

La pace di Brindisi però non soddisfaceva Sesto Pompeo, il quale non volle riconoscere l'accordo, si rifiutò di lasciare la Sardegna e la Corsica, effettuò delle scorrerie sulle coste del mezzogiorno d'Italia e impedì che di fuori giungessero a Roma i viveri.
Ottaviano decise di muovergli guerra e per procurarsi i mezzi necessari impose nuove tasse: una sugli schiavi e una sulle successioni. Il popolo tumultuò e Ottaviano, assalito nel foro dalla turba inferocita dei dimostranti, non avrebbe trovato scampo se Antonio con le sue milizie non fosse accorso in aiuto del collega.

Ma il malcontento popolare non cessò, anzi fu acuito dalla carestia e, suo malgrado Ottaviano dovette accogliere la proposta di Scribomio LIbone -cognato di Ottaviano al quale aveva dato in moglie la sorella Scribonia,  ma era anche suocero di Pompeo- che aveva offerta l'opera sua per un accomodamento tra i due contendenti.
Sesto Pompeo ed Ottaviano si incontrarono presso Capo Miseno, dove fu concluso un accordo. A Pompeo vennero lasciate la Sicilia, la Sardegna e la Corsica e, in più, gli fu data l'Acaja per un quinquennio, finito il quale avrebbe assunto il consolato col diritto di farsi rappresentare da un suo legato. Inoltre gli fu concessa una indennità di settanta milioni di sesterzi per la perdita dei beni paterni e la carica di àugure. Ai proscritti, eccettuati quelli che avevano avuto parte nella congiura contro Cesare, fu accordato di ritornare a Roma e di riavere un quarto dei beni confiscati. A tutti coloro che si erano rifugiati presso Pompeo furono concessi il ritorno e la restituzione totale del patrimonio immobile; ai soldati pompeiani furono dati i medesimi diritti concessi alle truppe triumvirali, ed agli schiavi che prestavano servizio nella flotta venne accordata la liberà. Pompeo si obbligò di non dare più asilo ai profughi, di ritirare i suoi presidi dalle coste meridionali d'Italia e di rifornire Roma di Grano.

L'accordo di Miseno (39 a.C.) fu seguito, come quello di Brindisi, da un matrimonio: Marco Claudio Marcello, figlio di Ottavia, sposò la figlia di Pompeo. Splendidi  conviti ebbero luogo sulla spiaggia e sulle navi. Ottaviano ed Antonio si recarono a banchettare sulla nave ammiraglia di Sesto e questi, se avesse dato ascolto ai consigli di Mena capo della sua flotta, si sarebbe potuto impadronirsi dei due triumviri salpando le ancore; ma non volle - secondo il racconto che ne fanno gli storici del tempo- venir meno alla parola data.
Terminate le feste, Pompeo se ne tornò in Sicilia; Antonio ed Ottaviano si diressero alla volta di Roma applauditi dagli abitanti delle città dove passavano, lieti dell'avvenuto accordo che doveva segnare l'inizio di un'era di pace tanto desiderata dall'Italia dopo un quinquennio di lotte.

A Roma i due triumviri rimasero pochissimo, poi Ottaviano partì per la provincia Narbonese e Marc'Antonio fece vela per l'Oriente.
Qui le province romane erano minacciate da un nemico potente contro cui Cesare, prima di cadere sotto i colpi dei congiurati, aveva preparata la guerra: i Parti.

ORODE I, re dei Parti, approfittando del malcontento delle popolazioni asiatiche, che avevano subite le vessazioni prima di Cassio poi di Antonio, e consigliato dai principi, cacciati da quest'ultimo e rifugiatisi alla sua corte, e da Quinto Labieno, generale di Cassio, aveva mandato un esercito in Siria, comandato da Pacoro, suo primogenito, cui aveva dato, in qualità di luogotenenti, Barzafarne e Labieno. Le guarnigioni romane formate dai superstiti dell'esercito repubblicano passati ai triunviri, sobillate da Labieno, avevano sposato la causa del traditore; Antiochia ed Apamea erano state occupate e Decidio Saxa, che aveva iniziato la ritirata, era stato raggiunto ed ucciso.

Iniziata così felicemente la guerra, Pacoro aveva diviso in due l'esercito: Labieno, al comando di una parte, composta quasi tutta di truppe romane, si era mosso verso la Cilicia ed era riuscito ad occupare gran parte dell'Asia Minore. Barzafane e Pacoro erano discesi nella Fenicia e, impadronitisene, erano penetrati nella Giudea, avevano costretto alla fuga il re Erode, vassallo di Roma, e messo sul trono Antigono, figlio di quell'Aristobulo cui Pompeo Magno aveva tolto lo scettro.

Dopo il trattato di Brindisi, Antonio aveva mandato in Asia un suo valoroso luogotenente: P. Ventidio Basso. Questi, sconfitto Labieno aveva scacciato dai passi dell'Amano i Parti e riconquistata alla repubblica tutta la Siria ed, essendo i Parti l'anno dopo (38 a.C.) ritornati in campo con un nuovo esercito, li aveva affrontati a Gindaro. In questa battaglia il nemico era stato sanguinosamente sconfitto e Pacoro ucciso.
Dopo questi successi che lo avevano fatto salire in gran fama, Ventidio si era rivolto contro Antioco ed aveva posto l'assedio a Samosata, capitale della Commagene.
La notizia delle vittorie di Ventidio era giunta ad Antonio ad Atene. Qui il triumviro, dopo il convegno partito da Brindisi, si era fermato ed aveva ripreso nuovamente la vita dissoluta molto simile al primo soggiorno. Vestito alla foggia greca e facendosi chiamare  Nuovo Bacco passava non poche notti in orge con le baccanti; gli ateniesi, per adularlo, gli avevano data in sposa Minerva, loro protettrice, ma Antonio venale com'era aveva voluto dalla divina moglie non solo le sue grazie ma anche una dote di mille talenti che il popolo di Atene dovette sborsare.

All'annunzio delle imprese vittoriose del suo luogotenente, il triumviro celebrò in Grecia altre feste, poi lasciò Atene e partì per la Siria. Qui giunto, mandò Ventidio a Roma perché ricevesse il trionfo, e assunto lui il comando dell'esercito, continuò l'assedio di Samosata.
Ma non consegui la vittoria che si riprometteva e, poiché Antioco si difendeva energicamente, concluse  con lui la pace ricevendone trecento talenti e partì per la costa ordinando al suo nuovo luogotenente P. Canidio Crasso di combattere contro gli Iberi e gli Albani e a Cajo Sosia di passare in Giudea contro Antigono.

I due luogotenenti portarono felicemente a termine le loro imprese: Crasso sconfisse gli Albani e gli Iberi; Sosio, unitosi ad Erode, pose l'assedio a Gerusalemme. Ridotta agli estremi per la fame, la capitale della Giudea era decisa a non capitolare e si difendeva strenuamente contro i Romani che avevano già espugnata la prima e la seconda cinta di mura. La resistenza si sarebbe protratta a lungo se Antigono, mosso a compassione dalle sorti della città, non si fosse dato in mano al nemici che lo mandò ad Antiochia, dove da Antonio venne messo a morte. Erode dopo la presa di Gerusalemme fu rimesso sul trono della Giudea e per consolidare la sua posizione prese in moglie Marianna, superstite della dinastia dei Maccabei.

LA GUERRA CONTRO SESTO POMPEO
e L'ACCORDO DI TARANTO

Ritornato a Roma dopo l'accordo di Miseno, Ottaviano rivolse le sue cure alla Spagna e alla Gallia dove alcune popolazioni si erano sollevate.
A domare i Ceretani nella Spagna Citeriore mandò Domizio Calvino, che non tardò a ridurre all'obbedienza i ribelli; in Gallia fu mandato Vipsanio Agrippa, che in breve rimise l'ordine nel paese:
mentre nelle province occidentali ritornava la pace tramite l'opera energica dei luogotenenti di Ottaviano le cose si mettevano male in Italia; l'accordo concluso a Miseno non dava i frutti che si erano sperati. Marc'Antonio, adducendo il pretesto di riscuotere certe tasse dovutegli, si rifiutava di cedere l'Acaja a Sesto Pompeo; questi da canto suo, non ritirava le guarnigioni dal mezzogiorno della penisola ed anziché reprimere la pirateria nel Tirreno se ne giovava; Ottaviano ripudiava la cognata di Pompeo, Scribonia, di cui aveva avuto una figlia, Giulia, e, indotto Tiberio Claudio Nerone a divorziare da Livia Drusilla, sebbene questa fosse incinta di sei mesi, la sposava nel 37. 
Ma Livia Drusilla era nobile, e tale matrimonio a Ottaviano permette di stringere forti legami con parte dell'aristocrazia senatoria, e in particolare con le influenti famiglie patrizie dei Claudi e dei Livi.
Avendo Drusilla però tre mesi dopo il matrimonio, dato alla luce un figlio, i nemici di Ottaviano dicevano che ai fortunati vengono i figli anche tre mesi soltanto dopo le nozze.

Tutti questi fatti non potevano portare che ad una guerra. E la guerra ben presto riarse tra Sesto ed Ottaviano.
Quest'ultimo indusse Mena, liberto di Pompeo e governatore della Sardegna e della Corsica a cedergli le due isole, le sessanta navi e le tre legioni che comandava. Sesto reclamò la restituzione delle isole e la consegna del traditore, ma Ottaviano rifiutò e per giunta ammise nell'ordine dei cavalieri il liberto, lo fece sedere alla sua mensa e gli diede il comando di parte della flotta, suscitando le critiche dei Romani e le frecciate di Orazio che, nel quarto dei suoi Epodi,  pare si scagli contro Mena.
Le rappresaglie di Pompeo furono immediate: dietro suo comando l'ammiraglio Menecrate operò uno sbarco sulle coste della Campania e devastò e saccheggiò la regione. La guerra insomma ricominciava.

Non avendo forze navali sufficienti da contrapporre a Sesto Pompeo, Ottaviano chiese aiuto a Marc'Antonio e a Lepido e li invitò ad un convegno a Brindisi. Lepido non si fece vivo; Antonio giunse in ritardo e, non trovato nessuno, se ne ritornò in Grecia, da dove scrisse al collega che disapprovava la guerra e che desiderava invece si tenesse fede all'accordo di Miseno.
Mancatogli l'appoggio dei due colleghi, Ottaviano decise di condurre la guerra con le sue sole forze.
Egli disponeva di due flotte, delle quali una stava nell'Adriatico, l'altra nel Tirreno. Intenzionato a invadere la Sicilia, mandò alla volta di Reggio le sue legioni, per via terra, e ordinò alla flotta del Tirreno, comandata da Calvisio Sabino e Mena di far vela verso lo stretto di Messina, su cui si diresse con la flotta dell'Adriatico comandata da L. Cornificio.

Conosciute le intenzioni del nemico, Pompeo si mise con una flotta in crociera nelle acque del capo Scilla e mandò incontro a Calvino e a Mena un'altra flotta al comando di Menecrate. Questi con l'armata divisa in due squadre di cui una era sotto il suo stesso comando, l'altra era guidata da Democare, risalì il Tirreno lungo la costa della penisola e, presso Cuma si scontrò col nemico. La battaglia fu accanita. La squadra di Menecrate si trovò di fronte a quella di Mena e venne battuta. Vistosi a mal partito ed essendo la nave ammiraglia per cadere in mano del nemico, Menecrate si buttò in mare e vi trovò la morte. Esito diverso ebbe invece il combattimento tra la squadra di Democare e quella di Calvisio, la quale subì perdite rilevanti.

Dopo questa battaglia Democare ritornò per unirsi a Pompeo, e Calvino continuò la sua rotta.
Ottaviano intanto era giunto a Reggio. Essendo stato informato della battaglia navale di Cuma, egli volle andare a soccorrere i suoi luogotenenti, ma, doppiato il capo Scilleo, si trovò di fronte alle navi di Pompeo. Ottaviano avrebbe voluto evitare lo scontro, ma, assalito, dovette accettar battaglia. La fortuna non gli arrise e la sua sconfitta sarebbe stata più grave se non fosse giunta in buon punto la flotta di Calvisio Sabino, che impedì a Pompeo di sfruttare la vittoria.
Ottaviano, sceso a terra, si diede, il giorno dopo, a raccogliere i naufraghi e a riparare le navi superstiti della lotta dell'Adriatico, ma una tempesta furiosa gli distrusse gran parte dei legni. Solo poche navi della flotta del Tirreno che, dietro ordine di Mena avevano fatto in tempo a prendere il largo, poterono scampare e raccogliersi a Vibone, dove Ottaviano si era ridotto.

Privo della flotta Ottaviano non poteva sperare di aver ragione di Sesto Pompeo: D'altro canto non era prudente gravare di nuove tasse le popolazioni. Gli vennero in aiuto i numerosi amici, i senatori, i cavalieri e i municipi che a loro spese iniziarono la costruzione di una nuova flotta e per munirla di rematori liberarono ventimila schiavi.

Ottaviano richiamò dalla Gallia il suo fedele e valente generale Vipsanio Agrippa a cui gli affidò il governo della guerra, conferì il consolato e decretò il trionfo per le vittorie contro gli Aquitani. Agrippa rifiutò il trionfo e si mise subito all'opera nei preparativi di guerra.
Siccome la costa del Tirreno era sprovvista di porto ampi e sicuri, egli fece costruire un porto militare artificiale mettendo tra loro in comunicazione i laghi d'Averno e di Lucrino e quest'ultimo col mare presso Cuma. Al nuovo porto fu dato il nome di Giulio.

Mentre si ultimava la costruzione e l'armamento della flotta, Marc'Antonio comparve a Brindisi con trecento navi, ma poiché Ottaviano sospettava di lui credendolo in rapporti con Pompeo e Lepido, gli vietò l'ingresso nel porto. Allora Antonio si recò a Taranto, dove ad Ottavia e a Mecenate riuscì di condurre Ottaviano ed Agrippa.
Era la primavera del 36. A Taranto Ottaviano ed Antonio stipularono un trattato col quale rinnovarono per un altro quinquennio il triumvirato. Antonio si obbligava a cedere al collega centoventi navi per la guerra contro Pompeo, e Ottaviano a sua volta si impegnava di fornire ad Antonio quattro legioni per continuare la guerra contro i Parti. Lepido doveva fornire ad Ottaviano truppe e navi contro Sesto.
Come suggello del trattato, Giulia, figlia di Ottaviano, che contava due anni, fu promessa sposa ad Antillo, figlio di Antonio ed Ottavia.

Firmato l'accordo, Antonio consegnò al collega centoventi navi che furono messe sotto il comando di Statilio Tauro, e, lasciata in Italia la moglie, fece vela per l'Oriente, chiamatovi dalla guerra coi Parti ma anche dall'amore per Cleopatra.

la successiva puntata dell'anno 36 a.C. > > > > 

* BATTAGIA DI NAULOCO -  MORTE DI POMPEO

Fonti: 
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
CASSIO DIONE - STORIA ROMANA 
PLUTARCO - VITA DI BRUTO 
SVETONIO - VITE DEI CESARI 
SPINOSA - GIULIO CESARE
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE 

 

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