HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 42 - 41 a.C.

SECONDO TRIUMVIRATO - BATTAGLIE A FILIPPI

BRUTO E CASSIO IN ORIENTE - GUERRE CONTRO LA  LICIA E RODI 
LE 2 BATTAGLIE A FILIPPI - MORTE DI CASSIO - MORTE DI  BRUTO
------------------------------------------------------------------------------------------------------


Dopo i tragici eventi del 43, in Roma, sono consoli M. EMILIO LEPIDO e MUNAZIO PLANCO. Nello stesso anno è registrata la censura di CAIO ANTONIO e di SULPICIO.
Si celebrano i fasti di VATINIO sull'Illirico.
Viene dichiarato dai cesariani vincitori Giulio Cesare  divus  iniziando così Roma la pratica dell'apoteosi e del culto imperiale.
Nel frattempo SESTO POMPEO (figlio dell'antagonista di Cesare) con la sua flotta controlla la Sicilia, che gli serve di base per una guerra contro Roma.
------------------------ 

Le numerose proscrizioni emesse lo scorso anno (circa 300), se tolsero di mezzo molti nemici dei triumviri e abbatterono definitivamente il partito conservatore in Italia, non fruttarono tanto quanto Ottaviano, Antonio e Lepido speravano.

Gran parte dei beni immobiliari e del denaro scomparve durante i saccheggi delle case dei proscritti e i loro beni immobili trovarono scarsi compratori, tanto che alla fine molti furono venduti ai soldati a prezzo molto basso.

Per far denari i triumviri ricorsero ad altri mezzi: senza scrupoli compilarono altri elenchi di proscritti che vennero condannati alla sola confisca degli averi, imposero tasse straordinarie  sulle case e sulle terre, misero tasse sugli schiavi, obbligarono i ricchi senza famiglia a prestar somme allo Stato e, come se tutto ciò non bastasse, compilarono una lista di mille e quattrocento ricche matrone alle quali chiesero delle somme. Le matrone, capitanate da ORTENSIA, figlia dell'oratore, avendo invano reclamato presso Fulvia (moglie di Antonio), ricorsero al triumviri, levarono alte proteste nel foro e costrinsero Ottaviano, Antonio e Lepido a cancellare dall'elenco mille nomi.

Fra il sangue e le estorsioni terminò l'anno 42. Lepido e Planco celebrarono due trionfi  per imprese di poca importanza compiute in Gallia e nella Spagna e, assunto il consolato, imposero ai cittadini di festeggiare l'anno nuovo comminando pene gravissime per i trasgressori. La festa maggiore fu quella che benne celebrata in onore di Cesare: il 15 marzo, anniversario della sua morte fu decretato giorno nefasto, si stabilì di solennizzare ogni anno il natale del dittatore e nel luogo dove il popolo aveva innalzato un altare all'ucciso venne eretto un tempio.

Poi, alla testa di diciannove legioni, Antonio e Ottaviano lasciarono Roma. Loro meta era l'Oriente, dove Bruto e Cassio erano diventati fortissimi.
I due congiurati fino alla primavera del 42 a.C. avevano agito ciascuno per conto proprio, Bruto nella macedonia, nella Grecia e nell'Illiria; Cassio nella Siria dove si era reso odioso alle popolazioni per le estorsioni e le stragi; in seguito si erano incontrati a Smirne per concretare un piano d'azione ed avevano stabilito di ridurre all'obbedienza la Licia e Rodi per assicurare le loro spalle prima di rivolgere le armi verso l'Occidente.
Bruto aveva portato la guerra in Licia e aveva cominciato assediando Xanthos, la capitale, che aveva opposto una fierissima resistenza e da ultimo, rifiutate le proposte di resa, era stata incendiata dai difensori. Poi si era impadronito delle altre città licie facendosi consegnare tutti i tesori che possedevano e dai paesi costieri le numerose navi.
Cassio era andato invece a guerreggiare contro Rodi e, assediata la città e avutala per tradimento, l'aveva spogliata dell'oro e dell'argento e aveva mandato in esilio e a morte buona arte degli abitanti.
Presa Rodi, aveva fatto sopprimere Ariozabane, re della Cappadocia, ed aveva tirato dalla sua parte Dejiotaro, re di Galazia, il quale aveva messo a disposizione dei due repubblicani un forte contingente di truppe.
Erano state compiute queste cose quando Antonio e Ottaviano partirono da Roma. Il primo andò a Brindisi, dove contava d'imbarcarsi al momento opportuno, il secondo, prima di passare in Oriente, volle liberare le coste della Sicilia dalle forze di Sesto Pompeo.

Questi, essendo stato eletto dal Senato comandante navale prima della costituzione del secondo triumvirato, disponeva di una numerosa flotta con la quale si era impadronito di parecchie città marittime della Sicilia. Di quest'isola egli aveva fatto il luogo di raccolta di non pochi proscritti e di tutti quei conservatori che erano stati costretti a fuggire dall'Africa dopo che Cornificio, combattuto da Tito Sestio, governatore della Numidia, aveva trovato la morte presso Utica. Oltre che della flotta Pompeo disponeva di truppe considerevoli delle quali buona parte gli era stata fornita da quelle città del mezzogiorno cui i triumviri avevano tolte le terre per distribuirle ai soldati.
Ottaviano mandò il suo legato Quinto Salvidieno Rufo contro Sesto Pompeo. Gli inizi della spedizione furono favorevoli alle truppe del triumviro che riuscirono a scacciare le deboli guarnigioni che il nemico teneva sull'estremo lembo della penisola,ma quando si trattò di passare lo stretto per portare la guerra in Sicilia, le navi di Pompeo respinsero la flotta di Salvidieno e questi visto che era impossibile condurre a termine l'impresa, fece vela per Brindisi, dove Antonio con le sue navi e le sue legioni aspettava Ottaviano.

Intanto dei preparativi guerreschi dei due triumviri giungeva in Asia la notizia a Bruto e Cassio i quali si davano convegno a Sardi e stabilivano di muovere con i loro eserciti alla volta della Macedonia. Ad Abido, sulla costa asiatica dell'Ellesponto, dove sostarono, narrasi che Bruto avesse una visione che depresse molto il suo morale. Durante la notte egli era intento alla lettura di un poeta greco quando vide comparire nella tenda in cui si trovava un gigantesco fantasma. Interrogato se fosse uomo o spirito, il fantasma rispose: "Io sono il tuo cattivo genio. Ci rivedremo nella pianura di Filippi". E così detto scomparve.

Il fiorno dopo le truppe repubblicane passarono l'Ellesponto e da Sesto, dove sbarcarono, si diressero lungo la costa della Tracia, verso Dorisco.

Bruto e Cassio contavano molto sulla flotta di Sesto Pompeo e sulle numerose navi che essi avevano raccolte nelle città costiere dell'Oriente. Qualche tempo prima di partire da Sardi, Cassio saputo che CLEOPATRA apparecchiava una flotta per mandarla in aiuto di Antonio ed Ottaviano, aveva ordinato al suo luogotenente Stajo Murco di dare battaglia con sessanta navi ai legni della regina d'Egitto. Ma questi erano stati distrutti da una tempesta e Stajo Murco aveva fatto vela per Brindisi e, giunto in quelle acque, aveva bloccato il porto. Ma otto legioni al comando di Lucio Decidio Saxa e Caio Norbano Flacco avevano felicemente passato il mare ed erano approdate sulla riva opposta e dallo Ionio si avanzava alla volta dell'Adriatico la flotta di Salvidieno Rufo, dopo il vano tentativo di battere Sesto Pompeo, e per terra le truppe di Ottaviano marciavano in direzione di Brindisi per congiungersi a quelle dell'altro triumviro.

Per non farsi stringere dalla flotta di Antonio e da quella di Rufo, Stajo Murco tolse il blocco e, preso il largo, si limitò a sorvegliare sull'Adriatico per impedire ai triumviri il passaggio in Oriente. Ostacolata dai venti contrari, la sua crociera riuscì infruttuosa: il legni nemici poterono indisturbati compiere più volte la traversata e trasportare le truppe nell'Illiria e Stajo Murco, cui si era unito con cinquanta navi Domizio Enobarbo, non poté fare altro che continuare la sua sorveglianza allo scopo di tagliare le comunicazioni tra l'esercito triumvirale e le sue basi d'Italia.

LA BATTAGLIA DI FILIPPI

Intanto dall'Illiria  gli eserciti di Antonio ed Ottaviano marciavano verso la Macedonia. Li precedevano le legioni di Decidio Saxa e di Norbano Flacco. Il primo, penetrato nella Tracia meridionale, occupò il passo tra il monte Ismaro e il mare, il secondo, giunto ai confini orientali della Macedonia, si appostò al passo di Sapei. Scopo dei due luogotenenti era di chiudere gli sbocchi verso la Macedonia ai congiurati; ma lo scopo non poté essere conseguito. La flotta repubblicana, minacciando uno sbarco sulla costa a ponente dell'Ismaro che avrebbe tagliate le comunicazioni fra le truppe dei due legati, costrinse Decidio ad abbandonare la forte posizione occupata. Poco tempo dopo anche il collega fu obbligato a fare lo stesso. I repubblicani, guidati dal principe trace Rhaskupolis, per una via difficile tra i monti, pervennero nella pianura di Filippi. Norbano informato di ciò da rakos, fratello del principe, lasciò il passo di Sapei e condusse le sue legioni ad Anfipoli dov'era già arrivato Antonio.
Gli eserciti repubblicani non avanzarono oltre e si rafforzarono a un miglio di distanza dalla città di Filippo, sopra una linea di alture che erano attraversate dalla via Egnazia.

Bruto pose gli accampamenti sui colli a nord della via, Cassio a sud e tra l'uno e l'altro campo fu innalzato un muro che tagliava la via Egnazia, dove fu praticata una porta.
La posizione scelta dai congiurati era fortissima: le loro spalle erano guardate da forti presidi posti nelle gole che davano accesso alla Tracia; la destra di Bruto era protetta da folti boschi, la sinistra di Cassio da una zona paludosa che si estendeva fino al mare. Comoda era la via dei rifornimenti. I depositi erano nell'isola di Taso donde la flotta portava le vettovaglie e le munizioni a Neapoli (Cavala) che comunicava col campo di Cassio.

In queste posizioni quasi inespugnabili i congiurati decisero di aspettare il nemico. Conveniva loro di mantenersi sulla difensiva, stancare ed affamare gli eserciti avversari che avrebbero dovuto accamparsi nella pianura, lontano dalle loro basi di rifornimento, e costringerli ad una ritirata durante la quale avrebbero potuto attaccarli e sconfiggerli. E di far così stabilirono i due capi.

Antonio, unitosi con Norbano, mosse da Anfipoli verso Filippi e si accampò al piano, di faccia a Cassio; Ottaviano, venuto più tardi perché trattenuto a Durazzo dalle febbri, pose il campo di fronte a Bruto.
Quasi uguali erano le forze che si fronteggiavano; i repubblicani disponevano di una cavalleria più numerosa, i triumviri erano più forti per il numero e la qualità dei fanti, veterani la più parte. Ma l'esercito triumvirale aveva lo svantaggio della posizione. Antonio e Ottaviano compresero subito che occorreva loro venire ad una battaglia decisiva per evitare  che le loro forze, nell'attesa, si logorassero e poichè il nemico non si decideva ed attendeva e, provocato, non si lasciava trascinare al combattimento, Antonio tentò di tagliare le comunicazioni tra il campo di Cassio e il Mare.

La palude rappresentava una difesa validissima per i repubblicani, ma tra questa e il campo correva un tratto di terreno asciutto contro il quale Antonio adoperò i suoi sforze.
Visto il pericolo, Cassio si affrettò a difendere il punto debole e in questo tratto costruì un muro. Antonio non si diede per vinto e non volle abbandonare il suo disegno. Ordinò ai suoi soldati che costruissero una diga, la quale doveva precludere l'accesso al mare all'esercito di Cassio; ma anche questa volta il nemico corse ai ripari innalzando a sua volta una diga per tagliare quella nemica e ricacciare i soldati del triumviro che erano riusciti ad occupare alcune posizioni oltre la palude.

Allora Antonio sferrò i suoi assalti contro il muro eretto tra il campo e la palude e questi furono così vigorosi che l'ostacolo venne superato e i legionari del triumviro, scalato il pendio del colle, espugnarono l'accampamento nemico scacciandone i difensori e ributtando quelli che dalla palude erano corsi a difendere la posizione d'altura.

Il successo fu rapido e notevole: i repubblicani, battuti, fuggirono malgrado gli sforzi fatti da Cassio per trattenerli. Egli tentò di rianimare i suoi e, strappata l'insegna a un alfiere, si diede a gridare che lo seguissero; ma nessuno volle udire i suoi incoraggiamenti ed allora Cassio, per non cadere nelle mani del nemico, fuggì anch'egli e si portò sopra un colle, distante un paio di miglia dall'accampamento, dove - secondo la tradizione- si fece dare la morte da un suo liberto.

Mentre Antonio attaccava il campo di Cassio, Bruto, approfittando dell'assenza di Ottaviano, che si era allontanato per le sue cattive condizioni di salute, ne fece assalire le truppe da Valerio Messala, il quale, rotta l'ala sinistra nemica, espugnò il campo del triumviro.

Altra perdita subiva quel giorno stesso Ottaviano. Due sue legioni, fra cui la marzia che erano state lasciate in Italia, mentre su alcune navi tentavano il passaggio dell'Adriatico per raggiungere il loro generale, venivano assalite dalle flotte di Stajio Murco e Domizio Enobarbo e in parte erano uccise in parte catturate.

Nella battaglia di Filippi le truppe dei triumviri avevano avuto perdite maggiori di quelle subite subito dal nemico, tuttavia il combattimento era stato nel complesso in loro favore. Le milizie di Cassio, dopo la fuga, si erano riorganizzate, ma no erano più le belle legioni di una volta: lo scacco e la perdita del loro capo le aveva demoralizzate. Pieni di ardore erano invece i soldati di Bruto e avrebbero volentieri attaccato ancora il nemico, ma Bruto prudentemente volle stare sulla difensiva e vi rimase per venti giorni, limitandosi a fare ogni tanto delle azioni di disturbo con delle scaramucce e nulla più.

La prudenza di Bruto però veniva disapprovata dai suoi e li stancava. I soldati cominciarono a defezionare, Dejotaro se ne andò con le schiere dei Galati, Rhaskupolis abbandonò il campo con i Traci, e Bruto per non rimanere solo, si vide costretto a tentare la sorte con una lunga battaglia decisiva. A scendere in campo lo aveva anche costretto il nemico, che aveva rinnovato il tentativo di tagliare ai repubblicani le comunicazioni col mare. Difatti quattro legioni di Ottaviano avevano occupate alcune alture, rimaste dopo la morte di Cassio, senza presidio, ed altre truppe si erano avanzate verso la spiaggia.

Marco Bruto diede battaglia. Come si poteva prevedere la giornata fu contraria ai repubblicani. Sul suo fronte Antonio sconfisse la sinistra; Ottaviano coi suoi riuscì a impedire che parte dell'Ala destra potesse ripiegare sull'accampamento. La rotta fu completa. Quattordicimila uomini si arresero, molti perirono, i superstiti poterono trovare scampo sulle navi e raggiungere la Sicilia caduta quasi tutta sotto Sesto Pompeo; Lucio Cassio e Catone, figlio dell'Uticense, perirono in battaglia. La flotta scese a patti coi tiumvirati e i magazzini dell'isola di Taso caddero perciò in potere di Antonio ed Ottaviano.

Bruto con quattro legioni si rifugiò sopra le alture a nord di Filippi donde avrebbe voluto passare nella Tracia; ma i passi erano stati occupati dai nemici ed Antonio dava la caccia all'uccisore di Cesare. Bruto pensò di aprirsi la via con le armi verso l'Oriente o verso il mare; ma i suoi soldati si rifiutarono di seguirlo. Era la fine.

raccontano che allora egli esclamasse: "Virtù, tu non sei che un nome. Io ti seguivo come cosa certa e invece tu eri schiava della fortuna!". Altri dicono che egli imprecasse contro chi era causa di tanti mali, alludendo ad Antonio.

Non volendo cadere in mano del nemico, Bruto pregò il retore Stratone di ucciderlo. Ma Stratone si limitò a sostenere la spada sul terreno e Bruto, lasciatosi cadere sulla punta, ne fu trafitto.
Seguirono il suo esempio parecchi altri, fra cui Antistio Labeone, Livio Druso e Quintilio Varo.
La testa di Bruto fu da Ottaviano mandata a Roma perché fosse posta sotto la statua di Cesare.

Prima che rientrasse in Italia i due generali triumviri ebbero il sospetto che Lepido (l'assente) fosse in segreti rapporti con Sesto Pompeo. Anzi ne erano così certi che si divisero le sue province. Antonio prese la Provincia Narbonese, Ottaviano la Spagna e la Numidia. Antonio gli lasciò anche la Cisalpina (che da allora cessò di essere provincia per essere incorporata all'Italia) ma ebbe in compenso l'Africa.

Poi i due decisero di separarsi. Ottaviano sarebbe rientrato in Italia, mentre Antonio si sarebbe recato in Oriente.
In effetti Antonio voleva provare la voluttà di fare il Cesare in Grecia, in Asia e in Africa; anche a lui gli venne il "morbo" dell' "Alessandrite" (una "malattia" contagiosa per tutti gli imperatori che seguirono; fino a Napoleone e oltre - senza mai riuscirci)

Fonti, Bibliografia, Testi, Citazioni: 
TITO LIVIO - STORIE (ab Urbe condita)
POLIBIO - STORIE
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
DIONE CASSIO - STORIA ROMANA 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
+ altri, in Biblioteca dell'Autore 

la successiva puntata > > >

 MARC'ANTONIO E CLEOPATRA - LA GUERRA DI PERUGIA
IL TRATTATODI BRINDISI - L'ACCORDO DI MISENO - LA GUERRA DEI PARTI
MARC'ANTONIO IN ASIA - GUERRA OTTAVIANO-POMPEO
BATTAGLIA DI CUMA - L'ACCORDO DI TARANTO 
BATTAGIA DI NAULOCO -  MORTE DI POMPEO


ai RIASSUNTI - alla TABELLA TEMATICA - alla H.PAGE