HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

 LA LETTERATURA  A ROMA
 periodo fino al tempo di Cesare + (il Mimo)

< PERIODO  ORIGINI                     ( Prima Parte )


Nell'età di Cesare, Roma e l'Italia sono pervase della cultura greca che apre nuove vie all'arte latina. L'ingegno latino ora si mostra nella sua piena maturità; gli scrittori non brancolano nel buio alla ricerca di nuove forme né si limitano alla semplice propagazione del pensiero e dell'arte della Grecia. Quest'arte e questo pensiero lo perpetuano e lo svolgono secondo il loro genio; al sole vivificatore dell'Ellade la terra italica ha schiuso il suo seno e ora produce i suoi frutti che dalla madre feconda hanno le inconfondibili caratteristiche. Una vita nuova pulsa in Roma: la vecchia società rude e sobria, fedele alle antiche istituzioni e ai patrii numi, ha ceduto il posto a una società certo irrequieta, ma raffinata, incontentabile; le passioni politiche agitano i petti, le speculazioni tormentano le menti, le nuove ricchezze producono nuovi costumi e nuovi bisogni. L'arte di questo periodo è il riflesso di questa vita, di questa inquietudine, di queste passioni. Come sorgono le grandi personalità politiche, così spuntano le grandi individualità artistiche, e all'infuriare dei partiti politici fa riscontro il contrasto delle tendenze letterarie, artistiche e filosofiche.

Fra i poeti giganteggia solitario TITO LUCREZIO CARO, vissuto tra il 656 e il 699 anno di Roma, S. Girolamo pone nel 94. a.C. la sua nascita, forse in Campania. E mori (anche qui forse) forse suicida, all'età di 44 anni.
Nel suo grandioso poema De rerum natura  rivela ai Romani la filosofia di Epicuro. Col filosofo greco egli discorre della natura delle cose, del cosmo e della sua genesi, della vita dell'universo e di quella dell'uomo. "Niente nasce dal niente" -egli dice con Epicuro- e niente finisce nel niente. Nessuna altra cosa esiste all'infuori del vuoto e della materia. la quale è comosta di atomi piccolissimi e invisibili, impenetrabili, solidissimi e indivisibili, immutabili ed eterni. La materia e il vuoro formano l'universo che è infinito e dal moto incessante degli atomi nascono e muoiono le cose. Nascita e morte non sono che la composizione e la scomposizione di atomi non dovute alla volontà degli dei, che il caso, non le divinità, hanno creatogli infiniti mondi che sono nello spazio e fuori del nostro mondo e perciò ad esso estranei sono gli dei. Nei vaneggiamenti del sonno e della veglia si rivelò agli uomini l'esistenza degli dei e ad essi, ignorando l'essenza delle cose e le cause naturali, gli uomini attribuirono la creazione e il governo del mondo e crearono la religione e l'oltretomba e con queste la propria infelicità.
Ma l'oltretomba non esiste perchè l'anima è mortale e perisce col corpo. Vano dunque è il timore della morte, benefica è la dottrina epicurea che libera l'uomo dal timore degli dei, della morte e della vita futura.

Lo scopo del poeta come quello del filosofo suo maestro è questo: penetrare il mistero della natura, fugare con la luce della scienza le paurose superstizioni, togliere all'anima umana il terrore che ispirino la fine della vita e il tormentoso pensiero dell'al di là. Ma non è arida esposizione d'una dottrina il De rerum natura,  come Lucrezio non è un indagatore freddo e insensibile dell'essenza delle cose. Egli non è un divulgatore di teorie altrui, ma l'apostolo fervente di una dottrina che per lui è verità, che in lui è diventata passione. La scienza si è fatta poesia, poesia sublime, poesia umana e divina. Il suo spirito s'innalza verso i cieli, spazia all'infinito, esplora l'universo cercandovi la pace e la serenità, poi scende in mezzo all'umanità e ne canta la grandiosa tragedia, che è anche la tragedia del poeta stesso, del poeta che cerca la fine dei suoi tormenti e non la trova neppure nella scienza rivelatrice e la vuole perciò nella morte.
Lucrezio è un solitario ed è l'unico grande poeta della scienza. Altri poeti vi sono in questo tempo - come Varrone Atacinio, autore di una Chorographia- che trattano nei loro poemi materia scientifica, ma le opere loro non sono vivificate dal soffio dell'arte. D'altro canto non è questo il periodo delle opere di lungo respiro e la stessa musa epica, se si eccettui un poema nel medesimo Varrone sulla guerra contro Ariovisto, tace.

""La grandezza di TITO LUCREZIO CARO e la visione poetica che sa dare alla freddezza della scienza: questo soffrire di uomo è il grande soffrire dell'uomo di scienza, e il sapere è abbandonare progressivamente la grande fratellanza della folla degli uomini, abbandonare forse il dolore individuale e sempre più comprendere il dolore universale e liberarsi del contingente, per soffrire dell'eterno.
La scienza è gioia: se indimenticabile nella storia della poesia e del pensiero umano è il grande spirare dell'arte pura nell'invocazione di Venere, e se indimenticabile è la visione dell'umanità travolta dal dato ineluttabile della morte turpe (turpe, come sempre è la morte) della pestilenza; commozione sublime (che trova il suo pari solo forse in alcuni momenti del Dante Paradisiaco) è il momento della conquista della verità scientifica: quando, nelle lodi divine che Lucrezio rivolge a Epicuro (libro terzo), egli comunica il gaudio sublime di chi scorge mondarsi d'ogni superstizione e vede squarciarsi quelle mura dell'Universo che ci sottraggono la Verità, e contempla il mistero della scienza, quel tutto di verità di scienza che Dante trasumanando contemplava nel momento sublime della visione della Rosa Mistica Natura: e i versi che seguono a questo brivido indicibile di commozione pura dello scienziato che coglie nel mistero del Vero, sono uno squillo di gioia nella visione dell'Olimpo, ove è tutto lucore e serenità in un riso sublime della luce dell'etere: e scompare la morte con il suo vano terrore...) 

"La fama lucreziana, affidata sin dagli inizi a Cicerone, si affermò subito e non conobbe sosta: già all'età di Tacito( Dialogo 23) egli era preferito a Virgilio; per Orazio è già autore consacrato, Virgilio ne subì grandemente l'influsso (come già avevano osservato gli antichi: Gellio, 1,21,7): i cristiani si opposero a lui per la sua irreligiosità e per la sua teoria della mortalità dell'anima, l'ebbero a testo scientifico per lo studio delle discipline naturali: nemmeno il Medioevo lo ebbe a disdegno, poiché ci ha conservato il testo: il più antico esemplare che possediamo è del IX secolo: il grammatico Valerio Probo ne fece un'edizione critica dalla quale si ritiene dipenda in sostanza la nostra tradizione" 
(Ignazio Cazzaniga, Storia della Letteratura Latina, Nuova Accademia Editrice, Milano 1962). 


E' il tempo della lirica e dei brevi componimenti poetici, dei poemetti mitologici, degli epitalami, delle elegie e degli epigrammi, il tempo dei potei nuovi alessandrianeggianti che, sull'esempio di Callimaco e dei poeti ellenistici, amano la varietà dei metri, i pensieri ricercati, le locuzioni nuove e dedicano tutte le loro cure alla forma.
A questa scuola poetica, di cui gli iniziatori sono C. VALERIO, PORCIO LICINO, Q. CATULO, GN. MAZIO e LEVIO, e che fiorisce intorno al grammatico VALERIO CATONE, autore d'un poemetto Lydia  e d'un carme Dictynna,  appartengono TICIDA, CECILIO, CORNIFICIO, FURIO BIBACULO, ELVIO CINNA e LICINIO CAVO, le cui opere disgraziatamente andarono perdute.
Ma il più grande di tutti i poeti alessandrineggianti del suo tempo è VALERIO CATULLO di Verona, vissuto tra il 667 e il 700 (86-53 a.C.),  temperamento squisito di poeta, natura sensibile di uomo, che vuole amare e vuol godere intensamente e porge l'orecchio a tutte le voci  della vita e sa rievocare nel verso armonioso i miti della Grecia, dar vita poetica a scene della vita reale e, sia egli spettatore o protagonista d'una vicenda, sa dare al suo canto l'ansia del tormento da cui è agitato, la voce dell'ebbrezza o della disperazione che è la voce dell'anima sua.

La sua breve vita è piena dell'amore di Lesbia . che è forse quella Clodia sorella di Publio Codio e moglie di Q. Cecilio Metello- e di quell'amore è piena la sua poesia.
Lesbia è la sua musa e la vicenda d'amore il suo romanzo, nel quale, con versi impeccabili, è cantata tutta una storia fatta di tenerezze e di tormenti, di ebbrezze e di disperazione, di gioie e di abbandoni: la storia della sua vita agitata. Lesbia però non è la sola figura nel mondo di Catullo che ne ispiri la poesia: Ora egli canta la sposa d'un amico, ora la perdita del fratello, ora rivolge la preghiera alla divinità, ora descrive il suo viaggio dall'Oriente in Italia e tratteggia la sua navicella che intristisce nelle acque di Sirmione, ora rivolge i suoi epigrammi mordaci a Cesare o si tuffa nella mitologia dando vita a scene e figure del mito ellenico nei mirabili versi dei suoi carmi e dei suoi epitalami.

Con Lucrezio e Catullo la poesia latina giunge a tale potenza da rivelare nelle forme immortali dell'arte la misteriosa e infinita vita dell'universo e la torbida e complessa vita di un'anima e strumento di questa rivelazione è una lingua, la quale ha tanta duttilità ed ha acquistata tanta ricchezza che non c'è cosa che non sappia esprimere con forza o con delicatezza, con rude energia o con armonia raffinata.
-----------------------------

IL MIMO

Verso il principio dell'ottavo secolo di Roma (70 a.C.) le Atellane, rappresentate a Roma alla fine dei drammi, cedono il posto ai  mimi.  Questi, di cui si conosce la provenienza, già da due secoli servivano come intermezzi teatrali e, nei ludi floreali, anche come spettacoli a sè, davanti al tempio della dea, in prossimità del Circo Massimo.
Erano rappresentazioni che sapevano molto di farsa, condite di frissi, di caricature, di smorfie ed allietate da danze lascive. Osceni ne erano gli argomenti e l'intreccio si aggirava quasi sempre sull'adulterio. Il nome di  mimo  si dava non solo alla composizione ma anche all'attore; questi non usava la maschera, indossava abiti comuni, non calzava il coturno della tragedia o il socco della commedia, ma scarpe basse, e se faceva la parte del buffone portava un vestito arlecchinesco detto centunculus. Le parti femminili - a differenza della tragedia e della commedia dove erano sostenute da uomini- erano sostenute da donne, non certo di castigati costumi se allietavano il pubblico con mosse lascive e con danze impudiche e, nelle feste di Flora, solevano, a richiesta degli spettatori, denudare il corpo (nudatio mimarum), e da qualche scrittore anzichè  mimae  sono dette meretrices.

Nell'età di Cesare il mimo assurge a dignità letteraria per merito di DECIMO LABERIO. Nacque questi intorno al 648 (105 a.C.) e morì a Pozzuoli nel gennaio del 711 (42 a.C.). Cavaliere romano, s'era acquistato molto nome come autore di mimi coi quali più d'una volta aveva scagliato frizzi pungenti contro Cesare, e sarebbe rimasto il più grande scrittore di mimi se un liberto di origine asiatica di nome PUBLILIO SIRO non fosse venuto a Roma a togliergli il primato.

Di Siro approfittò Cesare per trarre vendetta dei motti di Laberio. Capitato a Roma in occasione dei  giuochi trionfali del 709, Siro sfidò ad una pubblica gara tutti gli autori di mimi e Laberio, per consiglio del dittatore, dovette parteciparvi e calcare la scena perdendo in tal modo il titolo di cavaliere. Nel prologo del mimo, rappresentato in quell'occasione, così Laberio si rammaricava di essere stato costretto, negli ultimi anni della sua vita onorata, a far da istrione: "La necessità ai cui obliqui assalti molti cercarono di sottrarsi e pochi vi riuscirono, ecco a che mi ha ridotto sul finir della vita! Quand'ero giovane sulla su di me poterono onori, denaro, timore, violenza, autorità; ora, nella vecchiaia, ho facilmente ceduto alla dolce e blanda parola dell'illustre uomo. Avrei forse potuto dire di no a colui al quale neppure gli dei seppero rifiutarsi? Così, dopo sessant'anni di vita onorata, sono uscito di casa cavaliere e vi rientrerò da istrione! Ho certamente vissuto un giorno di più di quanto avrei dovuto! E tu, o Fortuna, sempre eccessiva nel bene e nel male, se volevi strapparmi la gloria poetica perché non mi curvasti quando fioriva la mia giovinezza e avrei potuto contentare il popolo e un si grande uomo? Perché mi butti giù proprio ora? Non bellezza di forme, dignità di aspetto, virtù di animo, dolcezza di voce posso portare sulla scena. Come l'edera rampicante uccide le forze dell'albero, così la vecchiezza mi uccide con l'abbraccio degli anni. Simile a un sepolcro non conservo se non il nome!"

Laberio fu sconfitto, ma volle nello stesso mimo lanciare oscure minacce al dittatore e pungerlo ancora con i suoi versi. Cesare però lo trattò con la sua solita generosità e, riammesso nell'ordine questre, gli concesse un onorario di mezzo milione di sesterzi. Più tardi, in un altro mimo, Laberio diceva: "Non si può essere sempre primi né è facile mantenersi sulla vetta della gloria cui si è pervenuti. Si cade in minor tempo di quello impiegato nel salire. Io sono caduto; cadrà chi verrà dopo. Non c'è monopolio nella gloria!" (Cesare fu assassinato pochi mesi dopo).

Dare un giudizio sull'arte di Laberio o di Publilio Siro è difficile, perché pochi versi ci sono rimasti dei loro mimi. Del primo Orazio non diede un giudizio benevolo, ma sappiamo che entrambi - specie il secondo- godettero il favore del popolo ed è certo che, se l'uno e l'altro non furono esenti da volgari scurrilità, non fanno difetto a Laberio versi magnifici e in Publilio si riscontra un senso di umanità che lo innalza e allontana dal volgo anonimo degli autori di farse.

Fonti: 
APPIANO - BELL. CIV. 
CASSIO DIONE - STORIA ROMANA 
PLUTARCO - VITA DI BRUTO 
SVETONIO - VITE DEI CESARI 
SPINOSA - GIULIO CESARE
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
IGNAZIO CAZZANIGA , 
STORIA DELLA LETTERATURA LATINA, 
Nuova Accademia Editrice, Milano 1962). 
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE 

prosegui con  
I PROSATORI DELL'ETA' DI CESARE  > > > > > 


ALLA PAGINA PRECEDENTE  

TABELLA TEMATICA  -
CRONOLOGIA GENERALE