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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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E PAESI

 LA LETTERATURA  A ROMA
l' Età  "AUGUSTEA" 

< LE ORIGINI                                  ( Prima Parte )


 QUI prima parte *  LA LETTERATURA DELL'ETÀ AUGUSTEA
I PROTETTORI DELLE ARTI - GLI ERUDITI - GLI ORATORI
* I DECLAMATORI - * GLI STORICI - LA POESIA
GALLIO - TIBULLO - PROPERZIO

 seconda parte: OVIDIO - ORAZIO
 
terza parte: VIRGILIO
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 I PROTETTORI: Augusto, Mecenate, Agrippa, Pollione, Valerio Messalla. 
 GLI ERUDITI: Verrio Fiacco, Giulio Igino, L. Crassizio, Sinnio Capitone, Vitruvio Pollione.
GLI ORATORI: Pollione, Messalla, Labieno, Cassio Severo.
L'ELOQUENZA IN DECADENZA 
DECLAMATORI E GIURISPRUDENZA: Antistio Labeone e Ateio Capitone. 
 GLI STORICI Asinio Pollione, Seneca il vecchio, Cremuzio Cordo, Fenestella, 
Pompeo Trogo, Tito Livio.
LA POESIA: Gallo, Tibullo, Properzio, Ovidio, Orazio, Virgilio

MECENATI, ERUDITI, ORATORI, GIURISTI, STORICI


La vittoria di Azio, riportando la pace, permise all'impero di assumere un ritmo possente di vita.
Grandi reti stradali, sviluppo dei traffici terrestri e marittimi permise non soltanto lo scambio di merci tra le varie province e una libertà del principio della selezione economica, ma permise a Roma di diventare una patria ideale, un crogiuolo che riceve forme di civiltà da tutte le parti e torna a distribuirle ringiovanite dalla sua concezione universale. 
Su tutto si stende anche l'universalità della lingua, che si compenetra di fattori latini e greci, in un bilinguismo che stringe più fortemente ancora di più i legami.
Tra questo primo secolo a.C. e il terzo si stende il periodo aureo della letteratura latina che fortemente imbevuta di spiriti ellenistici, riesce tuttavia a dare forme nuove e originali in una sintesi dell'elemento greco e di quello romano per poi inserirsi in essa di un sentire tutto diverso. E già verso la fine del II secolo la letteratura perde il carattere meramente romano e diventa universale proprio per l'apporto delle province. Artisti da tutte le parti confluiscono a Roma e ne cantano le lodi e l'arricchiscono con il pensiero e con l'arte.
Tutto inizia con Ottaviano Augusto!
La pace augustea non era proprio stata imposta ma riposava sul consenso universale, e questo permette ad Augusto che le arti e le lettere  diventano un'arma potente di governo, un mezzo efficacissimo di propaganda della politica del principe, un appoggio validissimo del nuovo regime. I più grandi ingegni concorrono con le opere a rendere più grande e più saldo l'edificio che Augusto ha costruito magnificando insieme la multiforme opera di lui e la gloria di Roma. La pace, di cui l'impero gode entro i suoi vasti confini, è propizia agli studi e al propagarsi della coltura e la munifica protezione che i maggiori cittadini e i principali collaboratori di Augusto accordano agli artisti, ai poeti, ai letterati, dà grande sviluppo alle manifestazioni della coltura e dell'arte che in quest'età, giustamente appellata aurea, danno i frutti maggiori e più belli.

Scrittore, oltre che protettore degli studiosi, è il medesimo Augusto. Poeta, compone in esametri un poema, Sicilia, in cui forse cantava le sue imprese contro Sesto Pompeo, e un volume di epigrammi e comincia a scrivere una tragedia, Aiaee; oratore, è lodato per l'eleganza, la proprietà e la chiarezza; storico, scrive una vita di Druso, i Commentari de vita sua in tredici libri e un indice delle cose da lui compiute; studioso di filosofia e di geografia, detta le Hortationes ad phiosophiam ed una Descriptio Italiae.
Fedelissimo ministro ed uno dei principali artefici della fortuna di Augusto è MECENATE, il cui nome è divenuto sinonimo di protettore delle lettere e delle arti. Autore fecondo di prose e di versi, compone un libro De cultu suo, un Symposion, un volume di dialoghi; ma la sua vera fama, anziché nella sua vasta colturam consiste nell'aver protetto i più grandi ingegni del tempo, di cui sapeva gustare le opere. 
Accanto ad Augusto e a Mecenate, parecchi altri uomini politici coltivano le lettere e le scienze e proteggono e diffondono gli studi, fra cui degno di menzione Vipsanio AGRIPPA, oratore efficace, scrittore sobrio di memorie e grande costruttore di superbi edifici; ma più di tutti meritano di essere ricordati Asinio Pollione  e Messalla Corvino.

Del primo ASINIO POLLIONE -nato nel 76 a.C, fedele, fino alla morte, di Giulio Cesare e, fino ad Azio, di Marc'Antonio, uomo d'armi e di studi- nulla ci rimane. Ma sappiamo che fu autore di tragedie, di cui Virgilio ed Orazio fanno grandissime lodi, che fu oratore insigne e critico molto acuto e che scrisse una storia delle guerre civili. Fu lui che, trionfando nel 40 a.C. sui Dalmati, fondò la prima biblioteca pubblica nell'atrio del tempio della Libertà sull'Aventino che adornò di ritratti di illustri letterati e scienziati, parecchi anni prima che, dietro il suo esempio, Augusto fondasse le biblioteche Octaviana e Palatina; fu lui che primo espose al pubblico preziose raccolte di opere greche; e a lui si deve la consuetudine, di cui in seguito purtroppo si fece abuso, delle recitationes in riunioni d'invitati.

Il secondo MESSALLA CORVINO, partigiano di Bruto prima, di Antonio poi e di Augusto in ultimo, console nel 31, praefectus urbis nel 26, capo di una spedizione contro gli Aquitani, fu oratore della scuola di Cicerone, ebbe fama di critico fine e di scrittore limpido e, scevro di esibizioni, fu autore di versi greci e latini e amico di poeti che, come Tibullo, Ovidio, Macro, Rufo Ligdamo, Sulpicio e Linceo, trovavano nella sua casa larghissima ospitalità.
Sotto protettori così potenti ed illustri non possono gli studi non fiorire.
Eruditi di grande valore abbiamo in questa età. Fra essi primeggia VERRIO FLACCO, il quale, dopo VARRONE, è, senza dubbio, l'uomo più dotto della latinità. A lui, che fu precettore dei nipoti di Augusto, Caj'o e Lucio, si debbono i Fasti Praenestini, scolpiti in tavola di marmo nel Foro della sua città natale, due libri de orfhographia, un libellus sui Saturnali, un'opera sulle oscurità di Catone (de oscuris Catonis), i Rerum memoria dignarum libri, i Rerum etruscarum libri, i preziosissimi e numerosi libri De verborum significatu, dei quali, nel secondo secolo dell'era volgare, Sesto Pompeo Festo fece un compendio.

Accanto a Verrio Fiacco è da mettersi Cajo GIULIO IGINO, liberto di Augusto e prefetto della Biblioteca Palatina, autore di un trattato De agricoltura, di un altro De apibus, di un'opera sulle famiglie romane di origine troiana (De familiis Troianis), di un'altra intorno all'origine delle città italiche (De origine urbium italicarum), di biografie di uomini illustri (De vita rebusque illustrium virorum), di un commento al Propempticon Pollionis di Elvio Cinna e di alcuni libri sull' Eneide.

Fra gli altri eruditi non vanno dimenticati L. CRASSIZIO di TARANTO, autore di un pregevole commento alla Zmyrna di Cinna, il grammatico Sinnio Capitone e Vitruvio Pollione, il quale nei dieci libri De architettura, ci da un interessantissimo manuale dell'arte delle costruzioni.

I più illustri oratori del tempo di Augusto sono ancora ASINIO POLLIONE, assieme a VALERIO MESSALLA, a TITO LABIEMO e CASSIO SEVERO. Pollione inizia la sua carriera a ventidue anni con un'accusa contro Catone e presto sale in grande fama d'avvocato. Quintiliano e Seneca gli sono prodighi di lodi e qualcuno lo mette tra i primi dopo Cicerone. Messalla non ha la forza di Asinio, ma è pulito ed elegante se pur qua e là abbonda nel ricercatezza; Labieno sta tra la vecchia scuola ciceroniana e la nuova del tempo d'Augusto, è ora grave, ora vivace, ora maestoso, ora rabbioso, di liberi sentimenti e schietto lo è sempre. Più grande di tutti è Cassio Severo, di Longula, uomo di grande ingegno e di vasta coltura, spirito sarcastico e temperamento bilioso, oratore potente, implacabile accusatore di uomini e donne dell'alta società e suscitatore di odii, che relegato a Creta e poi in un' isola delle Cicladi vi muore dopo venticinque anni d'esilio.

L'eloquenza però, malgrado i quattro oratori citati più su, è in decadenza. Curazio Materno, nel famoso Dialogo degli oratori di Tacito ce ne dice le cause: « La grande eloquenza al pari della fiamma ha bisogno di materia che la alimenti edi movimento che la ecciti. Ciò non mancava al tempo delle agitazioni repubblicane: proposte di leggi nuove, brame di popolarità, arringhe di magistrati che duravano fino a notte, accuse contro cittadini potenti, odi implacabili tra illustri casati, politica partigiana dei notabili, lotta continua del Senato contro la plebe. Tutto ciò, sebbene dilaniasse la repubblica, pure esercitava l'eloquenza e sembrava che la colmasse di premi, poiché chi più degli altri era bravo nel parlare più facilmente si procacciava gli onori e la pubblica stima. Aggiungasi la grandezza dei processi e l'alta dignità degli imputati. Difatti con il crescere degli avvenimenti cresce la vigoria dell' ingegno e nessuno può pronunziare un magnifico discorso se non ha da trattare una causa importante.

Catilina, Verro, Milone e Antonio fanno la grandezza di Cicerone, non P. Quinzio e Licinio Archia. Ora è più adatta la forma dei giudizi, ma allora l'eloquenza si esercitava maggiormente nel Foro in cui a nessuno si ingiungeva di parlare in un giro di poche ore e ognuno parlava come voleva, né era limitato il numero dei giorni e dei difensori. Allora grandi processi e grandi orazioni. Nessun discorso di Cicerone, di Cesare, di Bruto, di Celio, di Calvo fu pronunziato, come ora, davanti ai centumviri, se si eccettuino quelli di Pollione a difesa degli eredi di Urbinia, tenuti sotto il governo di Augusto, quando la lunga quiete dei tempi, la perenne pace del popolo, la continua tranquillità del Senato e specialmente il governo del principe avevano pacificato fra tutte le altre cose anche l'eloquenza ». (Tacito)

Ora l'eloquenza, che nei tempi della repubblica aveva una impetuosa vita nel Foro, diventa declamazione nelle aule di recitazione e nelle scuole dei retori.
È il tempo dei declamatori anziché degli oratori, di Porcio Latrone, di Giunio Gallione, di Arellio Fusco, di Albucio Silo, di Marullo, di Cestio Pio, di Papirio Fabiano, di Vozieno Montano, di Rubellio Blando e dei molti altri che Seneca il vecchio cita nella sua opera Oratorum et rethorum sententiae divisiones, colores.

Fiorente invece è la giurisprudenza, il cui studio ha l'appoggio del principe, il quale approvando il parere dei giuristi prima che sia emesso conferisce ad esso autorità e forza di legge. I maggiori rappresentanti dello studio del diritto sono M. ANTISTIO LABEONE e O. ATEIO CAPITONE; il primo -discepolo di Trebazio e autore di circa quattrocento volumi- è fedele in politica alle vecchie istituzioni repubblicane e tende a rinnovare la giurisprudenza; il secondo, favorevole al nuovo regime, orienta lo studio del diritto verso le forme monarchiche. Dal dissidio dei due giureconsulti nascono due opposte scuole l'una delle quali da PROCULO, discepolo di Labeone, prende il nome di proculiana, l'altra, da Sabinio, scolaro di Capitone, quello di sabiniana.

Decade, al pari dell'eloquenza, la filosofia, la quale non ha come cultori che dei mediocrissimi dilettanti; ma la storia ha insigni cultori, fra i quali alcuni greci: Diodoro Siculo, Dionigi d'Alicarnasso e Strabone.
Fra gli storici latini, degni di menzione sono ASINIO POLLIONE e SENECA IL VECCHIO che scrivono intorno, alle guerre civili, CREMUZIO CORDO autore di Annales, in cui si esaltano gli uccisori di Cesare, FENESTELLA, autore di Annales anche lui, e POMPEO TROGO, oriundo dalla Provincia Narbonese, il quale in un'opera in quarantaquattro libri dal titolo Historiae Philippicae narra gli avvenimenti dell'Asia e della Grecia fino alla caduta del regno macedonico, le vicende dei Parti, dell'antica Roma, di Massilia e della Spagna fino alle guerre di Augusto contro i Celtiberi.

Ma di tutti gli storici il più grande è TITO LIVIO. Nacque a Padova nel 39 a.C  a Padova, dopo essere vissuto lungo tempo a Roma, morì nel 17 d.C. - Livio scrisse di retorica e di filosofia, dedicò però il meglio del suo ingegno e la maggior parte della sua vita alla storia. Di Roma egli narrò le vicende in quel gran monumento della letteratura latina che è l'opera Ab Urbe condita, divisa in centoquarantadue libri, di cui soltanto trentacinque, oltre pochi frammenti, sono pervenuti fino a noi. Sette secoli di storia, racchiusi tra due tragedie: la tragedia di un grande popolo e la tragedia di un esercito, la distruzione di una città, Ilio, e la distruzione di un esercito, quello di Varo.

Tra l'una e l'altra tragedia è tutta la vita di un popolo, di un popolo di pastori che con la forza delle armi e per volere dei numi divenne padrone del mondo. Il concetto informatore dell'opera di Livio è la glorificazione di Roma. Lo storico vive in un tempo in cui l'imperio romano si è esteso su quasi tutti i popoli della terra; Roma ha raggiunto il massimo della sua potenza; sono finiti gli sconvolgimenti che minacciavano questa potenza, rendevano dubbiosi gli animi della sorte della repubblica e costringevano le menti a limitare lo sguardo alle cose presenti. Scevro di preoccupazioni, ora lo storico può volgersi indietro e guardare tutto il lungo e faticoso cammino che il popolo romano ha percorso e considerarne le imprese come una complessa e grandiosa vicenda degna di essere tramandata ai posteri in un'opera che sia narrazione minuta e insieme apoteosi degli avvenimenti. Oltre che lo scopo di glorificare le imprese del popolo romano, narrandone la storia Livio si prefigge un fine civile e morale; vuole mostrare cioè per mezzo di quali uomini e di quali virtù Roma sia divenuta potente e come, decadendo i costumi e venendo meno la disciplina, sia precipitata così in basso da non poter sopportare né i mali né i rimedi, e si propone di porgere numerosi  esempi buoni e cattivi affinché essi servano di ammaestramento e siano imitati o fuggiti.

Critici aspri Livio li ebbe in quantità: fu accusato di aver fatto posto nella sua storia a numerose leggende, di non essersi servito di documenti ufficiali, di non aver fatto un esame rigoroso delle fonti, di non essere stato preciso ed obbiettivo. Manca però di fondamento gran parte di queste accuse. Tito Livio sa bene che favolosi sono i racconti intorno all'origine di Roma, ma non possiede documenti storici sulla cui scorta poter riuscire a ricostruire il remotissimo passato: egli perciò accetta quanto trova negli annalisti e nei poeti, riportando le narrazioni tradizionali, ma avverte che non vuole confermare ne rifiutare i fatti anteriori alla fondazione di Roma che sa essere intrecciati più di poetiche favole che di veritiere memorie. Se Livio dà posto alle favole questo lo fa per intimo compiacimento, non per convinzione. Egli difatti scrive: «All'antichità si concede di mescolare le cose divine alle umane e di rendere così più auguste e venerabili le origini delle città. E se è permesso ad un popolo di consacrar le sue origini ed attribuirle agli dèi, la gloria militare del popolo romano è così grande che, se chiama Marte suo fondatore e padre, debbono le genti ancor questo pazientemente sopportare come sopportano di esser da lui dominate ».

Che Livio non si sia servito di documenti ufficiali non è provato, fa anzi credere il contrario la non scarsa gamma di fatti, da lui raccolti e riportati, di usi, costumi, credenze, formule. Quanto all'esame delle fonti certo Livio non poteva applicare i principi della critica storica richiesti dai moderni; egli ebbe presente gli storici che lo precedettero; di questi preferì i più antichi e nei punti controversi accolse quei giudizi che erano stati accettati dai più ed usò tanta diligenza nella ricerca della verità da meritarsi l'elogio di Tacito. Certamente l'opera di Livio non è priva di difetti: errori di cronologia, vi sono e inesattezze e lacune per ciò che riguarda il diritto, la tattica, la geografia; ma quelli scompaiono in un lavoro di così vasta mole e queste rappresentano un difetto che non è soltanto di Livio ma di tutti gli storici antichi. 
Con maggior ragione si può dire dello storico padovano che l'amore della patria e il sentimento vivissimo della nazionalità lo indussero a tacere o a distorcere avvenimenti che menomavano l'onore di Roma e a dar poca o cattiva luce ai nemici del popolo romano. Ma di questo popolo egli voleva fare l'apoteosi,  perciò non poteva indugiarsi sulle virtù degli altri o mettere in evidenza le imprese sfortunate, che, del resto, non sempre sono taciute o falsate.

Malgrado i suoi difetti la storia liviana è un monumento letterario maestoso. La narrazione è chiara e scorrevole; lo stile non è prolisso né conciso e perciò non ingenera oscurità e non produce stanchezza. Livio ha la dignità e la sostenutezza dello storico, l'eleganza del poeta e la loquacità dell'oratore. A volte è semplice è dimesso, a volte grave e solenne, ora rapido e concitato, ora vivace e colorito. Il racconto è variato da abilissime orazioni che concorrono mirabilmente a mostrarci i sentimenti e il carattere dei personaggi; nei ritratti sobri spesso c'è vivezza e calore e in quelli pieni di colore c'è la rappresentazione drammatica. In certi punti la storia diventa poema, la narrazione assume l'aspetto di un quadro, l'espressione prende gli accenti d'una sinfonia grandiosa. L'autore si esalta, si commuove e commuove, quasi sempre uno spirito eroico anima le sue pagine. È lo spirito di Roma che vive in lui, è l'orgoglio della razza che canta, è la potenza stessa del popolo romano conquistatore che rende potente l'arte dello scrittore, nell'opera del quale le virtù di questo popolo, come quelle di Achille nel poema omerico, hanno la più alta consacrazione.

GALLO, TIBULLO E PROPERZIO

Più che il secolo della prosa quello di Augusto è il secolo della poesia. Se fra i prosatori non c'è che un grande, Livio, fra i poeti c' è un gruppo: GALLO. TIBULLO, PROPERZIO, OVIDIO, ORAZIO, VIRGILIO - che può rendere immortale tutta la letteratura di un popolo.
CORNELIO GALLO nacque a Forum Julii nel 70 a.C.. Amico di Virgilio, di Asinio Pollione e di Ottaviano, fu del partito di quest'ultimo contro Antonio, espugnò la città di Paretonio, ebbe nel 30 la prefettura d'Egitto e, accusato come concussore e cospiratore, si uccise tre anni dopo.
Gallo fu uno dei più grandi eligiaci latini. Tutta la sua vita e tutta la sua poesia furono piene dell'amore per Volumnia, che, sotto il nome di Citeride, aveva fatto la mima ed era stata l'amante di Marc'Antonio e di Giunio Bruto e poi tradì Gallo per seguire oltre le Alpi un ignoto ufficiale. Gli amori con Volumnia, dal poeta chiamata Licoride, dovevano certamente cantare i quattro libri elegiaci di Amores di Cornelio Gallo, ma essi andarono perduti e solo per testimonianza di critici e poeti noi sappiamo che lui fu grande. Quintiliano, difatti, lo mette tra i più grandi elegiaci romani dell'età augustea, Virgilio, nell'egloga sesta, ricorda con lode un poemetto mitologico dell'amico e, nella decima, lo chiama grande e Ovidio dice che i carmi di lui «avevano reso in Oriente e in Occidente famoso il nome di Licoride».

Giunse invece fino a noi l'opera poetica di ALBIO TIBULLO, nato forse a Gabii da famiglia equestre e vissuto, come si crede — fra il 70-20 a.C . « Mentre Virgilio, Orazio e Properzio non avevano altro pensiero che celebrare Augusto con magnifiche lodi e rivolgere tutto l'ingegno a provare che egli era il più gran benefattore degli uomini, e che a lui per diritto divino si doveva l'impero del mondo, il solo Tibullo si teneva in dignitoso silenzio, e quando tutti ardevano incensi sull'ara del vincitore fortunato non aveva neppure una parola per lui, né sapeva cantare altro che i suoi amori, e le glorie dell'amico Messala Corvino, uno dei pochissimi repubblicani, che conservassero qualche dignità sotto il novello principato » (Vannucci).

Al seguito di Messalla fu Tibullo in Oriente; ma durante il viaggio cadde ammalato, fu costretto a fermarsi a Corcira. Nel 27 egli prese parte alla spedizione contro gli Aquitani e pare che si comportasse valorosamente; ma egli non era nato per le armi; egli era nato per la quiete della campagna e per l'amore. Le armi le odiò e le maledisse nella sua poesia, mentre campi li lodò nei suoi canti, e l'amore fu la principale musa che lo ispirò. 

Così lo descrive Pascal: "Tibullo è, nei campi, come un antico colono che ama le sue terre, e si compiace della vita semplice, di cui ha quasi un senso religioso, e si compiace dei lavori agricoli e della venerazione agli antichi dèi; né ha desideri fugaci, né vaga lontano con la fantasia, né si cura di sapere se altre campagne sono più belle, mai esaltare le proprie in confronto di altre. A lui basta ripararsi all'ombra di un albero, vicino a un ruscello, prender parte ai lavori campestri stimolando i tardi bovi, curare le seminagioni e gli innesti; basta sperare che i tini spumeggino di mosto, basta addormentarsi mollemente al cheto mormorio di una pioggerella estiva: piaceri semplici e puri. La campagna è qui amata dal poeta con tutta l'intensità e la schiettezza di sentimenti dell'antico agricoltore, laborioso e pio, per cui quell'amore è intima essenza e condizione necessaria di vita,  perché esso è la sua natura, la sua tradizione famigliare, la sua educazione fin dalla prima infanzia, in una parola la campagna è la sua anima. Ma naturalmente quando in questo quadro di pace e di semplicità campestre comparisce una persona amata, il quadro si trasforma, si ravviva, si colorisce, perde le sue linee uniformi; ed anche l'anima perde la sua pace. Il poeta si sforza continuamente di ricondurre l'immagine della sua Delia a quella della  vita campestre, da lui vagheggiata ed amata. Delia domina sovrana nella sua fantasia; essa è ormai il fondo del quadro, è la luce del suo sogno di beatitudine. Essa guarda le messi prosperose, essa i tini ricolmi, essa accarezza il piccolo schiavo, che si fa ardito e scherza con la sua padrona, essa porta le offerte al dio campestre, essa tutto vivifica col suo sorriso, e dinanzi a lei, signora, il poeta è nulla, vuole esser nulla. Questo il sogno luminoso, ma la realtà è oscura. Il poeta, diventato conscio a poco a poco della sua infelicità, ha scatti di ira, di gelosia, ha impeti di minaccia, prorompe in maledizioni contro la porta, che non si apre se non è battuta con un pugno d'oro, si scaglia veemente contro la madre avara di Delia, investe tra l'ironico e il furioso l'amante più fortunato, impreca con ogni sorta di voti feroci contro la vecchia infame, che favorisce le infedeltà di Delia, augurando che vaghi affamata intorno ai sepolcri, e corra ululando nuda per le vie. L'ultimo grido della passione sciagurata è nella elegia VI del libro primo; ivi par di scorgere che parli uno, cui la benda sia caduta dagli Occhi: non più il fremito angoscioso, non più l'esaltazione entusiastica, bensì il sarcasmo rovente, verso una donna non degna di stima e non degna di amore » (Pascal).
Delia, il cui vero nome fu Plania, non è la sola donna che anima la poesia di Ti bullo. Un'altra donna amò il poeta, negli ultimi anni della sua vita: Nemesi. È questa una cortigiana avida, non mai sazia di denaro, che ha incatenato l'anima del poeta ed è il suo tormento. Tibullo cerca di scuotere il giogo della capricciosa fanciulla e a volte impreca a lei, ma la passione lo vince e gli fa chinare il capo e lui si dichiara pronto a tutto pur di essere guardato benignamente dalla donna senza la quale la sua esistenza sarebbe una inutile cosa.
Semplice e riboccante di sentimento è la poesia tibulliana e vi corre una vena di dolce malinconia che la rende soavissima. Non mancano in essa, come in quella degli altri elegiaci latini, i luoghi comuni, ma non è che vi abbondano. Tibullo, se non è un artista personalissimo, è un poeta sincero, un poeta dall'anima semplice, che vagheggia un ideale di pace e di amore e, togliamo il fosco della sua passione per Nemesi e i brevi tumulti della gelosia ispiratagli da Delia, è appunto il suo desiderio di pace e il suo ideale d'amore che caratterizzano la sua poesia che, nell'espressione, ha tutta la freschezza, semplicità e intima affettuosità dei sentimenti dai quali è sgorgata.

Del circolo di Mecenate fu SESTO PROPERZIO, nato, forse, in Assisi, nel 46 a.C, che affidò il suo nome a quattro libri di elegie. In esse il poeta elogia Mecenate ed Augusto, canta la morte del giovane Marcello e quella del naufrago Paetus, la vittoria di Azio e, a iimitazione degli Aetia di Callimaco, leggende dell'antica Roma: il dio Vertunno; la rupe Tarpeia, Ercole e Caco e l'origine del culto di Giove Feretrio. Ma Properzio non ha la stoffa del poeta epico e lui stesso lo sa, lui che sovente dice di non avere le ali per innalzarsi nel cielo dell'epica e che in una elegia finge di avere una visione in cui Calliope ed Apollo lo ammoniscono di non tentare ardui voli. «Le insegne della tua milizia sono quelle di Venere » egli si fa dire da un astrologo, ed erotica è la maggiore e miglior parte della sua poesia, che è quasi tutta piena dell'amore per una donna. Cintia è colei che ha ispirato a Properzio una passione indomabile e del suo amore per lei è nelle elegie properziane cantato il romanzo. Il poeta dice che morrà di quest'amore, ma gli premuore Cintia e l'amore non dura ininterrotto che cinque anni; poi risorge e si trascina senza forza sino alla morte dell'amata. Il canzoniere erotico di Properzio narra tutta una storia intima: desideri, gelosie, timori, dispiaceri, ansie, nostalgie, ricordi. Noi vediamo il poeta, di ritorno da un banchetto, curvo sull'amata che dorme, desideroso di baciarla; lo vediamo triste nel timore che lei lo abbandoni e lieto quando sa che la sua donna ha deciso di non lasciarlo; lo seguiamo nella solitudine di una campagna dove cerca di spiegarsi il freddo contegno di Cintia; contempliamo con lui la valle del Clitunno e la tranquilla campagna ove la donna è andata a villeggiare; assistiamo al banchetto del giorno natalizio della bella e alla ressa che gli Amorini fanno intorno al poeta, dimentico dei suoi doveri di amante. In una stupenda elegia, Cintia, da poco morta, appare in visione al poeta che non trova sonno nel suo letto, gli ricorda le gioie passate, i giuramenti non mantenuti, il triste funerale, gli parla delle ombre delle caste spose dell' Eliso, gli raccomanda la nutrice e l'ancella e gli espone i suoi postumi desideri: «Togli l'edera dal mio sepolcro perché con il suo groviglio di rami mi fa male, e dove l'Anione placido scorre tra i frutteti scrivi sulla colonna un carme per me, ma breve che possa leggerlo in fretta il passeggero venendo dalla città: «Cintia giace, bionda come l'oro, sulla terra di Tivoli e ne venne lustro alle tue rive, o Anione ».
La mitologia ingombra un poco la poesia properziana e la lingua ne è a volte incerta e contorto é lo stile, pur tuttavia essa abbonda di grandissimi pregi. Properzio e artista vigile, poeta personalissimo che, pur traendo molti motivi dai lirici alessandrini, ha un suo mondo ricco di fantasmi, in cui dolcemente si culla e che sa tradurre con calore nelle forme dell'arte. Ovidio lo disse blando e Marziale voluttuoso e fecondo, e veramente egli è cantore carezzevole, ha la vena piena ed è squisitamente sensuale; ma è anche un romantico sognatore che non vede il mito con occhio di pagano, che si distacca nell'accento e nella concezione dagli altri poeti del suo tempo e da lontano preludia a certi cantori dell'ultimo medioevo e a molti dell'età moderna.

Fonti: 
APPIANO - BELL. CIV. 
CASSIO DIONE - STORIA ROMANA 
PLUTARCO - VITA DI BRUTO 
SVETONIO - VITE DEI CESARI 
SPINOSA - GIULIO CESARE
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
IGNAZIO CAZZANIGA , 
STORIA DELLA LETTERATURA LATINA, 
Nuova Accademia Editrice, Milano 1962).
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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vedi anche TABELLA ANNI E TEMATICA


ai RIASSUNTI - alla TABELLA TEMATICA - alla H.PAGE