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< prima parte                                  ( Seconda Parte -  OVIDIO - ORAZIO)




OVIDIO


PUBLIO OVIDIO NASONE nacque a Sulmona, città dei Peligni, il 20 marzo del 43 a.C da ricca famiglia equestre, figlio secondogenito. Andato a Roma giovinetto, vi studiò con successo prima grammatica, poi retorica sotto M. Arellio Fusco e M. Porciò Latrone e, terminato il suo corso di studi, passò ad Atene per perfezionarsi. Insieme al poeta Pompeo Macro visitò l'Asia Minore, l'Egitto e la Sicilia, poi ritornò a Roma e fu un assiduo frequentatore della casa di Valerio Messala Corvino. Il padre voleva avviarlo alla carriera politica, ed infatti coprì alcune cariche pubbliche (vigintiviro, triumvir capitalis, decenvir, membro dei centumviri iudicandis):  ma non volle andare oltre nella carriera di magistrato che non si confaceva alla sua natura e al suo ingegno. Per l'amore per la poesia rinunciò il seggio al Senato.
 Ebbe tre mogli: dalla prima, "né degna né utile", presto divorziò, della seconda che pure era una donna onesta non fu a lungo marito, della terza, una vedova della famiglia Fabia, fu tenerissimo sposo. Era già da tempo in grandissima fama come poeta erotico ed aveva compiuti i cinquant'anni, quando, sul finire dell'anno 7 d.C, un ordine di Augusto escludeva dalle pubbliche biblioteche le opere del poeta e mandava Ovidio in esilio a Tomi (Costanza), sul mar Nero, ai confini ,dell' impero. Qui l'infelice Ovidio visse nove anni nella speranza prima di riveder la patria e la famiglia, poi di una residenza migliore. Ma Augusto fu inflessibile, ne Livia, Tiberio e Germanico ebbero pietà della sorte del poeta, che, vinto dalla nostalgia e dal clima malsano, trovò con la morte la fine alle sue sofferenze nell'anno 17.

Vastissima è l'opera poetica di Ovidio. Alcune delle sue cose sono andate perdute, come la Medea, tragedia giovanile che ebbe altissime lodi da Tacito e Quintiliano, un poema astronomico (Phaenomena), una raccolta di epigrammi, un epitalamio per le nozze di Paolo Fabio Massimo, un'elegia in morte di Messala, un carme in onore di Tiberio vincitore degli Illirici, parte di un carme sulla pesca (Halieutica) e un poemetto in lingua gotica sulla famiglia imperiale; ma il più e il meglio della produzione ovidiana è giunto sino a noi. I tre libri degli Amores furono quelli che procurarono rapida fama al poeta giovanissimo. È un romanzo d'amore in versi, la cui eroina è Corinna, donna Capricciosa e avida, simile in parte alla Nemesi properziana; una raccolta di elegie dove sono cantati gli amori giovanili del poeta, amori in cui dominano la sensualità e la galanteria e in cui non si riscontra nessun accento di passione violenta. Agli Amores seguirono le Heroides, lettere amorose di antiche eroine ai loro amanti: Penelope a Ulisse, Flilide a Demofoonte, Briseide ad Achille, Fedra ad Ippolito, Ipsipile a Giasone, Didone ad Enea, Ermione ad Oreste, Deianira ad Ercole, Arianna a Teseo, Canace a Macareo, Medea a Giasone, Laodamia a Protesilao, Ipermestra a Linceo, Saffo a Faone, Elena a Paride, Ero a Leandro, Cidippe ad Aconzio, cui sono aggiunte tre lettere di eroi, Paride, Leandro ed Aconzio, alle loro amanti. Come gli Amores così l'epistolario delle Heroides costituisce un romanzo, che se non ha unità di azione e di personaggi ha però una indissolubile unità psicologica. Esso è il romanzo non di una donna mitica o reale, ma dell'anima femminile e, pur nella cornice della leggenda, è colmo di profonda umanità.
Da romanziere erotico Ovidio con i tre libri dell' Ars amatoria si fa maestro d'amore, precettore di voluttuoso amore, come dice egli stesso. Non è l'amore puro, l'amore che deve essere consacrato dal matrimonio e costituire la famiglia, quello di cui il poeta di Sulmona da gli insegnamenti, ma l'amore frivolo, l'amore raffinato e sensuale, l'amore dei salotti e delle alcove, quell'amore che poteva albergare nel cuore di una Giulia e corromperlo. I primi due libri sono rivolti agli uomini e insegnano come si conquisti e conservi l'amore delle fanciulle; il terzo è rivolto alle donne, cui viene insegnato il modo di farsi amare. L'Ars amatoria alla quale può darsi come appendice un'altra opera ovidiana, De medicamine faciei, trattato sui cosmetici -non è un arido poema didattico, una noiosa raccolta di consigli, ma una pittura finissima dell'ambiente mondano di Roma, un esame acuto dell'anima maschile e femminile, un'opera in cui la materia didascalica è rotta e ravvivata da bellissimi episodi, che, come quelli di Pasifae, Bacco ed Arianna, Achille in Sciro, Dedalo e Icaro, Calipso e Ulisse, Marte e Venere, Cefalo e Procri, formano altrettante suggestive novelle, e da intermezzi sui giuochi istituiti da Romolo e sulla spedizione contro i Parti.

All'Ars amatoria sono strettamente legati i Remedia amoris, in cui Ovidio insegna agli uomini con precetti ed esempi come essi possano liberarsi dal giogo dell'amore. Con questo trattato si conclude a ciclo didascalico ed erotico di Ovidio e si inizia ora, con le Metamorfosi e coi Fasti, il ciclo epico e nazionale.
Le Metamorfosi sono una collana di mitiche trasformazioni tratte dalla mitologia greca e romana e dal poeta sviluppate e ravvivate, una collana varia di canti uniti l'uno all'altro da legami formali o sostanziali, tenui ma infrangibili, canti che vanno dall'origine del mondo alla trasformazione di Cesare in astro. «Il pregio dominante dell'arte ovidiana nelle Metamorfosi è l'evidenza sommamente plastica. Ovidio è il poeta che meglio ha saputo congiungere l'arte poetica all'arte figurata; non ha la potenza rappresentativa misteriosa, improvvisa e alle volte informe dei poeti creatori: egli è più esperto e più sapiente: nei suoi "bassorilievi", così animati, C'è la precisione e la bravura del grande artista modellatore. È poeta fantastico, ma osservatore: e la osservazione precede sempre. Coglie il personaggio nell'atto della metamorfosi e fa sentire la spaventosa stupefazione di questa coscienza di uomo che resta dentro un corpo il quale, senza più la facoltà umana della espressione dolorosa, senza più poter gridare e gemere e disperarsi, si trasforma via via per inesorabili e orribili adattamenti in corpo di altra natura. Il prodigio che conclude la favola ha sempre lo stesso carattere: sono esseri umani mutati in altri animali, in piante, in acque, in pietre; e la figura umana si risolve senza sforzo, quasi spontaneamente, nell'altra figura per una serie di conversioni che sembrano affatto naturali, sì da farci apparire come una vasta e continua parentela tra le forme tutte dell'universo. Ma oltre all'atto della trasformazione fisiologica, che si ripete in molti casi e porterebbe il racconto a inevitabile monotonia, Ovidio attende allo stato d'animo che accompagna la metamorfosi ed è così diverso in tutti gli episodi. L'arte del poeta non è soltanto attratta dal corpo che si tramuta, ma pure e specialmente dall'animo che inorridendo si trasloca. Qui è la varietà grande e tragica del poema ovidiano. Lucrezio era stato il poeta delle cause; Ovidio fu il poeta delle forme » (Marchesi).
Con i Fasti -opera che doveva constare di dodici libri e rimase interrotta dopo il sesto- Ovidio illustra poeticamente il calendario romano, sulla scorta di Verno Fiacco, di Livio, di Varrone e di Lucrezio; descrive le feste di Roma e le loro origini e, pur trovandosi di fronte a una materia degna di esser trattata da un erudito, sa vivacizzarla ed animarla con la potenza della sua fantasia e la squisitezza della sua arte.

Dimenticato per quasi mille anni, introdotto in Europa dagli Arabi, Metamorfosi fece riscoprire agli occidentali tutta la mitologia greca ed ebbe una vastissima incidenza culturale, tanto che lo stesso Dante pose Ovidio nel suo Limbo a fare corona ad Omero, mentre tutti i grandi scrittori dal primo Rinascimento in poi trassero ispirazione da quest'opera: Ariosto, Cervantes, Lope de Vega, Calderon, Marlowe, Shakespeare, Milton, Goethe, Swimburne, Swift, Shaw fino al nostro D'Annunzio ecc. ecc. Non di meno le opere degli artisti pittori e scultori, che da queste descrizioni mitologiche presero negli ultimi 800 anni, ispirazione per i loro grandi capolavori, fino a Picasso (1931- con 30 opere). Da ricordare anche le innumerevoli opere musicali liriche e sinfoniche, come quella di Monteverdi, Haendel, Cherubini, Gluck, Lulli, Rameau ecc ecc. Insomma Metamorfosi ha contribuito a far nascere tantissimi capolavori

L'ultima voce della sua poesia è quella dell'esilio. Sulle inospitali rive del Mar Nero egli compone i Tristia e le Epistulae ex Ponto, oltre i 322 distici dell' Ibis, rivolti ad uno dei suoi calunniatori. Il poeta è stanco e soffre; si lagna nelle sue tristi elegie dei suoi patimenti e del luogo ov' è costretto a vivere, si duole del castigo ricevuto non già per colpa ma per imprudenza, esprime la sua gratitudine ai pochi amici che non lo hanno, nella sua sventura, dimenticato, pensa con nostalgia all'Italia, alla lieta vita di Roma, alla moglie e invoca la clemenza di Augusto. 

Quanta differenza tra gli agili canti degli Amores e questi stanchi lamenti della sua agonia! Ma sia negli uni che negli altri Ovidio si rivela il più grande poeta elegiaco di Roma. Che narri le sue avventure amorose con la misteriosa Corinna,  riveli la passione da cui furono travolte le mitiche eroine, sorrida ironicamente mentre dà consigli d'amore o rinnovi i vecchi miti di Grecia, conversi piacevolmente sui cosmetici che ridanno la bellezza a un volto sfiorito di donna o esalti l'innocenza e la felicità dell'età dell'oro, tratteggi le madri infelici della leggenda, Ecuba, Niobe, Cerere, Teletusa, o ci mostri le trasformazioni prodigiose di creature della mitologia, descriva la sua vita infelice nella remota Tomi o rievochi il gaudio della sua esistenza romana, ricordi la sposa fedele e lontana o si rifugi, per trovar l'ultimo conforto, nelle braccia della sua Musa, Ovidio sa sempre tramutare i suoi fantasmi e i suoi affetti in opera di poesia. Multiforme è il suo ingegno, inesauribile la sua vena, fervidissima la sua fantasia. La sua lingua presenta una ricchezza, una proprietà e una precisione sorprendenti, il suo verso corre limpido e facile e nel distico perfetto e nell'elegia sapiente ed armoniosa sono resi con sorprendente evidenza tutti i suoni, tutti i colori, tutte le forme di quel magico mondo che visse nello spirito agitato del poeta di Sulmona.

Intorno alle cause dell'esilio esiste una ricca letteratura: in realtà le nostre conoscenze sono congetture, forse probabili, ma sempre congetture. Il poeta mantenne sui motivi del suo esilio uno scrupoloso riserbo, né notizie sono pervenute da altre fonti. Qualcosa di grave era sicuramente accaduto ma Ovidio accenna con "duo criminam carmen et error" (Tristia II, 207) di essere stata l'Ars Amandi che andava controcorrente con l'opera moralizzatrice di Augusto.
Ma l'Ars Amandi Ovidio l'aveva pubblicato dieci anni prima, quando la morale augustea era semmai ancora più rigida.  Tacito invece accenna (Annales 3, 24) che la causa fu l'adulterio della tanto adorata  nipote di Augusto, Giulia con Silano. Forse Ovidio non vi era direttamente implicato ma solo testimone del fatto e che forse tacque per chissà quali motivi.
Sappiamo però che Giulia venne bandita ed esiliata a Ventotene nello stesso anno subito dopo Ovidio, e che Silano cadde nella disgrazia di Augusto.

Qualche passo in Ovidio su questa "rea complicità" lo troviamo in Tristiam in senso metaforico, ma che però sembra molto chiaro:
"Perché io vidi una cosa? Perché i miei occhi si resero rei? perché la mia imprudenza scopriva una colpa? Atteone vide nuda Diana: egli non sapeva, eppure fu dilaniato dai cani. E' giusto! la colpa, anche se casuale e l'offesa sono per i primi numi di un delitto e si devono scontare. Il giorno in cui il funesto errore mi travolse una casa fu rovinata, piccola ma nobile e decorosa...Non decreto del Senato, non sentenza di giudice mi ha imposto l'esilio: la tua invettiva e un semplice editto di relegazione, mite in apparenza ma crudele nella sostanza, ha vendicate tutte le tue offese. Relegato, sono detto, non esule: le parole del tuo editto sono state invece miti nel qualificare la mia disgrazia!"

Tutte le opere di Ovidio vennero rimosse all'atto della condanna dalle pubbliche biblioteche, anche se oramai circolavano in tutti i salotti di Roma. E anche Tiberio gli rifiutò il condono per rispetto al suo predecessore. 

L'opera Ars amatoria è un poema che sembra un manuale, Ovidio insegna l'arte di amare esponendo in modo sistematico e organico sia l'arte della conquista, che il modo di mantenere quanto ci si è procurati.

Per gli UOMINI da' suggerimenti come attrarre la donna e ritiene che ciascuna di essa anche la più bella del mondo può essere conquistata, salvo sapersi regolare ed applicare le giuste strategie dell'arte di amare. Quindi gli uomini non devono mai supplicarle, non presentarsi troppo azzimato ma nemmeno trascurato, deve essere una bellezza naturale. La donna ama la conversazione, i complimenti, le lusinghe, i giuramenti (anche se falsi, fateli!!), le lacrime e i baci. Né dimenticate di fare sempre il tifo per chi ella preferisce, non contrariatela mai, e siate puntuali agli appuntamenti, anche se lei per natura non lo è mai. Di ogni suo difetto non evidenziatelo mai, semmai se li ha fateli passare per pregi. Questo significa che se la conquista è facile,  se si vuol far durare l'amore per lungo tempo, non e per nulla facile se non si seguono certi precetti.

Per quanto riguarda le DONNE, invita loro ad essere arrendevoli con gli uomini, e ad avere cura della propria persona evidenziando in modo naturale la bellezza che si possiede, nascondendo solo alcuni difetti della faccia e del corpo. Altro consiglio è poi quello di farsi notare in pubblico, incedere con grazia, passeggiare sotto i portici, visitare i templi, le are, assistere agli spettacoli, quindi interessarsi di musica, poesia, canto ; ed è meglio non farsi accompagnare da serve ed amiche particolarmente belle, e nel caso con queste bisogna passare del tempo in compagnia, non manifestare le proprie conquiste perché potrebbero cogliere loro il frutto.

Il poema, 3 libri con 2.330 versi, ebbe grande successo non solo nella Roma contemporanea di Ovidio (quella soprattutto dell'alta società) ma fu tramandata, viva e conosciuta per tutto il medioevo per fiorilegi, ed infine fu ripresa nella famosa composizione di Abelardo nel sec.XI, Carmine Burana, e poi ancora in Spagna con Panphilus de amore, indi nella letteratura francese in lingua d'oil, e perfino da Milton con De arte amandi.

ORAZIO

Povera di vicende fu la vita di Quinto Orazio Fiacco. Nato l'8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, tra l'Apulia e la Lucania, nell'antica terra dei Sabini. Fu, giovanissimo, dal padre figlio di un liberto di modesta condizione all'inizio poi più agiato come coactor argentarium (battitore di aste; le percentuali gli permisero di crearsi una specie di banca personale e perfino di anticipare subito le somme ai venditori, ovviamente con alti interessi). Orazio, proprio con questi successi commerciali del padre, potè quindi essere mandato a istruirsi a Romam, dove egli attese agli studi sotto i più celebrati maestri. All'età di vent'anni andò a perfezionarsi in Atene e qui da un anno si trovava quando (dopo l'uccisione di Cesare) vi giunsero Bruto e Cassio per preparare la guerra contro i cesariani. Arruolatesi sotto le insegne di Bruto con il grado di tribuno militare, ne seguì le sorti, combattè a Filippi e fu un superstite della famosa rotta. Concessa dai triumviri l'amnistia politica, Orazio fece ritorno in Italia; ma il suo poderetto paterno era stato confiscato e per vivere, dovette fare lo scriba quaestorius. La povertà lo spinse a far versi. Conosciuto da Varo e Virgilio, fu da questi, nel 38, presentato a Mecenate, che fu il suo grande protettore oltre che amico. Da Mecenate cinque anni dopo nel 33, ebbe perfino in dono una villa nella campagna sabina, a una quarantina di chilometri da Roma, e qui visse tranquillamente il resto dei suoi anni, amico di Augusto di cui non volle essere segretario per non rinunziare alla quiete del suo podere. Ma la florida condizione gli permisero di fare numerosi viaggi, e molti acquisti per la sua ricca biblioteca.
Sembra che il suo nome  non fu mai legato con il nome di una donna; c'è una certa Cimara come amore giovanile, ma è lui a darne notizia, e sembra che questo amore abbia tutto il sapore di una letteraria idealizzazione
Morì il 27 novembre dell' 8 a.C. pochi mesi dopo Mecenate accanto al quale fu sepolto sull'Esquilino.

La fama di Orazio è affidata a due libri di satire, uno di epodi, due di epistole, a quattro di odi e al carmen saeculare. Quando Orazio entra nell'agone poetico il dramma è trattato con competenza e successo da Fundanio e Pollione, la poesia bucolica da Virgilio, l'epica da Vario. Solo la satira non ha cultori degni. Orazio, che vuoi primeggiare, sceglie il genere satirico nel quale non può avere valorosi competitori e al quale è portato dal suo temperamento. E sono le satire quelle che rivelano a Roma il nuovo poeta. In questo genere Orazio riesce veramente originale e supera tutti coloro che lo hanno preceduto. Seguendo l'esempio di Lucilio, egli arricchisce il genere poetico con elementi autobiografici e crea piccoli capolavori in quei capitoli in cui narra gustose vicende sue e dei suoi amici, come in quelli in cui sono descritti il suo viaggio a Brindisi con Mecenate e Virgilio, la cena offerta a Mecenate da un avaro, Nasidieno Rufo, e le noie di un importuno sollecitatore. 

Ma non soltanto i casi del poeta e dei suoi intimi sono argomento delle satire oraziane; queste sono tanti quadri della vita romana. Sfilano e agiscono avari arricchiti, fattucchiere, ignoranti, maldicenti, furbi, pseudo filosofi, scapestrati, banchieri, avventurieri; il poeta acutamente osserva la vita che gli si svolge davanti e la ritrae con finezza insuperabile, pungendo senza aver l'aria di voler far male, ammaestrando con un sorriso pieno d'ironia, coprendo di ridicolo chi merita, esprimendo il suo parere direttamente o per bocca d'altri. Manca l'invettiva in Orazio e manca anche il fiele; la vita di Roma lo disgusta, sì, ma egli si limita a deriderla mostrandocene gli aspetti turpi e quando è stanco sente il bisogno di parlare di sé stesso e della severa educazione ricevuta dal padre e si rifugia nella tranquillità del suo podere che contrappone alla città rumorosa e viziosa. 

A render più completa la rappresentazione di Roma, Orazio nella decima satira del primo e nella prima del secondo libro, tratta argomenti letterari, e nella terza e nella quarta del secondo libro argomenti filosofici, flagellando con arte insuperabile i letterati oziosi, i critici ignoranti e i falsi stoici ed epicurei e cogliendo l'occasione per esprimere il proprio giudizio in materia di letteratura e di filosofia: «Ar tista finissimo -scrive l'Occioni- esempio di sobrietà, di eleganza, puro e preciso nell'uso della, lingua in ogni suo scritto, nella satira acuto osservatore per natura e per abito mentale, pratico nei giudizi, amante di una certa misura in tutte le cose, graziosamente maligno, egli riuscì per le proprie forze nuovo e potente. Felicissimo nei passaggi, egli sorprende il lettore con inattesi contrasti, e lo tiene sospeso, come disse Persi, al suo naso adunco, excusso naso, divertendo con la vivacità del dialogo, o con gli incidenti comici conditi sempre con nuova giocondità,  frammettendo al racconto o al dialogo novellette ed apologhi, che sono di una bellezza unica, paiono le cose più ingenue del mondo, ma hanno una grande dose di ridicolo per il disgraziato preso di mira. La sua satira è una composizione anzitutto ben disegnata; a colorirla si prestano tutte le tinte immaginabili, ma fatte con tale arte che le più stonate si uniscono in bell'armonia nell'insieme. Orazio è mordace e patetico,, eloquente e ingenuo; ora melanconico, ora scherzevole, ora sostenuto nei versi, ora trascurato a bella posta, si piega con naturalezza meravigliosa a tutti gli affetti, producendo una infinità di impressioni tutte varie e gradite».

Per lo spirito satirico che si avverte in alcune di esse, le Epistole furono considerate da qualcuno una continuazione delle Satire;  ma in queste Orazio è il giovane che si affaccia nella scena della vita e, osservandone i vizi inizia la sua battaglia; in quelle invece il poeta è nella maturità degli anni e, perdute le illusioni e tirata via la maschera dal viso, si apparta dal mondo e cerca, se non le gioie, la quiete nell'aria non viziata della campagnà. La vita campestre, di cui ha, nelle Satire, a volte tessute le lodi come per contrapporla a quella corrotta della città, qui non è motivo letterario ma realtà. Orazio ha deposta la sferza e quando vuole esercitare la satira lo fa con una tristezza sconsolante.
 A Sceva (Ep. XVII) dice che chi vuole divenire agiato deve sollecitare il favore dei grandi, e dice questo con bocca piena d'amarezza; a Iccio (XII) che fa il filosofo e il commerciante, consiglia di goder la vita sfruttando la carica di esattore; a Numicio (VI) parla dell'onnipotenza del denaro, parla della politica, dell'amore, dei cibi, della virtù, in cui qualcuno può cercare la felicità, ma questa -dice- non si trova che nella immutabilità dell'animo; a Lollio scrive che è difficile l'arte di piacere ai grandi e che solo la filosofia può dare la tranquillità allo spiritò (XVIII). 
La filosofia! Non quella dei libri, ma quella dettata dall'esperienza della vita, quella filosofia che Orazio pratica, che gli è norma di esistenza. È il travaglio dell'anima che avvelena la vita, non è nelle false gioie delle città la felicità. Questa consiste nel vivere secondo natura, e la natura vera non si riscontra che nella campagna. Nelle Epistole il tono è più elevato di quello delle Satire c'è  un senso di malinconia che avvince e un senso di umanità che le anima e dà ad esse un contenuto universale.

Nella prima epistola del secondo libro, dedicata a Mecenate, e nella terza ai Pi soni, Orazio si rivela critico letterario fine e giudizioso. In esse è un nobile tentativo di storia critica della poesia romana e in special modo della drammatica e un insieme di precetti sull'arte dello scrittore che attestano quanto fosse vasta la cultura dell'autore e quanto grandi il suo buon gusto e l'esperienza artistica.
Come lirico Orazio esordì con gli Epodi che per lo spirito satirico che hanno si ricollegano alle Satire. Sono diciassette componimenti di argomento vario, ora mordaci ora giocosi, ora rabbuffati, ora acri e violenti, pieni tutti di giovanile freschezza e d' impeto audace. Ma la giambica non è la poesia del suo temperamento: è quella invece della sua dolce gioventù. Quando la gioventù sfiorisce, Orazio sente il bisogno di raccogliersi in sé stesso. È questo il tempo delle sue epistole campestri e delle odi. Nelle Odi la sua anima trova il riposo e la sua arte la perfezione. Egli canta l'amore, l'amicizia, la religione, la campagna in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue voci, una treccia di donna, lo scroscio di una fontana, un lembo di cielo, tutto ciò che fa cornice al quadro della sua vita, ma non si esalta e quasi mai si mostra profondamente commosso. Sembra quasi ch'egli non voglia denudarci l'anima sua e tema di esser sorpreso in un intimo abbandono. La compostezza è la caratteristica della sua lirica. Orazio esercita un vigile e continuo controllo su sé stesso e non ci svela i suoi segreti e noi non sappiamo se egli soffra o gioisca. Forse la vita, che da giovane ha vissuto  ha inaridito la sorgente della sua gioia ed ha lasciato vuota la sua anima; certo dall'esperienza ha origine quella lieve amarezza che pervade la sua lirica. Pur se nelle Odi manca quell'intimità che rende grande Catullo e il grido dell'anima non echeggia, esse sono il monumento più perfetto della lirica latina. Orazio è artista sommo e maestro insuperabile nell'arte di colorire, di ritrarre, di rappresentare, di piegare ai suoi voleri la lingua e i metri, di dare rilievo alle immagini ed armonia al canto. Questo, qualche volta, acquista maestosa solennità e si leva ad altezze insuperate e sembra una voce di sacerdoti, i sacerdoti della patria e della religione degli avi. Al cospetto di Roma immortale egli diventa il vate della stirpe e compone il Carme Secolare, il carme Sublime che sul Palatino e sul Campidoglio due volte nel giugno del 737 dell'anno di Roma (17 a.C.) un coro di giovinetti e di vergini fanciulle dovrà cantare e che rimarrà per la sua suprema bellezza una delle voci più alte della lirica dei nostri padri.
Una eloquente esaltazione di Roma nel mondo.

Fonti: 
APPIANO - BELL. CIV. 
CASSIO DIONE - STORIA ROMANA 
PLUTARCO - VITA DI BRUTO 
SVETONIO - VITE DEI CESARI 
SPINOSA - GIULIO CESARE
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
IGNAZIO CAZZANIGA , 
STORIA DELLA LETTERATURA LATINA, 
Nuova Accademia Editrice, Milano 1962).
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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vedi anche TABELLA ANNI E TEMATICA


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