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CRONOLOGIA

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 LA LETTERATURA  A ROMA
l' Età  "AUGUSTEA" 

< prima parte                                  ( Terza Parte  -   VIRGILIO )



VIRGILIO


PUBLIO VIRGILIO MARONE appartiene alla generazione che abbraccia la prima metà dell'età augustea, a quella che diede i natali ad Asinio Pollione, a Vario Rufo, a Orazio, a Mecenate e ad Augusto stesso,.
Visse ventiseienne, i tempi dell'uccisione di Cesare, dell'uccisione di Cicerone, l'effimera potenza di Marc'Antonio e trentaseienne visse l'aurea battaglia di Azio.
Si trovò a vivere proprio nella sua gioventù tutta la grande tragedia della politica romana del I secolo a.C., il crollo della repubblica e la decisa affermazione del principato. Aspirando anche lui come tutti i romani a una pace serena nel mondo.
VIRGILIO nacque il 15 ottobre del 70 a.C  ad Andes (Pietole) presso Mantova, da famiglia di agricoltori agiati, noti anche per una industria di ceramica, che provvidero a una buona educazione del figlio, seguendo quella alla moda: eruditi in grammatica e in retorica guardando alla carriera forense e forse anche in quella politica nella capitale. Il sogno per i loro figli di tutti i provinciali ricchi.

Virgilio fece i primi studi a Cremona, dove rimase fino al 55: di là passò a Milano e poco dopo a Roma, dove studiò greco sotto Partenio di Nicea, filosofia sotto l'epicureo Sirene e retorica sotto Epidio, insieme, si crede, con Ottaviano. Poi tornò al suo villaggio natìo, dove (deludendo il genitore) si diede a comporre carmi bucolici. Correva l'anno 41 quando, non bastando l'agro cremonese ai veterani triumvirali che avevano diritto alle terre, le distribuzioni si estesero al territorio mantovano. Il podere di Virgilio toccò ad un certo Arrio, ma, per mezzo di Asinio Pollione, allora governatore della Transpadana, il poeta riuscì a riaverlo; l'anno dopo però, essendo a Pollione succeduto Alfeno Varo, Virgilio perdette di nuovo i suoi beni e, tornato a Roma, ottenne, per intercessione di Mecenate, in compenso altri campi nella Campania. Virgilio aveva appena trent'anni ed aveva già composto le Bucoliche, che lo rivelarono a Roma e gli procurarono potenti amicizie, nonché denari, una bella casa sull'Esquilino proprio vicino a Mecenate, poderi a Nola, altri terreni a Napoli e in Sicilia.
Non ebbe moglie, le dicerie parlano di una regolare relazione con la moglie di Vario Rufo, ma altre dicerie -essendo molto timido con le donne e schivo com'era, quindi casto- affermano che gli diedero -giocando sul nome- il soprannome "virginello"

Il resto della sua vita lo trascorse tra Roma e Napoli. Tra il 37 e il 30 si dedicò a comporre le Georgiche e nel 29 ad Atella, ne lesse i quattro libri ad Ottaviano e a Mecenate. Quell'anno si chiudeva il tempio di Giano e Virgilio iniziava l'Eneide. Sette anni dopo, nel 22, egli volle offrire ad Augusto una primizia del suo poema e gliene lesse alcuni canti. Era presente Ottavia, la sorella dell'imperatore e, -secondo quel che scrive Donato- quando il poeta giunse ai versi del Sesto libro (Tu Marcellus eris...) la povera madre, che meno di un anno prima aveva perduto il giovanissimo figlio, cadde svenuta per la commozione. Nel 19, allo scopo di rivedere e dare definitiva redazione al suo poema, Virgilio si recò in Grecia a Megara. Ammalatosi riparò ad Atene, qui incontrò Augusto che tornava dall'Oriente, che persuase il poeta a ritornare con lui in Italia. Virgilio era molto ammalato, tuttavia ascoltò il suggerimento e si accompagnò al principe, ma durante il viaggio la malattia si aggravò e, sbarcato a Brindisi, il poeta vi morì il 21 settembre di quell'anno. Aveva 51 anni.
 La sua salma venne trasportata a Napoli e sepolta sulla via di Pozzuoli.

Le Bucoliche sono la prima opera poetica di Virgilio. In dieci egloghe il poeta di Andes, discepolo ideale di Teocrito, ma non di lui un imitatore, ha voluto cantare i prati e le selve che ha popolato di naiadi e di satiri, di greggi, di armenti e di pastori. È tutto un mondo agreste quello che agita la fantasia di Virgilio e che l'arte del poeta fa meravigliosamente rivivere nel verso armonioso. I personaggi di questo mondo sono, è vero, convenzionali personaggi della tradizione letteraria anziché della realtà, e questo è un grave difetto delle egloghe virgiliane; ma esso, malgrado la sua gravità, scompare in mezzo a tale e tanta bellezza di poesia quale e quanta Virgilio ne ha profusa nei suoi carmi bucolici. 
La campagna vive nella potente rappresentazione del poeta, la campagna in cui è nato, ha vissuto la prima giovinezza, da cui è stato cacciato e verso la quale egli tende con l'anima piena di nostalgia. Nelle egloghe la campagna ha un'anima che aderisce pienamente con quella del cantore e da questa adesione completa la poesia riceve un suggello di bellezza e di verità. Tutte le voci della campagna hanno un'eco immediata e grande nello spirito del poeta. 

È quella di Virgilio la voce di Melibeo che lascia la sua terra traendosi dietro il gregge, la voce di Menalca ricantata da Licida e da Meri, la voce di Menalca e di Mopso che nel canto in onore di Dafni fanno forse l'apoteosi di Cesare; è la voce di Virgilio, del mite Virgilio, quella che rievoca la pace e la giustizia del secolo di Saturno e forse è sua la voce di Coridone che urla ai monti e alle selve il suo amore, e di Damone che il perduto amore lamenta: simboli del dolore dell'esule o rievocazioni tristi della prima giovinezza.
La campagna silvestre della bucolica diventa nelle Georgiche terra feconda, cui l'aratro apre il seno per la semente, terra che biondeggia di messi e si allieta ai frutti che pendono dai rami. L'ozio pastorale qui si fa dolce fatica di agricoltori, il bue che ingrassa nei pascoli qui invece sottomette il collo al giogo ed aiuta l'opera dell'uomo, le canzoni dei pastori qui diventano canto gioioso di coloni che accompagna l'umana operosità. La Georgica è il poema della terra e dell'uomo, l'apoteosi del lavoro, il libro della nuova Italia, quella d'Augusto, che, uscita dalle sterili guerre civili, si redime nella pace e nell'attività. Poema didascalico, che nei suoi quattro libri tratta di agricoltura e di zootecnica; ma la materia si è tramutata, per opera di Virgilio, in altissima poesia, la materia non è rimasta arida, precettistica; essa è divenuta rappresentazione vivace della perenne e santa fatica dell'uomo. Virgilio ama la terra e le creature che sulla terra vivono ed operano e da questo amore scaturisce il suo canto che è benedizione e preghiera, ammaestramento e glorificazione. La terra è il multiforme scenario del poema, e l'agricoltore è l'eroe: il cielo e le divinità non sono muti spettatori, ma giganteschi attori che rendono più solenne l'azione. Bellissimi episodi e descrizioni rendono più vario e più colorito il quadro del poema: nel primo libro rievocazione dell'età dell'oro; la digressione sulle stagioni e il racconto dei prodigi avvenuti per la morte di Cesare, nel secondo le feste di Bacco e il quadro meraviglioso della vita campestre; nel terzo la corsa dei cocchi, le battaglie dei tori per il possesso della femmina, la vita dei pastori nomadi dell'Africa e della Scizia, e la moria del bestiame nel Norico; nel quarto, il giardino di Carico e la leggenda di Aristeo con il commosso episodio di Orfeo ed Euridice. 

« La Georgica — scrive il Marchesi — è il capolavoro della letteratura latina per la compiutezza musicale e poetica: nessun'opera ha una più solida unità di concezione e di espressione, una più indissolubile bellezza di suono, di parola e di immagine. La parola di Virgilio ha sempre una intima e intraducibile vita, sia che presenti con la chiara semplicità di un solo verso, il mandorlo in fiore, o faccia sentire lo stordimento confuso del meriggio canicolare: sia che risusciti le figure e le luci di una veglia notturna nel casolare di campagna o l'incanto di una sera d'estate. È sorprendente la potenza poetica di Virgilio che sa ridurre a continua visione la semplice precettistica rurale. Non è abilità, è sentimento. Quando descrive gli innesti egli sente la meraviglia dell'opera umana che sa compiere la stupenda metamorfosi nella vita vegetale e ottiene «che il faggio s'imbianchi del candido fiore del castagno» e da un tronco inocchiato di sterile albero si levi su, presto, una gran pianta «stupita delle nuove fronde e dei frutti non suoi». Virgilio è il sommo poeta della campagna: egli prestò la sua arte alla natura.»

Con l' Eneide Virgilio unisce la leggenda di Enea alla storia di Roma, fa l'apoteosi epica della romanità e della famiglia Giulia, celebra le origini della Città che sono anche quelle della stirpe di Augusto e canta le fortunose vicende dell'eroe troiano come quelle di un uomo destinato dai Numi a dar principio alla potenza romana.
Enea, lo sventurato guerriero che ha assistito alla distruzione della sua patria e deve lottare con gli elementi e con gli uomini per trovarsene una nuova, è il protagonista dell'epopea virgiliana, ma il suo vero eroe è il Fato, il Fato che si serve di Enea perché sia compiuta la sua volontà che è quella di dar principio alla grandezza di Roma. Pur non essendo che nella volontà del Fato, Roma è sempre presente nel poema e gli dà la sua anima; Roma è nei vaticinii, è sulle navi sbattute dalle tempeste, è davanti le mura di Cartagine, è nelle imprecazioni di Didone, è nelle ombre pallide dell' Eliso, è nel fragore delle armi sulle campagne del Lazio e nella tenacia dei combattenti, siano essi Troiani che Latini o Rutuli, è nelle capanne di Pallanteo, in ogni episodio, in ogni canto, in ogni verso del poema. E con l'anima di Roma vi è l'anima di Virgilio e la sua arte.

È  il poeta delle armi e degli eroi o è invece il pio e dolce cantore della pace campestre ove fiorisce l'idillio e ferve il fecondo lavoro dell'umanità? E' l'Italia -la terra dove il sole tramonta- è per lui la magna parens virum o la magna parens frugum? È Marte o è Cerere la divinità che più fortemente gli accende l'estro?  Ispirano la sua poesia gli accenti commossi del vomere lucente che squarcia la terra nera o la spada terribile che balena in pugno al guerriero coperto di ferro?

Virgilio è il poeta perfetto della nostra gente e della nostra terra di cui cantò, in versi che non muoiono, pascua, rura, duces, le opere di pace e le glorie di guerra, il lavoro assiduo e fecondo e le virtù eroiche. Ed anche il mare, il mare nostro cantò, quasi fosse consapevole, il vate nato venti secoli or sono, che l'avvenire della patria era sul mare che le prore troiane solcarono e su cui sofferse e lottò, anche contro gli dèi, colui che fu romanae stirpis origo.
Roma e l'impero romano stanno al vertice del pensiero di Virgilio e costituiscono il centro vitale del suo mondo poetico; ma di Roma e dell'impero egli non narra la secolare gloriosa storia: egli risale ai tempi favolosi dell'epopea; fonde con l'elemento fantastico lo storico e la realtà la trasforma in remoto vaticinio.

Realtà presente è la grandezza romana, è il potente impero d'Augusto, ma le origini lontanissime di questa realtà più che nella virtù degli uomini sono nella volontà del Fato. Roma è la regina del mondo perché così ha voluto la divinità, ed Enea non è l'eroe che lotta perché vuole raggiungere uno scopo, ma è lo strumento della inflessibile volontà del destino. A Venere, che piange per le sofferenze del figlio, Giove predice le gloriose sorti di Enea e dei suoi discendenti; mentre fumano le rovine di Troia nella notte tragica l'ombra di Creusa dice al figlio d'Anchise: «Esule andrai per il vasto mare verso la terra dell'occaso dove il lidio Tevere scorre tra i campi fecondi »; a Delo l'oracolo di Apollo risponde: antiquam exquirite matrem, l' Esperia della profezia di Cassandra; predice Celeno che i profughi fonderanno in Italia la loro città, e l'indovino Eleno accenna alla riva di un solitario fiume del Lazio che sarà la sede del futuro impero, e Giove, per il tramite di Mercurio, all'eroe troiano in Cartagine ordina di navigare. Ammonimenti e predizioni guidano Enea nel suo pellegrinaggio. Lui sa la volontà del Fato e, nei campi del pianto, all'ombra di Didone dice: «il volere degli dèi, che mi fa andare ora per la notte infernale, mi fece andare anche allora ».

Il destino di Roma, voluto nell'Olimpo, vaticinato in tutte le stazioni mediterranee delle peregrinazioni dell'eroe troiano, adombrato in parte nelle imprecazioni di Didone, è confermato nell'inferno. Qui la storia diventa dramma, la verità si sposa alla leggenda, la realtà rivive nella visione. E la visione è grandiosa. Roma è ancora lontana e passano nell'Eliso, davanti agli sguardi di Enea, gli eroi futuri da Silvio a Claudio Marcello. Più tardi, nello scudo di Enea, opera d'un dio, rivivrà Roma nella sua leggenda e nella sua storia, con i suoi riti e con i suoi grandi figli, Roma civile in armi contro l'Oriente barbaro, vittoriosa sul mare; e nel centro della figurazione di tutto questo mondo campeggerà la nave dell' impero illuminata e guidata dalla stella di Cesare.
Cantore delle armi e degli eroi Virgilio, ma anche poeta dei pascoli, dei campi e dell'umano lavoro.

Nella Georgica, che è l'epopea del lavoro umano, il teatro è la campagna dove la vita trascorre serena, e la dura fatica tempra la gioventù. L'eroe senza nome, grande nella sua umiltà, glorioso per la sua quotidiana fatica, è l'agricoltore che abbatte le selve ed affonda il vomere nella dura terra e spezza le zolle e sparge nel solco la semente e poi lieto falcia le mèssi; è l'agricoltore che educa le viti e pianta l'ulivo, cura gli armenti e costruisce gli alveari.
Nella Bucolica c'è ancora la campagna, la sua dolce terra mantovana, ricca di pascoli e copiosa di frutti, e gli eroi sono i pastori: Melibeo che lascia le pasture del paese natio, Coridone e Damone che fanno risuonare le selve di amorosi lamenti, Menalca, Damete e Mopso che cantano a gara al suono della zampogna, Sileno rievocante nella grotta favole di tempi lontani.
Tristezza di canti, malinconia di tramonti, quiete solenne di campi sono nella poesia bucolica e georgica di Virgilio, tutta piena di amore immenso per la terra, tutta pervasa da un senso di religiosità.
La natura vive nella poesia virgiliana e tutte le cose, le più piccole e le più grandi, ma tutte le cose buone, interessano e commuovono l'anima pia del poeta, il cui canto è preghiera, desiderio di pace, esaltazione della fatica umana.
Egli confessa di non esser nato per cantare le armi che insanguinano e distruggono, ma per cantare gli strumenti pacifici del lavoro e la divini gloria ruris.
La pace universale è il suo sogno e lui preconizza il ritorno dell'età dell'oro e il prossimo avvento della vergine Astrea.

Sembrano due poeti diversi di indole, due personalità distinte ed opposte l'autore dei poemi bucolici e georgici e quello del poema nazionale. Eppure il poeta è uno e non c'è dissidio sostanziale tra i vari momenti dell'opera poetica virgiliana.
Virgilio non ama la guerra anche se canta lo strepito delle battaglie, e la guerra non esalta considerata come fine a sé stessa. La guerra è una dura necessità degli uomini, è una fatale parentesi nella pace universale. Lo stesso Enea è pio, non è l'eroe assetato di sangue e bramoso di strage e spesso combatte contro sua voglia. Nella Georgica e nella Bucolica noi sentiamo il desiderio del mite poeta di vedere restaurato sulla terra il regno della giustizia, della pace e del lavoro e questo desiderio lo leggiamo chiaramente nell'ottavo libro dell' Eneide dove la patriarcale vita del Lazio antico è ritratta con acuta nostalgia ed è quasi il sogno costante dell'anima virgiliana.

Qui è tutto Virgilio, qui gli aspetti vari della sua anima e della sua arte si fondono mirabilmente, qui è la glorificazione più bella della terra nostra. Il religioso canto georgico si unisce al sonoro canto epico, alla pace della campagna fa riscontro lo strepito della battaglia, al muggito degli armenti pascolanti tra il Palatino e il Campidoglio risponde il martellare di Vulcano che appresta le armi di Enea; di faccia ad Evandro, il re patriarca, ma lontano nel tempo, sta Augusto, l'imperatore di Roma, e di fronte alle piccole e rozze biremi di Enea le potenti navi che trionfarono ad Azio.
Tutta la storia di Roma: ma Roma non c'è ; c' è Pallanteo, villaggio di pastori, l'urbe futura ; c'è il Lupercale scavato nella roccia, dedicato al culto di Pan, c'è la porta Carmentale, c' è il bosco dell'Argileto, il monte Tarpeio; e il Tevere scorre tranquillo fra le campagne, dimora di ninfe e di fauni, di Ausoni, di Sicani e di Arcadi, e il Campidoglio è folto di macchie e i passeri cinguettano sui tetti delle capanne, nelle valli e sui colli da dove le aquile spiccheranno l'ardito volo per le vie del mondo.
Virgilio giunge a Roma dal campicello di Andes, al poema epico attraverso il canto bucolico e georgico, alla visione del trionfo di Augusto, dalla soave visione delle campagne lombarde, latine e partenopee.

Per lui l'Italia è, sì, madre di eroi, ma è soprattutto madre di mèssi e di armenti, e se santa è l'arma di Enea che uccide Turno per dar pace alle genti latine, detestabile è la spada che devasta i campi e fa arrugginire la vanga.
La grandezza di Roma lo esalta e lo ispira, ma la pace, la laboriosità e la prosperità della patria sono il suo sogno. Il padre Enea soffre e lotta sul mare per conquistarsi un regno, lottano i suoi discendenti per la grandezza della stirpe, ma la vittoria di Cesare chiude un plurisecolare periodo di guerre ed apre un'era di pace, di giustizia e di lavoro.
È la grande vicenda di Roma che il poeta della gente latina fissò nel verso immortale, il destino della nostra stirpe, grande ieri, oggi, domani, in guerra e in pace, sul mare popolato di navi e sui campi biondeggianti di messi.

Fonti: 
APPIANO - BELL. CIV. 
CASSIO DIONE - STORIA ROMANA 
PLUTARCO - VITA DI BRUTO 
SVETONIO - VITE DEI CESARI 
SPINOSA - GIULIO CESARE
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
IGNAZIO CAZZANIGA , 
STORIA DELLA LETTERATURA LATINA, 
Nuova Accademia Editrice, Milano 1962).
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

 

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