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 LA LETTERATURA  A ROMA
dell'  Età  " IMPERIALE " 

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< ETÀ  DI CESARE

< ETÀ  AUGUSTEA
                            ( seconda  parte ) POESIA - SATIRA - EPICA



LA POESIA: la commedia e la tragedia; poeti bucolici e didascalici; Fedro 
LA SATIRA: Aurelio Persio Flacco, Decimo Giunio Giovenale, Valerio Marziale, Petronio Arbitro;
L'EPICA: Anneo Lucano, Silio Italico, Valerio Fiacco, Papinio Stazio, Claudio Claudiano.
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LA POESIA


Meno ricca è la produzione poetica dell'età imperiale, e fra i generi più in voga quello che forse ha meno cultori è il drammatico. Il pubblico è innamorato degli spettacoli dei gladiatori e delle fiere e sulle scene non c' è posto che per i pantomimi. Ora le tragedie acquistano carattere letterario e si declamano sempre più spesso nelle aule di recitazione; in queste aule - se si eccettui POMPONIO SECONDO, le cui tragedie fra le quali una pretesta, Aeneas, sono rappresentate con molto successo in teatro-  SENECA legge le sue tragedie, CURIAZO MATERNO la Medea, il Tieste, il Catone e il Domizio , PACCIO l' Alcithoe, FAUSTO la Tebaide e EUBRENO LAPPA l'Atreus.

Più numerosi dei tragici non sono i poeti comici, dei quali si ricordano un PUNDANIO, GAIO MELISSE e VIRGILIO ROMANO; pochi e di scarso o nessun valore sono i poeti bucolici e didascalici: TITO CALPURNIO SICULO imitatore di Teocrito e di Virgilio, GRATTIUS, autore di un Cynegeticon, CLAUDIO CESARE GERMANICO che si rifà liberamente a i Phoenomena, MANILIO - il più importante di tutti- che scrive gli Astronomica, LUCILIE JUNIORE cui forse va data la paternità del poemetto Aetna, TERENZIANO MAURO, autore di un poema De Utteris, syllabis, metris, M. AURELIO OLIMPIO NEMESIANO, autore di egloghe e dei tre poemi Halieutica, Cynegetica e Nautica, e RUFIO FESTO AVIENO che riduce in esametri i Phaenomena di Arato, parafrasa Dionigi Alessandrino nella Descriptio orbis terrae e compone un poema geografico, Ora maritima.

Il meglio e il più della produzione poetica dell'età imperiale ce la danno gli epici, i satirici, i lirici e un favolista: FEDRO
FEDRO - della cui vita pochissimo sappiamo - è il primo vero favolista della latinità. Altri dopo di lui, ed anche ad imitazione di lui, come AVIANO, scriveranno favole, ma nessuno di essi eguaglierà Fedro, cui si debbono cinque libri di fabellae, non tutte giunte sino a noi. La loro materia è in parte presa da Esopo, in parte dal popolo, in parte sono invenzioni del poeta, il quale tratta questo genere con scopo prettamente morale. Si disse che Fedro è più moralista che poeta, ed è vero, ma è anche vero che le sue favole dallo stile tenue e schietto, dalla lingua tersa, ricche di arguzie spontanee e di vivacità sebbene povere d'immaginazione, sono dei piccoli gioielli.

Poeti più grandi danno in quest'epoca la satira, la lirica e l'epica.
Fra i satirici il minore è AULO PERSIE PLACCO (34-62), che pur ebbe grande fortuna fra i contemporanei e tra i critici posteriori. Ma la sua fama non corrisponde al merito di poeta, che dalla scuola e non dalla vita egli trae la sua materia e, stentata, contorta, oscura è l'espressione artistica delle sue sei satire, in cui invano si cercherebbe l'impronta personale del poeta.

Grande poeta è invece DECIMO GIUNIO GIOVENALE, di Aquino, vissuto tra il 60 e il 140 circa. Nelle sue sedici satire, di cui l'ultima è incompiuta, è tutta la sua grandezza, e in esse, poiché è pericoloso sferzare le turpitudini del tempo presente, Giovenale esercita la sua sferza terribile contro quelle del passato. Ma queste sono le stesse che insozzano la società in cui vive il poeta e questa società corrotta è perciò materia del canto e bersaglio dell'invettiva. Spettacolo ripugnante è quello che si offre allo sguardo di Giovenale e forma l'orribile quadro della prima satira: schiavi e liberti saliti ai più alti onori, governatori ladri che godono le ricchezze depredando le province, falsificatori di testamenti che ricoprono cariche altissime, uomini che sciupano le loro ricchezze nel giuoco e nei conviti, delatori divenuti potenti, tutori che si sono impadroniti dei patrimoni dei pupilli, uomini che aspirano alle doti di vecchie ricche, mariti che accettano l'eredità degli amanti delle proprie mogli, matrone che avvelenano gli sposi, suoceri che corrompono le nuore, eunuchi che si sposano, giovani corrotti che aspirano a comandi militari, donne dell'alta società che frequentano i lupanari, nobili abietti, resse di clienti alle porte dei patroni, corruzione dovunque, nella reggia, nella curia, nelle famiglie, nei ritrovi, nelle vie; la prostituzione che impera, l'effeminatezza che rende gli uomini imbelli, il delitto e l'adulazione che sono turpe scala per raggiungere i posti e guadagnar tesori, e accanto a tutto ciò la miseria del popolo, dei poeti e dei letterati. 

Contro questa società scatta Giovenale e la sua musa sdegnata si rifugia nel passato quando le divinità orientali non avevano preso il posto degli antichi dèi di Roma e l'antico culto dei padri era in onore; quando la povertà era onorata e i Romani e gli Italici erano agricoltori e soldati, quando il console tornava vittorioso all'umile desco della sua capanna e le donne pudiche educavano i figli per la difesa della patria. Nelle satire di Giovenale c' è la rappresentazione potente della società imperiale, la cui corruzione risalta stupendamente nella commossa evocazione dei semplici e onesti costumi di Roma antica. Il poeta passa felicissimo dallo sdegno alla commiserazione, dall'invettiva all'ironia, rifuggendo da qualsiasi artificio retorico. Descrive Messalina che di notte abbandona alla libidine il suo corpo nei lupanari di Roma o le donne primitive che costruivano nelle selve il giaciglio ai mariti e porgevano la mammella colma ai grassi poppanti; ritragga la vita raminga di Mario esule e il suo superbo trionfo sui Teutoni e i Cimbri o il modesto tenore di vita degli antichi Romani quando Curio coglieva di sua mano il cavolo dal piccolo orto; canti gli umili simulacri dell'antico culto o metta in ridicolo i pomposi culti orientali della Roma imperiale; tratteggi una scena di prepotenza o la frugalità d'un desinare; celebri il ritorno di Pacuvio o metta a confronto la povertà del popolo con la iattanza degli arricchiti; ci mostri la matrona impudica e avvelenatrice o il sozzo Sodomita; dipinga le province spogliate dalla feroce avidità dei governatori o la dolce tranquillità di certi angoli romiti d'Italia, potente è l'arte di Giovenale, che con semplicità ed evidenza, senza indugi e pompe, con crudo realismo e sapienza insuperabile di rilievi ci trascina nell'impeto della sua collera o ci mette nell'anima la nostalgia del passato, ci infonde la sua nausea e ci fa partecipi delle sue aspirazioni nella visione varia e viva di un mondo, che non si cancellerà mai più dalla nostra mente.

La vita di Roma è pura materia dei quattordici libri di epigrammi di M. VALERIO MARZIALE , spagnolo di Bilbili, nato nel 40 d. C. e morto in età di circa sessantenni, dopo una vita trascorsa nel vano desiderio dell'agiatezza. Marziale però non tuona, come Giovenale, contro la corruzione della società; egli si limita a metterla in mostra, così com' è, a trovarne e a farne vedere i difetti, a coprirla di ridicolo, a farne oggetto delle sue burle, dei suoi motteggi, dei suoi frizzi. Finissimo osservatore, fa sfilare davanti a noi un' infinità di ritratti. Non sono figure descritte in tutti i loro particolari, ma abbozzi, tipi visti di scorcio e presentati con poche linee, che tuttavia saltano vivi dinanzi ai nostri occhi. Poeta immediato, coloritore vivace, dotato di fervida immaginativa e di comicità inesauribile, egli è rimasto maestro insuperabile nell'arte epigrammatica. « Ben pochi — come giustamente dice il Lessing —hanno scritto tanti epigrammi come lui, e nessuno, in mezzo a questi tanti, è riuscito a farne sì gran numero di buoni e sì gran numero di veramente perfetti».

La rappresentazione della vita dell'età imperiale e precisamente della società del tempo di Nerone ce la dà nel suo Satiricon, specie di romanzo misto di prosa e di versi, TITO PETRONIO ARBITRO, di cui abbiamo parliamo altrove. Impossibile è ricostruire la trama del romanzo coi frammenti rimastici di due soli libri. Essa si svolge in una città dell'Italia meridionale, forse Pozzuoli, ma la vita che l'autore ci presenta è quella di Roma.
Encolpio è il protagonista del romanzo, giovane vagabondo e irrequieto, raffinato e sensuale, perseguitato da Priapo, che, con la forza virile, gli ha dato volontà e coraggio. 
Encolpio racconta le sue avventure e quelle di altri: questi  personaggi sono Gitene, il bei giovane sedicenne del cui amore è preso Encolpio, Ascilto, furbo, forte, loquace, spaccone, Eumolpo, vecchio lascivo e imbroglione, ma pieno d'ingegno e di spirito eloquente e coltissimo, Trifena, matrona galante e capricciosa, Circe, bellissima e lussuriosa, Filomela che dà i propri figli a vecchi ricchi e libidinosi, Criside, ancella astuta e vivace. Né questi sono i soli personaggi: altri ce ne sono e non meno interessanti e molti altri dovettero essercene di cui non abbiamo notizia per la perdita della parte maggiore dell'opera. Anche per questo è ingiusto, come qualcuno ha fatto, affermare che manca al romanzo l'organicità, né è giusto, del resto dire che le numerose avventure che ne compongono l'intreccio nuocciono all'unità dello stesso, perché non sono soltanto i casi di Encolpio che l'autore ha voluto narrarci, ma le vicende di tutto, un piccolo mondo e questo mondo appunto, più che il disgraziato Encolpio, è il vero protagonista del romanzo, dove accanto alla finissima satira dei costumi è fatta quella di Lucano. Uno degli episodi del romanzo è la Cena di Trimalcione, un capolavoro insuperabile di rappresentazione satirica di quel mondo di nuovi ricchi che pur tra l'oro e il lusso della nuova condizione mostrano la grossolanità e volgarità della loro origine. 

« Petronio — scrive il Marchesi — elegante senza ricercatezze, immaginoso senza similitudini, pittoresco senza aggettivi, nella narrazione agile, quasi parlata, fa scorrere una continua animazione di motti, di cenni, di figure che avvivano rapidamente e improvvisamente i profili dei personaggi e gli aspetti delle cose. Nell'opera di Petronio ci sono scurrilità e sconcezze, che tuttavia non suscitano mai disgusto: e il termine non è mai sfacciatamente osceno com' è spesso in Catullo ed anche in Orazio. È quella del Satiricon una immoralità delicata. Nessuna funzione della vita, nessun elemento della realtà, anche più cruda, Petronio esclude dal suo racconto; ma dal suo racconto non è mai esclusa l'arte della parola, che ha una sua inviolabile pudicizia. Scrittore di gusto raffinato di una finezza trasparente e consistente, sa che l'arte ha un grande nemico: la fretta. La penna, perché sia strumento di artistica composizione, deve servire non tanto a tracciare quanto a tormentare la parola; e l'ammonimento del retore Agamennone ai giovani discepoli ut verbo atroci stilo effoderent rende mirabilmente la spietata chirurgia onde risulta la vitalità dell'opera d'arte. Petronio, abituato alle più limpide eleganze della composizione letteraria, seppe pure trattare da grande signore il sermo rusticus; e il vocabolo, la frase, il motto volgare chiamò all'insolito ufficio della significazione artistica: e nella satira, già confinata nella smorta letteratura del libro, seppe ridare uno stupendo spettacolo di umanità viva e parlante ».

L'EPICA  dell'età imperiale ha i suoi rappresentanti in LUCANO, STAZIO, VALERIO FLACCO e SILIO ITALICO.
Di LUCANO si sa che scrisse gli Iliaca, il Catachtonion, i Saturnalia, un Orfeo, una Medea, tragedia, dieci libri di Silvae e quattordici fabulae salticaer ma di queste opere e di qualche altra che non citiamo, solo i titoli ci rimangono. L'opera che è giunta sino a noi ed alla quale è legato il nome di Lucano è La Farsaglia, poema in dieci libri, rimasto incompiuto per la morte del poeta di cui altrove abbiamo parlato. 
La Farsaglia non è l'argomento  guerra tra Cesare e Pompeo, ma con la morte di quest'ultimo - come parrebbe dal titolo - che chiude il poema;  l'azione sono le imprese di Cesare e di Catone in Africa. La Farsaglia ha più il carattere della storia che della poesia, e con un soggetto simile difficilissimo era, se non impossibile, fare della vera poesia, i fatti erano troppo vicini per permettere alla fantasia di spaziare e all'artista di plasmare caratteri e figure diversi da quelli che tutti conoscevano. 
Neanche Virgilio, quando aveva voluto parlare di Ottaviano era riuscito a far della poesia, e si era dovuto invece rifugiare nella retorica. In Lucano la realtà uccide la fantasia. Ma neppure la realtà storica si salva; e così il poema non è storia e non è poesia, quantunque in esso non manchino episodi di grande bellezza e il verso abbia molto vigore, che però non riesce a nascondere la povertà di sentimento e l'artificiosa concitazione.

Materia anch'essa storica tratta SILIO ITALICO Italico, vissuto tra il 25 e il 100, nelle sue Puniehe, in cui sono narrati gli avvenimenti della seconda guerra contro Cartagine, dall'assedio di Sagunto alla battaglia di Zama. Ma il poema di Italico, in diciassette canti, è di gran lunga inferiore a quello di Lucano. Anche qui la realtà storica inceppa il poeta, né lo salva la mitologia col suo bagaglio ingombrante. Vano sforzo quello di Silio Italico di fondere l'elemento storico con il mitologico ed intrecciare l'azione degli dèi con quelle di uomini vicini nel tempo e perciò notissimi. Ne risulta un connubio infelice, di favoloso e di reale che rasenta il grottesco. Come a Lucano così a Silio Italico fa difetto la fantasia né gli episodi inventati riescono a destare interesse. Reali o inventati, i personaggi e i fatti non riscaldano il poeta; la materia, pur così ricca e varia, rimane inerte e, malgrado l'abilità dell'autore che sa disegnar bene qualche carattere, curare le scene e verseggiare non di raro con grande bravura, non si trasforma in opera d'arte. 

Dal mito di Giasone invece trae ispirazione VALERIO FIACCO, vissuto sotto gli imperatori della casa Flavia, nel suo poema epico-eroico, Argonautica, rimasto incompiuto. Non era argomento nuovo presso i Latini: Varrone Atacino aveva cantato delle imprese degli Argonauti in un poema in quattro canti in cui imitava Apollonio Bodio, ed Apollonio è anche preso a modello da Valerio Fiacco. Ma la sua è un' imitazione assai libera: Valerio molto opportunamente tralascia tutto il ciarpame erudito che ingombra l'opera del poeta greco e molto aggiunge di suo e, se riesce molto inferiore ad Apollonio per la finezza e l'eleganza, lo supera certamente per la vigoria con cui ha saputo dare rilievo ad alcuni personaggi e per la vivacità dei colori. Ma nell'insieme il poema di Valerio Fiacco non è gran cosa e le poche bellezze che vi si riscontrano si perdono in mezzo alla fiacchezza dell'azione e alla noiosa uniformità del tono e denotano più la bravura del letterato che l'arte del poeta.

Maggior fama, ma non maggior valore, come poeta epico, ha P. PAPINIO STAZIO, di Napoli, vissuto nella seconda metà del primo secolo, autore di un poema in dodici canti, la Tebaide, che, salvo qualche bella immagine e qualche episodio leggiadro, è un'opera priva d'ispirazione, prolissa e noiosa. Agile e festoso è invece l' Achilleide, che però rimase interrotto alla metà del secondo canto; poema dalla vasta tela che doveva cantare tutto il mito di Achille dall' infanzia alla morte sotto le mura di Troia. Miglior poeta egli ci appare come lirico. Nelle sue Silvae Stazio canta un po' di tutto: poesia improvvisata e d'occasione, dove fa difetto l'ispirazione e mancano  pregi che solo l'elaborazione artistica può dare. Ma a volte egli si abbandona agli affetti famigliari e solo allora l'anima sua si commuove e gli fa trovare accenti sinceri, come quando piange la morte del figlio adottivo o, invitando la moglie al soggiorno di Napoli, cerca d' indurla al viaggio mostrandole gli incanti partenopei in versi pieni di soave nostalgia.

Ultimo poeta della latinità pagana è CLAUDIO CLAUDIANO, egiziano di Alessandria, vissuto tra il quarto e il quinto secolo. Mentre si spezza l'unità dell 'impero e il Cristianesimo trionfa ed urge la minaccia barbarica ai confini; mentre la gloria di Roma ha gli ultimi bagliori nella spada di Stilicone e dalle chiese escono gli inni che cantano il Dio unico, la divinità di Cristo e le glorie dei martiri, risuona potente nella vecchia metropoli la voce del poeta che magnifica nel De bello Gotico la vittoria di Stilicone su Alarico e canta nel De Bello Gildonico i marchingegni guerreschi contro il principe Mauro Gildone e nei panegirici le lodi di Onorio. Per opera sua rifioriscono i miti {Gigantomachia) e mette nuove, meravigliose fronde la leggenda di Proserpina nel poemetto bellissimo che ne canta il rapimento (De raptu Proserpinae); per opera sua Roma riascolta la solenne gravita dell'esametro, la dolce armonia del distico elegiaco e la festività dei fescennini; in lui Roma torna ad avere un poeta che scrive nella lingua purissima dell'età di Augusto, il poeta che nella decadenza politica, militare, letteraria è tutto animato dallo spirito della romanità e per esaltarla dedica la potenza dell'ingegno, l'abbondanza della sua vena, l' intensa sua immaginazione, la vivacità della sua tavolozza.

Roma pagana muore, ma prima di morire ha in Claudiano il suo ultimo grande poeta e in Stilicone il suo ultimo grande guerriero, stranieri entrambi, greco l'uno, vandalo l'altro. 
 Purtroppo  i figli di Roma non hanno più la divina virtù del canto, né la superba audacia delle armi  che... non vogliono o non sanno più brandire a difesa dell'Impero.

FINE

Fonti,  testi e citazioni
Prof. PAOLO GIUDICI - STORIA di ROMA e D'ITALIA 
IGNAZIO CAZZANIGA ,  STORIA DELLA LETTERATURA LATINA, 
Nuova Accademia Editrice, Milano 1962).
APPIANO - BELL. CIV. 
CASSIO DIONE - STORIA ROMANA 
PLUTARCO - VITE 
SVETONIO - VITE DEI CESARI 
SPINOSA - GIULIO CESARE
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

vedi anche TABELLA ANNI E TEMATICA


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