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CRONOLOGIA

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GRECIA - STORIA

ALESSANDRO MAGNO
VERSO LA CONQUISTA DELL’IMPERO (333 - 330 a.C.)

< Cap. DA FILIPPO AD ALESSANDRO
< Cap. MORTE DI FILIPPO - ALESSANDRO RE
< Cap. LE PRIME CONQUISTE DI ALESSANDRO

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( Testi di ALESSANDRO CONTI - Scritti e concessi gratuitamente a Cronologia)
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LA GUERRA NEL MAR EGEO - VERSO LO SCONTRO - LA BATTAGLIA DI ISSO (333) - LA GESTIONE DEL SUCCESSO - L'ASSEDIO DI TIRO (332) - ULTIME LOTTE NELL'EGEO E IN ASIA MINORE (332) - ASSEDIO DI GAZA (332) - LA FONDAZIONE DI ALESSANDRIA (332-331) - IL FIGLIO DI AMMONE - DA TIRO AL TIGRI (331) - GAUGAMELA (331) - L'ENTRATA IN BABILONIA - LA SCONFITTA DI SPARTA (331) - LA CADUTA DELL'IMPERO (330) - INSEGUIMENTO E MORTE DI DARIO (330)
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LA GUERRA NEL MAR EGEO (primavera estate 333)

Il precedente capitolo si chiudeva con una costatazione e una domanda:
I Macedoni parevano avanzare nel vuoto senza incontrare resistenza.
Che fine avevano fatto i Persiani?


La strategia di Memnone era chiara: lasciare che Alessandro si addentrasse in Asia, tagliargli le linee di comunicazione con l’Europa e far sorgere delle ribellioni in Ellade. Nella Primavera del 333 la flotta Persiana, riuscì a conquistare Chio - grazie al tradimento della fazione oligarchica - e l’isola di Lesbo, con l’eccezione di Mitilene che venne stretta d’assedio. Gli isolani delle Cicladi gli mandarono ambascerie ad offrirgli alleanza, e tutti gli antimacedoni di Grecia, a cominciare dagli Spartani, non attendevano altro che sbarcasse sul continente per unirsi a lui. Queste notizie gettarono l’inquietudine in campo Macedone, e costrinsero Alessandro, che grazie ai saccheggi ed esazioni di tributi aveva accumulato un discreto tesoro, a impiegarlo per ricostituire la flotta, sciolta l’anno precedente. Anfotero ed Egeloco furono incaricati del compito e venne messa al oro disposizione una somma di 500 talenti, mentre altri 600 ne furono inviati ad Antipatro, perché rinforzasse i presidi Macedoni in Grecia con altri mercenari.

Quando vennero a trovarlo a Gordio degli ambasciatori da parte di Atene, che gli chiesero di rilasciare i prigionieri presi al Granico, si mostrò irremovibile con loro, rimandando la decisione dopo la fine della campagna. Infatti, temendo un’intesa tra gli Ateniesi e Memnone, intendeva tenersi i prigionieri catturati in battaglia e le venti navi che Atene gli aveva prestato l’anno precedente, come preziosi ostaggi. Ma il macedone non avrebbe avuto più nulla da temere da parte di Memnone, perché questi morì prematuramente mentre era impegnato nell’assedio di Mitilene. I suoi successori, Farnabazo e Autofradate erano uomini valorosi e intelligenti, e nell’Agosto del 333 riconquistarono anche l’ultima città di Lesbo - imponendovi il tiranno Diogene a capo di un governo filopersiano - e presero la città di Tenedo sui Dardanelli, minacciando in quel punto le comunicazioni tra l’Asia e l’Europa. Anche altrove i Persiani coglievano ulteriori successi, riducendo nuovamente a tributo Mileto, che ricevette come governatore Idarne, Andro e Sifno nelle Cicladi. Insieme a Tenedo costituivano delle ottime basi per preparare lo sbarco in Grecia o in Macedonia, a supporto dei numerosissimi sostenitori antimacedoni. Tuttavia la morte dell’uomo di fiducia di Dario in quel settore portò ad un cambiamento di tutta la strategia persiana che si sarebbe rivelato disastroso.

Nonostante il parere contrario di Caridemo –che fu condannato a morte dopo un alterco- e degli altri Greci alla sua corte, il Gran Re decise di impegnare personalmente in battaglia il rivale macedone. Un esercito immenso iniziò a radunarsi a Babilonia, comprendente uomini di tutte le satrapie, ad eccezione di quelle già cadute in mano di Alessandro e dell’india e Battriana, troppo lontane per giungere in tempo. Un ordine fatale fu trasmesso anche a Farnabazo e Autofradate. Quasi tutti i mercenari greci al loro servizio furono richiamati e circa duecento navi si staccarono dal corpo principale della flotta Persiana per raggiungere la Fenicia e trasbordarvi i soldati Certamente c’era un gran bisogno degli opliti Greci per combattere i Macedoni, ma col richiamo dei mercenari non c’era più alcuna possibilità per i comandanti Persiani dell’Egeo di tentare uno sbarco in Grecia a suscitarvi la ribellione.
Un primo segno che le cose iniziavano a volgere al peggio per i Persiani venne dalla disfatta in battaglia del satrapo Orontobate, da parte di Tolemeo ed Asandro. La Caria venne ora completamente sottomessa dai Macedoni e affidata alla fedele Ada, mentre la flotta persiana perse un’importante base sul continente.

VERSO LO SCONTRO

Alessandro si trattenne a Gordio fino all’inizio dell’estate del 333, ed ebbe il tempo di visitare l’acropoli e tagliare con un colpo di spada l’inestricabile nodo che legava il timone del carro di Mida e in tal modo pensò di avere adempiuto alla profezia che assicurava la signoria dell’Asia a chi avesse sciolto il groviglio. Ad Ankara, si accontentò di ricevere la sottomissione formale degli ambasciatori della Paflagonia e della Cappadocia, ma lasciò di fatto indipendenti queste due regioni, e tali esse sarebbero rimaste sotto dinasti locali fino all’età Romana. L’esercito Macedone si diresse verso la Cilicia, che era amministrata dal satrapo Arsame, uno dei pochi ufficiali Persiani presenti al Granico che era riuscito a fuggire. Questi si comportò con incredibile inettitudine: non fece custodire con cura l’unico passo che collegava la Cilicia all’altopiano anatolico da cui stavano arrivando gli invasori, non organizzò alcuna resistenza a Tarso, la capitale della satrapia, e la abbandonò al nemico senza nemmeno riuscire a fare terra bruciata intorno, come gli era stato ordinato.

Alessandro conquistò la regione davvero senza fatica, ma rischiò di compromettere il successo acquisito facendo un inopportuno bagno nelle acque gelide del fiume Cidno. I fiumi Cilici, avrebbero fatto una illustre vittima 1500 anni dopo, quando Federico Barbarossa ebbe la medesima malsana idea di farci una nuotata, lasciandoci la pelle. Alessandro se la cavò con una grave infermità che lo costrinse ad una certa inattività per parecchi mesi, e che fu risaputa anche in Grecia e al campo persiano. E ad Atene ci si interrogava se non fosse venuto il momento di ribellarsi al macedone, mentre Dario ebbe l’impressione che la fortuna stesse volgendo a suo favore e con grande desiderio di battersi arrivò presso la città di Sochi, in Siria, dietro la catena montuosa dell’Amano che chiudeva la Cilicia da est e la separava dalla Siria.

Questa catena è valicabile in due punti: uno posto più a nord, chiamato valico dell’Amano, il secondo posto un centinaio di chilometri più a sud, detto porte Siriane o colonna di Giona. Qui la linea di costa che fino ad Isso si estende in direzione est ovest, piega risolutamente verso sud ed Isso è il luogo dove l’Asia Minore propriamente detta si unisce al continente vero e proprio. La pianura Cilicia da Isso fino alle porte siriane è ridotta ad una minuscola Cimosa costiera, stretta com’è tra l’Amano e il Mare, ed era un luogo in cui non si poteva combattere facilmente con una schiera di grandi dimensioni. L’esercito Macedone seguì la linea di costa da Isso – in cui furono lasciati indietro i feriti e parte delle salmerie- piegando poi verso sud con l’intenzione di valicare le Porte Siriane, e piegare a est verso Sochi, mentre Dario, ignorando questi movimenti, puntò a nord verso le porte Amaniche con l’intenzione di scendere in Cilicia, dove si aspettava di trovare l’esercito macedone. L’esercito persiano aveva con sé immensi carriaggi e ciascun soldato si era portato dietro mogli e attendenti, che furono mandati al sicuro a Damasco. Re Dario fu invece costretto dalle tradizioni Persiane, che volevano che il sovrano in guerra si portasse dietro l’harem, a portare con se la madre, la moglie e i figli; decisione nefasta come vedremo.

LA BATTAGLIA DI ISSO (Ottobre 333)

I Persiani giunsero ad Isso dal passo dell’Amano e ne presero il campo lasciato da Alessandro. Avevano così tagliato le comunicazioni dell’esercito Macedone, e si erano impadroniti delle sue salmerie, costringendo Alessandro a far fare dietro front alle sue truppe e a farle ritornare ad Isso. Il comando persiano si era sicuramente assicurato un cospicuo vantaggio strategico tagliando la linea di comunicazione dei Macedoni, ma lo sciupò totalmente schierando l’esercito nella stretta pianura costiera formata dal fiume Pinaro –identificato con l’attuale fiume Dali o col più meridionale Payas– in realtà un rigagnolo non più grande del Granico che percorre obliquamente la pianura, in mezzo a e terreni accidentati e cespugliosi, in un punto in cui le montagne amaniche incombevano sul mare. Era il posto dove un esercito elefantiaco come quello Persiano non avrebbe mai dovuto schierarsi. La sua consistenza varia a seconda delle fonti tra i trecento e i seicentomila uomini, ma non più di sessantamila furono schierati in prima linea a causa della ristrettezza dei luoghi.

Dario dispose al centro i mercenari Greci al comando di Aminta e Timonda e la fanteria pesante Persiana dei Cardaci; il loro compito doveva essere difensivo, e furono schierati dietro una palizzata. Sul lato destro della propria fanteria pesante dispose la cavalleria e la fanteria leggera al comando di Nabarzane e sul lato sinistro arcieri e truppe leggere, sia davanti ai cardaci che sulle falde della catena montuosa, in modo tale da formare uno schieramento a “elle” col resto dell’esercito. Dietro le truppe leggere dell’ala sinistra Dario pose il suo carro con la guardia a cavallo scelta Persiana. Alessandro riuscì con maestria a modificare la formazione in colonna con una di linea proprio di fronte al nemico. Schierò Parmenione con la cavalleria degli alleati e dei Tessali all’ala sinistra, la falange al centro con a fianco gli ipaspisti, e la cavalleria pesante Macedone, preceduta da quella degli Eteri alla destra della falange. Gli Agriani furono dapprima mandati a scacciare le truppe leggere che Dario aveva mandato sulle colline, poi furono messi di rinforzo al lato destro della falange, insieme agli arcieri. Quando Alessandro attaccò all’ala sinistra al comando della cavalleria degli Eteri, le truppe leggere, gli arcieri e parte della fanteria dei cardaci si diedero alla fuga, e Alessandro ebbe via libera per rivolgersi contro la guardia reale Persiana che proteggeva il Gran Re.

Questa parte della battaglia è raffigurata nel mosaico della villa del Fauno a Pompei, dove si vede il re Macedone con un piccolo seguito di cavalieri che punta contro il carro di Dario, circondato dai suoi fedeli. La battaglia negli altri punti sembrava andare a favore dei Persiani. La falange nell’attraversare il fiume e nel superare le palizzate perse la sua coesione e i mercenari Greci ne approfittarono per caricare i Macedoni, causando loro gravi perdite. Alla sinistra la battaglia stava pure prendendo una piega promettente per i Persiani dal momento che le cariche di Nabarzane stavano mettendo a mal partito i Tessali e i cavalieri di Parmenione col peso del loro numero. Ma la fuga precipitosa di Dario, che non resse nemmeno la vista dell’attacco del suo rivale compromise la sorte dei Persiani. I satrapi difesero col solito valore la sua fuga: Reomitre e Atizie che l’avevano scampata al Granico caddero nel combattimento equestre, insieme al satrapo della Cilicia Arsame e a quello d’Egitto Sabace. Le truppe vittoriose dell’ala destra si rivolsero contro i mercenari Greci accerchiandoli, ma questi al comando di Aminta, un disertore macedone, riuscirono a rompere l’accerchiamento e ritirarsi. I Persiani che fronteggiavano i Tessali dovettero sganciarsi dalla lotta alla notizia della fuga del loro sovrano, e furono incalzati duramente dalla cavalleria avversaria che inflisse loro gravi perdite.

Dario pensò solo a fuggire, abbandonò carro, paramenti reali, l’accampamento e il proprio harem per ripassare la catena dell’Amano e mettere il fiume Eufrate tra sé e Alessandro. Non aveva con sé che 4000 uomini. I Persiani e i loro alleati si dispersero ai quattro venti, anche se un consistente nucleo si radunò in Cappadocia presso il dinasta locale. Nessuno si preoccupò dei bagagli, del tesoro e delle donne rimaste presso il campo di Damasco. A completare il catastrofico risultato della battaglia ci fu la caduta della famiglia di Dario nelle mani di Alessandro. Il Re Macedone trattò le spaurite damigelle Persiane con i dovuti onori e rispetto, sapendo dell’immenso prestigio che gli derivava dalla conquista dell’harem del suo rivale. Anche se Isso non fu la battaglia finale della guerra, fu sicuramente decisiva. In un solo colpo Il Gran Re perse le sue migliori truppe, quasi tutti i validi ufficiali che avevano fatto parte dello staff vincente di Artaserse III e , soprattutto il proprio prestigio di monarca e condottiero, caduto nella polvere a causa della fuga. Fino alla fine Dario apparirà come un monarca sconfitto nell’orgoglio, disposto a fare concessioni sempre più grandi al suo rivale per far cessare la guerra, come vedremo tutte senza esito.

LA GESTIONE DEL SUCCESSO

La grande vittoria ottenuta schiuse le più grandi prospettive per Alessandro. La Fenicia, terra da cui provenivano le flotte Persiane che infestavano l’Egeo, era indifesa, e tutto il sistema di difesa Persiano era destinato ad essere preso sul rovescio. Nel mese successivo alla battaglia Alessandro procedette ad un riordino delle regioni conquistate: balacro fu nominato satrapo della Cilicia e Menone della Siria. Parmenione alla testa di un distaccamento conquistò il campo persiano di Damasco, impadronendosi della cassa di guerra, di un gran numero di preziose suppellettili e di numerosi inviati Greci al Gran Re, fra cui due Tebani, un Ateniese e uno Spartano, a testimonianza di come I Greci fossero per la maggior parte ostili ai Macedoni e pronti a collaborare con i presunti nemici dell’Ellade. Tra gli altri venne fatta prigioniera Barsine, figlia di Artabazo e vedova di Memnone, che, data la sua avvenenza fu immediatamente inviata da Parmenione al suo Re. A quanto pare Barsine riuscì a conquistare Alessandro e a diventare sua concubina, dandogli in seguito un figlio che fu chiamato Eracle.

Proseguendo verso la Fenicia Alessandro arrivò ad Arado. Il Re di questa città, Gerostrato stava combattendo nell’Egeo al servizio dei Persiani, e aveva lasciato suo figlio Stratone a governare al suo posto. Questi non attese molto per consegnare le chiavi della città ad Alessandro, e allo stesso modo anche Marato, Biblo e Sidone fecero entrare senza resistenza l’esercito Macedone. In quel momento Re Dario gli fece la prima delle sue offerte di pace, offrendogli di riscattare a caro prezzo la sua famiglia e cedendogli il territorio al di là del fiume Halys in Asia Minore. Tutti gli storici riportano la risposta sprezzante di Alessandro, ma solo Diodoro riferisce che prima di presentare la lettera al consiglio dei Macedoni, la fece falsificare e sostituire da un’altra che probabilmente riportava una semplice richiesta di liberazione dei parenti. In effetti se Alessandro non era certo sazio di gloria, per i suoi ufficiali e per l’esercito i risultati ottenuti erano andati già oltre ogni aspettativa. C’erano oro e terre in abbondanza per tutti, per cui di fronte a offerte convenienti avrebbero potuto anche accondiscendere. Di fronte alla lettera falsificata opposero invece un netto rifiuto in accordo con il loro Re.

L’ASSEDIO DI TIRO (Gennaio Luglio 332)

Di tutta la Fenicia non era ancora stata sottomessa la città più meridionale, Tiro, ma alcuni inviati vennero a ad offrire la resa ad Alessandro. A rendere autorevole l’ambasceria c’era anche il figlio del re Azemilco, che era a capo del contingente tirio della flotta regale. L’accordo sembrava essere andato in porto con reciproca disponibilità, finché Alessandro pretese come pegno di sottomissione della città, che gli fosse consentito di sacrificare al santuario di Melqart, dai greci identificato con Eracle, eroe da cui Alessandro credeva di discendere. I Tirii risposero picche, ribadendo che nella loro città non era consentito di entrare né ai Macedoni né ai Persiani. Essi si credevano al sicuro perché se la loro città vecchia sorgeva sulla terraferma, quella nuova, situata su un’isola distante un chilometro e mezzo dalla costa, sembrava imprendibile.

Alessandro dichiarò guerra alla città che non voleva assecondare i suoi desideri, ma dovette riunire lo stato maggiore dell’esercito per illustrare tanto i pericoli che avrebbe comportato il lasciarsi dietro una città nemica, che i vantaggi di una conquista. Infatti, in caso di vittoria l’ultima base navale disponibile per i Persiani sarebbe caduta, e i Fenici avrebbero spontaneamente consegnato le flotte che erano ancora con Farnabazo e Autofradate. L’assemblea militare, approvò la decisione del Re e per i sette mesi successivi le forze Macedoni furono impegnate davanti a Tiro nell’episodio più lungo, e sanguinoso della campagna. Un lungo molo fu costruito nel tentativo di collegare l’isola alla terraferma e di consentire alle macchine d’assedio di accostarsi alle mura. I Tirii mandarono parte delle loro mogli e figli nella loro colonia occidentale di Cartagine, e resistettero con incredibile determinazione agli attacchi Macedoni, distruggendo con un barchino incendiario parte delle torri lignee erette a sua difesa. Intanto si avverava quanto Alessandro aveva sperato: alla notizia della resa delle città Fenicie e dell’assedio di Tiro, tutti i comandanti Fenici che militavano nella flotta Persiana defezionarono. Azemilco accorse con le sue navi per difendere la propria città, ma il Re di Sidone consegnò la sua flotta ad Alessandro, imitato da tutti i Re di Cipro e dalla città di Rodi, che mandò due navi.

Così si decise il destino della città assediata, perché la disponibilità della flotta fenicia e Cipriota consentì ai Macedoni di effettuare un blocco insuperabile intorno all’isola. I Tirii compirono prodigi di valore riconosciuti dagli stessi avversari e fermarono fino a Luglio avanzato l’esercito Macedone, finché la città non cadde d’assalto. Tutta la popolazione maschile, circa 8000 uomini, fu sterminata. Delle donne, dei bambini circa 13000 furono venduti schiavi. Alcuni abitanti, compreso il Re Azemilco trovarono scampo nel tempio di Melqart e furono risparmiati, mentre altri si fecero passare per Sidonii con l’aiuto dei veri Sidonii che militavano nel campo Macedone, salvando così la pelle. Alessandro sacrificò finalmente nel santuario di Eracle-Mekart; sicuramente mai atto di pietà costò così tanto sangue. In quel periodo ricevette nuove proposte di pace da parte della Persia. Questa volta Dario gli offriva 10000 talenti per il riscatto della sua famiglia, i territori a ovest del fiume Eufrate e la mano della figlia Statira, che Alessandro doveva già conoscere in quanto era prigioniera nel suo campo. Questa volta le offerte furono presentate al consiglio degli Eteri così com’erano e scatenarono un dibattito, così riferito da Arriano:
le proposte di pace vennero riferite nella riunione degli Eteri e secondo alcuni Parmenione avrebbe detto ad Alessandro che se egli fosse stato Alessandro a queste condizioni sarebbe stato soddisfatto ed avrebbe sospeso la guerra senza correre più alcun rischio in futuro. Ed Alessandro rispose che anche lui, se fosse stato Parmenione, avrebbe agito così, ma poiché era Alessandro avrebbe dato a Dario la risposta che appunto diede. Disse infatti di non aver bisogno delle ricchezze di Dario, né di accettare una parte invece di tutto il territorio, poiché le ricchezze e tutta la regione gli appartenevano; se lo desiderava avrebbe sposato la figlia di Dario anche se lui non gliel’avesse data in sposa. Se proprio Dario voleva ottenere benevolenza si recasse (come supplice) presso di lui.

In realtà secondo il punto di vista dei nobili Macedoni, di cui Parmenione era portavoce, la spedizione che doveva dare nuove terre da colonizzare e sfruttare, nonché posti di comando aveva pienamente raggiunto lo scopo. Se Alessandro avesse accettato gli accordi si sarebbe potuto finalmente procedere alla distribuzione dei terreni. Dal punto di vista della “vendetta” contro le guerre mediche e della liberazione dei Greci soggetti ai barbari i patti erano stati rispettati. Tuttavia Alessandro impose il suo punto di vista e fece respingere i patti: col nemico si doveva andare fino in fondo.

ULTIME LOTTE NELL’EGEO E IN ASIA MINORE (anno 332)

Mentre a Tiro il fronte rimase fermo per sette mesi, nell’Egeo le forze Persiane si battevano con sempre minore speranza contro i Macedoni. Anfotero ed Egeloco, che erano stati mandati da Alessandro ad allestire di nuovo la flotta, radunarono 160 navi, con le quali intrapresero una metodica conquista delle posizioni in mano agli avversari, che a causa della defezione della flotta Fenicia non potevano più tenere loro testa. A Tenedo e a Chio fu la stessa fazione filomacedone a ribellarsi e a chiamare i Macedoni. Farnabazo non riuscì a tenere la Troade ma provò a dare supporto ai suoi alleati in Chio, arrestando gli oppositori e restaurando il potere del tiranno Apollonide. Ma quando la flotta macedone cinse d’assedio la città, gli ufficiali Persiani e Greci non riuscirono a mettersi d’accordo sulla difesa, i Macedoni riuscirono a fare breccia nelle mura e con l’aiuto della fazione a loro favorevole, conquistarono la città.
Tutta la guarnigione persiana fu passata per le armi, 3000 mercenari Greci furono fatti prigionieri e arruolati nell’esercito vincitore, e 42 navi caddero in mano ad Egeloco. Farnabazo e i governanti filopersiani di Chio furono arrestati, anche se il primo riuscì a fuggire e a far perdere le proprie tracce. La potenza persiana Nell’Egeo fu cancellata dalla disfatta di Chio, che rese inevitabile la caduta di Cos- liberata da Anfotero- e di Mitilene; il comandante della guarnigione, l’ateniese Carete consegnò la città dopo essersi assicurato l’incolumità per sé e per i 2000 Persiani di guarnigione che non furono trucidati come a Chio. Eppure non pochi Greci speravano ancora di opporsi ai Macedoni con l’aiuto dei Persiani. Agide di Sparta aveva ricevuto subito dopo Isso un cospicuo finanziamento da Farnabazo e Autofradate, e iniziò a raccogliere mercenari tra i Greci scampati alla battaglia, con l’intenzione di formare un esercito e scatenare la ribellione della Grecia contro Antipatro.

Ne avrebbe potuti raccoglier molti di più se gran parte di questi soldati non avesse ceduto alle lusinghe del loro comandante Aminta e non si fossero recati in Egitto. L’intraprendente rinnegato macedone aveva deciso di ritagliarsi un proprio dominio personale in questo ricco paese, approfittando del fatto che il satrapo locale, Sabace era caduto in battaglia. Con la sua teppaglia si era impadronito di Pelusio, e poi di Menfi, millantando di essere venuto a governare in sostituzione del nuovo satrapo. In verità i Persiani erano stati abbastanza tempestivi da mandare un vero sostituto al satrapo caduto di nome Mazace, che riuscì a prevalere sui mercenari ribelli perché questi si diedero a saccheggiare la città di Menfi senza curarsi della reazione del presidio Persiano e degli Egizi.

I mercenari furono finalmente sconfitti e persero la vita, ma i disordini da loro creati resero impossibile a Mazace di organizzare una qualsiasi parvenza di governo in Egitto, mentre il già bassissimo prestigio Persiano nell’area venne ulteriormente sgretolato da questa vergognosa guerra intestina, svoltasi sulla pelle della popolazione.
Anche i Persiani scampati ad Isso riorganizzarono almeno in parte l’esercito, grazie alla collaborazione di Ariarate di Cappadocia, il cui dominio non era stato intaccato dall’avanzata macedone, e tentarono di attaccare i satrapi di Alessandro in Asia minore. La lotta si svolse in Licaonia e vide come protagonista Antigono Monoftalmo, satrapo di Frigia, che in tre battaglie sbaragliò gli eserciti nemici assicurando la regione al dominio macedone, mentre Calate emulava le sue imprese attaccando e conquistando per un breve periodo la Paflagonia, salvo esserne scacciato da Bas, dinasta della Bitinia, che affermò definitivamente l’indipendenza del regno.

L’ASSEDIO DI GAZA (Settembre-Ottobre 332)

Conquistata Tiro, cadute le ultime piazzeforti Persiane in Asia Minore e nel mare Egeo, respinti gli attacchi dei satrapi, Alessandro poteva già chiudere la partita con Dario, attaccandolo nel cuore dell’impero prima che riuscisse a riorganizzare il proprio esercito, ma scelse invece di deviare verso l’Egitto, attratto da quel paese misterioso in cui le divinità parevano davvero interagire con gli uomini. Ma trovò un ostacolo imprevisto lungo il cammino: la città-fortezza di Gaza che era situata nel meridione della Palestina lungo la via dell’Egitto, gli chiuse le porte in faccia. Il signore della città, un eunuco al servizio dei Persiani di nome Bati, decise e guidò la resistenza ad oltranza della popolazione. Il problema si presentava difficile per gli assedianti, perché la città sorgeva a sette chilometri dal mare in posizione dominante su un colle; in Palestina sorgevano numerose fortezze di questo genere, che avrebbero dato amare sorprese ai Romani durante la rivolta giudaica del 70 DC.

Alessandro fece costruire un terrapieno, sopra il quale portò le macchine d’assedio che già gli erano servite contro Tiro. Nondimeno l’impresa si rivelò molto più ardua del previsto; come gli abitanti di Tiro anche quelli di Gaza opposero una resistenza disperata, respinsero più volte l’attacco dei Macedoni, e riuscirono perfino a ferire Alessandro ad una spalla, mentre si esponeva in prima linea per ridare coraggio ai suoi soldati. Non era la prima ferita che il Re riceveva in battaglia, ma fu senz’altro una delle più gravi, per cui non poteva essere molto ben disposto con gli abitanti della città quando essa finalmente cadde. Bati e tutti i maschi furono uccisi, e le donne e i bambini venduti schiavi, mentre Gaza fu poi riedificata ripopolata con abitanti delle città vicine.

LA FONDAZIONE DI ALESSANDRIA (novembre 332-gennaio 331)

Quando Alessandro si presentò in Egitto, non solo non fu accolto da manifestazioni ostili, ma fu anzi considerato un liberatore. Se c’era un popolo con cui i Persiani non erano mai riusciti ad intendersi, questo era l’Egizio. I 700 talenti che il paese doveva versare ogni anno come tributo al Re erano una tassazione accettabile, ma la mancanza di tatto dei Persiani in materia di culti Egizi li espose all’odio della fanatica e bigotta popolazione locale. Alessandro sapeva invece perfettamente con che gente aveva a che fare, e per prima cosa rese omaggio al Toro Apis, e subito dopo accettò di essere incoronato Faraone dell’alto e del basso Egitto a Menfi. Ad uso del popolo Egizio fece circolare la storiella che Nectanebo, l’ultimo faraone indigeno cacciato da Artaserse III nel 343, era andato sotto mentite spoglie alla corte macedone, dove, assunto grazie alla magia l’aspetto del Dio Ammone, aveva reso incinta Olimpiade di Alessandro. Da questo nucleo propagandistico sarebbe poi nato il romanzo dello Pseudo-Callistene, che molto doveva contribuire all’immagine di Alessandro come eroe semi-divino.

L’Egitto che Alessandro trovò al suo arrivo era una nazione chiusa in sé stessa, che commerciava poco o punto col resto del Mediterraneo e che tollerava la presenza di mercanti stranieri Greci nella piccola città di Naucrati, dove avevano a disposizione alcuni fondaci, ma non un porto degno di questo nome. I Persiani, non volevano che i Greci commerciassero troppo liberamente con l’Egitto, perché volevano proteggere i mercanti fenici, che avevano il monopolio dei commerci nel levante. Ma ora che Tiro era caduta, il grande monopolio fenicio sulle rotte commerciali venne infranto ed essi non furono meno perdenti di Dario in questa guerra. Si trattava di aprire l’Egitto ai Greci- ma non solo a loro- dotandolo di un grande porto sulla costa Mediterranea. Con l’occhio clinico del grande fondatore di città Alessandro seppe valorizzare un luogo apparentemente inospitale alla foce del braccio occidentale del delta del Nilo, su un sottile tombolo terroso, tra il Mare e la palude Mareotide. In questo luogo, prospiciente all’omerica isola di Faro venne fondata Alessandria, nel Gennaio del 331. Più che le sue sanguinose ed effimere conquiste militari, la storia deve ad Alessandro Magno la fondazione di quella che sarebbe divenuta la capitale economica e culturale del Mondo Greco.

In verità Alessandro diede soltanto il là ai lavori che furono poi proseguiti da una squadra di architetti al comando di Dinocrate, che concepì e tracciò la pianta secondo criteri rigorosamente geometrici. Due principali assi viari, disposti a croce formavano l’ossatura della città, uno da est a ovest, detto via Canopica e uno da nord a sud. Erano larghi entrambi oltre 30 metri, una larghezza raramente toccata anche dalle strade moderne. Altre sei arterie parallele fiancheggiavano la Via Canopica, mentre 15 traverse giungevano fino al mare. Anche in questa occasione venne tracciato un molo che collegava la terraferma all’isolotto di faro; la scienza e l’ingegneria che avevano reso possibile la costruzione del molo di Tiro per scopi militari, furono qui impiegate per un’opera di pace. La costruzione che avrebbe preso il nome di eptastadion dalla sua lunghezza, dividendo il braccio di mare in due parti, garantiva che almeno uno di essi fosse sottovento, e consentisse quindi facilità di approdo alle navi provenienti dal Mediterraneo, mentre l’isola di Faro costituiva un potente frangiflutti contro le tempeste. Alessandro si trattenne troppo poco tempo in Egitto per poter vedere la crescita della sua città, che divenne veramente grande sotto Tolemeo I, sotto cui sarebbe stato scavato il canale del Nilo, e costruiti l’acquedotto, la biblioteca e il faro.

IL FIGLIO DI AMMONE

Il religioso Alessandro non poteva mancare di visitare l’oracolo di Ammone, che sorge nel deserto Libico presso l’attuale oasi di Siva, che riceveva visitatori ed offerte fin dall’antichità ed era degnato dai Greci di una considerazione quasi al pari a quella di Delfi. Alessandro, secondo la tradizione, prese una strada abbastanza inconsueta e poco frequentata, che partiva da Paretonio, sulla costa libica per proseguire a sud fino al tempio. Il viaggio da semplice pellegrinaggio si trasformò in un’avventura perché le guide persero la strada e il Re col suo seguito rischiò di trovarsi intrappolato nel deserto. Ma Ammone non poteva abbandonare il nobile ma imprudente pellegrino, e secondo plutarco mandò una pioggia abbondante – fenomeno improbabile nel deserto, ma non impossibile dato che si era in pieno inverno- e in seguito due corvi a indicare la strada giusta. Questa storiella fu raccolta per la prima volta dal filosofo Callistene, che seguiva la spedizione come storico ufficiale, e, credibile o no, raggiunse la nostra epoca.

Giunto finalmente presso l’oracolo Alessandro ricevette alcune interessanti rivelazioni circa la sua nascita e il suo destino, che pur rimanendo ufficialmente segrete, presero ben presto a circolare, e furono via via rivelate da Alessandro. Il profeta di Ammone lo aveva salutato come figlio e gli aveva concesso il dominio del mondo: Per la cultura Egizia era un fatto estremamente naturale; il faraone era per forza una incarnazione di Horus, e quindi figlio di Ammone, ed era lui stesso venerato come Dio dal popolo. La conferma da parte di un riconosciuto santuario di questa divinazione doveva solo rafforzare l’autorità del sovrano macedone nei confronti di un popolo a lui estraneo e sul quale doveva trovare altro modo di governare che non seguendo il diritto di conquista. Ma l’identificazione fatta dai Greci tra Zeus e Ammone implicava che Alessandro era anche figlio di Zeus. Tutta la pubblicità data dal sovrano macedone a questo viaggio, la descrizione dettagliata dei prodigi che l’accompagnarono fatta dal suo scrivano Callistene, e il parallelo con i pellegrinaggi al tempio di altri figli di Zeus, come Eracle e Perseo incoraggiavano anche i Greci a considerarlo figlio del Dio.

Tutto ciò non era senza conseguenza politiche. Alessandro in quanto condottiero della lega Ellenica e Re costituzionale Macedone aveva certi diritti e poteri, come figlio di Zeus aveva diritto a ben altri onori. La faccenda doveva in seguito irritare i Macedoni, soprattutto i più anziani perché chiamarsi figlio di Ammone implicava la messa da parte di Filippo, che ancora era venerato da costoro, e giustificava le azioni del Re tese ad avere un maggior poter rispetto ai nobili che l’avevano eletto.
L’irritazione ancora maggiore per i Macedoni dovette venire dalle decisioni di Alessandro riguardo all’amministrazione della nuova provincia. Invece di un satrapo sul modello Persiano, Alessandro nominò due governatori civili indigeni, Petisi e Doloaspi, mentre l’amministrazione delle finanze fu data ad un Greco del luogo, Cleomene di Naucrati. Ai Macedoni e Greci al seguito del suo esercito furono assegnate le cariche militari ma non il governo civile: Peuceste, figlio di macerato, Balacro figlio di Aminta erano personaggi non certo di primo piano, ed a loro furono assegnati i 4000 uomini di guarnigione. A nessuno dei nobili più in vista e maggiormente avidi di terre fu concesso un territorio o una lucrosa carica governativa. L’Egitto venne così a diventare un possesso di Alessandro, amministrato da locali di fiducia o da persone di basso profilo per conto del monarca, mentre la nobiltà macedone non vi guadagnò nulla. Per il momento non sorsero ancora contrasti aperti tra il re e i suoi ufficiali, anche se il fuoco stava cominciando a covare sotto la cenere..

DA TIRO AL TIGRI (marzo-settembre 331)

La guerra contro Dario non poteva più essere rimandata: il Gran Re aveva avuto quasi due anni di tempo per racimolare un nuovo esercito dopo il disastro di Isso, che non era meno grande di quello perduto. Intanto i problemi di governo si accavallavano a quelli militari: la popolazione di Samaria aveva accolto il governatore macedone bruciandolo vivo, i tiranni filopersiani di Chio e Lesbo, dovevano essere giudicati, la città di Rodi, che era stata presa ai Persiani, reclamava che la guarnigione Macedone se ne andasse, e soprattutto Agide di Sparta aveva aperto le ostilità in Grecia ed era sbarcato persino a Creta, per reclutare altri mercenari oltre a quelli che possedeva già.
Alessandro fece tappa a Tiro, raggiunta nella Primavera del 331 e, ancora una volta sacrificò a Eracle – Melqart.

In questo periodo prese alcune decisioni di natura politica e amministrativa: per contrastare la mossa di Agide su Creta impartì ordine alle flotte cipriote e fenicie, ancora ancorate nei porti della città, di fare vela verso Creta e di unirsi alle forze navali Macedoni al comando di Anfotero; per ingraziarsi gli Ateniesi restituì loro i prigionieri che erano stati presi al Granico tre anni prima e infine procedette ad un completo riordino amministrativo dell’Asia Minore. Ai suoi ordini aveva di nuovo il tesoriere Arpalo, che probabilmente gli suggerì di applicare anche nel resto del suo dominio la figura dei collettori di tributi. Per la Siria, Fenicia e Palestina fu scelto Cerano di Berea, mentre per l’Asia Minore il posto andò a Filosseno. Nearco fu ora promosso satrapo di Licia, e delle regioni per la verità non ancora del tutto sottomesse di Panfilia e Pisidia. Menandro divenne satrapo di Lidia e Asclepiodoro della Siria. Ad Alessandro, grazie all’apporto di nuovi contingenti di rinforzo dalla Macedonia, rimanevano ancora 40000 fanti e 7000 cavalieri, un esercito leggermente più numeroso di quello con cui era partito, ma ben poco in confronto a quanto era riuscito a organizzare il suo avversario.
Dario oltre ai Persiani della sua guardia reale e ad uno sparuto drappello di mercenari Greci fedeli, chiamò in aiuto i contingenti delle satrapie più orientali e remote;
lasciamo la parola ad Arriano:
"Erano accorsi in aiuto di Dario gl’Indi confinanti coi Battriani, gli stessi Battriani e i Sogdiani, tutti agli ordini di Besso satrapo di Battria. Li seguivano anche i Saci, una popolazione scitica appartenente agli Sciti che abitano l’Asia (In questo caso si parla degli Sciti del Turkestan, a nord del fiume Iassatre), non perché sottoposti a Besso, ma perché alleati di Dario. Li conduceva Mauace ed erano arcieri a cavallo. Barsente, satrapo dell’Aracosia, guidava gli Aracoti e gl’Indi detti montani e Satibarzane gli Arii di cui era satrapo;Frataferne conduceva Parti, Ircani e Topiri, tutti cavalieri, ed Atropate i medi, cui si aggregarono Cadusi, Albani e Sacesini. Orontobate, Ariobarzane ed Orsine guidavano le popolazioni del Mar Rosso. Gli Uxi ed i Susiani avevano come comandante Ossatre figlio di Abulite e Bupare comandava i Babilonesi, coi quali erano schierati i Carii esuli ed i Sittaceni, mentre gli Armeni obbedivano ad Oronte e Mitrauste, Ariace (forse una contrazione per Ariarate), i Siriani della Celesiria e della Siria tra i fiumi (qui Arriano intende la mesopotamia settentrionale) a Mazeo. Si diceva che tutto l’esercito di Dario fosse costituito da circa quarantamila cavalieri, da un milione di fanti, da duecento carri falcati e da non molti elefanti, una quindicina, che avevano gl’Indi.

Questo colossale esercito marciò tenendo a est il Tigri e arrivò in Assiria, un centinaio di chilometri a nord di Arbela presso un luogo chiamato Gaugamela che in traduzione significa “pascolo del Cammello. Il luogo era una pianura polverosa, con modestissime asperità che i Persiani fecero opportunamente livellare per non creare fastidi alle loro manovre, attraversata dal fiumiciattolo Bumelo, utile per abbeverare l’esercito ma che non costituiva un elemento importante del campo di battaglia.
Le cifre fecero sempre discutere gli storici antichi e moderni. Quelle di Arriano non sono mai state accettate in quanto fuori da ogni logica. Anche ammesso che fosse possibile radunarli in qualche luogo prestabilito per una battaglia, e poi scioglierli dopo la battaglia, non si vede come i vivandieri, gli addetti ai rifornimenti potessero dar da mangiare a così tanta gente. Il Romano Curzio Rufo abbassò il totale a 45000 cavalieri e 200000 fanti e questo totale è stato più o meno accettato dagli storici.
Il reale valore di un esercito così eterogeneo e poliglotta è stato pure molto dibattito. Per certo i contingenti e gli ufficiali più validi e fedeli erano stati annientati nelle due precedenti battaglie e l’esercito Persiano aveva in questo momento più uomini ma meno soldati di quello avversario. In verità i contingenti che valevano qualcosa erano i Battriani, gli Sciti e quasi tutta la cavalleria, mentre l’unica fanteria che potesse tenere testa ai Macedoni era quella dei mercenari Greci. Tutto il resto faceva “numero”.

Ma quello che contava era la “testa” dell’esercito. Re Dario aveva avuto fama di essere un buon comandante, ma la prova data sul campo era stata fallimentare, ed è sorprendente che gli ufficiali Persiani non lo avessero deposto e sostituito con qualcun altro dopo Isso. In verità Dario aveva avuto sentore che tanto nell’addestramento, nell’armamento e nella manovrabilità le sue truppe erano inferiori, e qualcosa fece per rimediare a quelle che riteneva le cause della sconfitta: scelse un campo di battaglia in uno spazio aperto, dotò la cavalleria di lance e di scudi per fronteggiare quella Macedone e Tessala, e decise di impiegare come arma risolutiva i carri falcati, nonostante che già da molti anni non fossero più in uso, in quanto le fanterie addestrate sapevano bene come fronteggiarli.
Intanto alla fine di Agosto Alessandro giunse davanti all’Eufrate, mise in fuga con la sua sola presenza le truppe del satrapo Mazeo, che era stato incaricato dal comando persiano di ritardarne l’avanzata, e diede modo ai genieri che già da alcuni mesi stavano lavorando per gettare un ponte sul fiume, di completare l’opera. In due settimane Alessandro percorse la distanza che lo separava dal Tigri; gli esploratori lo avvertirono che Dario attendeva in Assiria dall’altra parte del fiume, ed era fermo nel punto che aveva stabilito per lo scontro.

GAUGAMELA 19 Settembre –1-Ottobre 331

Il passaggio del Tigri ancora una volta non fu contrastato. Eppure il guado era estremamente difficile perché il fiume era ingrossato da piogge fuori stagione ed aveva in quel punto una corrente tumultuosa. Curzio afferma che anche il modesto contingente di cavalleria di Mazeo avrebbe potuto fare gravi danni all’esercito macedone se l’avesse colto in mezzo al guado, ma il satrapo non contrastò in alcun modo il passaggio, lasciandosi poi coinvolgere in uno scontro di cavalleria con i prodromi e i peoni, che avevano già avuto il tempo di schierarsi e che respinsero il suo assalto. Alessandro lasciò riposare il suo esercito per quattro giorni. Durante la sosta, nella notte tra il 20 e il 21 Settembre, avvenne una eclissi di luna ricordata negli annali e 11 giorni dopo, il 1° Ottobre gli eserciti si scontrarono per l’urto decisivo. La battaglia fu lunga, sanguinosa e pure confusa; dato che non ci sono due fonti che la descrivano allo stesso modo, mi limito a narrarne i pochi fatti accertati. Dario aveva allargato le ali del suo esercito in modo da avvolgere entrambi i fianchi avversari con la propria cavalleria, mentre al centro aveva disposto i carri falcati per caricare la falange e romperne il fronte.

Alessandro invece dispose l’esercito nel solito modo, lasciò a Parmenione l’ala sinistra con i cavalieri Tessali, dispose la falange al centro e schierò se stesso con gli Eteri, gli Agriani, gli arcieri e i cavalieri leggeri alla destra. Entrambe le ali furono flesse all’indietro per proteggere i fianchi della fanteria, mentre dietro la prima linea della falange ne aggiunse un’altra con la fronte rivolta in senso opposto. In tal modo l’esercito formava una specie di rettangolo, offrendo in qualsiasi punto la fronte al nemico. La cavalleria persiana attaccò all’ala destra; Battriani e Sciti si scontrarono contro i Peoni e i mercenari di Alessandro; i carri si scagliarono sia contro i cavalieri Eteri di Alessandro che contro la falange, ma i loro guidatori furono ammazzati dagli arcieri e dagli Agriani, mentre i falangiti aprirono le loro file per far passare i pochi carri superstiti, che furono catturati dagli staffieri e dagli scudati. All’ala sinistra Macedone la cavalleria Persiana agli ordini di Mazeo si batté con furore con quella tessala di Parmenione e la spinse indietro, mentre 3000 tra Sciti e Cadusi furono distaccati verso l’accampamento Macedone, in cui riuscirono ad entrare e dove giunsero quasi a liberare le principesse reali.

La battaglia stava quindi prendendo una china favorevole ai Persiani, ma Alessandro reagì con un colpo di genio. Notando che la cavalleria persiana stava accorrendo sempre più in massa contro i suoi cavalieri leggeri, lasciando scoperto il punto centrale dell’esercito persiano dove stava il suo avversario, radunò gli Eteri, li dispose a cuneo e caricò i melofori che circondavano il carro di Dario. La guardia reale persiana si squagliò sotto l’attacco e lo stesso Gran Re fuggì in preda al panico, consegnando così per la seconda volta la vittoria al rivale. Alessandro dopo aver inseguito invano Dario per un lungo tratto, effettuò una conversione per portare aiuto alla propria ala sinistra in difficoltà e si scontrò con un contingente misto di Parti, Persiani e Indi che stava ritirandosi e che cercò di aprirsi la strada proprio attraverso il suo squadrone. Nello scontro terribile morirono ben sessanta Eteri Macedoni e rimasero feriti, Efestione, Ceno e Menida, ma alla fine Alessandro prevalse, e arrivò in soccorso di Parmenione, scoprendo per altro che non c’era più bisogno di un suo intervento; i contingenti Battiani, Sciti e i cavalieri di Mazeo, avendo saputo della fuga di Dario si erano disimpegnati dalla battaglia.

Gaugamela segnò la sconfitta definitiva del Re di Persia. Le perdite subite in battaglia dal suo esercito erano state gravi, anche se i reparti migliori questa volta si erano salvati sganciandosi in tempo, ma, in aggiunta, aveva perso ogni prestigio presso i suoi subordinati. Essi avevano combattuto fedelmente accanto al Re, ma ora che questi era fuggito nel pieno dello scontro non si sentirono più vincolati ad obbedirgli. Ciascun satrapo reagì in modo diverso; vi fu chi rinunciò alla lotta come Mazeo, chi decise di difendere i propri territori fino all’ultimo, come Ariobarzane, e chi, come Besso, conservò un’apparente obbedienza per nascondere l’imminente tradimento, ma nessuno avrebbe più combattuto in nome suo.

L’ENTRATA A BABILONIA- SCONFITTA DI SPARTA (novembre 331)

Alessandro riprese ad inseguire il fuggitivo Re Persiano, ma dovette arrestarsi davanti al fiume Lico (l’odierno Zab) per il sopraggiungere della notte. Dario non cercò di proteggere il cuore dell’impero, ma si rifugiò oltre la catena degli Zagros, nell’attuale Iran dove raggiunse Ecbatana, usata come residenza estiva da molti suoi predecessori. Lungo la strada trovò i cavalieri Battriani di Besso e fu raggiunto dai propri Melofori e dagli ultimi 2000 mercenari Greci che fino all’ultimo difesero la sua causa. Scrisse ancora una vana lettera agli altri satrapi chiedendo di mandargli altre truppe per difendere il suo trono; vedremo più tardi con quali risultati L’esercito Macedone si diresse a babilonia, lasciata indifesa dal satrapo Mazeo, che si consegnò al Re macedone. Anche qui la popolazione festeggiò l’arrivo di Alessandro, dal momento che i Persiani si erano comportati molto duramente con la popolazione e il clero locale. Subito Alessandro diede ordine di ricostruire l’ E-Sagila, il santuario del Dio babilonese Bel-Marduk, distrutto in occasione di una precedente rivolta avvenuta sotto Serse I (486-466).

Mazeo fu confermato satrapo di Babilonia e poté pure battere moneta, anche se Alessandro si premurò di assicurarsi la sua fedeltà con una guarnigione Macedone. A Babilonia Alessandro apprese della sconfitta e della morte di Agide di Sparta, l’ultimo alleato di Dario in terra ellenica. Gli Spartani avevano commesso l’errore di scatenare la guerra quando ormai non potevano avere più nessun aiuto da parte dei Persiani; guadagnarono anche alcuni altri stati minori della Grecia alla loro causa, ma Atene non si mosse, e Megalopoli, Argo e Messene rimasero irriducibilmente ostili. Quando Antipatro scese nel Peloponneso con un esercito costituito dai contingenti della Lega Ellenica, Agide non poté fare altro che accettare un confronto impari davanti a Megalopoli e cadere da vero Re Spartano di fronte alle falangi vittoriose. La battaglia fu piuttosto sanguinosa in quanto ben 5300 Spartani e mercenari e 3500 soldati della Lega rimasero sul campo. Antipatro usò moderazione nella vittoria, pretese 50 ostaggi dagli Spartani e rimise il giudizio della città sconfitta ad Alessandro.

LA CADUTA DELL’IMPERO (Gennaio –Primavera 330)

Il satrapo di Susa, Abulite decise di imitare il gesto di Mazeo e consegnò la propria città e le ricchezze in essa contenute ad Alessandro, che in cambio gli conservò la satrapia, anche qui in compagnia di un cospicuo presidio macedone. Nelle mani dei vincitori finirono senza colpo ferire di 50000 talenti d’argento, una cifra immane, e pure di parecchio bottino di guerra razziato dai Persiani ai Greci durante le guerre di Serse, tra cui le famose statue dei tirannicidi Armodio e Aristogitone. Finalmente fu scaricato a Susa l’ingombrante seguito della famiglia reale di Dario, che seguiva in prigionia l’esercito fin dai tempi di Isso. Con l’occupazione di Susa e dei dintorni, tutta la pianura mesopotamica era stata tolta ai Persiani, ma al di là degli Zagros si celava la città di Persai o Persepoli, la culla della civiltà Persiana da cui erano partiti oltre 230 anni prima i contingenti di Ciro, il fondatore dell’impero. I Macedoni oltrepassarono il fiume Pasitigri, l’odierno Karoun ed penetrarono tra i primi contrafforti dello Zagros, trovando immediatamente resistenza nelle popolazioni montanare degli Uxi, che pretendevano di far pagare il pedaggio a chiunque passasse di lì, non importa se Gran Re persiano o conquistatore Macedone.

Il passo che occupavano cadde per aggiramento grazie ai soliti montanari Agriani, e la popolazione fu ridotta alla mercé di Alessandro, che ordinò di risparmiarla. Approssimandosi alla Persia vera e propria, Alessandro divise il proprio esercito in due parti; mandò Parmenione con le truppe al suo comando – i Tessali e i greci mercenari di cavalleria e fanteria – lungo la via carovaniera che congiungeva Susa a Persepoli, mentre egli, con i fanti Macedoni, gli Eteri e gli Agriani si accinse a forzare il passo delle porte Susiane, identificato con il Tang –Rash kan- alto oltre 2500 metri. Qui lo stava aspettando Ariobarzane, satrapo di Persia che tentò l’ultima resistenza nazionale davanti all’invasore. Ed ebbe successo. I Persiani accolsero le truppe avanzanti con una valanga di macigni e costrinsero l’esercito invasore a ritirarsi di parecchi chilometri. La postazione era imprendibile con un assalto frontale, e Alessandro si trovò davanti alla prospettiva di ritirarsi e riconoscere la sconfitta, o incaponirsi a passare, col rischio di rimanere bloccato in montagna in pieno inverno. Per sua fortuna il servizio di informazioni riuscì a procurare una guida affidabile, e i montanari Agriani, avvezzi a combattere su tutti i terreni montagnosi guidarono gli altri reparti lungo i sentieri tortuosi attraverso i quali i Macedoni riuscirono ad aggirare le truppe di Ariobarzane.

Attaccato alle spalle anche questo presidio fu travolto, e la via per Persepoli aperta, mentre il satrapo sfuggì a stento alla cattura. Alessandro entrò nella patria dei Persiani senza incontrare resistenza, ma qui si ricordò che era venuto fin lì per vendicare i torti subiti dai Greci durante le guerre Persiane. Nonostante che i danni finora fatti compensassero abbondantemente quelli subiti dalla Grecia in duecento anni di rapporti con i Persiani, e che i Greci stessi avessero difeso con passione il trono di Dario, Alessandro decise di impersonare il ruolo di vendicatore della grecità e lasciò la città al saccheggio della soldataglia. Gran parte degli abitanti perse la vita durante le violenze e le devastazioni che durarono per giorni, e infine anche il palazzo reale- all’inizio risparmiato per consentire una ordinata spoliazione dell’immenso tesoro reale ivi custodito- fu dato alle fiamme. Arriano riferisce che fu una decisione meditata di Alessandro; Diodoro, Curzio e Giustino parlano di una impulso estemporaneo del Re, ubriacatosi in un festino dionisiaco al punto da prestare ascolto ai consigli di Taide, una prostituta Ateniese al seguito dell’esercito, che intendeva “vendicare” la distruzione dei templi Ateniesi avvenuta cento cinquanta anni prima. In ogni modo l’incendio di Persepoli mise la parola fine all’impero Persiano. Il palazzo fu consumato dalle fiamme ma non completamente distrutto, e grazie al fatto che il sito non fu più ripopolato, rimase a disposizione degli archeologi moderni con le sue sculture e i mosaici ancora in ottime condizioni. Ancora adesso è visitabile.

INSEGUIMENTO E MORTE DI DARIO (primavera-estate 330)

Rimanevano da regolare i conti con Dario, il cui inseguimento era stato trascurato dopo Arbela. Il Gran Re stava tentando di organizzare un esercito con i contingenti Battriani ancora intatti nella città di Ecbatana. Con una leggendaria marcia forzata Alessandro coprì i 700 chilometri di strade impervie tra Persepoli ed Ecbatana in soli 44 giorni, soltanto per scoprire che Dario non era più lì. Questi con un contingente ormai sparuto aveva varcato le Porte Caspiche, e si era diretto in Partia.
Ad Ecbatana Alessandro prese l’importante decisione di congedare i suoi alleati greci, i Tessali che gli avevano reso tanti servigi in battaglia e gli altri contingenti della Lega di Corinto. Con la caduta di Persepoli la crociata contro i Persiani aveva esaurito il suo scopo, e la smobilitazione dei contingenti della Lega fu l’atto simbolico che ne decretò la fine.
Da Ecbatana in poi Alessandro non fu più il comandante della lega ellenica, e nemmeno un qualsiasi condottiero macedone in cerca di terre e bottino, ma il “legittimo” erede di un impero, conquistato sul campo due volte. A Parmenione con una parte dell’esercito, fu affidato l’incarico di marciare verso il mar Caspio e sottomettere i Cadusi, possibili alleati di Dario, mentre a Arpalo ebbe in custodia il tesoro di Persepoli, custodito ora nella rocca di Ecbatana.

Con sé Alessandro prese gli Eteri, i cavalieri prodromi, gli Agriani e la fanteria leggera e continuò l’inseguimento di Dario. Undici giorni dopo, a Rage venne a sapere dal figlio di Mazeo, che aveva disertato, che Dario era stato preso prigioniero dai suoi Satrapi, Satibarzane e Besso e si trovava oltre le Porte Caspiche. Alessandro proseguì ancora, instancabilmente, lasciando indietro pure parecchi dei suoi stessi uomini, perché voleva la cattura del Gran Re e la legittimazione del “passaggio di consegne”. Invece, dopo un inseguimento sfibrante in cui percorse anche quaranta chilometri in una notte, non trovò altro che il cadavere del suo sfortunato avversario, ucciso e abbandonato dai suoi stessi uomini: la sorte inevitabile dei Re decaduti! Al suo vittorioso avversario non rimase altro che fargli solenni funerali e seppellirlo nelle tombe dei suoi antenati. La morte di Dario rappresentava un deciso spartiacque nella spedizione di Alessandro. La difficile epoca della lotta e della conquista era finita, ma si apriva quella, ancora più onerosa dell’amministrazione dell’impero che aveva ereditato sul campo. I suoi uomini avevano combattuto per lui per danaro, terre e onori, ma lo consideravano poco più di un comandante militare con qualche potere politico. Lo avrebbero accettato nella nuova veste di Gran Re ? Inoltre il suo potere non si estendeva che nelle provincie che ava già conquistato. Le satrapie orientali si erano rese indipendenti sotto i governatori locali, la lotta per la loro conquista appariva durissima, e non pochi dei suoi soldati e ufficiali erano stufi di combattere. L’oro e i terreni fertili erano già stati conquistati, e oltre le erte cordigliere iraniche sembravano stendersi terre desolate e ostili.


Sarebbe riuscito l’erede di Dario a vincere le resistenze dei propri uomini
e indurli a continuare?


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( Alessandro Conti )

BIBLIOGRAFIA:
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