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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

ANNI 753 - 717 a.C 

ROMA ORIGINI
(secondo gli scrittori antichi)

REGNO DI ROMOLO 
(Latino - 1-37 Anno di Roma - 753-717 a.C. )
(da Tito Livio, Istorie)

Romolo prima di tutto fortificò il monte Palatino, dov’era stato allevato; sacrificò ad Ercole secondo il rito dei Greci, agli altri dèi secondo il rito degli Albani. Raccontano che Ercole, ucciso Gerione ne menasse in quei luoghi le vacche, ch’erano di meravigliosa bellezza, e che, cacciando la mandria dinanzi a sè, passato il Tevere a nuoto, ivi la fermasse in una spiaggia erbosa per ristorarla coi lieti pascoli e col riposo, e che, stanco della via, vi si coricasse egli stesso. E poichè, pieno di cibo e di vino, fu ivi oppresso dal sonno, un pastore che abitava in quei dintorni, detto Caco, di gagliardia ferina, preso dalla bellezza delle giovenche, disegnò di farle sua preda; ma, poichè, se avesse spinto l’armento in branco alla sua grotta, mandarle innanzi, le orme stesse avrebbero guidato colà il padrone in cerca; adocchiate le mucche più cospicue per bellezza, ve le trasse per la coda a ritroso. Ercole, svegliatosi sul far del giorno, riscontrato con uno sguardo l’armento, e accortosi che ne mancava una parte, si avviò alla vicina spelonca per vedere se le pedate a caso guidassero ad essa: ma, scoperto che erano tutte rivolte all’infuori e conducenti verso una stessa parte, confuso e perplesso, si consigliò di menare l’armento lontano da quei luoghi insicuri. Ma alcune vacche nell'allontanarsi mugghiarono, come succede, per il desiderio delle rimaste, e il mugghio delle rinchiuse che rispondevano dalla spelonca avverti Ercole. Caco, si provò a fermarlo con la forza, mentre quello veniva alla spelonca, ma colpito dalla sua clava e vanamente invocando il soccorso dei pastori, cadde morto.

Proprio in quel tempo Evandro, profugo del Peloponneso, reggeva quei luoghi più col credito che col comando: uomo venerabile per l’arte meravigliosa della scrittura, cosa nuova fra quei popoli ignari di ogni arte; più venerabile ancora per la creduta divinità di Carmenta sua madre, che, dicendo la sorte, aveva stupefatto molto quelle genti. Evandro medesimo, scosso allora dai pastori accorrenti in folla attorno allo straniero manifestamente reo di omicidio, poichè ebbe inteso il fatto e la cagione di esso, fissandosi in quel contegno, in quella figura aitante e maestosa ben più dell’umana, gli domandò chi egli fosse. Appena ne intese il nome, la patria e il genitore, disse: "O Ercole figlio di Giove, io ti saluto. Ben mi annunziò la madre mia, verace interprete degli Dèi, che tu accresceresti il numero dei Celesti e ti sarebbe dedicata un’ara in questo luogo, che Ara Massima avrebbe il nome un dì dal più possente popolo della terra, e di rito speciale onorata";  Ercole, portagli la destra, rispose che accettava l'augurio, e che compirebbe i destini, innalzando l’ara e consacrandola. Questo fu fra i tanti il solo rito straniero che Romolo accogliesse. 

Compiuta secondo i riti la sacra cerimonia, Romolo convocò la gente in assemblea; e, poiché non altro che le leggi potevano ridurla ad unità di popolo, gliele dettò; e, persuaso che quella razza di uomini robusti solo allora le avrebbe rispettate quando si fosse reso egli stesso più temibile con le insegne del comando, accrebbe in tutto la maestà della sua persona, ma specialmente col prendersi a guardia 12 littori. Vi è chi pensa che egli scegliesse un tal numero dagli uccelli che gli avevano annunziato il regno. Io non mi pèrito di seguire il parer di coloro che credono essere questa guardia  presa dagli usi degli Etruschi (da cui si imitò anche la sedia curiale e la toga potestà) o per le guardie e per il loro numero; certo è che questo numero ebbero anche gli Etruschi, poichè i dodici popoli che essi erano, si erano dati in comune un re, e ognuno aveva un littore. 

Si ingrandiva intanto di fabbricati la città, occupando questo e quel luogo, e si edificava più per la speranza che sarebbe cresciuta la popolazione, che non per gli abitanti che vi erano allora. Indi, perché non fosse vana l’ampiezza del gran recinto, Romolo, alfine di moltiplicar abitanti, aprì un asilo nel sito che ora a chi scende dai due luchi (luci erano chiamate le due dime del Campidoglio coperte di boschi) ) è chiuso da siepe; seguendo così l’antica usanza dei fondatori di città, che, invitando presso di loro turbe oscure, poi spacciavano che la loro città era nata spontaneamente dalla terra. 
Si ricoverarono, dai Paesi d’intorno, ogni sorta di gente avida di cose nuove, senza distinzione di libero o di servo; e questo fu il primo gruppo della incipiente grandezza di Roma. E già, non scontento delle sue forze, ad esse aggiunse un Consiglio: elesse cento Senatori, sembrando che tal numero bastasse; o che soli cento fossero atti ad esser Padri. Padri certo poi furono questi chiamati in segno di onore, e "patrizia" la loro discendenza. 

Era oramai cresciuto lo stato di Roma a tanta forza, che poteva tenersi al pari con qualunque delle città confinanti; ma tale grandezza per mancanza di donne, avrebbe forse durato non oltre l’età di un uomo, non avendo i Romani (per mancanza di donne) speranza di prole. Romolo allora, per consiglio dei Padri, spedì legati alle genti d’intorno, a chiedere alleanza e parentela con questo nuovo popolo, dicendo che le città, come tutte le altre cose, sorgono da bassi principi; m apoi quelle si levano a grande potenza ed a grande fama, cui sovvengano i Numi ed il proprio valore. 

Ben si sapeva che alle origini di Roma gli dèi presiedettero e la virtù non sarebbe mancata. Ma per il grave pericolo di mescolare, uomini con uomini, il sangue e la schiatta, non fu ben accolta in alcun luogo la legazione: tanto da un lato li disprezzavano, tanto dall’altro temevano  per sè stessi e per i loro posteri l’ingrandirsi di quel nuovo popolo in mezzo a loro. Parecchi, nell’atto di congedarli li interrogavano perché non avessero aperto un asilo anche per le femmine, così si sarebbero meglio assortite le nozze. Molto male la gioventù romana soffrì lo scherno, e la cosa cominciò a volgersi alla violenza in modo manifesto. 

Volendo Romolo procurar luogo e tempo opportuno, dissimulando il rancore, allestì, con il proposito, i giuochi annuali di Nettuno Equestre, e li chiamò Consuali. Fece indi bandire lo spettacolo ai popoli confinanti, e vi si pose il maggior apparato che si sapesse o si potesse fare a quei dì, per far la cosa molto pomposa e degna di aspettative. Gran folla vi attrasse e in modo particolare i più vicini, come i Ceninesi, i Crustumini, gli Antennati, mossi anche dalla curiosità di vedere la nuova città. Ed ecco tutto il popolo dei Sabini con le mogli e coi figli. Invitati ospitalmente per le case, veduto il sito, le mura e la città fitta di fabbricati, non si davano pace del come in così breve tempo Roma si era così tanto ingrandita. Venuto il momento dello spettacolo, mentre gli animi e gli occhi erano ad intenti a queli, scoppiò, di concerto, la violenza; e, dato un segnale, i giovani romani correvano chi qua e chi là a rapir le donzelle. Le più ambite furon rapite dal primo cui s’avventava su di esse; di rara bellezza, destinate ai più autorevoli fra i Padri,  condotte alla loro casa da uomini della plebe a ciò comandati. Scompigliato lo spettacolo dalla paura, fuggiti mesti i genitori delle donzelle, imprecando alla violazione dei diritti di ospitalità ed invocando il dio, alla cui festa e ai giuochi erano intervenuti, perché traditi sotto il manto della religione e della fede. Nè avevano le rapite uno sdegno minore o una speranza di sè; se non che Romolo girava intorno di persona, dicendo a loro che per l’alterigia dei padri questa spiacevole cosa era avvenuta; che i loro padri avevano negato di apparentarsi con i vicini; ma promettendo a esse che sarebbero quando fatte spose la comunione di tutti i beni, di tutti i diritti, e (ciò non ha l’umano genere più dolce cosa) della figliolanza; purchè mitigassero l’ira, e concedessero il cuore a coloro, alla cui la sorte aveva concesse le persone. Si era visto  sovente amore nascer da ingiuria, ed esse avrebbero mariti tanto migliori in quanto che ciascuno, compiuta la parte del dover suo, si adoprerebbe per essere buon genitore e buon uomo di patria. Si aggiunsero a queste parole le carezze degli sposi, che scusavano il fatto con la passione e l’amore, un modo questo di pregare efficacissimo a un cuor di donna. E già le rapite si erano del tutto rassegnate; se non che i loro genitori in arnese di lutto, piangenti  eccitavano i concittadini. Nè contenevano in patria gli sdegni loro, ma d’ogni parte si stringevano intorno a Tito Tazio re dei Sabini, e a lui, che altissima fama aveva in quelle contrade, convenivano ambascerie. I Sabini, subito  nulla fecero cedendo ad ira o a passione, ma assalirono prima di darne avviso o indizi. Si aggiunse all’accorgimento anche l’inganno. Spurio Tarpeo aveva in custodia la rocca di Roma. Tazio corruppe con l’oro sua figlia giovinetta, che per caso uscita fuor della cinta ad attingere acqua per i sacrifizi:  la convinse che accogliesse i suoi in armi entro la fortezza. Appena introdotti, essi poi fecero finta di soffocarla sotto gli scudi,  per far credere di aver presa la rocca con la viva forza e non con il tradimento della fanciulla..
 Si aggiunge al racconto che, usando i Sabini portare nel braccio maniglie di oro di gran prezzo, ed anelli gemmati di grande bellezza, la donzella avesse pattuito ciò che portavano nella sinistra, e ch’essi, invece degli aurei doni, le gettassero addosso gli scudi come ingrato ringraziamento. Comunque sia, tennero i Sabini la rocca, e il dì seguente, avendo l’esercito romano in ordinanza occupato tutto il piano tra il colle Palatino e il Capitolino, tardando quelli a scendere a valle,  i Romani, stimolati dall’ira e dalla voglia di ricuperare la rocca, incominciarono a salire l’altura. 
Mettio Curzio, condottiero dei Sabini, si mise a correr giù dalla rocca, e incalzava i Romani per tutto quanto era lo spazio del Foro, e non lontano dalla porta del Palatino, gridando: "Abbiamo vinto gli ospiti perfidi, i nemici imbelli; che non conoscono altro che rapir donzelle, altro che combattere come veri guerrieri".
 Mentre così Curzio e i suoi si magnificavano, Romolo gli fu sopra con un manipolo di giovani dei più baldi e in breve fu l'iniziò di un acceso scontro di armi 
Allora le donne sabine, il cui oltraggio aveva fatto nascere la guerra, con i capelli sparsi e stracciandosi le vesti, vinta la femminile timidezza, entrate dal fianco dei combattenti, osarono lanciarsi in mezzo ai giavellotti, a spartire le squadre nemiche, a spartire gli sdegni, scongiurando sia i padri sia i mariti a non imbrattare suoceri e generi di sangue, e non macchiare di parricidio il frutto in grembo, figli degli uni, e nipoti degli altri. "Se tanto vi rincresce di avere fra di voi parentela con loro, allora volgete le vostre ire contro di noi: noi siamo la cagione della guerra, la cagione delle ferite e della morte degli sposi e dei padri. Meglio per noi morire che vivere senza l’uno o l’altro, come vedove oppure come orfane".  
La scena commosse i soldati e i capi: si fece silenzio e una quiete improvvisa. Poi si alzarono i comandanti a stringere alleanza, nè solamente conclusero la pace, ma di due fecero un popolo solo, accomunarono il regno e trasferirono a Roma tutta la sovranità. Cresciuta così del doppio la città, per concedere pur qualcosa ai Sabini, si chiamarono [Curiti o] Quiriti i Romani, dal nome di Cure.

 Pace sì lieta, uscita impensatamente da una sì triste lotta, rese le Sabine più care ai padri ed agli sposi, e a Romolo sopra tutto; poi avendo diviso il popolo in trenta curie, queste le chiamò con il loro nome. Ma poiché, senza dubbio, il numero delle donne fu ben maggiore a quello delle curie, non si sa se quelle che diedero il nome siano state scelte secondo l’età o la dignità che avevano esse o quella dei loro mariti, oppure se tratte a sorte. 
Nello stesso tempo si arruolarono tre centurie di cavalleria, una dei Ramnesi, così chiamata da Romolo, l’altra Tiziesi da Tito Tazio; incerta è la ragion dell’origine e del nome di quella dei Luceri. Da qui in poi ebbero i due re un comando non comune, ma concorde. 

In seguito Romolo, rimasto, dopo la morte di Tito Tazio solo re di Roma, condusse guerre fortunate contro i Fidenati ed i Veienti.  
Mentre un giorno Romolo teneva adunanza del popolo nel Campo presso la palude della Capra, per passare in rassegna l’esercito, scoppiò all'improvviso un temporale con grande fragore di tuoni, che fra dense pioggia e nuvole ravvolse il re, fin da levarlo alla vista degli astanti; Romolo non fu più visto nemmeno in terra. Calmata finalmente la paura e risorto da un così torbido giorno la luce tranquilla e serena, poichè la gioventù vide vuoto il seggio reale, benché non negasse fede ai patrizi che gli stavano prima a fianco, che dicevano essere stato Romolo rapito in alto dalla procella. Pur colpiti da questa disgrazia e resi orfani del re, si tenne un mesto silenzio. Indi cominciarono prima pochi, poi tutti insieme a salutar Romolo dio nato di dio, re e padre di Roma; poi pregarono per la pace e a propiziarsi la sua stirpe. 
Credo che fin d’allora alcuni abbiano sospettato in cuor loro che il re fosse stato fatto a pezzi dai patrizi; e questa voce ebbe corso, anche se bene occultata; l'altra voce invece acquistò credito dall’ammirazione del grande uomo, oppure dalla paura del momento. 
Dicesi pure che valse a dare fede alla cosa l’astuzia di un tale Proculo Giulio, il quale, poichè la città da giorni era in grave affanno per la perdita del re e mal disposta contro i patrizi, si presentò al popolo e disse: “Romolo, o Quiriti, il fondatore di questa città, oggi sul far del giorno, subito sceso dal cielo mi si fece innanzi; e mentre io stavo pieno di raccapriccio e di venerazione, pregandolo a concedermi di poterlo fissare in viso: "Va’, mi disse, annunzia ai Romani esser decreto degli dèi che la mia Roma diventi capo di tutto il mondo; attendano quindi all’arte militare, e sappiano e così tramandino ai posteri che nessuna umana forza potrà mai resistere all’armi di Roma". Detto ciò, aggiunse Proculo, si levo in cielo e disparve.
 Non può dirsi quanta credenza si dessero alle parole di quell’uomo, e quanto si calmasse nella plebe e nell’esercito il rimpianto di Romolo per la persuasione della sua immortalità. 
(Da Tito Livio,  Istorie, I, Trad. L.Mabil-T.Gironi - Ed. Paravia)


Fonti:
ERODOTO, STORIE
STRABONE, STORIA ROMANA
TITO LIVIO, ISTORIE
CASSIO DIONE - STORIA ROMANA
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE

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