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ANNO 15  d.C.

QUI il riassunto:  DEL PRINCIPATO DI TIBERIO dal 14 al 37  d.C.

(Link Sopra - Prima Parte) * LA SUCCESSIONE DI AUGUSTO - * ELEZIONE DI TIBERIO
* LE SPEDIZIONI DI GERMANICO - * LA DISFATTA DI ARMINIO
*TRIONFO DI GERMANICO - * LA FINE DI MAROBODUO
* GERMANICO IN ORIENTE E LA SUA FINE
(su Germanico - versione di Svetonio e versione di Tacito)

(segue poi la Seconda Parte) * GOVERNO DI TIBERIO - * ELIO SAIANO
* TIBERIO A CAPRI - MORTE DI SEIANO 
* LACRUDELTA' DI TIBERIO - * LA MORTE DI TIBERIO

L'ANNO 15
* TIBERIO IMPERATORE 


TIBERIO CLAUDIO NERONE questo il suo vero nome era nato nel 42 a.C. Figlio di Livia Drusilla (la sposa di Augusto Ottaviano dopo il divorzio dalla moglie Scribonia figlia di Pompeo, che gli aveva dato una figlia, Giulia, poi l'aveva ripudiata). Livia (figlia di Livio Druso Minore morto a Filippi) era a quindici anni andata in sposa allo zio materno Tiberio Claudio Nerone. Da lui aveva avuto un figlio (Tiberio) e un altro lo aspettava quando Augusto invaghitosi di lei la costrinse a divorziare per sposarla. E gli partorì dopo il terzo mese dal matrimonio un figlio, quindi non di Augusto ma dell'ex marito. A Roma i maligni sussurravano "gli imperatori sono proprio fortunati, oltre che farsi le leggi che sono comode a loro (aveva infatti prima lanciato accuse contro i facili divorzi), fanno anche i figli in soli tre mesi".
Tiberio giovanissimo o aveva poi sposato sua figlia Giulia (che era rimasta giovanissima prima vedova di Marcello e poi anche di Agrippa) diventando così di Ottaviano figliastro ma anche genero.
(per maggiori particolari vedi in Riassunto di Augusto dal 29 a.C. al 14 d.C.)

Alla morte di Augusto nessuno pensò minimamente di ripristinare il governo repubblicano. la Repubblica era morta per sempre, e il Principato ormai aveva per sempre posto salde radici.
Nè vi fu alcuno che non pensasse a Tiberio come successore di Augusto. Anche se Tiberio aveva non pochi nemici in Roma.
Tiberio aveva 56 anni, e anche lui (come Augusto a suo tempo) quando ci fu l'assemblea per la proclamazione ufficiale, si lasciò pregare dagli amici e dall'insistenza dei senatori  prima di accettare, "che era -disse- quella di Imperatore una incombenza gravosa, e quasi lagnandosi della carica che gli veniva imposta, la accettò, ma aggiunse che era un incarico duro e che l'Impero era una cattiva bestia".

E non aveva torto. Appena eletto fra le truppe stanziate ai confini ebbero luogo gravissime sedizioni che misero in serio pericolo il suo principato.


Tiberio grande condottiero poi ottenne numerose vittorie in Pannonia, sui Germani e in Dalmazia. Diede inizio come già ricordato alla dinastia Giulio-Claudia dopo la morte di Augusto con la sua nomina a imperatore, anche se le legioni delle regioni renane e danubiane  gli erano un po' insofferenti, preferendogli come imperatore Druso Germanico che vantava gli stessi diritti di suo figlio anche lui di nome Druso, visto che Augusto oltre al figliastro  Tiberio aveva adottato per una eventuale successione pure i due nipoti.

Abile e accorto politico Tiberio mantenne e consolidò l'impero. Dopo la morte di Druso Germanico, figlio di Druso Maggiore, che avverrà in Oriente nel 19 d.C. da Tiberio mandato al massacro, dissero i maligni, per sbarazzarsi di un rivale suo e del figlio. 
Tiberio triste e amareggiato perché osteggiato dall'aristocrazia romana per il suo assolutismo monarchico si ritirò a Capri nel 26 d.C. dove vi morirà nel 37 d.C. 
Ma la sua vita come imperatore la seguiremo ora nei prossimi anni.

Tiberio fu un personaggio complesso, e il suo governo non è facilmente valutabile anche per la deformazione cui fu sottoposta la storiografia successiva (es. Tacito e Svetonio - il primo puntando molto sulla sua dittatura con delle riflessioni di carattere politico sul suo operato dittatoriale che voleva ad ogni costo evidenziare negativamente (Napoleone lo disprezzava proprio per questo);  il secondo riportando solo quella parte di buonismo che c'era in lui).
Il regime lasciato da Augusto (e fu proprio Tiberio a proporne la divinizzazione) era ormai una realtà cesarista incontrastabile e il Senato (molto conservatore - e  lo sarà per più di due secoli - poi non contò più nulla con i militari imperatori) non ebbe  la capacità e la forza di imporsi prima a Augusto e poi a Tiberio, tanto che quest'ultimo salito al potere ricorse più volte alla legge della majestas che puniva i reati politici quando alcuni di loro distaccandosi dal gruppo non agivano bene oppure perché criticavano le scelte dell'imperatore.
Tiberio fu comunque un discreto rispettoso continuatore del predecessore, ma fu anche un uomo che dopo essere vissuto per troppo tempo (56 anni) all'ombra di Augusto (suo patrigno e poi pure suocero - fu obbligato a divorziare dalla moglie che amava per sposare sua figlia Claudia, due volte vedova e famosa libertina), fu sempre accusato dai nemici (e ne soffriva) di essere un senza meriti, un "nepotista", un semplice esecutore di ordini. Con dignità si ribellò pure, abbandonando ogni carica, preferendo l'esilio, non sopportando più le umiliazioni che gli riservava l'odiata corrotta moglie. 

In seguito -anche lui come il suocero- per alcune sue scelte politiche fu incolpato di ambiguità, che però lui si  giustificava - come faceva il suocero- affermando che era costretto ad agire così per ragioni di stato.

Ma dopo l'anno 23, le tante divergenze e diffidenze nei confronti dei senatori e della corte, provocarono tante lacerazioni e sospetti  fino al punto che Tiberio si ritirò a Capri, lasciando a Roma il potente prefetto del pretorio Seiano, governando e comunicando con i senatori solo per lettera (vicende che ritroveremo negli anni seguenti con delle conseguenze drammatiche).

Come statista, in politica estera, seguitò a rafforzare i confini dell'impero anche se a dominare la scena e ad avere maggiore popolarità per alcuni anni fu il nipote Druso Germanico con le sue spedizioni in Germania che si conclusero però anche con il disastro del 16, che gli costarono il richiamo in patria e subito dopo su ordine dello stesso Tiberio (qualche storico dice non senza sospetti - per disfarsene) fu messo a capo della difficile spedizione in Oriente dove in Egitto Germanico trovò la morte nel 19, lasciando cosi al figlio di Tiberio, Druso, più nessun contendente (anche se poi morì prematuramente). 
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Da C. Svetonio Tranquillo, Vita di Tiberio Cesare (Paravia Ed.)

TIBERIO

" Tiberio aveva nove anni quando, essendogli morto il padre, fece in pubblico un'orazione in sua lode. Più tardi accompagnò il carro di Augusto nel trionfo per la vittoria di Azio, cavalcando per primo vicino al carro, a sinistra, mentre a destra cavalcava Marcello, figlio di Ottavia [sorella di Angusto.
Dopo avere ricoperte cariche civili in Roma ed avere poi combattuto in Oriente e in Gallia e sottomessi i Rezi, i Vindelici e parte dei Pannoni,] decise, mentre era ancora nel fiore dell'età, di andarsene il più lontano possibile da Roma; e si trasferì in Rodi, dove si stabilì. Qui, contentandosi di una piccola casetta e di un poderetto vicino alla città, prese a vivere molto modestamente, imitando gli usi e i costumi dei Greci, nè più nè meno che se fosse stato greco egli stesso. Una mattina, pensando a ciò che avrebbe fatto nella giornata, gli venne fatto di dire essere sua intenzione visitare gli ammalati che erano nella città. Per il che coloro che gli erano attorno, male interpretando le sue parole, diedero ordine che tutti i malati fossero portati nel portico pubblico e quivi disposti secondo il genere delle loro infermità. Tiberio, commosso a quella vista inaspettata, rimase dapprima sopra pensiero, non sapendo che farsi. Poi li andò a visitare uno ad uno, scusandosi con ciascuno di loro, per quanto povero ed umile, col dire che tutto ciò era stato fatto a sua insaputa.
Mentre dimorò in Rodi, non dimostrò mai di essere investito di autorità alcuna, tranne una volta. Ecco come andò la cosa: essendosi egli intromesso, come paciere, in una animata contesa fra certi filosofi  dello studio di Rodi, fu insultato ed ingiuriato da uno di costoro, cui sembrava che egli parteggiasse per i suoi oppositori; egli allora, rientrato in casa sua, ne riuscì subito accompagnato dai suoi ufficiali e guardie, per far arrestare quell'impertinente.
[Dopo otto anni di dimora in Rodi, fece ritorno in Roma, conducendo anche qui vita privata, e, dopo tre anni fu adottato da Augusto. In seguito fu mandato di nuovo oltr'alpe, dove sottomise tutta la Pannonia sino al Danubio, coprendosi di gloria militare. Ritornato poi, dopo la sconfitta di Varo in Germania], considerando che quel disastro era avvenuto per la leggerezza e negligenza del comandante, si decise, contrariamente al suo temperamento, insofferente di consigli, a consultare molte persone circa la condotta della guerra.

E durante tutta la campagna dimostrò una prudenza inconsueta: così, dovendo far passare il Reno alle sue truppe, ed avendo fissata la misura delle vettovaglie da portarsi nella spedizione, non passò il fiume prima di avere egli stesso riveduto con gran cura e diligenza i carichi dei carri, per assicurarsi che nessuno portasse più di quanto era necessario ed egli aveva fissato. Ed allorchè fu al di là del Reno'[condusse vita quanto mai austera, in continua vigilanza], mangiando sempre per terra e dormendo allo scoperto senza tenda: d'altra parte egli non dava ordini se non di immediata esecuzione per l'indomani, e sempre per iscritto, raccomandando ogni volta che, in caso di dubbio o di difficoltà nell'attuare le sue disposizioni, andassero a consigliarsi con lui, senza riguardo, anche di notte.

[Non molto tempo dopo, venuto a morte Augusto, egli gli succedette nell'imperio. Alcuni dissero che soltanto per compiacere alla moglie Livia, madre di Tiberio, Augusto lo avesse designato a proprio successore]. Ma io non posso credere che un principe tanto accorto e prudente [qual era Augusto] si comportasse mai in cosa alcuna a caso e senza ponderazione, soprattutto in una faccenda di tanta importanza. Augusto del resto in alcune sue lettere loda grandemente Tiberio, quale generale valoroso e molto prudente ed abile nelle cose militari, chiamandolo unico sostegno del popolo romano: ed altra volta scrive a Tiberio stesso: " Se m'accade alcuna cosa alla quale debba provvedere con molta circospezione, se mi trovo in fastidi o guai eccezionali, subito ricorro col pensiero al mio Tiberio, e desidero vivamente di averlo presso di me, per ciò che egli è di grandissimo antivedere. Quando io, o per mezzo di lettere o a voce, ho tue notizie, e sento che tu sei stanco per le continue fatiche, mi sento
profondamente commosso, onde ti prego vivamente che tu ti abbia riguardo; affinchè il sentire che tu sei indisposto e sofferente non sia per me e per tua madre causa della nostra morte, nè il popolo romano corra pericolo di rovina; chè poco importa ch'io goda o no buona salute, purchè tu stia bene 
[Dopo avere, alla morte di Augusto, dimostràto una grande riluttanza ad accettare l'imperio], nel principio del suo governo Tiberio si comportò molto modestamente, non diversamente che se egli fosse stato un semplice cittadino. E tra i molti onori che gli furono offerti non ne accettò che pochi e di poca importanza: nè mai volle che fossero edificati templi in suo onore, nè istituiti sacerdozi, nè collocate statue od immagini; o, se pure alcuna volta lo permise, lo fece a condizione che la sua statua non fosse posta fra quelle degli dèi, ma soltanto ad ornamento di un tempio. E neppure volle che si giurasse sul suo nome, nè che da lui fosse intitolato il mese di Settembre; nè mai, sebbene gli spettasse per diritto ereditario, si fece chiamare Augusto nelle lettere scritte in suo nome, ad eccezione di quelle dirette a re ed a capi di Stati stranieri.

E fu tanto nemico delle adulazioni che quando alcuno, sia che parlasse con lui o tenesse discorso in pubblico, diceva qualche cosa che avesse l'aria di adulazione, subito gli toglieva bruscamente la parola, e lo riprendeva, mutando il vocabolo che avrebbe dovuto usare; così, essendo una volta stato chiamato signore, raccomandò a chi tale parola aveva pronunciato che non volesse più insultarlo chiamandolo con un titolo così odioso; ed un'altra volta, avendo un tale definite sacre le sue occupazioni, gli fece mutare quel sacre in laboriose; e ad un altro, il quale aveva detto che era venuto in Senato per obbedire all'autorità di lui, impose di sostituire alla parola autorità persuasione.

Per contrario Tiberio sopportava con molta pazienza che alcuni dicessero male di lui, o lo diffamassero o componessero versi ingiuriosi per lui o suoi amici e parenti, solendo dire che in una città libera anche gli animi e le lingue dovevano essere libere.
Ma più notevole ancora [è il rispetto da lui dimostrato verso il Senato ed il popolo romano]. Una volta, essendo in un'adunanza del Senato di parere contrario a quello di Quinto Aterio, gli disse: "Ti prego di perdonarmi se, parlando come senatore alquanto liberamente, io sarò di opinione contraria alla tua".  Ed un'altra volta disse, pure in Senato: "Affermo, o Padri Coscritti, che è dovere del buon Principe a cui voi date così piena e libera autorità, non soltanto servire al Senato ed al popolo romano tutto, ma altresì riconoscere per suo superiore ogni singolo cittadino. Ne mi dolgo di pensare così, o di avere ciò detto, per ciò che io vi ho sempre trovati, quali io vi ritengo, signori giusti e benevoli verso di me.
Oltre a ciò introdusse in Roma una certa apparenza di libertà, conservando al Senato ed a tutte le magistrature l'autorità di cui godevano un tempo. Così egli soleva rimproverare i comandanti degli eserciti quando essi tralasciavano di scrivere al Senato come andassero le cose, e sottoponevano a lui proposte di doni militari, come se ciò non fosse di competenza del Senato. [E con tutti si comportò in modo modesto, senza alcuna alterigia]: così seguì sino al luogo della sepoltura i funerali di alcuni notabili cittadini defunti, e si dimostrò affabile e maneggevole anche verso persone di basso rango. Una volta, ai governatori di provincia che gli chiedevano il permesso di aggravare i tributi pagati dai loro sudditi, rispose che un pastore deve tosare le sue pecore, non scorticarle"

Dopo avere tracciato questo lusinghiero ritratto di Tiberio, l'autore afferma come egli si trasformasse da buon principe in signore assoluto, e
come, sopratutto dopo essersi ritirato nella solitudine dell'isola di Capri, si disinteressasse del tutto del governo, macchiandosi di ogni sorta di peccati contro la propria dignità e gli amici ed i suoi più stretti parenti, fatti oggetto all'odio più crudele. Senonchè tutte queste gravi accuse hanno l'aria di calunnie, ispirate e rese possibili dal vivere appartato di Tiberio, non simpatico al popolo romano, e dalla manifesta misantropia da cui egli fu afflitto nella sua triste vecchiaia.

Da C. SVETONIO TRANQUILLO, 
Vita di Tiberio Cesare -
(Traduzione saltuaria e riassuntiva). Ed Paravia


LA DOMUS TIBERIANA - Tiberio nominato imperatore, non vuole essere di meno dai predecessori e sul Palatino a Roma, fa iniziare i lavori per la costruzione del primo vero palazzo imperiale; La Domus Tiberiana, un grandioso edificio, dove troveranno impiego i più costosi materiali edilizi, le nuove tecniche di costruzione,  vi operò la migliore manodopera con i migliori architetti di quel periodo. Non risparmierà denari neppure quando in seguito si farà costruire la famosa lussuosa villa a Capri, dove per alcuni anni lasciata Roma, perché disgustato andò a viverci.

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