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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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(QUI TUTTI I RIASSUNTI)    RIASSUNTO ANNI dal 14 al 37 d.C.

IL PRINCIPATO DI TIBERIO  dal 14 al 37  d.C.

 ( Seconda Parte) IL GOVERNO DI TIBERIO - ELIO SAIANO - TIBERIO A CAPRI - MORTE DI SEIANO 
LA CRUDELTA' DI TIBERIO - LA MORTE DI TIBERIO
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GOVERNO DI TIBERIO


La figura di Tiberio è stata dipinta a colori forse troppo foschi da certi storici antichi, mentre alcuni storici moderni hanno cercato di riabilitare la memoria del secondo imperatore romano. Non possiamo accogliere ciecamente  i foschi colori dei primi e le rosee tinte dei secondi, e forse e meglio dire che la verità sta nel mezzo.
Tiberio ebbe dei grandi difetti ma anche dei meriti e se non si può escludere la ferocia dei suoi ultimi anni, non può esser passata sotto silenzio tutta la parte buona del suo governo. 

In politica estera egli cercò di seguire fedelmente le orme di Augusto, mantenendo la pace ai confini dell' impero. 
IN GERMANIA  abbiamo visto che fu per opera sua che Germanico dovette lasciare incompiuta la guerra contro i popoli germanici, la quale, se condotta a termine, avrebbe poi risparmiato tanti guai all'impero.
Infatti non sempre la pace poté essere mantenuta, nonostante i buoni propositi di Tiberio, e più d'una volta fu necessario far parlare le armi. 

In AFRICA un numida, chiamato
Tacfarinate, che aveva militato sotto le insegne di Roma, tenne per più anni sul piede  di guerra le milizie imperiali. Prima, raccolte sotto il suo comando varie tribù e bande di predoni fece base delle sue operazioni la zona montuosa dell'Aurasio (Gebél Aures) compiendo scorrerie sul territorio dell'odierna provincia di Costantina, poi riunite sotto di sè tribù arabe ed elementi di altre tribù dell' interno, cercò di ampliare il raggio della sua azione ed osò venire in aperta lotta contro le milizie romane. Le sue soldatesche, sebbene numerose, non poterono misurarsi con vantaggio con i legionari e Tacfarinate dovette rifugiarsi nel deserto, dal quale iniziò una serie di rapide e felici incursioni, che avevano per scopo razzie e saccheggi. Pratico dei luoghi, con truppe non appesantite da bagagli, egli sfuggiva facilmente agli attacchi e agli inseguimenti dei Romani e quando gli si presentava l'occasione buona e aveva probabilità di successo assaliva il nemico. Una coorte romana, attaccata da lui con forze soverchianti, fu costretta alla fuga; non pochi villaggi vennero saccheggiati e crebbe talmente l'audacia dell'avventuriere da osare di porre un assedio a Thala, dove stavano di guarnigione cinquecento veterani. Ma questa volta ebbe la peggio.
 Sconfitto, tornò alle razzie, spingendosi perfino presso le coste; respinto nell'interno, ricomparve a dar molestia alle truppe proconsolari. A porre fine a questa guerriglia logorante fu inviato in Africa Giunio Bleso che riuscì a catturare il fratello di Tacfarinate dopo aver posto numerosi presidi nei luoghi abitati dell' interno. Parve che la calma fosse tornata in Africa e Giunio Bleso si ebbe a trionfo, ma, richiamate le truppe che vi erano state mandate, Tacfarinate fece riparlare di sé raccogliendo gli armati della Mauritania e stringendo rapporti con i Garamanti. La guerra avrebbe senza dubbio preso proporzioni allarmanti se l'esercito dei ribelli non fosse stato sconfitto in una battaglia presso Anzea dalle legioni proconsolari aiutate dalle truppe di Tolomeo, re della Mauritania, e se Tacfarinate  in questa battaglia non fosse morto.

In GALLIA nel 21 scoppiò una insurrezione. Un nobile gallo di nome Giulio Floro sollevò alcune tribù di Belgi, ma questi furono prontamente attaccati e sconfitti e cercarono scampo nelle foreste delle Ardenne, dove il loro capo si diede la morte. Un altro nobile gallo, Giulio Sacroviro, cui era stata concessa la cittadinanza romana, sollevò  nello stesso tempo gli Edui e i Sequani e riuscì a mettere in armi parecchie migliaia di uomini. Contro gli insorti, il cui esercito -a quanto si dice- era forte di quarantamila  armati, marciò con due legioni Silio che nelle vicinanze di Augustodunum li sbaragliò. Sacroviro riuscì a fuggire, ma in una villa presso la città, pose fine ai suoi giorni suicidandosi.

Ancora in GERMANIA sette anni dopo, nel 28, sulla destra del Reno, scoppiò una rivolta di Frisi la quale, se non durò a lungo costò però moltissimo sangue ai Romani. A sedarla il legato della Germania inferiore Lucio Apronio, mandò delle truppe ausiliarie, ma i ribelli combatterono accanitamente e le costrinsero a ripiegare; ma attaccati nuovamente dalle legioni romane i Frisii dopo fiera resistenza furono battuti e ridotti all'obbedienza.

In TRACIA la pace fu minacciata da Rascuporis e Cotys, fratello il primo, figlio il secondo del morto re Remetalce, con i quali Augusto aveva diviso il regno. Dietro le intimazioni di Tiberio di posare le armi, Rascuporis finse di rappacificarsi col nipote: e, invitatolo ad un banchetto, lo trasse prigioniero, poi, per non consegnarlo ai Romani, lo uccise. Condotto a Roma e accusato dalla vedova di Cotys, Rascuporis nel 20 fu confinato ad Alessandria dove morì in un tentativo di fuga. La Tracia venne divisa tra un| figlio di Rascuporis e i figli di Cotys, ma essendo minorenni vennero posti sotto la tutela di Trebellino Rufo.
Un anno dopo, una sollevazione di tribù traciche, che avevano cinto d'assedio Filippopoli, venne domata da P. Velleo. A questa rivolta un'altra, più grave, ne seguì alcuni anni dopo. I ribelli si fortificarono in alcune posizioni e resistettero a lungo a O. Poppeo Sabino, ma stretti d'assedio e decimati in una sortita infelice, furono costretti infine ad arrenderai. 

In ASIA pure qui ci fu pericolo di una guerra, la quale si riuscì a scongiurarla grazie alla politica di Tiberio. Venuto a morte Artasse, re d'Armenia, Artabano III aveva posto sul trono il proprio figlio ARCASE venendo meno alle promesse fatte ad Augusto di non interessarsi dell'Armenia. Tiberio, a sua volta, suscitò contro il re dei Parti un competitore, TIRIDATE, e spinde MITRIDATE a FARASMANE, re degli Iberi, contro Arsace, il quale venne ucciso a tradimento. A vendicare Arsace fu mandato ORODE, altro figlio di Artabano, ma il giovane fu ferito in battaglia e il suo esercito venne sconfitto. Vinte le sue milizie in Armenia, minacciato da Lucio Vitellio dalla parte dell'Eugrate il regno partico, attaccato dentro gli stessi confini da un partito che Tiberio aveva saputo mettergli contro, Artabano di diede alla fuga e Vitellio pose sul trono dei Parti TIRIDATE

Anche nella politica interna Tiberio seguì fin che poté quella di Augusto. Suo primo pensiero fu di rafforzare il principato; e lo fece con grandissima abilità. Tolse i comizi il diritto di eleggere i magistrati e affinchè questo provvedimento non sembrasse rivolto a sopprimere la libertà concentrò il governo nelle mani del Senato, sapendo però che questo non se ne sarebbe servito contro l'imperatore e senza consiglio dell'imperatore. Al Senato e alle magistrature lasciò - come scrisse SVETONIO- la maestà e i privilegi " ...di qualunque affare, piccolo o grande, pubblico e privato, rendeva conto al Senato. Lo consultava sulle imposte, sui monopoli, sugli edifici da costruire o da riparare, sulle leve militari e sui congedi, sullo stato delle legioni e dei corpi ausiliari, sulla proroga dei comandi, sulla condotta delle guerre, sulle risposte da darsi ai sovrani e sulla forma delle lettre di risposta".
Ma lo stesso Svetonio ci dice che "...a poco a poco Tiberio assunse modi di principe e come tale si comportò: sebbene in vario modo, pure per lo più si mostrò affabile e propenso al bene pubblico. Così annullò certe deliberazioni del Senato; molte volte offrì i propri consigli ai magistrati che giudicavano in tribunale e sedette tra loro o al posto d'onore, dirimpetto; e se si diceva che a qualche colpevole si desse a torto l'assoluzione accorreva subito, e sul luogo o davanti a un tribunale d'inchiesta rammentava ai giudici le leggi e la religione e il danno recato dal reo".

Nell'amministrazione finanziaria egli ebbe di mira che il denaro dello stato non fosse sperperato e che le casse fossero sempre in floride condizioni, tuttavia non aumentò i tributi anzi sensibilmente li ridusse.

Per la pubblica sicurezza Tiberio prese apprezzabili provvedimenti: rinforzò in Italia i posti militari, fece esercitare una sorveglianza rigorosa sugli stabilimenti ove erano impiegati degli schiavi, abolì l'uso degli asili sacri che erano rifugio di malfattori, frenò i tumulti popolari, diede disposizioni perché si impedissero o punissero severamente i disordini nei teatri e privò della libertà certe popolazioni che si erano rese colpevoli di violenza contro cittadini romani.

Alle province tolse molte imposte e proibì che gli esattori esercitassero molto rigore nella riscossione dicendo che le pecore dovevano tosarsi non scorticarsi. Inoltre per impedire che i governatori si arricchissero a spese delle province lasciò che essi vi rimanessero a lungo e a giustificazione del suo punto di vista si dice che narrasse l'apologo del ferito, il quale, ricoperto di mosche già sazie, pregava il viandante di non scacciarle per non dare agio ad altre mosche di dissanguarlo.

Non furono questi soltanto i meriti di Tiberio: egli ricoprì di onori coloro che ne erano degni, rifiutò molte eredità, fu parco, non volle che gli fossero dedicati templi e statue, rifiutò il titolo di  signore  e di  padre della patria,  si mostrò liberale con le popolazioni asiatiche danneggiate da un terremoto e con gli abitanti dei quartieri del Celio e dell'Aventino distrutti da incendi, il primo nel 17, l'altro nel 26. Per quest'ultimo erogò circa cento milioni di sesterzi. Moderò le spese dei giuochi e degli spettacoli, ridusse le paghe degli attori, limitò il numero dei gladiatori, stabilì che il senato regolasse annualmente il prezzo dei viveri e punì con l'esilio quelle matrone che per sfuggire alle pene riservate alle nobili dame dedite al libertinaggio, si erano fatte iscrivere nel ruolo delle meretrici.

Ma se molti e indiscutibili furono i suoi meriti non poche furono le colpe di cui si macchiò specie negli ultimi anni della sua esistenza. Non staremo qui ad elencare tutte quelle che gli storici hanno riportate nelle pagine che Svetonio dedica alla libidine di Tiberio che, se fu descritta con esagerazione, non fu, come altri pretendono, una invenzione dei nemici dell' imperatore ; ma ci limiteremo ad accennare ai processi di "lesa maestà" che diedero luogo a quella triste fioritura di malvagi che furono i delatori. Per onor del vero questi processi non furono molti, la maggior parte di essi ebbe luogo dopo la morte di Germanico, non pochi furono voluti dal Senato e disapprovati dall' imperatore, parecchi non vennero coronati da sentenze capitali, altri finirono con l'assoluzione degli imputati ; ma alcuni ce ne furono per i quali riuscirebbe vana ogni giustificazione e che da soli basterebbero a coprire di eterna infamia la memoria di un principe.

ELIO SEIANO

Se Augusto ebbe la ventura di trovare in Agrippa e in Mecenate due collaboratori geniali, Tiberio ebbe la disgrazia di non sapersi scegliere i ministri e di innalzare in potenza uomini corrotti, malvagi ed ambiziosi. Uno di questi fu ELIO SEIANO. Apparteneva costui all'ordine equestre, di famiglia originaria di Volsinio. Suo padre, Seio Strabone, era prefetto dei pretoriani e in questa carica, nei primi anni del principato di Tiberio, si associò il figlio, il quale, morto il genitore, rimase capo delle coorti pretorie. Maestro nell'arte del fingere e dell'adulare, Seiano aveva saputo con somma abilità entrare nelle grazie di Tiberio e guadagnarsene l'amicizia. Niente faceva l' imperatore senza aver prima preso consiglio dal suo ministro del quale faceva pubbliche  lodi. Queste gli procurarono grandi onori da parte del Senato, e Seiano ne approfittò per formarsi un suo numerosissimo partito. Ma più che sui suoi aderenti il furbo ministro contava sui pretoriani e per potersene più facilmente servire li raccolse in un campo trincerato che appositamente fece costruire fra le vie che conducevano a porta Viminale e porta Collina. Era tanta la fiducia che Tiberio gli aveva accordata e così grande la potenza cui era riuscito a pervenire che nel 20 si parlò perfino di imparentare una di lui figlia con l'imperatore maritandola con un figlio di Claudio, fratello di Germanico.

Molte cose sono state scritte intorno agli ambiziosi disegni di Seiano ; fra le altre che egli aspirasse alla successione di Tiberio. Ma alla realizzazione di questo disegno ai opponevano ostacoli non lievi: l'imperatore aveva un figlio, Druso ; e vivevano a Roma, molto amati dal popolo, i figli di Germanico e di Agrippina, donna ambiziosa e bramosa di potere, intorno alla quale si era venuto formando un numeroso partito composto di tutti coloro che non nutrivano simpatie per Tiberio. Ma l'ostacolo maggiore  era rappresentato da Druso, che un giorno, venuto a diverbio con Seiano, gli diede uno schiaffo. Druso aveva per moglie Livilla, sorella di Germanico, donna di facili costumi ed amante di Elio Seiano. Nel 23 Druso morì. Molte leggende corsero sulla sua fine. Secondo una di queste Seiano avrebbe detto a Tiberio che era intenzione del figlio di avvelenarlo e che perciò si guardasse dal bere nella coppa che gli sarebbe stata offerta da Druso. Cenando un giorno in casa del figlio ed essendogli stato offerto da questo una coppa di vino, in cui da Sciano era stata messa una sostanza velenosa, Tiberio avrebbe ordinato a Druso di berne il contenuto. Secondo un'altra leggenda la perdita di Druso sarebbe stata organizzata da Seiano e Livilla e sarebbe stata questa a propinare al marito il veleno preparato da un medico greco. Tolto di mezzo il marito, Sciano avrebbe dovuto sposare Livilla. Quanto ci sia di vero in quest'ultimo racconto non è facile sapere ; si sa però che Sciano ripudiò la propria moglie Apicata e chiese in sposa la vedova di Druso. Ma Tiberio si oppose a questo matrimonio. 

Scrive Svetonio che Druso fosse di carattere debole e che perciò il padre non lo stimasse. Pare infatti che Tiberio non provasse molto dolore per la morte del figlio. Non soltanto ritornò pochi giorni dopo alle cure del governo, ma vietò che a Roma il lutto fosse di lunga durata. « Anzi, essendo più tardi venuti legati da Ilio a presentargli le loro condoglianze, egli, quasi avesse già perduto il ricordo di quella disgrazia, rispose scherzando che anche lui si doleva con loro perché avevano perduto l'illustre concittadino Ettore !».
Druso lasciava due gemelli, uno dei quali doveva morire quell'anno medesimo. Tiberio pronunziò davanti al popolo e al Senato l'elogio funebre del figlio ; più tardi presentò al Senato i figli maggiori di Germanico, NERONE e DRUSO, pregando i senatori che li proteggessero e guidassero.

Non sappiamo se ciò facendo Tiberio fosse sincero ; certo è però che dal quel giorno Sciano dovette odiare maggiormente la famiglia di Germanico e meditarne la rovina. Il suo disegno veniva reso più facile dal contegno di Agrippina, la quale apertamente mostrava di dolersi di esser tenuta in poca considerazione dall' imperatore. Sciano iniziò una lotta accanita contro gli amici della vedova di Germanico e contro la stessa Agrippina, mettendola in cattiva luce presso Tiberio e Livia.
Narrasi che egli da una parte avvertisse la vedova che l'imperatore aveva in animo di avvelenarla e che d'all'altra facesse sapere a Tiberio che Agrippina temeva di essere avvelenata. Un giorno, a cena, l'imperatore le offrì certi frutti, ma lei li rifiutò e da allora Tiberio non la invitò più. Non possiamo garantire la verità di questo fatto ma non ci meraviglieremmo che fosse vero. 

Tiberio, istigato da Sciano e crucciato per il favore che la famiglia di Germanico godeva presso il popolo, aveva cominciato a nutrire odio verso Agrippina e i parenti di lei, odio che doveva nell'animo suo diventar grande ed esser causa della morte della vedova e dei figli ch'egli tanto calorosamente aveva raccomandato al Senato.
Una delle prime vittime di quest'odio fu Claudia Pulcra, cugina di Agrippina, la quale fu accusata di lesa maestà e di adulterio.
Invano Agrippina pregò l'imperatore di salvare l'accusata. Tiberio fu inflessibile ed avendogli essa detto che non era degno di sacrificare ad Augusto chi ne condannava i congiunti; dicesi che egli le rispondesse : "Figliuola, ti adiri, solo perché non regni ».

Consigliato da Seiano, il quale rivolgeva nella mente ambiziosi disegni, e trovandosi a disagio a Roma dove non era ben visto dalla cittadinanza, Tiberio decise di allontanarsi dalla metropoli. Col pretesto di dedicare il tempio di Giove a Capua e quello di Augusto a Nola, lasciò Roma nell'anno 26 e si recò in Campania, donde passò nell'isola di Capri, comprata da Augusto che vi aveva fatto costruire una grande villa. Tiberio si avvicinava al suo settantesimo anno e conduceva con sé Seiano, il giureconsulto Cocceio Nerva, parecchi cavalieri ed alcuni letterati greci. A Roma non doveva più tornarci neppure nel 29 quando finì di vivere la sua vecchia madre i cui rapporti col figlio non erano da tempo cordiali.
Ma a Roma era tornato Elio Sciano. Investito dei pieni poteri, deciso più che mai di disfarsi della famiglia di Germanico, il crudele ministro la circondò di guardie e di spie. Più d'ogni altro era sorvegliato il giovane Nerone. Per rovinarlo con maggiore facilità si guadagnò l'animo della moglie di lui, Giulia, che era figlia di Livilla, della quale Sciano era ancora l'amante, e suscitò contro Nerone, con arte abilissima, l'odio del fratello Druso.
In quel tempo un cavaliere molto amico di Germanico, chiamato Tizio Sabino, ac cusato da quattro senatori ligi a Seiano, venne condannato alla pena capitale. Da Ca pri Tiberio, saputa la condanna, si congratulava col Senato e lo ringraziava di avere esemplarmente punito un «nemico della repubblica».
Questa condanna era il preludio della tragedia che doveva funestare la casa di Germanico.

Giunge un giorno al Senato una lettera di Tiberio. In essa l'imperatore accusava Agrippina di arroganza e Nerone di condotta immorale. Il Senato, non conoscendo i propositi di Tiberio, non prese alcun provvedimento ; i partigiani di Agrippina invece, sdegnati, inscenarono una dimostrazione popolare: i ritratti dei due accusati furono portati per le vie di Roma e intorno alla curia con grandi acclamazioni gridando che la lettera era falsa e infondata l'accusa.
Questa dimostrazione anziché giovare arrecò danno alla famiglia di Germanico. Eccitato da Sciano, il Senato mise sotto processo per lesa maestà Agrippina e il figlio Nerone.
Dalla stessa accusa non riuscì salvarsi Druso alla cui rovina contribuì il tradimento della moglie Emilia Lepida.
La sentenza non poteva essere che di condanna : Agrippina venne relegata nell'isola di Pandataria, Nerone nell'isola di Ponza, Druso fu chiuso nel carcere sotterraneo del Palatino. 
Nel 31 Nerone si tolse la vita ; l'infelice Agrippina, dopo aver subito infiniti maltrattamenti e aver perduto un occhio per le percosse di un centurione, si lasciò mo rire di fame nel 33 ; nello stesso anno cessò di vivere Druso, che, lasciato senza cibo, tentò di mangiare la lana dei materassi.

Seiano trionfava; ma la tempesta che doveva travolgerlo si avvicinava. In mezzo agli onori che tutti gli tributavano, due uomini si ergevano davanti ai suoi ambiziosi disegni : Tiberio Gemello, figlio dell' imperatore, e Cajo, l'ultimo dei figli maschi di Germanico.
Il diabolico ministro cercò di realizzare i suoi disegni tramando congiure con generali e senatori. Ma una donna vegliava su Cajo e teneva d'occhio i segreti maneggi del pre fetto dii pretoriani : Antonia, la vecchia madre di Germanico la quale aveva assistito con angoscia alla rovina della sua famiglia e tramava vendetta.
Antonia informò il cognato delle macchinazioni del ministro e Tiberio decise di sbarazzarsene. Ma occorreva agire con la massima circospezione tanta era la potenza di Seiano, il quale aveva a sua disposizione nelle coorti dei pretoriani un'arma terribile.

L'imperatore mise in opera tutta la sua astuzia. Per non far sorgere sospetti nell'animo di Sciano, lo ricoprì di onori, lo innalzò, al pontificato e gli promise la potestà tribunizia, poi preparò con Nevio Sertorio Macrone, comandante delle coorti urbane, il colpo che doveva abbattere l'ambizioso e malvagio ministro.
Macrone venne segretamente nominato capo dei pretoriani e si recò a Roma con una lettera di Tiberio per il Senato. Giunto nella metropoli, Macrone si abboccò col console Mennio Regolo e con Grecinio Lacone, comandante dei vigili, con i quali, dopo aver rivelato i propositi dell'imperatore, prese gli opportuni accordi.

Venuto il giorno stabilito, Mennio convocò il Senato nel tempio di Apollo sul Pa latino. Sulla porta del tempio Macrone incontrò Seiano e gli comunicò che Tiberio gli aveva conferito la potestà tribunizia con una lettera che egli era stato incaricato di portare al Senato. Seiano, giubilante per la notizia, entrò nel tempio ed andò a sedersi fra i senatori ; Ma crone invece, rimasto fuori, rimandò i pretoriani che erano di guardia intorno al tempio e al loro posto mise i vigili di Lacene. Ciò fatto entrò nel tempio, consegnò la lettera al console e si recò in fretta al campo dei pretoriani, fuori di porta Nomentana, per comunicar loro che era stato nominato prefetto in sostituzione di Seiano. Quello che Ti berio temeva non si avverò: i pretoriani accolsero l'annunzio con ubbidienza.
Nel frattempo Memmio Regolo leggeva al Senato la lettera dell' imperatore : era una lettera lunghissima in cui Tiberio discorreva di tante cose e qua e là parlava del suo ministro ora lodandolo ora rimproverandolo ; ma nella chiusa l'imperatore accusava di cospirazione il suo ministro ed ordinava che fosse tratto in arresto.

Quell'ordine inaspettato produsse dapprima un'immensa sorpresa nell'uditorio; poi i senatori, che un momento prima si erano congratulati col ministro del nuovo onore di cui era stato colmato, si allontanarono da lui lanciando ingiurie al suo indirizzo. Seiano annichilito da quell'improvviso colpo di scena, fu circondato dai pretori e dai tribuni e, caricato di catene, venne dai vigili, per ordine del console, trascinato nel carcere.
Quel giorno stesso il Senato, radunatesi nel tempio della Concordia, fece un pro- cesso sommario contro il ministro, che terminò con una sentenza di morte. Questa venne eseguita il 18 ottobre del 31, tra la gioia grandissima del popolo che fece orribile scempio del cadavere dello scellerato ministro. Il Senato, decretò feste a perpetuo ri- cordo della fine del ministro e stabilì che fosse innalzata una statua alla Libertà con la seguente epigrafe : "Saluti perpetuae Augustae Libertatique populi romani Providentia Ti. Caesaris Augusti nati ad aeternitatem romani nominis, sublato hoste perniciosissimo".

LA CRUDELTA' DI TIBERIO - LA SUA MORTE

La morte di Seiano fu seguita da numerosi processi. Se prima avevano da temere i nemici del ministro poi furono i suoi amici coloro che videro infuriar contro sé stessi la vendetta.
I primi a cadere furono i congiunti di Seiano. Egli aveva due figli, un giovanotto e una fanciulla. Non colpevoli d'altro che di appartenere alla famiglia del ministro, tuttavia fu rono condannati alla pena capitale. La figlioletta, mentre veniva condotta al supplizio, levava alte grida e domandava dove la conducessero e  che non aveva commesso nessuna colpa. E siccome una legge antica proibiva che si condannassero a morte le vergini, prima di essere uccisa, fu violata dal carnefice !
Apicata, che era stata ripudiata da Seiano, per vendicare la fine dei suoi figli innocenti, rivelò a Tiberio che era stata Livilla ad avvelenare Druso. Livilla, fu processata, condannata incarcerata e fatta morire di fame. Apicata si uccise.

Dopo la rivelazione sulla morte di Druso -scrive SVETONIO- la crudeltà di Tiberio non ebbe più freno. « Si mostra in Capri il luogo dove commetteva le sue carneficine ; di là ordinava che i condannati, dopo aver subito in sua presenza lunghi ed atroci tormenti, venissero precipitati nel mare, dove una schiera di marinai  li colpivano con picche e con queste e coi remi facevano a brani i corpi affinché nessuno rimanesse vivo ».

Le crudeltà dell' imperatore e del suo degno ministro Macrone culminarono nel 33. In un solo giorno di quell'anno ben venti persone furono messe a morte, tra cui delle donne e dei fanciulli.

In quel tempo, forse senza che a Roma ne giungesse la notizia, nella lontana Palestina moriva crocifisso, sul Calvario, Gesù, il figlio di Dio, l'unto del Signore, che, nato a Betlemme sotto Augusto, aveva predicato l'umiltà e l'amore tra le genti e sparso sulla terra il seme della religione nuova che doveva più tardi espandersi nel mondo.

Tiberio contava allora settantatré anni. Visse ancora altri cinque. Trovandosi ad Asturia, in Campania, si ammalò ; rimessosi un po', si recò a Circe e per nascondere agli altri il suo male volle assistere ai giuochi militari e scagliò pure delle frecce contro un cinghiale lanciato nell'arena. Passato a soggiornare a Miseno, la sua malattia si aggravò, pur tuttavia Tiberio continuò la sua vita intemperante.
Da Miseno volle recarsi alla sua villa di Capri, ma fu trattenuto dal mare tempestoso.
Morì nella villa di Lucullo il 16 marzo del 37.

Secondo alcuni fu fatto avvelenare da Cajo, figlio di Germanico, secondo altri, essendo moribondo, fu da Macrone ordinato che venisse soffocato con un guanciale.
Il popolo accolse con grandi manifestazioni di gioia l'annunzio della morte del sanguinario tiranno e avrebbe voluto che il corpo fosse bruciato nell'anfiteatro di Atella ; ma i soldati lo portarono a Roma e qui venne arso con pubbliche cerimonie.


FINE PERIODO DI TIBERIO

...il prossimo riassunto ( Caligola) periodo dall'anno 36 al 41 d.C > > >

Fonti: 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
CASSIO DIONE - STORIA ROMANA 
PLUTARCO - VITA DI BRUTO 
SVETONIO - VITE DEI CESARI 
SPINOSA - GIULIO CESARE
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE 


ai RIASSUNTI - alla TABELLA TEMATICA - alla H.PAGE