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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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E PAESI

(QUI TUTTI I RIASSUNTI)    RIASSUNTO ANNI dal 41 al 54 d.C.

IL PERIODO DI CLAUDIO

 (qui la Prima Parte)  IL GOVERNO DI CLAUDIO  I PRIMI ATTI - LEGISLAZIONE CIVILE - I PRIMI CRISTIANI A ROMA
I DIVERTIMENTI A ROMA

( nella Seconda Parte) LE GUERRE DI CLAUDIO - LA BRITANNIA PROVINCIA R. - I LIBERTI PADRONI - LE MOGLI DI CLAUDIO - MESSALINA-AGRIPPINA - BRITANNICO E NERONE - LA MORTE DI CLAUDIO

CLAUDIO IMPERATORE - IL SUO GOVERNO

All'uccisione di Caligola, del corridoio del teatro, i congiurati riproposero la stessa scena già avvenuta molti anni prima, dopo l'uccisione di Cesare; andarono nelle strade della città gridando "Roma Libera!".
I cittadini furono atterriti come allora, ma questa volta anche se tutti ormai speravano che il pazzo tiranno si prendesse una o più coltellate da qualcuno, nessuno osò esternare manifestazioni di giubilo, sospettando che quello era uno dei tanti diabolici espedienti di Caligola, cioè una notizia fatta circolare apposta per scoprire chi lo odiava e chi era contento della sua morte per poi colpirli e confiscare i loro beni.

Fu sorpresa anche la coorte germanica, quella che formava la guardia dell'imperatore, e che accorse al teatro e si mise ad uccidere tutti quelli che incontrava, fra cui alcuni senatori che non avevano minimamente partecipato alla congiura; penetrarono dentro nella sala (Caligola era stato ucciso mentre percorreva il corridoio per recarsi a teatro) minacciando una strage. Ma un araldo entrò annunciando la morte di Caligola. Alcuni ufficiali presenti indussero alle ragioni i pretoriani, dicendo loro che era meglio che uscissero dal teatro e di pensare semmai alle sorti dell'Impero e non a vendicare il tiranno che tutta Roma disprezzava; e che rischiavano pure loro di essere fatti a pezzi dal popolo.

Della sorte dell'impero si interessarono subito così i pretoriani, i senatori e il popolo. Popolo e Senato ne avevano avuto abbastanza delle crudeltà di Tiberio e di Caligola. L'idea di restaurare le antiche forme repubblicane sorse nella mete dei più e, poichè Cassio Cherea e gli altri cospiratori si erano messi a disposizione del Senato, questo venne subito radunato in Campidoglio, nel tempio di Giove Capitolino, e lì vagamente fu decisa l'abolizione dell'impero e i consoli iniziarono già a dare alle milizie urbane il motto libertà come parola d'ordine.

Mentre queste cose avvenivano in Campidoglio, i pretoriani placati ma non ancora con le idee chiare, si agitavano e molti di essi si erano recati al palazzo imperiale. Un soldato, percorrendo le sale, trovò per caso nascosto dietro una tenda, un uomo tremante di paura. Era CLAUDIO, zio di Caligola (ma anche fratello di Germanico che i soldati non avevano mai dimenticato) che nel trambusto fatto dai congiurati si era nascosto, e temendo di essere ucciso anche lui dai pretoriani inferociti, si gettò ai piedi del soldato implorandolo di lasciargli salva la vita.
Il pretoriano non aveva nessuna intenzione di ucciderlo, anzi riconosciuto chi era (un vero discendente di Cesare) chiamò i compagni e acclamarono lui imperatore; poi lo misero dentro una lettiga dei feriti e lo trasportarono al loro campo fuori porta Nomentana, per fargli trascorrere in pace la notte.

Ora se il Senato avesse dimostrato nell'occasione una maggiore energia e il popolo di Roma fosse stato dotato delle virtù dell'antica plebe, forse sarebbe rinata la Repubblica.
Ma il Senato, che era stato sorpreso dagli avvenimenti e non aveva alcun programma, agì con molta debolezza e titubanza, e i suoi membri non si trovarono neppure d'accordo nella forma di governo da dare allo stato. Ci furono persino tre senatori che posero la loro candidatura alla successione di Caligola. Solo Cherea e Cornelio Sabino diedero prova in quella circostanza di una certa energia; ma nulla potevano fare due uomini che contavano poco e non avevano che scarsissimo seguito. Tentò il Senato di opporsi alla volontà dei pretoriani e intimò a Claudio di recarsi nella Curia e sottomettersi al volere dei padri; ma Claudio rispose che lui non era più padrone di sé stesso. 

Ma anche se fosse stato libero di fare ciò che avesse voluto, lo zio di Caligola non avrebbe ubbidito all'intimazione del Senato. Nel breve giro di poche ore egli aveva compreso che la situazione si faceva sempre più favorevole a lui: al campo dei pretoriani accorrevano gladiatori e liberti a mettersi dalla parte del nuovo imperatore; le milizie urbane che prima si erano dichiarate per il Senato e per la libertà ora cominciavano a far causa comune coi pretoriani e abbandonavano la guardia del Foro e del Campidoglio per raggiungere il campo di Porta Tomentana non prestando ascolto a Cherea, il quale invano si sforzava di trattenerle dicendo loro essere una stoltezza il parteggiare per un imbecille dopo che si erano liberate da un pazzo. E il popolino intanto si accalcava intorno alla Curia ed acclamava all'imperatore.

Quando fu sicuro che la forza e la maggioranza dei cittadini erano con lui, Claudio, ascoltando i consigli di Erode Agrippa, rè dei Giudei, che allora si trovava a Roma, arringò le truppe, si fece prestare giuramento di fedeltà e promise a ciascun soldato un premio di quindicimila sesterzi. 
"Fu così -scrive uno storico latino- che il primo dei Cesari si accaparrò col denaro la fedeltà delle milizie ».
La libertà romana non durò che un giorno solo. Vistosi impotente a ricostituire l'antica repubblica, il Senato cedette; recatisi al campo di Porta Nomentana, i senatori, legalizzando l'operato dei pretoriani, conferirono i poteri imperiali a Claudio e questi, alla testa dei suoi soldati, entrò in Roma.

Il nuovo imperatore era nato a Lugdunum il 1° di Agosto del 10 a.C, figlio di Druso ed Antonia la giovane, ed aveva ricevuto il nome di Tiberio Claudio. Nella sua adolescenza aveva sofferto lunghe ed ostinate malattie che lo avevano reso tanto debole di corpo e di spirito da farlo considerare incapace di qualsiasi pubblica funzione.
Sua madre soleva dire del figlio che era un essere che la natura aveva lasciato incompiuto, e quando a qualcuno voleva dare dello stupido, diceva: «è più scemo di mio figlio Claudio ». La nonna Livia lo aveva quasi sempre tenuto in disparte e la sorella Livilla, avendo sentito che il fratello avrebbe imperato, aveva compianto il popolo. 

Augusto non si era mai interessato alla sorte di questo nipote, e fanno fede le lettere scritte ad Antonia e riportateci da Svetonio. Claudio dai parenti celebri non ci aveva guadagnato nulla, era stato tenuto sempre lontano dalla vita pubblica e dalla famiglia ed era vissuto sotto la guida di precettori poco benigni, privo degli affetti dei suoi familiari e della considerazione della corte. Da Tiberio aveva ricevuto gli onori e le insegne consolari, ma non la carica, era stato eletto àugure e nominato erede di terzo grado; sotto Caligola era stato due volte al consolato e infine era stato fatto senatore, ma queste cariche non l'avevano fatto crescere nella considerazione del pubblico e della famiglia: a casa era lo zimbello dei suoi e in Senato era sempre l'ultimo fra i consolari ad essere interrogato.

Aveva cinquant'anni quando fu eletto imperatore. Il primo atto del nuovo principe fu la condanna alla pena capitale di Cherea e di due o tre che avevano avuto parte nell'uccisione di Caligola. Cassio Cherea affrontò la morte con grande fortezza d'animo e volle essere ucciso con la stessa spada con la quale aveva colpito il tiranno. Cornelio Sabino, che era stato invece graziato, volle morire anche lui disdegnando di vivere sotto la tirannide.
Queste esecuzioni non furono però l'inizio di un governo crudele. Claudio si oppose, è vero, al desiderio del Senato il quale voleva la damnatio memoriae del morto imperatore, ma ciò facendo non intendeva approvare la condotta dello zio né tanto meno seguirla. Egli difatti fece togliere le statue di Caligola e concesse un'amnistia per tutto quel che era stato detto e fatto il 24 e il 25 gennaio.

 Richiamò gli esuli, fra cui le sorelle di Cajo, liberò dal carcere tutti coloro per cui non esistevano prove di colpa, restituì i beni confiscati, consegnò ai loro padroni gli schiavi e i liberti che avevano denunziato i padroni medesimi, rifiutò le eredità di quei cittadini che avevano congiunti ancora in vita, abolì i processi di lesa maestà, le esose tasse imposte da Caligola e proibì severamente che i cittadini venissero torturati.
Di onori non si mostrò avido: non prese il titolo di Britannico né quello di padre del Senato e si fregiò soltanto di quello di padre della patria e del popolo, proibì che il Senato giurasse nel nome di lui ed egli stesso giurò sempre nel nome di Augusto ;
Il titolo di Augusto non volle che fosse portato dal figlio e dalla moglie e rifiutò gli onori divini. Onori divini invece fece decretare alla nonna Livia e un carro tirato da elefanti nei ludi circensi, stabilì in onore del padre giuochi annui nel Circo, in onore della madre il soprannome di Augusta e un carro nei ludi circensi; per onorare la memoria del fratello Germanico fece rappresentare commedie greche a Napoli premiando la migliore, fece celebrare l'anniversario della nascita di Druso che coincideva con quello della nascita di Marc'Antonio e fece condurre a termine l'arco di trionfo in marmo in onore di Tiberio che era rimasto incompiuto; ma vietò che il giorno della morte di Caligola fosse posto tra i festivi.

I PRIMI ATTI DI CLAUDIO

II governo di Claudio smentì la fama di stupido che questo principe aveva. Egli non fu certo un imperatore di larghissime vedute, ma non fu neppure un inetto e se non si fosse lasciato dominare dai liberti e dalle mogli avrebbe senza dubbio lasciato tracce non indifferenti dell' opera sua. Per quanto dicano coloro i quali hanno voluto esagerare le deficienze di Claudio, egli ha il grande merito di avere impiegati negli studi gli anni della sua vita, di essere stato animato dalla volontà di ben governare, di non aver dilapidato il pubblico erario, di aver mostrato amore e zelo grandissimi per la giustizia e di non essersi macchiato delle atrocità dei suoi predecessori.
I suoi studi furono molti e pazienti. Consigliato da Tito Livio, cominciò una storia romana, la cui composizione in seguito abbandonò per un'altra che cominciava dal principio della monarchia; scrisse in greco in venti libri la storia di Cartagine e in otto quella degli Etruschi, compose otto volumi sulla sua vita dei quali Svetonio fa risaltare lo stile elegante, scrisse una Difesa di Cicerone contro i libri di Asinio Gallo, fece introdurre nell'alfabeto latino tre nuove lettere e proprio sull'alfabeto pubblicò un volume di studi.

Importanza non trascurabile ha la legislazione di Claudio. A difesa degli schiavi furono fatte leggi speciali: si stabilì che si considerasse omicida e come tale si punisse chiunque uccideva il proprio schiavo, si decretò inoltre che gli schiavi ammalati i quali venivano esposti presso il tempio di Esculapio nell' isola Tiberina fossero dichiarati liberi. La cifra massima dell'onorario degli avvocati fu fissata a diecimila sesterzi  e furono comminate pene a carico di chi, redigendo un testamento, vi includesse legati  in proprio favore; fu proibito che si comperassero edifici per demolirli e venderne il materiale; il diritto di avere una statua in pubblico fu limitato a quei privati che si fossero resi benemeriti con la costruzione di opere di pubblica utilità; fu concesso di legittimar la prole ai soldati i quali non potevano contrarre matrimoni; fu proibito di conceder mutui con interessi al figlio mentre il padre era vivo, venne stabilito che il patrimonio dei figli minorenni, in caso di sequestro, fosse detratto dai beni del padre, si ammise la madre cui fossero morti i figli a succedere ad essi insieme con gli altri parenti e vennero dichiarate nulle le obbligazioni delle mogli in favore dei mariti.
Perché la giustizia non subisse indugi si diede ai governatori delle province la giurisdizione in fatto di fidecommessi ed ai procuratori imperiali il diritto giudicare in merito alle contestazioni; si accrebbe il numero dei giorni destinati ai giudizi e furono ridotti i rinvii nei casi di contumacia.

Era tanto il suo amore per la giustizia che spesso Claudio assistette ai processi, spesso fece da giudice e quando alcune cure di malanni gli impedirono di esercitare questa funzione delegava altri in sua vece ratificandone le sentenze. Scrive SVETONIO: « rese sempre la giustizia con grande zelo, anche nei giorni di feste sia casalinghe che religiose. E non si attenne sempre rigidamente alle leggi, ma qualche volta le mitigò o le inasprì... Concesse la riaperture delle cause a quelli che l'avevano perduta davanti ai giudici privati perché avevano trascurate le formalità prescritte e condannò al publico ludibrio i consapevoli di frode maggiore, accrescendo la pena voluta dalle leggi ». Lo stesso Svetonio ci dice che nei giudizi l'imperatore era «ora acuto e prudente, ora volubile e furioso, ora leggero ed anche stravagante ». Non vi è dubbio che le parole dello storico rispondano a verità, ma è forse anche certo che tutte le stranezze le incongruenze e le sciocchezze che vengono attribuite a Claudio siano frutto di esagerazione.

Sotto Claudio la censura risorse. Egli ricoprì la carica insieme col collega Lucio Vitellio per un anno e mezzo; provvide che non avvenissero disordini nei teatri, diede severe (ma vane) disposizioni contro il lusso, fece una revisione della lista dei senatori invitando alle dimissioni non pochi, creò nuove famiglie patrizie, passò in rassegna l'ordine equestre e nel 48 fece il censimento della popolazione che diede la cifra di sei milioni circa di cittadini, (un milione quasi in più di quella data dal censimento del 14) non compresi le donne e i giovani che non avevano compiuto il diciassettesimo anno di età.
Della sicurezza pubblica e dell'annona Claudio si occupò con grande diligenza.  Perché gli incendi fossero sollecitamente estinti istituì una coorte di vigili a Pozzuoli ed un'altra ad Ostia. Durante l'incendio del quartiere Emiliano, rimase due notti in piazza a dirigere le operazioni dei vigili e poiché il numero di essi non era sufficiente, ordinò che venissero impiegati gli schiavi e la plebe degli altri quartieri, promettendo premi ai più attivi. 

Durante il suo principato più di una volta la carestia travagliò Roma e nel 51 fu così grave che la folla lo circondò nel Foro e lo coprì d'ingiurie. L imperatore fissò al prezzo del grano una tariffa; non essendo più sufficiente e sicuro l'approdo di Ostia, allo scopo di favorire, l'approvvigionamento fece costruire alla foce del Tevere il porto romano, che, cominciato nel 42, fu terminato nel 46 e costò trenta milioni di sesterzi, inoltre per dare impulso alla marina mercantile dispensò i cittadini dall'osservanza della legge Papia-Poppea, accordò alle mogli dei costruttori i diritti concessi alle madri di quattro figli e assunse a proprio carico i danni che le tempeste avrebbero cagionato ai mercanti.
Il bisogno del porto era davvero sentito. L'opera, che era stata idata da Giulio Cesare, riuscì più bella che utile: due moli laterali vennero fabbricati e, di traverso, all'entrata, sopra un'enorme diga fu innalzata una torre altissima, simile al faro di Alessandria, perché il lume acceso alla sommità servisse di guida ai naviganti. Non fu questa la sola opera iniziata e condotta a termine da Claudio; altre di utilità pubblica e di ornamento furono eseguite. Vennero costruite delle fontane, fu abbellito il Circo Massimo, furono riparati gli acquedotti e due nuovi ne furono costruiti, che raccolsero due corsi d'acqua distanti da Roma uno di quaranta e l'altro cinquanta miglia che presero il nome di Acqua Claudio e Anio Novus. Con quest'opera che costò cinquantacmque milioni e mezzo di sesterzi, Roma, che era dotata già di 3.720.860 mc. di acqua, ne ebbe in seguito 5.122.101 mc.

Opera più grandiosa e difficile fu il prosciugamento del Lago di Fucino. Purtroppo la grande impresa fallì. I lavori durarono undici anni e vi furono impiegati trentamila uomini. Un canale lungo cinquemila e seicento metri venne faticosamente scavato attraverso il monte perché le acque si scaricassero nel Liri, ma gli errori commessi nella costruzione delle dighe provocarono l'allagamento delle circostanti campagne. Solo nella prima metà del 1900, per iniziativa della famiglia Torlonia e di Mussolini, l'opera di Claudio è stata ripresa e condotta a termine. 
Altre opere vanno aggiunte a quelle accennate: strade in Italia, nella Gallia e nella regione del Reno, riparazione di templi e di altri edifici pubblici, restaurazione della diga del Lago Lucrino. E lavori importanti vennero eseguiti per im-pedire o rendere meno dannosi gli straripamenti del Tevere.
Anche alla religione rivolse Claudio le sue cure. Fece ricostruire a spese dell'erario il tempio di Venere Ericina in Sicilia, abolì il culto di Caligola, e ripristinò gli antichi riti: degni di nota fra questi il sacrificio d'una scrofa e l'orazione dei Fedali nel Foro in occasione della firma dei trattati di alleanza, e la processione del popolo con alla testa il pontefice massimo per placare l'ira degli dèi quando riuscivano contrari gli auspici in Campidoglio.

Claudio proibì il culto druidico e il sacrificio di vittime umane in Gallia: fu invece tollerante degli altri culti e, memore dei disordini sorti in Egitto e in Palestina sotto l'impero di Caligola, e seguendo la politica di Giulio Cesare e di Ottaviano Augusto, accordò molti privilegi agli ebrei e fece processare e condannare a morte Isidoro e Lampone che capeggiavano in Alessandria i moti antisemiti. 
Anche nella stessa Roma  permise libertà di culto agli Ebrei. Abitavano essi in gran numero in Trastevere, in un quartiere presso porta Portese, vi vissero indisturbati per parecchio tempo e non avrebbero ricevuto noie da Claudio se i seguaci della nuova religione di Cristo non avessero fatto nascere in mezzo ai Giudei gravi tumulti. Per amore dell'ordine l'imperatore fu costretto a scacciare da Roma entrambi, Ebrei e Cristiani. Fra questi ultimi la storia ricorda il tappezziere Aquila, nativo del Ponto, e la moglie Priscilla, i quali, espulsi, si rifugiarono a Corinto, dove conobbero S. Paolo, di cui divennero amici e collaboratori.

I DIVERTIMENTI I GIOCHI

Al contrario di Tiberio, Claudio si acquistò la benevolenza del popolo con i giuochi e le pubbliche feste. Diede numerosi e splendidi spettacoli, ripristinando quelli che erano caduti in disuso e inventandone di nuovi. Agli spettacoli egli era assiduo, scherzava, si divertiva, non si mostrava superbo, ma affabile e popolare, rivolgeva motti agli spettatori e distribuiva premi in denaro. 
Fece ricostruire il teatro di Pompeo che le fiamme avevano distrutto ed egli stesso lo consacrò assistendo allo spettacolo da una tribuna appositamente innalzata nell'orchestra donde diede il segnale dei giuochi dopo aver celebrato un sacrificio. 
« Spesso fece fare le corse del Circo sul Monte Vaticano e come intermezzi tra una corsa e l'altra fece eseguire combattimenti di belve. Adornò il Circo Massimo di balaustre marmoree e di mète dorate sostituendole a quelle di legno; assegnò posti ai senatori che prima non avevano seggi speciali. Ai combattimenti dei carri aggiunse giuochi troiani, e la cavalleria pretoriana, comandata dai suoi tribuni e dallo stesso prefetto, che combatterono contro le belve africane. Si videro anche cavalieri tessali inseguire nel Circo tori infuriati, stancarli, saltare lor addosso, afferrarli per le corna ed abbatterli (Svetonio) ». 

Non pochi furono gli spettacoli dei gladiatori dati da Claudio. Uno annuo ne venne dato nel campo dei pretoriani alla porta Nomentana, un altro nel campo Marzio e un altro ancora che durò parecchi giorni. Nel Campo Marzio inoltre fece rappresentare la presa e il saccheggio di una città e la sottomissione del re di Britannia. A questo spettacolo l'imperatore assistette in abito di guerriero. Nell'anno 47 festeggiò l'ottavo centenario della fondazione di Roma con la celebrazione dei giuochi secolari. 
Due grandiosi spettacoli diede per festeggiare i lavori del prosciugamento del lago Fucino; una naumachia e un combattimento di gladiatori. Alla prima presero parte cinquanta triremi di cui dodici della flotta di Sicilia ed altrettante di quella di Rodi e il segnale della battaglia fu dato da una tromba entro cui soffiava un Tritone d'argento. Per questo combattimento erano stati riuniti diciannovemila delinquenti ed una folla immensa, accorsa da ogni parte d'Italia, gremì le rive munite di parapetto. Prima che s'iniziasse la lotta le navi sfilarono davanti la tribuna dalla quale Claudio e la moglie Agrippina assistevano allo spettacolo e salutarono il sovrano con la rituale frase dei gladiatori: Ave, Caesar imperator, morituri tè salutant. L'imperatore rispose al saluto con le parole: Avete et vos e i combattenti interpretando le parole dell' imperatore come una concessione di grazia, gettarono via le armi. 
Claudio, pieno d'ira, minacciò d'incendiare le navi e solo dopo questa minaccia la battaglia ebbe inizio. Ben presto le acque del Fucino rosseggiarono di sangue e pullularono di corpi trafitti. I superstiti del sanguinoso gioco vennero graziati. Il combattimento dei gladiatori fu dato su ponti gettati sul lago; ma lo spettacolo venne interrotto dalla furia, delle onde, le quali travolsero le dighe ed allagarono nuovamente la campagna.

Tutti questi divertimenti procurarono a Claudio grande popolarità. Il popolo romano non voleva che pane e spettacoli e non poteva non dare il suo favore ad un principe che non lesinava nei doni e si prodigava per le feste. Sebbene non gli fosse ignoto questo favore di cui godeva, tuttavia Claudio visse sempre fra i timori e i sospetti e più d'una volta, vinto dalla paura, pensò di abdicare. Nei primi tempi del suo principato soleva pranzare sotto la custodia dei pretoriani e si faceva servire dai soldati; nel visitare gli infermi faceva eseguire accurate perquisizioni; rigorosamente perquisiti erano tutti coloro che lo avvicinavano e soltanto molto tardi e con riluttanza concesse che dalle perquisizioni fossero esentate le donne e i fanciulli e lasciò agli scrivani, che dovevano avvicinarlo, gli stili.

I suoi sospetti erano specialmente rivolti verso i senatori, e non a torto: alcuni di essi infatti avevano presentata la loro candidatura all' impero dopo la morte di Caligola e le insidie non potevano essergli tese che dai componenti di quell'assemblea che per tradizione erano avversari della forma monarchica. Quanto lui temesse dal Senato è provato dalle misure di sicurezza prese da Claudio quando si recava nella Curia, dove entrava sempre scortato da fedeli ufficiali delle coorti pretorie. Queste misure però non distolsero alcuni dall'attentare alla vita dell'imperatore. Agli attentati si aggiunsero congiure e sollevazioni e gli autori non furono soltanto senatori, come Claudio temeva, ma plebei, cavalieri ed anche ufficiali dell'esercito.
Una notte, un uomo della plebe fu trovato armato di pugnale presso il letto dell'imperatore; nel 42 il governatore della Dalmazia Furio Scriboniano tentò di ribellare a Claudio le due legioni che erano sotto il suo comando e fece venire a sé non pochi senatori e cavalieri, e già aveva guadagnate le truppe alla sua causa quando, all'ultimo momento queste si rifiutarono di seguirlo. Scribonio fu costretto a fuggire e, rifugiatesi nell' isola d'Issa, vi morì.

 Questo tentativo ebbe un lungo strascico di processi che furono coronati da sentenze capitali e da condanne all'esilio; il senatore Annio Viniciano che nelle giornate del 24 e 25 gennaio del 41 aveva presentata la candidatura alla successione di Caligola, accusato come capo della congiura, venne mandato a morte. 
Nel 46 un'altra congiura venne scoperta, di cui facevano parte molti schiavi e liberti. La capeggiavano Asinio Gallo e Tauro Statilio Corvino, nipoti di Pollione e Messalla. Anche questa congiura venne seguita da processi e condanne. 
Nel 47 fu arrestato e messo alla tortura Gneo Nonio, cavaliere romano, il quale, introdottosi con altri visitatori in casa dell' imperatore, era stato trovato in possesso di un'arma. Altri due cavalieri armati di coltello che aspettavano Claudio per ucciderlo, l'uno all'uscita del teatro, l'altro nel tempio di Marte, furono arrestati.
Né questi soltanto furono i tentativi dei nemici di Claudio. Fortunatamente però nessuno di essi riuscì.
Doveva invece riuscire a spegnerlo la perfidia dei suoi familiari e degli stessi congiunti.

Fonti: 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
CASSIO DIONE - STORIA ROMANA 
PLUTARCO - VITA DI BRUTO 
SVETONIO - VITE DEI CESARI 
SPINOSA - GIULIO CESARE
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE 

( Seconda Parte) * LE GUERRE DI CLAUDIO - LA BRITANNIA PROVINCIA R.
* I LIBERTI PADRONI - LE MOGLI DI CLAUDIO
* MESSALINA-AGRIPPINA - BRITANNICO E NERONE
* LA MORTE DI CLAUDIO
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