IL CRISTIANESIMO A ROMA (dall'ANNO 112)
 
(vedi anche 2000 ANNI DI PAPI)

ROMA SI PIEGA
AL FIGLIO
DI BETLEMME

Cristo parla di fede ma anche di riscatto sociale e morale. 
Così comincia la rivoluzione pacifica contro violenza e lo schiavismo

di PAOLO DEOTTO

Attenzione, stiamo violando un segreto epistolare: leggiamo un brano di una lettera che il governatore della Bitinia, Plinio il Giovane, aveva inviato all'imperatore Traiano. Il governatore scriveva all'imperatore per chiedere istruzioni su un problema che lo angustiava: come comportarsi nei confronti dei cristiani? Lo spirito giuridico romano si ribellava al fatto di adottare sanzioni contro chi non avesse commesso specifici reati. Lo stesso Plinio infatti dice che, dopo aver interrogato, anche sotto tortura, due schiave cristiane, "nihil aliud inveni quam superstitionem pravam, immodicam" (null'altro trovai all'infuori di una superstizione balorda e squilibrata). Il problema però di "far qualcosa" per frenare lo sviluppo del cristianesimo sussisteva; è sempre Plinio che, nella medesima lettera, fa notare che il contagio di questa superstizione dilaga "neque civitates tantum, sed vicos etiam atque agros" (non solo nelle città, ma anche nei villaggi e nelle campagne).

Siamo nel 112: non siamo quindi ancora nel periodo delle grandi persecuzioni: sino alla metà del III secolo i cristiani poterono praticare il loro culto ed organizzare le loro comunità ecclesiali in relativa quiete. Ma fin dal suo nascere il cristianesimo produsse "qualcosa" che lo poneva inevitabilmente in frizione col potere costituito: già con Nerone (siamo nel 64) abbiamo un primo massacro di cristiani, non dovuto ad una specifica punizione imperiale contro la fede cristiana, quanto al fatto di aver trovato nella comunità cristiana di allora il capro espiatorio da offrire alla plebe esasperata per l'incendio di Roma (incendio che, si badi bene, era un evento tutt'altro che infrequente in una città costruita per lo più in legno). Altri documenti sulle persecuzioni anticristiane ci riportano ad eventi del 177 e l78 a Lione, del l80 in Numidia, o del 203 a Cartagine. Ma le persecuzioni sistematiche e specificamente ordinate dall'autorità centrale si avranno solo a partire dal 249, con Decio, Valeriano e soprattutto poi con Diocleziano, cui succederà, nel 306, Costantino, esempio vivente della validità dell'adagio popolare che dice: "se non puoi sconfiggere il tuo nemico, cerca di averlo come alleato".

La corrispondenza in cui prima sbirciavamo è il primo sicuro documento dell'attenzione imperiale ad un fenomeno così fuori dell'ordinario. Ed è significativa la risposta di Traiano a Plinio: questo imperatore, giustamente apprezzato per la sua saggezza e la sua magnanimità, di fronte a questo problema emana invece disposizioni contraddittorie e insicure, che danno buon gioco alle critiche. La più energica delle quali verrà in seguito formulata da Tertulliano (è da sottolineare che il "rescritto" di Traiano resterà infatti per decenni l'unico documento imperiale sul quale baseranno i loro comportamenti i vari governatori), che fa notare la mostruosità giuridica di un rescritto imperiale che al tempo stesso riconosce ai cristiani una perfetta moralità di comportamenti, ma castiga la sola affermazione delle proprie credenze, il puro nome di cristiani.

Ciò tanto più suonava strano in un sistema giuridico che tradizionalmente aveva sempre lasciato spazio alle più diverse credenze religiose, pur avendo una propria "religione di stato" e un imperatore che era al tempo stesso autorità politica e "pontifex maximus".

Perchè dunque solo ai cristiani fu riservato il discutibile privilegio della persecuzione?

Perché la dottrina cristiana e i comportamenti dei membri delle prime comunità ecclesiali avevano in sé una tale carica dirompente da demolire alle basi la più grande costruzione politica dell'antichità, l'impero romano. Quegli uomini, per lo più appartenenti alle classi sociali inferiori, rispettosi delle leggi e dell'autorità, tuttavia erano portatori di tali incomprensibili contraddizioni (superstizioni, come le chiamerà Plinio, che non mancherà anche di classificare i cristiani come dementi) da potersi definire davvero come dei grandi rivoluzionari, seppur "involontari", perché questo non era affatto il loro scopo. Forse come gli unici veri rivoluzionari che la Storia abbia mai visto. Cerchiamo insieme di capire il perché.

La storia dello sviluppo del cristianesimo si intreccia con la storia del massimo sviluppo e poi dell'inarrestabile decadimento di quell'eccezionale edificio politico, economico e giuridico che fu l'impero romano. E' quindi opportuno soffermarci un momento sulle condizioni dell'Impero nel periodo storico che stiamo esaminando. Già all'inizio del III secolo si avevano preoccupanti segnali di disgregazione: sotto la dinastia dei Severi le frontiere, ben difese, tenevano lontani i barbari. Ma questo comportava un impegno sempre più grande delle forze armate, col dirottamento di gran parte delle risorse verso le spese militari, per loro natura improduttive. E questa situazione comportò anche, inevitabilmente, un'influenza politica sempre più forte da parte dei militari, tant'è vero che l'elezione dell'imperatore (o la sua eliminazione) avvengono, in questo secolo, sempre ad opera dei corpi armati.

Nel periodo cosiddetto della "anarchia militare", della durata di circa trent'anni, si susseguono ben trentacinque imperatori, qualcuno per poche settimane, e quasi nessuno morto nel proprio letto. In questo periodo nacquero anche degli stati indipendenti all'interno dell'Impero, come il regno di Postumo in Gallia e quello di Palmira in Arabia. Il distacco fra le classi sociali, favorito da una fiscalità vorace (per le enormi spese militari) e mal organizzata, che colpisce duramente i ceti medi e bassi, si fa sempre più profondo, mentre il processo di romanizzazione di tutte le province dell'Impero, avviato da Caracalla nel 212, favorisce anche il diffondersi di vari culti di provenienza orientale, con una progressiva disaffezione alle divinità tradizionali.

La riscossa dell' Impero fu opera dei cosiddetti imperatori illirici, Claudio II il Gotico, Aureliano, Probo e, il più grande di tutti, Diocleziano (285-305). Questi porta a compimento una robusta opera di centralizzazione del potere, restaura la disciplina nell'esercito, rafforza il gettito fiscale con l'istituzione del catasto e assicura una miglior organizzazione del territorio, e quindi anche della sua difesa, creando la "Tetrarchia", ossia la divisione dell' impero tra due Augusti, affiancati da due Cesari. Tutto ciò è reso possibile anche dall'affermarsi della figura dell'imperatore come autocrate assoluto, non obbligato dalle leggi (legibus solutus) perché egli stesso è fonte della legge. Affinchè questa costruzione resti in piedi è però necessaria una "legittimazione", che viene ricercata con l'identificare l'imperatore con il "dio", o comunque rappresentandolo come l'emanazione in terra della divinità. Già Aureliano, che elimina i regni autonomi e precede Diocleziano nell'opera di restaurazione dell'unità imperiale, fonda l'ideologia imperiale sul culto del "Sol Invictus", un culto misterico molto diffuso in tutto il Mediterraneo.

Possiamo quindi dire che il cristianesimo si trovò in "guerra di religione" con altri culti, o, soprattutto, in guerra con una "religione di stato?". Non è esatto. Infatti, come dicevamo sopra, la tolleranza religiosa era sempre stata una delle caratteristiche dell'Impero Romano, e tanto più questa tolleranza si manifestava nei secoli II e III, che vedono un fiorire di nuovi culti e soprattutto una tendenza generale al sincretismo religioso, in virtù del quale le divinità tradizionali assumono spesso la veste di manifestazioni, sotto diversi aspetti, di un unico "dio", non ben identificato, ma espressione comunque di un tormento, di una ricerca spirituale necessaria per trovare una via d'uscita ad una realtà in cui l'angoscia esistenziale è ormai diffusa. Non a caso in questa epoca fioriscono anche l'astrologia e la magia, e il "sacerdote" viene visto come intermediario tra dio e i fedeli e non più come semplice officiante di un cerimoniale tradizionale e politico. Ma fra tutte le esperienze religiose del tempo, il messaggio cristiano esercitava una suggestione maggiore, perché la rivelazione di un dio che si fa uomo per salvare l'umanità è, in più, connessa agli inizi con la fiduciosa aspettativa di un secondo avvento, al fine di instaurare il Regno di Dio sulla terra. Inoltre l'insegnamento delle certezze della fede si basava su scritture immediatamente comprensibili e su una comunicazione orale con un linguaggio concreto e corrente, ben diverso dall'esoterismo e dall'ermetismo dei riti misterici.

Nella grande confusione degli animi, che si accompagnava anche a concrete difficoltà nella vita quotidiana per le classi più umili, il cristianesimo si presenta come la religione che più immediatamente interessa l'umano, il vivere quotidiano, dando una risposta non solo filosofica ai bisogni dello spirito smarrito, ma anche una risposta concreta ai bisogni pratici di ogni giorno. Infatti la liberazione dal male e dal peccato non era cosa che riguardasse solo l'individuo nel suo rapporto con il dio, ma si doveva realizzare attraverso l'amore per i fratelli, nella pratica quotidiana, che vede così fiorire le comunità cristiane come soggetti sociali assolutamente anomali per l'epoca, dove la solidarietà e la carità reciproca erano la prassi quotidiana, indipendentemente dalla categoria sociale, che veniva automaticamente a cadere, considerandosi i cristiani tutti fratelli tra loro, accomunati dal riconoscere Cristo come salvezza dell'uomo, e memori del suo comandamento: "amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi". Organizzati su una base strettamente egualitaria, i primi cristiani usavano porre in comune i propri beni e prendersi cura dei più deboli, in particolare delle vedove e degli orfani, come testimonia la "lettera di Diogneto", che è uno spaccato di vita quotidiana, dove "non vi sono più bambini abbandonati per le strade, o vedove a patir la fame, perché ognuno dà del suo per il suo fratello, in nome di Cristo".

Un altro dei motivi di attrazione e di diffusione del cristianesimo fu l'assoluta radicalità della proposta di conversione: se il fedele di Iside poteva, senza per questo sentirsi in colpa, farsi iniziare anche ad altri misteri o partecipare ai riti pagani, il messaggio di salvezza cristiano imponeva al convertito un taglio netto con il suo passato e con gli usi e costumi del paganesimo. Di fronte a tanti messaggi oscuri, misteriosi, contraddittori, la proposta cristiana era netta, semplice e totale.

Il cristianesimo fu anche un gigantesco fenomeno di acculturazione delle masse più umili, fino ad allora rimaste escluse dagli studi consentiti dall'"otium" e il cui desiderio di cultura veniva ora appagato sia attraverso la comunicazione orale della liturgia e dell'omelia, sia attraverso la lettura comune e l'esegesi delle Scritture.

Il primo terreno di diffusione del messaggio cristiano fu quello delle classi più umili: schiavi, piccoli artigiani, vedove, emarginati insofferenti del conformismo sociale. A tutti questi non veniva però proposta una "rivoluzione" che li riscattasse. Se leggiamo un documento delle origini del cristianesimo, la prima lettera di Pietro, troviamo queste direttive: "Carissimi.... siate sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re in quanto sovrano, sia ai suoi ministri in quanto inviati per punire chi fa male e approvare chi fa bene......Domestici, siate sottomessi con ogni rispetto ai padroni, non soltanto a quelli buoni e ragionevoli, ma anche a quelli duri. Questo infatti è gradito: sopportare pene in omaggio a Dio, soffrendo ingiustamente.......similmente voi donne, siate soggette ai vostri mariti.... per parte vostra, o mariti, convivete saggiamente con l'altro sesso, riserbategli l'onore dovuto a chi è coerede con voi del dono di vita....Insomma, siate tutti di uno stesso sentimento, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, umili. Non rendete male per male, o ingiuria per ingiuria. Al contrario, rispondete benedicendo; poiché siete stati chiamati ad ereditare benedizione."

E' innegabile la grande carica morale di un messaggio di tale genere. E infatti vedevamo all'inizio come lo stesso imperatore Traiano, nella sua corrispondenza con Plinio, non possa non riconoscere che la condotta civile dei cristiani è irreprensibile.

Ma il pericolo esisteva; e se rileggiamo la lettera di Pietro, lo troviamo in poche semplici parole: siate sottomessi......"per amore del Signore". La caparbietà dei cristiani, che stupisce Plinio il giovane (a cui non può non sembrare profondamente irrazionale rischiare la pelle rifiutando, ad esempio, di sacrificare in onore dell'imperatore) trova la sua radice proprio nella motivazione che il cristiano ha per ogni suo gesto, per ogni sua azione: l'amore per Cristo. E questa caparbietà, se così vogliamo chiamarla, trova la sua origine nel totalitarismo del messaggio cristiano che, come dicevamo sopra, non consente la convivenza di varie credenze o l'omaggio formale a divinità più o meno tradizionali, ma richiede una totale adesione, una "conversione".

In una costruzione politica che cercava di legittimarsi divinizzando la figura dell'Imperatore il cristiano non era né un rivoluzionario, né un disobbediente. Al contrario, come vedevamo sopra, era esplicitamente invitato ad obbedire all'autorità. Ed era altresì invitato a rispettare un ordine costituito. Ma non poteva ubbidire, ad esempio, all'editto dell'imperatore Decio, che imponeva a tutti gli abitanti dell'impero di adempiere ai sacrifici di rito, né la pena di morte poteva essere un "deterrente", perché il cristiano sapeva che la persecuzione patita per amore di Cristo era da sopportare con animo lieto, consapevoli della gloria che attendeva il martire.

Insomma, il cristiano, lungi dal voler operare un capovolgimento politico del sistema in cui viveva, ne disconosceva però alla radice la legittimazione, quando questa veniva cercata contrabbandando per divinità un'autorità politica, l'imperatore. Infatti, se è vero che San Pietro, come leggevamo sopra, invitava i cristiani all'obbedienza alle autorità, è altrettanto vero che i cristiani rispettavano questa autorità riportandola però alla sua dimensione terrena e tornando così, tra l'altro, ai concetti di dottrina dello stato propri dell'epoca classica, che giustificavano l'autorità e la legge "ne cives ad arma veniant", ossia come istituzioni necessarie nella vita organizzata "affinché i cittadini non vengano alle armi", ossia convivano pacificamente.

Un modello politico accentratore e fondamentalmente dittatoriale, qual è quello che si rese necessario per riportare ordine e coesione nell'Impero, non poteva tollerare al suo interno degli elementi che non riconoscendo la natura divina dell'Imperatore mettevano a rischio la sua esistenza stessa come autorità e fonte della legge. Oltre tutto questi elementi non erano malfattori, ma al contrario erano individui che aveva mostrato concretamente la possibilità di una vita nuova, basata sulla carità vicendevole, sul perdono, sulla solidarietà e che in questo modo mettevano in discussione anche la divisione in classi che, seppur non codificata, era uno degli elementi su cui si reggeva il sistema. E' vero che San Paolo dice agli schiavi: "amate i vostri padroni", ma è altrettanto vero che per il cristiano schiavo e padrone sono fratelli in Cristo, uguali davanti a Dio.

Non è un caso quindi che le grandi persecuzioni coincidano col periodo storico della riscossa dell'impero, nella seconda metà del III secolo, con gli imperatori illirici. Queste persecuzioni sono da annoverarsi tra gli atti "inevitabili" per riportare ordine in una realtà politica che si andava squagliando. Inoltre la riscossa dell'impero, nella sua ricerca di elementi di coesione, aveva anche bisogno di riportare a galla i valori della Roma classica, in cui l'elemento religioso era parte integrante del sistema politico: e in questo senso già nel secolo precedente si erano accese dispute ideologiche tra i cristiani e i sostenitori del paganesimo, visto come tradizione gloriosa per virtù antiche ed uomini illustri, disconoscendo il quale i cristiani rifiutavano quanto di meglio aveva prodotto la sapienza antica, palesandosi come nemici della ragione stessa.

Celso, uno dei più illuminati teorici del paganesimo, scrive, attorno al 170, il "Discorso Vero", in cui, abbandonando le calunnie sui presunti delitti che si consumavano nelle riunioni dei cristiani (raccolte anche da storici come Tacito e Svetonio), dimostra una puntuale conoscenza delle Sacre Scritture e imposta la contesa in termini essenziali, filosofici e sociologici, arrivando a definire la fede cristiana una superstizione atta "a convincere solo la gente semplice, volgare e stupida, ossia schiavi, donnicciole e giovinetti..."

Un altro avversario pericoloso sul piano dottrinale fu il sistema, religioso e filosofico insieme, rappresentato dal neoplatonismo di Plotino e Porfirio, che galvanizzò le residue energie dell'ideologia e della cultura pagane, inserendosi anche in quel "monoteismo solare" che, come abbiamo visto, contrassegnava l' ideologia degli imperatori illirici. Il neoplatonismo però non diventò mai una religione di massa, perché troppo caratterizzato da una speculazione filosofica che lo rendeva accessibile alle classi più colte, non certo a quella plebe che nel cristianesimo trovava non solo la promessa del cielo, ma anche la vita migliore sulla terra e un riscatto sociale. L'ultima, grande persecuzione con cui Diocleziano aveva cercato di ricostruire l'unità religiosa dell'impero era servita solo a dimostrare che il cristianesimo era un fenomeno inarrestabile: il martirio non spingeva il cristiano ad abiurare la fede, ma anzi galvanizzava i fratelli più tiepidi. La persecuzione trovava ben poche giustificazioni sul piano giuridico formale ed inoltre, fattore ultimo in ordine di elencazione ma non certo di importanza, la fede cristiana si era diffusa notevolmente anche nell'esercito.

Di tutte queste cose seppe prendere atto Costantino: l'editto di Milano del 313 sancisce la libertà di culto e di organizzazione per i cristiani e successivamente la tolleranza si muta nella propensione a privilegiare il cristianesimo, restringendo i limiti di esercizio del culto pagano. Interessato o puro che fosse, il fervore cristiano di Costantino fu notevole. E infatti fu lo stesso imperatore a convocare nel 325 il concilio di Nicea, nel quale la Chiesa si trovò a confutare e a condannare la prima grave eresia, quella di Ario. Con Costantino il cristianesimo diviene, da religione clandestina dei perseguitati, religione di stato ed inizia così un nuovo, lungo capitolo della sua storia: quello caratterizzato dalle contese tra autorità civile e autorità religiosa, dal tentativo di quella di usare questa come nuova fonte di legittimazione e spesso anche dal tentativo della Chiesa di porsi come regolatrice del potere civile non solo sotto il profilo morale, ma anche nell'azione pratica di governo.

Con la morte di Teodosio (siamo nell'anno 395) la divisione dell'impero, voluta da Diocleziano per motivi di organizzazione territoriale, diviene definitiva a tutti gli effetti. E mentre l'Impero di Oriente vivrà ancora per secoli, l'Impero d'Occidente si dissolve sotto la spinta dei barbari, finché il saccheggio di Roma, operato dai Goti di Alarico nel 410, segna la fine. In una sorta di storico contrappasso la Chiesa diverrà l'unico centro di difesa per i romani contro gli arbitrii e le scorrerie dei barbari, ponendosi come unica istituzione solida nel totale disfacimento. Continuando l'attività di assistenza ai poveri e agli emarginati, che aveva caratterizzato la vita fraterna delle prime comunità, essa opera anche una progressiva surrogazione dei poteri dello stato nel corso del V secolo e dei successivi, che vedranno il vescovato divenire il centro motore della residua vita cittadina e anche il salvatore di quella cultura classica che i pagani temevano che venisse distrutta dal cristianesimo.

Perché cadde l'Impero Romano di Occidente? Senza dubbio i fattori furono molti, ed uno dei principali è rappresentato da uno sforzo militare sempre più elevato, continuato per secoli con centinaia di migliaia di uomini sotto le armi e che rendeva necessaria una fiscalità sempre più pesante, consumando in spese improduttive capitali che avrebbero potuto essere impiegati per produrre nuova ricchezza. Le orde di barbari, spinte dalla fame a cercare nuove terre di conquista, si trovarono ad un certo punto a lottare contro uno stato che aveva, semplicemente, esaurito le sue risorse materiali. Non si può quindi dire che il cristianesimo fu "la causa" della caduta dell'Impero. Ma di sicuro fu un fattore di accelerazione, divenendo denuncia, nei fatti, delle contraddizioni profonde e dello smarrimento culturale e morale di un sistema che ormai viveva solo per sopravvivere a sé stesso. E per fare ciò il cristianesimo non ebbe bisogno di insurrezioni, di armi, di atti politici.

di PAOLO DEOTTO

Si ringrazia per l'articolo  
offerto a Cronologia
il direttore di 
STORIA IN NETWORK
  


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