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(QUI TUTTI I RIASSUNTI)   RIASSUNTO ANNI dal 180 al 193 d.C.

PERIODO: DA COMMODO A GIULIANO (dal 180 al 193)

COMMODO -  VITA DI COMMODO - CLEANDRO - UCCISIONE DI COMMODO - PERTINACE
GOVERNO E MORTE DI PERTINACE - IMPERO ALL'INCANTO - GIULIANO - 
SI MUOVE SETTIMIO SEVERO  - MORTE DI GIULIANO
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COMMODO E L'IMPERO

A Marco Aurelio successe lo stravagante figlio, Lucio Aurelio Commodo.

 Egli aveva compiuto da pochi mesi diciannove anni, essendo nato il 21 agosto del 160. Se nelle fattezze somigliava al padre, Commodo era completamente diverso da Marco Aurelio nell' indole: fin da fanciullo aveva dato prova dei suoi istinti malvagi ordinando -che si gettasse nel forno un servo reo di avere riscaldato troppo l'acqua del suo bagno; di studi non aveva voluto saperne e si era dato con passione agli esercizi fisici: al salto, alla danza, ai giuochi e ai piaceri.

C'era anche lui a Vindobona quando morì Marco Aurelio; e assunto all'impero, pronunciò al campo alla presenza delle truppe l'elogio del padre, poi fece noto il suo proposito di tornare a Roma. Invano i suoi generali insistettero affinchè la guerra, così bene iniziata, fosse condotta a termine: egli fu inesorabile e aderì sollecitamente alle proposte di pace che gli erano state fatte dai Marcomanni, dai Quadi e dai Buri.

Non a lui certamente si dovette se la pace fu conclusa a condizioni vantaggiose per i Romani, ma alla stanchezza del nemico che aveva subito dure sconfìtte ed all'abilità dei suoi generali, cui il padre, morendo, lo aveva raccomandato. Erano fra questi i due Quintili, fratelli notissimi più per il loro valore e la concordia che regnava tra loro che per le grandi ricchezze; Salvio Giuliano, Claudio Pompejano, che aveva sposata Annia Lucilia, vedova di Lucio Vero, e il prefetto del pretorio Tarrutenio Paterno.
Nonostante l'opera di costoro i nemici si impegnarono a restituire i disertori e i prigionieri; mentre i Marcomanni e i Quadi si impegnarono a fornire truppe ausiliarie all' impero e a  riunirsi soltanto una volta l'anno e sotto la sorveglianza d'un centurione romano in un punto designato dalle autorità imperiali; i Buri accettarono di non risiedere o pascolare a meno di cinque miglia dal confine dacico.

Conclusa la pace, Commodo fece ritorno a Roma dove entrò trionfalmente. Con lui rinacquero le orge di sciagurata memoria neroniana o domiziana; e il potere cadde nelle mani di favoriti ingordi, fra cui sono degni di menzione il cubiculario Saotero e Figidio Perenne che alla morte di Marco Aurelio era stato dato come collega a Tarrutenio Paterno nella prefettura del pretorio. 
Il rifiorire dei favoriti, i quali avevano l'interesse di accentrare nelle loro mani l'amministrazione dello stato e di abbassare l'autorità dell'ordine senatorio e dell'equestre, ruppe la concordia che gli Antonini avevano stabilita tra il principe e il Senato e portò come conseguenza una lotta tra i due ordini; inasprita  del rifiorire degli avventurieri che si erano istallati alla corte; dunque una  lotta che doveva naturalmente produrre congiure e persecuzioni.

La prima congiura di cui si abbia notizia sotto l'impero di Commodo fu capitanata da una sorella stessa del principe, Annia Lucilia. Fra i congiurati erano il marito Claudio Pompejano, Unmidio Quadrato, che aveva in moglie un'altra figlia di Marco  Aurelio di nome Annia Faustina, e il senatore Quinziano, genero ed amante di Lucilia.
L'incarico di sopprimere l'imperatore era stato dato a Quinziano che ne godeva l'intimità; ma il colpo fallì: prima di colpire, Quinziano mostrò l'arma al principe esclamando «te la manda il Senato ». Commodo schivò il colpo e, gridando aiuto ai suoi guardiani, riuscì a fare arrestare il senatore (183).

L'attentato ebbe un seguito di processi e di condanne: Lucilia venne relegata a Capri dove fu trucidata; Quinziano fu messo a morte; la medesima sorte toccò ad Unmidio Quadrato; Tarrutenio Paterno, a quanto pare, non aveva preso parte alla congiura, ma era detestato da Perenne che avrebbe voluto da solo avere il comando del pretorio.
In quel tempo venne proditoriamente assalito ed ucciso anche Saotero. Si sparse la voce che autore del delitto fosse Paterno e Commodo, senza dubbio aizzato da Perenne, lo esonerò dal comando dei pretoriani nominandolo senatore. Pochi giorni dopo però, accusato di aver cospirato contro il principe, venne arrestato e messo a morte. La stessa sorte subì Giuliano, comandante delle legioni della Germania.
Né si fermarono qui le persecuzioni e le condanne: i due fratelli Quintini furono uccisi per ordine dell'imperatore e i loro beni, tra cui una magnifica villa nella campagna romana, vennero confiscati. Si ignorano i motivi di questa condanna. A morte fu condannato anche Sesto, figlio di Candiano Massimo, ma non si sa se la condanna abbia avuto esecuzione o se il condannato sia poi riuscito a scampare con la fuga.

Morto Paterno, il comando delle coorti pretorie rimase a Figidio Perenne che diventò così il vero padrone dell' impero. Si dice che egli avesse in animo di sbalzare dal trono Commodo e di dare l'impero al proprio figlio; che aveva perfino fatto coniare monete con la sua effigie. 
Non sappiamo però quanto ci sia di vero in queste voci. È certo invece che Perenne si rese inviso al Senato e suscitò un vivissimo malcontento nelle legioni dell' Eritannia sostituendo i comandanti che appartenevano all'ordine senatorio altri dell'ordine equestre. Una deputazione di mille e cinquecento soldati dell'esercito della Britannia venne, tumultuando minacciosamente, in Italia. Commodo andò loro incontro nelle vicinanze di Roma alla testa di un forte gruppo di pretoriani e, ascoltate le lagnanze dei soldati, consegnò loro Perenne, che dalla turba inferocita venne messo a morte insieme con la moglie e due figli (185).

CLEANDRO 

La fine di Figidio Perenne fece salire in grande autorità un cubiculario dell' imperatore, il liberto oriundo della Frigia, di nome CLEANDRO, uomo astuto ed avido che aveva saputo cattivarsi la simpatia e la fiducia di Commodo. Cleandro divenne primo ministro e terzo prefetto del pretorio con l'incarico di difendere il principe.
Il governo di Cleandro fu un turpe mercato: Cleandro vendette di tutto, la carica di senatore, il consolato, i gradi dell'esercito. In un solo anno furono a Roma cambiati venticinque consoli. In tre anni Oleandro riuscì ad accumulare ingenti ricchezze, parte delle quali scaltramente diede a Commodo; spese grosse somme in opere di pubblica autorità che lui diceva essere autorizzate dall'imperatore.
Ma il governo di Cleandro non poteva durare a lungo. Aveva troppi nemici, tra i quali un Dionisio Papirio cui era stata tolta la prefettura d' Egitto. Nemico anche un cognato dell'imperatore: L . Antistio Burro.
Per un certo tempo Cleandro seppe destreggiarsi e mantenersi la stima del principe. Burro, che aveva rivelate al cognato tutte le malefatte del liberto, venne messo a morte; la stessa sorte ebbero una cugina e un nipote di Commodo. Mentre l''imperatrice Crispina, accusata di adulterio, era già stata relegata e poi uccisa.

Chi causò la rovina di Cleandro fu Dionisio Papirio. Correva l'anno 189 e una gravissima carestia travagliava Roma. Papirio, anziché porvi rimedio, l'acuì e sparse la voce che il primo ministro per accumulare altre ricchezze faceva incetta di grano. Durante i giochi del circo la folla si levò a tumulto e, imprecando al liberto, si recò a protestare sotto la villa dei Quintini in cui allora si trovava l'imperatore. Invano Cleandro lanciò contro i tumultuanti alcune schiere di pretoriani, invano il sangue del popolo imporporò le vie della città; la folla ebbe ragione delle truppe e continuò la dimostrazione ostile.
 Commodo ebbe notizia del tumulto dalla sorella Fadilla e dalla concubina Marcia Demetriade e, Impaurito dall'ira popolare, preferì sacrificare il suo ministro consegnandolo alla folla che lo squartò e ne portò in girò la testa infissa sopra una picca.
Un figlio di Oleandro ed altri suoi amici furono uccisi è più tardi anche Dionisio Papirio venne ucciso per ordine dell' imperatore.

Morto Cleandro, il governo passò nelle mani di altri favoriti, come Eletto, l'atleta Narcisso ed Emilio Leto, il quale venne fatto capo dei pretoriani. Commodo non si curava degli interessi dell' impero: viveva nella reggia o nelle sue ville, in compagnia di numerose donnine, immerso nelle crapule e nelle orge, non commuovendosi alle sofferenze del popolo prodotte dalla carestia, dalla pestilenza e da un incendio che procurarono numerose vittime e gravi danni alla città. 
Suoi quotidiani divertimenti erano i giuochi, le corse sui cocchi, i combattimenti contro le belve e i gladiatori. Egli si produceva in pubblico come lottatore e si presentava nelle feste con il caduceo in mano, come Mercurio, o vestito alla foggia di Ercole con una pelle di leone sulle spalle e in mano una clava; quando prendeva parte ai giuochi gladiatori si faceva pagare dalla cassa degli spettacoli un milione di sesterzi. I senatori e i cavalieri assistevano agli spettacoli e temendo l'ira del principe inneggiavano a lui: «Gloria a Cesare, a Commodo-Ercole, Invincibile, Amazonio, sempre primo, sempre signore, Pio, Vittorioso».

Erano questi i titoli che l'imperatore si era dati e non i soli. Egli si faceva chiamare Felice Germanico Massimo, Sarmatico, Invitto, Superatore, Pacificatore del mondo, Nume trionfatore, Padre del Senato, Padre della Patria. Il palazzo per ordine suo, si chiamava commodiano, commodiano il Senato, così il popolo e il secolo, commodiano era l'esercito, commodiana la flotta. Roma prese il nome di Colonia commodiana. 

LA MORTE DI COMMODO 

Commodo assunse anche il titolo di Britannico per alcuni successi militari ottenuti in Britannia dalle legioni. Infatti le guerre, seppure di lieve entità, non mancarono sotto il suo principato: i Romami dovettero sostenere lotte contro i Frisi in Germania, contro i Mauri, in Africa, contro gli Ebrei e i Saraceni in Asia e contro bande numerose di ribelli capitanati da un disertore di nome Materno, il quale, sebbene sconfitto da Pescennio Sigro, passò dalla Gallia in Italia e marciò verso Roma, ma prima di arrivarci venne catturato ed ucciso. 
Degna di nota più che le altre fu la guerra in Britannia, dove i barbari riuscirono a passare il vallum e, sorprese le truppe, ne fecero strage uccidendo anche il comandante. A vendicare l'onta fu mandato Ulpio Marcello, che non smentì la sua fama di prode generale e, sconfitti i nemici, li ricacciò oltre la linea di difesa.

Mentre l'imperatore viveva fra le sue meretrici e sempre impegnato nei divertimenti, covava l'ira nei petti dei sudditi. Ciascuno temeva per sé: i senatori, i cavalieri, i ricchi i cui beni facevano gola al principe e ai suoi malvagi ed ingordi favoriti. E tutti quelli che potevano perdere la vita o le sostanze desideravano la fine del tiranno. Questa venne dopo tredici anni di regno e fu dovuta ad una congiura di palazzo. Avvicinandosi la fine dell'anno 192, Commodo aveva annunziato che il primo giorno dell'anno prossimo, in cui solevano celebrarsi le feste di Giano, egli si sarebbe presentato al pubblico vestito da gladiatore e scortato da un drappello armato di gladiatori invece di pretoriani. Marcia, Leto ed Eletto osarono consigliarlo di non voler prostituire la sua dignità mettendo in esecuzione quel proposito e Commodo, adirato, li minacciò. Temendo essi che l'imperatore mantenesse le minacce, stabilirono di sopprimerlo. Nella notte del 31 dicembre diedero al principe delle vivande avvelenate e, poiché il veleno non produsse l'effetto desiderato, lo fecero strozzare dall'atleta Narcisso mentre prendeva il bagno.
Così, in età di trentadue anni, detestato da tutti, moriva l'ultimo degli Antonini.

(Ma Commodo era proprio quel degenerato soggetto che ci è stato tramandato? VEDI L'ANNO 187) 

ELVIO PERTINACE

Colui che veniva chiamato a succedere a Commodo non era un giovane e non discendeva da illustre famiglia. Elvio Pertinace contava sessantasei anni ed era nato ad Alba Pompeja, in Liguria, da un liberto che aveva esercitato i mestieri di legnaiolo e di tavernaio. Messosi nella carriera delle armi, si era distinto nella guerra contro i Parti, poi era andato in Britannia e da Marco Aurelio, che ne apprezzava i meriti, era stato eletto senatore. Scoppiata la guerra contro i barbari del nord, aveva scacciato i barbari dalla Rezia e dal Norico; aveva poi tenuto il governo della Siria, ma caduto in disgrazia al tempo della potenza di Figidio Perenne, si era ritirato a vita privata nella Liguria; ma fu richiamato con lìavvento di Commodo  per restaurar la disciplina in quelle legioni e in premio dei suoi alti servizi era stato proconsole in Asia, poi prefetto di Roma e console nel 192. 
Publio Elvio Pertinace come persona era alto, dignitoso nell'aspetto, di costumi semplici e, sebbene avanti negli anni e sofferente di una malattia, era vegeto e forte.

Si trovava a casa, quando il 1° gennaio del 193, prima che spuntasse l'alba, vennero da lui Leto ed Eletto, i quali, comunicatagli la notizia dell'assassinio di Commodo, che la città ancora ignorava, gli offrirono l'impero. Accompagnato da Emilio Leto, che era prefetto del pretorio, Pertinace si recò al campo dei pretoriani e per averli dalla sua promise loro tremila denari a testa; essendo poi stato convocato il Senato, egli si recò alla Curia, comunicò ai colleghi di essere stato proclamato imperatore dalle coorti del pretorio e disse di voler deporre la carica. Ma il Senato lo confermò e in quella stessa seduta fece la damnatio memoriae di Commodo e decretò che il cadavere venisse gettato nelle acque del Tevere. Pertinace però disse che il corpo era già stato sepolto e il decreto del senato non ebbe esecuzione.
Fin dal primo giorno Pertinace mostrò chiaramente di voler governare costituzionalmente, con clemenza ma nel medesimo tempo con energia e di voler sanare le piaghe dell' impero.
Ma non era impresa facile la sua: dissestate erano le finanze dello stato nelle cui casse egli non trovò che appena un milione di sesterzi, indisciplinati ed avidi erano i pretoriani, non tutti a lui favorevoli erano i senatori e ancora potenti erano i cortigiani che avevano soppresso Commodo. Tuttavia il nuovo imperatore si accinse all'opera. Prima di ogni altra cosa volle dare esempio di modestia e di onestà. Dal Senato accettò il giorno stesso della sua proclamazione il titolo di Augusto e quello di Padre della patria, ma non volle che il titolo di Augusta fosse conferito alla moglie la cui condotta non era stata morigerata e si oppose che il figlio fosse chiamato Cesare.

Si diede poi a ristabilire la costituzionalità ch'era stata violata da Commodo e a regolare i rapporti tra il Senato e il principe. Prese il titolo di principe del Senato, dichiarò che non avrebbe dato corso a processi di maestà, che non avrebbe giudicato e condannato senatori, che avrebbe restituita alla Curia l'autorità e, con malaccorta politica, — che sarebbe stata forse savia in tempi migliori — mise in primo piano quei senatori che avevano rivestita la carica di pretore. Questo fatto gli suscitò gli odi di quei padri che Commodo aveve introdotti nella Curia col titolo di pretore, ma che non avevano esercitato la carica. Uno dei senatori che fin dall' inizio del governo di Pertinace non nascosero la loro ostilità fu Sorio Falcone. Invece Acilio Glabrione gli si mostrò molto amico e ricevette l'onore di sedere accanto all' imperatore; lo stesso onore fu accordato a Claudio Pompejano che, sotto l'impero di Commodo, si era ritirato in una sua villa. Opportuni provvedimenti furono presi fin dai primi giorni in favore di perseguitati dal suo predecessore: i proscritti furono richiamati, le vittime di Commodo furono riabilitate, i beni confiscati vennero restituiti, pene severe furono comminate contro i delatori.

Le maggiori cure vennero dedicate alla ricostruzione finanziaria. Fece rimuovere le statue di Commodo col cui metallo vennero coniate monete; mise all'incanto le donne, i ragazzi ed i ricchissimi oggetti che erano appartenuti al suo predecessore, obbligò i liberti a restituire le ricchezze che avevano ricevute da Commodo, ridusse della metà le spese della casa imperiale e così facendo riuscì a pagare metà delle somme promesse ai pretoriani e far fronte alle spese più urgenti e più necessarie. Abolì alcune imposte messe da Commodo e per alleviare la miseria e render produttive le terre demaniali fece una distribuzione di terreni dello stato ai cittadini poveri esentandoli dai tributi per un decennio.
Severo fu il suo contegno con i cortigiani e con i pretoriani e questa severità causò la sua rovina. I primi che erano stati gli autori della congiura contro Commodo e della fortuna di Pertinace, credevano di poter continuare sotto il nuovo imperatore ad esercitare il potere che avevano avuto vivendo sotto l'altro; mentre i secondi erano avidi e indisciplinati e comandati, per giunta, da quel Loto che aveva offerto ed assicurato l'impero a Pertinace e che proprio per questo pensava di poter spadroneggiare.

Elio Pertinace invece mostrò subito di voler fare a meno dei liberti e dei consiglieri e proibì tutti gli abusi che solevano esser commessi dai cortigiani, i quali non solo furono costretti -come abbiamo detto- a restituire le ricchezze acquisite, ma si videro precludere ogni via ai quotidiani  illeciti guadagni. Nelle coorti pretorie Pertinace volle restituire la disciplina: promise da un lato premi ai soldati più meritevoli, dall'altro emanò provvedimenti rigorosi rivolti a reprimere la licenza e gli abusi.
Proibì, fra l'altre cose, che i pretoriani percorressero armati le vie di Roma e per mostrare che egli voleva dei veri e propri soldati e non dei prepotenti e dei sediziosi diede loro, come parole d'ordine, il motto militemus (siamo soldati !).

Dai Cortigiani e dai soldati più che dalle file dei senatori ostili partì la lotta contro Pertinace. Trovandosi l'imperatore assente da Roma, i pretoriani tentarono di opporre a Pertinace il senatore Sorio Falcone; Pertinace però venuto a conoscenza delle mene dei soldati si affrettò a ritornare e, convocato il Senato, accusò i cortigiani della loro condotta passata e presente. Falcone fu processato e sarebbe stato senza dubbio condannato a morte se l'imperatore non avesse dichiarato che non tollerava che, sotto il suo governo, un senatore, fosse pure colpevole, venisse condannato alla pena capitale. Vana generosità! Non cessarono anzi si inasprirono gli odi dei partigiani, e poiché si era cominciato a punire con la morte quei soldati che avevano manifestato propositi di sedizione, i pretoriani si ribellarono.

La mattina del 28 marzo del 193 circa duecento pretoriani assalirono la reggia, le cui porte vennero subito spalancate dai cortigiani, e con le armi in pugno invasero il Palazzo. Pertinace avrebbe potuto chiamare le guardie e avere ragione dei ribelli; da vecchio soldato coraggiosamente credendo di poterli ridurre all'obbedienza con la sola sua presenza, seguito da Eletto, il solo fra i cortigiani che gli era rimasto fedele, entrò nella sala di Giove dove i rivoltosi erano giunti.
Il suo coraggio, il suo aspetto maestoso e le sue parole ferme e nello stesso tempo benevole produssero sui soldati l'effetto che l'imperatore aveva sperato: i pretoriani si vergognarono, indietreggiarono e rimisero le armi nel fodero. Tutto sembrava finito quando un soldato, di nome Tausio, di nazionalità batava, fattosi avanti ferì con la spada Pertinace. A quel colpo gli altri pretoriani estrassero le armi e si slanciarono contro l'imperatore che, ricoperto di ferite, cadde a fianco del fedele Eletto.

DIDIO GIULIANO

 GIULIANO  era prefetto della città Flavio Sulpiciano, suocero di Pertinace. Alla morte dell'imperatore, temendo di seguirne la sorte, si presentò al campo dei pretoriani e offrì la sua candidatura all'impero promettendo lauti donativi ai soldati. A competere con Sulpiciano spuntò fuori il ricchissimo consolare Didio Salvie Giuliano spinto dall'ambiziosa moglie Manlia Scantilla e dalla figlia Clara. I pretoriani cercarono di trarre il maggior profitto e misero l'impero all' incanto. Sulpiciano offerse cinquemila denari per testa, Didio Giuliano ne offrì seimila e duecentocinquanta e venne acclamato imperatore. L'impero era stato venduto per trecento milioni di sesterzi.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno Didio Giuliano, accompagnato dai pretoriani armati, si recò al Senato. La Curia non era favorevole a lui ed avrebbe visto volentieri a capo dell'impero Pescennio Nigro, governatore della Siria. Neanche dal popolo era ben visto Didio. Ma il Senato, per paura dei pretoriani, ratificò, sebbene malvolentieri, l'elezione del nuovo imperatore; il popolo però, quando Didio, seguito dai soldati e dai senatori, si avviò verso il Campidoglio, lo accolse con molte ostilità. Un sanguinoso conflitto si accese  tra pretoriani e popolani e non pochi furono i morti e i feriti. Tuttavia ben presto i pretoriani ebbero ragione del popolo, ma era da poco domata l'insurrezione popolare quando giunse a Roma la notizia che da varie province le legioni si rifiutavano di riconoscere il nuovo principe imposto dalle coorti pretorie ed acclamavano altri imperatori. L'esercito della Britannia infatti eleggeva il suo generale Clodio Albino, quello della Pannonia Settimio Severo, le legioni della Siria e dell' Egitto Pescennio Nigro.

Dei tre generali colui che godeva le maggiori simpatie tra il Senato e il popolo era Nigro, di famiglia italica. Africani erano gli altri due; ma dei due il più vicino a Roma era Settimio Severo. Questi, senza por tempo in mezzo, stabilì di agire adoperando le armi e la politica; da un canto avviò trattative con Clodio Albino cui concesse, per farselo amico, il titolo di Cesare, dall'altro, alla testa di quattro legioni, mosse verso l'Italia.
Didio Giuliano fece dichiarare dal Senato Severo nemico pubblico e inviò al campo del rivale una commissione di senatori guidata dal consolare Vespronio Candido per notificare ai soldati il decreto della Curia e ingiunger loro di abbandonare il generale ribelle; ma i legionari accolsero ostilmente la commissione e questa, per salvarsi dal pericolo che la minacciava, passò nelle file di Severo.
Allora Didio Giuliano tentò di sbarazzarsi del rivale con il tradimento, ma il suo disegno non fu coronato dal successo. Non gli rimaneva che opporre le armi alle armi. Ordinò perciò che Roma e il palazzo imperiale venissero fortificati, per radunar truppe chiamò sotto le armi i marinai e i gladiatori di Capua e inviò contro l'invasore una schiera di soldati, i quali invece fecero causa comune con Settimio Severo. Questi intanto era sceso in Italia e si era impadronito di Ravenna ingrossando le sue forze con la flotta che stazionava nel porto.

Giuliano si vide perduto. Per calmare i pretoriani che cominciavano ad intiepidirsi e a mormorare, sacrificò ai Mani di Commodo Leto e Marcia e per disarmare Severo se lo associò all'impero e glie ne mandò l'annunzio per mezzo di Tullio Crispino, prefetto del pretorio, che però venne da Settimo Severo arrestato e messo a morte.
Cercò allora Giuliano d'impietosire il suo rivale e ordinò che i consoli, i senatori, i sacerdoti e le vestali andassero incontro a Severo, ma sacerdoti e Senatori si dichiararono contrari. Essi già sapevano che i giorni del principato di Giuliano erano ormai contati e non volevano compromettersi; sapevano forse anche che alcuni emissari di Settimio Severo si trovavano a Roma e trattavano con i pretoriani cui promettevano il perdono se abbandonavano l'imperatore e consegnavano gli uccisori di Elvio Pertinace.

Le trattative furono concluse alla fine del maggio del 193. I pretoriani arrestarono gli assassini di Elvio e ne diedero comunicazione al console Silio Messala. Questi radunò il Senato, il quale decretò onori divini a Pertinace, conferì l'impero a Settimio Severo e condannò Didio Giuliano alla pena capitale.
Il tribuno mandato ad eseguir la condanna trovò a letto Giuliano (2 giugno) e lì lo uccise.
Le ultime parole dell' imperatore furono: «Ma che male ho fatto io?»

FINE PERIODO 180 - 193

...ci aspetta il periodo (S.SEVERO) dall'anno 193 al 211 d.C. > > >

(VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI)

Fonti, citazioni, e testo
APPIANO - Storia Romana 
CASSIO DIONE - Storia Romana 
SVETONIO - Vita dei Cesari
CIACERI - Tacito Politico - UTET
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - GARZANTI 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
IGNAZIO CAZZANIGA , 
Storia della Letteratura Latina - ed. N. Accademia - 1962
WACHER  -Storia del mondo romano - Laterza 1989
ARIES/DUBY -Dall'Impero Romano all'anno 1000 Laterza 1988 
CHATEAUBRIAND -Discorsi sopra la caduta dell'Impero Romano Pirotta MI - 1836

+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

vedi anche TABELLONE ANNI E TEMATICO

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