HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

(QUI TUTTI I RIASSUNTI)   RIASSUNTO ANNI dal 212 al 222 d.C.

Periodo di CARACALLA - ELIOGABALO (dal 212 al 222)

I FIGLI DI S. SEVERO - ASSASSINIO DI GETA - GOVERNO DI CARACALLA
GUERRE ALEMANNE-ALESSANDRINA-PARTI - MORTE DI CARACALLA
IL SACERDOTE DEL DIO SOLE - LA RIVOLTA DI EMESA
LA BATTAGLIA DI IMMO - MORTE DI MACRINO
ELIOGABOLO IL DIO DEL SOLE A ROMA - MORTE DI ELIOGABOLO
------------------------------------------------------------------------------------------------------------

I FIGLI DI S. SEVERO


SETTIMIO SEVERO aveva due figli: BASSIANO Antonino (nato a Lione nel 188), che volgarmente fu poi chiamato CARACALLA (dal nome di un mantello militare gallico che egli distribuì al popolo e ai soldati) e GETA (nato l'anno dopo, nel 189). 
Il primo era stato dal padre nominato Cesare a Viminacium sul Danubio, quando ritornò in occidente, per combattere contro Clodio Albino; il Senato aveva confermato il titolo e aveva conferito al giovinetto le insegne imperiali. 
Il nome di Augusto gli era stato dato — come abbiamo detto — a Ctesifonte dai soldati. Suo padre imperatore gli aveva poi concessa la potestà tribunizia. Mentre il fratello era stato dal padre, a sua volta, nominato Cesare nel 209 e insieme col titolo di Augusto aveva ricevuto anche Geta la potestà tribunizia.
Tra i due fratelli non correvano buoni rapporti; per di più. essi non avevano ereditato nessuna delle virtù paterne; amavano i giuochi gladiatori, le corse dei cocchi e i piaceri. 

Settimio Severo -se dobbiamo credere ad uno storico antico - Cassio- li condusse già nella sua prima spedizione con sé in Britannia con la speranza d'ispirare nel loro animo l'amore delle armi e di attutire i loro dissensi con la comune vita del campo.
Ma l'odio dei due fratelli ebbe solo un po' di tregua dopo la morte di Settimio. Essi tornarono a Roma con le ceneri del padre, che ebbero sepoltura nella tomba degli Antonini, poi presero stanza sul Palatino, in appartamenti separati della reggia, e ciascuno si fece vegliare e proteggere dai propri soldati.
Invano la madre Giulia Domna tentò di riconciliarli: Caracalla era risoluto di sbarazzarsi del fratello e in uno dei tanti e inutili tentativi materni il figliolo minore di Settimio Severo trovò la morte.

Fu nel febbraio del 212: Geta si trovava presso Giulia Domna, che lo aveva chiamato per rappacificarlo con il fratello, quando all'improvviso alcuni sicari gli furono addosso e lo pugnalarono.
L'arma che era servita per l'assassinio fu da Caracalla poi consacrata nel tempio di Serapide, dove dicesi che il fratricida esclamasse: sit divus dummodo non vivus !

Compiuto il misfatto, Caracalla si recò al campo dei pretoriani, ai quali Geta era molto popolare, e disse di essere a stento sfuggito ad una insidia tesagli dal fratello. Per calmare l'eccitazione delle coorti pretorie e della II Legione partica dovette dare a ciascun soldato duemila e cinquecento denari. 
Mentre al Senato raccontò la storiella che aveva narrata ai pretoriani e disse che accordava una generale amnistia. 
Invece da quel momento ebbero inizio orrende stragi: tutti gli amici e coloro che erano sospettati partigiani di Geta vennero trucidati dalla soldataglia e le loro case saccheggiate. Secondo DIONE CASSIO circa ventimila persone furono uccise; fra queste un figlio di Pertinace, un pronipote e una sorella di Marco Aurelio e Ostilio Papiniano, figlio del giureconsulto Fulvio, il quale, avendo all'imperatore che lo pregava di scrivere l'apologia del fratricidio risposto che era più facile commetterlo che giustificarlo, perdette la vita anche lui.

Giulia Domna dimenticò ben presto la tragedia che aveva insanguinata la reggia. Caracalla gliene fu grato e la mise dentro nel governo, affidandole la direzione della cancelleria imperiale, e unendo al suo, il nome di lei nelle lettere e facendola circondare di rispetto e di onori.
Forse si devono a questa donna intelligentissima e colta tutte le cose buone del governò di Caracalla, il quale legò il suo nome al grandioso edificio delle Terme, munito di mille e seicento vasche marmoree, di musei, biblioteche, sale da studio, palestre ginnastiche, portici e giardini.

Nel suo impero Caracalla seguì, esagerandola, la politica del padre. Opportune riforme vennero apportate al codice militare, furono ritoccate le leggi concenenti la schiavitù, la successione e la tutela dei minorenni, provvedimenti rigorosi vennero presi contro gli adulteri ai quali fu applicata la pena capitale; il Senato vide peggiorare la propria condizione e l'esercito continuò a veder crescere i propri privilegi. Per aumentare le paghe ai soldati le spese militari furono accresciute di settanta milioni di dramme e Dione Cassio narra che Caracalla fosse solito dire: " Nessuno, allinfuori di me, deve avere denaro, affinchè io possa darlo ai soldati".
Né fu soltanto generoso con l'sercito; al popolo fece frequenti elargizioni di danaro, donativi ricchissimi diede ai cortigiani; per sé non badò a somme specialmente quando doveva mettersi in viaggio. Queste somme le fece gravare sui senatori i quali avevano l'ordine — secondo quel che scrive Dione Cassio — di fabbricargli dei sontuosi palazzi nelle città che lui doveva visitare, palazzi che l'imperatore non tutti né vide né mai abitò, di costruirgli circi ed anfiteatri, che dopo venivano demoliti, nei luoghi in cui doveva svernare e di fornigli infine il vitto.

Per ricavare danari fu costretto a portare dal dieci al venti per cento la tassa di affrancamento e quella di successione; quest'ultima venne estesa anche ai parenti prossimi dell'estinto; nuove tasse furono applicate e contributi straordinari furono imposti con frequenza a città e a famiglie ricche dell' impero. Forse dal bisogno che aveva di accrescere il gettito delle imposte fu consigliata la costituzione del 212 che prese il nome di antoniniana con la quale venne accordata la cittadinanza romana a tutti i sudditi liberi dell' impero. 
IN pratica l'unificazione dell'Impero veniva ufficialmente sanzionata anche se perdeva il carattere profondamente romano.

Con questa costituzione cessa la supremazia di Roma sul mondo; tutti gli uomini liberi, i barbari al pari dei Romani, hanno il diritto di chiamarsi cives per il raggiungimento del quale tanto sangue era stato sparso dagli Italici, e su Roma e sul mondo ora non c' è che un potere solo: quello dell'imperatore.
Circa un anno dopo l'assassinio di Geta Caracalla lasciò Roma e si recò in Gallia; di là andò nella Rezia per muovere guerra contro un popolo che aveva fatto la sua comparsa ai confini occidentali dell' impero, quello degli Alemanni. 
Incerte sono le notizie che abbiamo di questa guerra. Si parla di una vittoria riportata oltre il Meno sugli Alemanni che fruttò all'imperatore i titoli di Germanicus e di Alemannicus, si dice anche che, dopo questo successo, egli fu vinto e dovette comprare dai barbari la pace e l'alleanza. 
Queste ultime notizie sono forse molto esagerate: si deve infatti aver presente che egli riuscì a mettere la discordia tra i Vandali e i Marcomanni, che potè far sentire la sua autorità sui Quadi di cui punì con la morte il re, e che infine riuscì a lasciare abbastanza tranquilli i confini.

 Dalla Rezia Caracalla si recò in Oriente. Egli ammirava e voleva (anche per lui, l'Alessandrite, è sempre quel morbo che non ha mai risparmiato nessuno) emulare Alessandro il Grande e aveva in animo di assoggettare la Parzia traendo profitto dalla situazione di quel regno. Era morto nel 209 Vologeso IV e, dopo un certo periodo di ostilità, i due figli, Vologeso V e Artabano V, avevano diviso fra loro l'impero paterno. 
Caracalla prese la via dal Danubio. Durante il viaggio concluse un accordo coi Daci Uberi facendosi consegnare ostaggi, in Tracia costituì una falange di sedicimila uomini, poi passò in Asia e si acquartierò a Nicomedia. Mentre si facevano i preparativi della guerra, si recò nella Troade e sulla tomba del suo liberto Festo scimmiottò il sacrificio che Achille aveva compiuto sul sepolcro dell'amico Patroclo; poi invitò a Nicomedia Abgare, principe dell'Osroene, tributario dell' impero e, dopo averlo fatto prigioniero e messo in prigione, si impadronì di quello stato e fece della capitale Edessa una colonia romana. Lo stesso tentò di fare con l'Armenia dove gli riuscì di prendere prigionieri il re la moglie e i figli, ma la popolazione non volle fare atto di sottomissione. 

Da Nicomedia Caracalla passò in Antiochia e da qui nell'autunno del 215, ad Alessandria di Egitto. Gli abitanti di questa città avevano dato a Giulia Domna il nome di Giocasta alludendo ai rapporti incestuosi -del resto non provati- tra l'imperatrice e il figlio, e a questo il nome di Alexander Geticus che ricordava il fratricidio e la mania che Caracalla aveva di emulare il grande Macedone. 

L'imperatore si vendicò sanguinosamente dei motti satirici degli alessandrini. Egli invitò i primati della città ad un banchetto, li fece uccidere tutti, poi sguinzagliò le sue soldatesche per le vie, dove furono massacrati un gran numero di cittadini. Dal tempio di Serapide l'imperatore contemplò la strage. Alessandria venne abbandonata al saccheggio poi fu divisa, per mezzo di un muro, in due quartieri affinché l'uno non potesse comunicare con l'altro.

Nel 216 Caracalla fece ritorno in Antiochia e mosse guerra ai Parti per punire Artabano V che gli aveva rifiutata la mano della figlia. Passato attraverso l'Osrobene, nella Media, la devastò; la città di Arbela fu espugnata e i sepolcri degli antichi re che vi si trovavano vennero distrutti. Al pari di Severo, Caracalla non si avventurò nel cuore della Parzia, dove il nemico era fuggito, e fece ritorno in Mesopotamia per passare a Edessa l'inverno e attendere a nuovi preparativi guerreschi.

A Edessa fu ordita una congiura contro l'imperatore e decisa la morte del tiranno. Capo del complotto fu Opellio Macrino, prefetto del pretorio; a sopprimere il principe fu chiamato Marziale, della guardia imperiale, che nutriva odio contro Caracalla per avergli questi negato una promozione.
Nell'aprile del 217 Caracalla si recò a Carre per fare un sacrificio al dio Luno. Durante il viaggio venne ucciso. Datosi alla fuga, Marziale venne poi inseguito da un arciere scita del seguito dell' imperatore, catturato e trucidato.
Giulia Domna si trovava ad Antiochia: appresa la notizia dell'uccisione del figlio, vinta dal dolore, si lasciò morire di fame.

OPELLIO MACRINO

Dopo la morte di Caracalla dalle truppe fu offerto l'impero a Coclatinio Avvento, uno dei due prefetti del pretorio; ma questi lo rifiutò. Macrino -poiché i soldati ignoravano che  era stato l'organizzatore della congiura che aveva causata la uccisione del figlio di Settimio- fu così abile nel simulare il suo dolore per la fine di Caracalla che, dopo tre giorni, venne acclamato imperatore.

Opellio Macrino assunse il nome di Severo, al figlio suo Diadumeniano, che contava allora nove anni, diede il nome di Antonino e il titolo di Cesare e per ottenere il favore dei soldati e non mettersi in urto con il Senato da una parte stabilì che fosse fatta l'apoteosi di Caracalla, dall'altra ne mandò le ceneri a Roma, di notte, per evitare cerimonie, e le fece deporre nel mausoleo degli Antonini.

MACRINO era di famiglia equestre, nativo di Cesarea, in Africa. La sua elezione non poteva soddisfare il Senato dal cui seno erano sempre usciti gli imperatori; pur tuttavia si dimostrò lieto, in odio a Caracalla, ad accettare il nuovo principe, e affrettatesi a riconoscerlo: gli diede il pontificato massimo; l'imperio proconsolare e la potestà tribunizia; al figlio confermò il titolo di Cesare aggiungendogli quello di principe della gioventù. Dal canto suo Macrino annullò le condanne per accusa di maestà, punì con l'esilio qualcuno dei favoriti del suo predecessore, fece mettere in croce i servi che avevano denunciato i padroni e ridusse notevolmente le imposte che Caracalla aveva invece  inasprite.

Con questi atti Macrino sperava di ingraziarsi il Senato; nello stesso tempo però cercava di consolidare la sua posizione mettendo ai posti di comando delle creature di bassa condizione, introducendo amici suoi nella Curia e dando ai suoi partigiani il governo delle province. Avvento fu da lui nominato prefetto della città e a capo delle coorti pretorie vennero messi Ulpio Giuliano e Nestore Giuliano.
Macrino però, se non difettava di accorgimento politico, mancava di qualità militari; e in quei tempi l'impero aveva proprio bisogno di un buon generale, impegnato com'era nella guerra contro i Parti.
Approfittando della morte di Caracalla, Artabano V aveva invaso con grandi forze la Mesopotamia: Apellio Macrino fece al nemico proposte di pace, ma il re dei Parti pose come condizione lo sgombro da parte dei Romani della Mesopotamia, al rifiuto le trattative furono troncate. 

Ricommciata la guerra, questa volse presto in favore del nemico; in due battaglie combattute presso Nisibi la vittoria arrise ai Parti ed Artabano ne avrebbe tratto grandi vantaggi se, venutigli a mancare i viveri, non fosse stato costretto ad accettare la pace che Macrino tornava ad offrirgli. L'imperatore dovette restituire il bottino e i prigionieri fatti da Caracalla; in più diede a titolo di donativo circa duecento milioni di sesterzi.

Con gli Armeni Macrino non si comportò meglio che con i Parti: T'iridate, figlio del re che Caracalla aveva con l'inganno ridotto in suo potere, venne messo sul trono paterno e si ebbe la restituzione dei beni ed un assegno annuo.
Un imperatore che portava così in basso la dignità delle armi romane non poteva naturalmente godere la simpatia dell'esercito, il quale inoltre era malcontento della severità, di Macrino.
Del malcontento delle truppe trasse profitto MESA, sorella di GIULIA DOMNA. Dopo la morte del cognato Caracalla, essa era stata relegata a Emesa in Antiochia, in cui si trovava e dove era nata, insieme con le due figlie Soemide e Mammea. Queste erano vedove entrambe; la prima, SOEMIDE era stata moglie del senatore Sesto Vario Marcello e aveva un figlio quattordicenne di nome VARIO AVITO; la seconda a sua volta aveva avuto un figlio AESSIANO che allora contava dodici anni.

La città di Emesa andava famosa per un tempio al Sole (Eliogabalo) in cui si adorava un aerolite nero di forma conica. Di immense ricchezze era dotato il tempio del dio Sole, il cui sacerdozio era ereditario nella famiglia di Domna Giulia e di Mesa. Sacerdote del dio era allora il quattordicenne Vario Avito, che rassomigliava stranamente a Caracalla. Mesa fece credere che il nipote fosse nato dall'amore del morto imperatore con la figlia Soemide e questa, per raggiungere il suo scopo, confermò col silenzio la diceria. Mesa, aiutata da due fidati amici, Canni ed Eutichiano, prendendoli dal tesoro del tempio generosamente distribuì denaro a una legione che stava accampata nelle vicinanze della città per ingraziarsi le simpatie verso Avito e,  quando fu sicura della buona disposizione dei soldati mandò al campo il figliuolo vestito degli abiti che Caracalla abitualmente portare nella sua prima giovinezza. I legionari, in cui era sempre vivo il ricordo del morto principe, acclamarono imperatore Vario Avito e gli posero il nome di Marco Aurelio Antonino (16 maggio del 218). 

Venuto a conoscenza di questo fatto, Macrino mandò contro la legione accampata ad Emesa il prefetto Ulpio Giuliano, ma la debole condotta di costui e l'oro di Mesa dati anche a questi soldati, guadagnarono alla causa di Avito i Mauri  mandati contro di lui. Giuliano fu ucciso dai suoi stessi soldati. Macrino cercò di arrestare il propagarsi della ribellione e recatesi
 ad Apamea, dove era di stanza la II Legione partica, fatta venire da Albano, proclamò Augusto il figlio Diadumeniano, distribuì anche lui denari ai soldati, promise loro ricchi doni e revocò, per ingraziarsi le truppe, gli ordinamenti militari di Settimio Severo di cui era stato fino allora rigido esecutore; saputa però la morte di Giuliano, si diresse ad Antiochia, mentre la legione partica faceva causa comune con gli insorti.

A capo di questi, che erano intanto cresciuti enormemente di numero, si mise Ganni, il quale marciò alla volta di Antiochia. Presso Immo, l' 8 giugno del 218 i ribelli si scontrarono con i pretoriani di Macrino. Accanitissima fu la battaglia e in un primo tempo favorevole all'imperatore, ma infine Ganni ebbe il sopravvento: molti pretoriani  passarono nelle sue file e Macrino si ritirò precipitosamente ad Antiochia. Qui giunto mandò il figlio, per metterlo al sicuro, verso la frontiera dei Parti, poi, tagliatisi i capelli e la barba per non essere riconosciuto, si avviò alla volta del Bosforo nella speranza di riprendere la lotta in Europa; ma a Calcedonia fu arrestato ed avendo tentato di fuggire venne ucciso. La stessa sorte toccò a Diadumeniano.

ELIOGABALO

II 9 giugno del 218, Vario Avito, che passò alla storia col nome di Eliogabalo, entrò in Antiochia, alla quale impose un tributo di guerra che distribuì alle truppe, si conferì l'imperio proconsolare e la potestà tribunizia, che datò dalla morte di Caracalla, e spedì per mezzo di un tal Pollione al Senato lettere in cui notificava il suo avvento al principato.

Il Senato, che come al solito non era in grado di opporsi alla volontà dell'esercito, ratificò l'elezione del nuovo imperatore, esaltò Caracalla e pose il ritratto di Eliogabalo nel tempio della Vittoria. Si opposero invece all'elezione di Avito non pochi governatori di province che erano stati partigiani di Macrino e alcuni comandanti di legione: questi ultimi forse nella speranza d'impadronirsi dell' impero che era alla mercé dei più audaci avventurieri. 

Ma Eliogabalo -appoggiato dall'esercito- ebbe ragione di tutti: poi fece mettere a morte i capi della III Legione Gallica, quello della IV Scitica, il comandante della flotta di Cizico, Basiliano governatore dell' Egitto, e i governatori della Pannonia, della Siria, dell'Arabia e di Cipro.

Dall'Asia il giovanissimo imperatore si recò a Roma e vi portò l'aerolite di Emesa, sacro al dio Sole, cui egli diede posto in un magnifico tempio appositamente eretto sul Palatino. Più che imperatore egli continuò ad essere sacerdote del suo dio. Sacerdos amplissimus Dei inviati Solis Elagabali, egli amò farsi chiamare, e volle che il Sole fosse in cima all'Olimpo greco-romano, e nel tempio ad esso consacrato mise tutte le cose sacre del culto di Numa e il Palladio, prelevato dal tempio di Vesta. Al Sole diede una compagna: la dea fenicia Astarte che fece trasportare da Cartagine a Roma, dove furono celebrate le mistiche nozze tra le due divinità straniere.

Eliogabalo gran parte delle sue cure le dedicava al tempio e al culto della divinità asiatica; danze, preghiere, sacrifici umani, — secondo la tradizione — cerimonie oscene venivano compiute davanti l'ara del dio dal turpe imperatore; una volta all'anno dal tempio sul Palatino la pietra nera veniva portata ad un altro tempio sopra un ricchissimo carro, tirato da cavalli bianchi, scortato dalle guardie e dal popolo e seguito dai simulacri degli altri dèi, lungo le vie di Roma cosparse di fiori.
Il resto del tempo Eliogabalo lo trascorreva in orge che ricordavano quelle di Nerone, al quale rassomigliavano per i turpi costumi e pel suo pervertimento sessuale. Soleva dirsi a Roma che l'imperatore era il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti. Il popolo, che aveva, sotto l'impero di Caracalla, visto seppellire vive tre vestali colpevoli di aver violato i loro voti, vide ora con raccapriccio Eliogabalo, ripudiata la moglie Giulia Cornelia Paola, violare le leggi della religione romana sposando la vestale Giulia Aquilia Severa. Il governo dello stato fu abbandonato nelle mani della nonna e dei favoriti e per la prima volta si vide a Roma una dorma, Mesa, intervenire alle sedute del Senato e firmarne i decreti.
I padri fremevano davanti all' depravazione in cui era caduto l'impero, ma non osavano protestare; neppure il popolo protestava, il quale del resto non era scontento di un principe che faceva frequenti elargizioni e dava solenni feste in onore del nuovo dio ma non nascondevano il loro malcontento i pretoriani dei quali Mammea, spalleggiata da Mesa, aveva saputo con ricchi donativi acquistare le simpatie in favore del figlio Alessiano.

Il malumore dei soldati non dovette certamente essere estraneo alla risoluzione presa dall' imperatore di adottare il cugino: l'adozione ebbe luogo nell'estate del 221 davanti al Senato e alla famiglia imperiale; Alessiano fu nello stesso tempo eletto Cesare e prese il nome di Marco Aurelio Alessandro. Ma il favore sempre crescente delle truppe verso il cugino e la predilezione che per lui mostrava di avere l'avola Mesa non potevano lasciar soddisfatto Eliogabalo.
Questi, temendo del figlio di Mammea, annullò l'adozione e tolse ad Alessandro il titolo di Cesare. Mal però gliene incolse, che i soldati, levatisi a tumulto, misero al sicuro dalle insidie dell' imperatore nel loro campo di porta Nomentana il giovinetto e corsero ad assalire la villa in cui si trovava Eliogabalo e l'avrebbero ucciso se egli non avesse revocato il provvedimento e non avesse fatto solenne promessa di allontanare dalla corte i turpi favoriti e se il prefetto Antioco non avesse calmato i tumultuanti.
Cessato il pericolo, l'imperatore ricominciò a mostrare il suo malanimo verso il cugino. Il primo gennaio del 222 non permise che Alessandro salisse insieme con lui sul Campidoglio per compiervi i voti; più tardi ordinò ai senatori di allontanarsi da Roma.  I soldati delle coorti pretorie tornarono ad insorgere: l'imperatore in compagnia della madre corse al campo per calmarli, ma davanti al contegno ostile delle truppe non seppero far di meglio che nascondersi. I cortigiani vennero trucidati dalle soldatesche inferocite; Eliogabalo e Soemide, trovati nel loro rifugio, furono uccisi e i loro corpi, prima furono trascinati per le vie, infine furono gettati nel Tevere.

FINE PERIODO 211 - 222

... ci aspetta il periodo ( da Severo a Filippo) dal 222 al 249 d.C. > > >

(VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI)

Fonti, citazioni, e testo
APPIANO - Storia Romana 
CASSIO DIONE - Storia Romana 
SVETONIO - Vita dei Cesari
CIACERI - Tacito Politico - UTET
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - GARZANTI 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
IGNAZIO CAZZANIGA , 
Storia della Letteratura Latina - ed. N. Accademia - 1962
WACHER  -Storia del mondo romano - Laterza 1989
ARIES/DUBY -Dall'Impero Romano all'anno 1000 Laterza 1988 
CHATEAUBRIAND -Discorsi sopra la caduta dell'Impero Romano Pirotta MI - 1836

+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE  


vedi anche TABELLONE SINGOLI ANNI E TEMATICO

ai RIASSUNTI - alla TABELLA TEMATICA - alla H.PAGE