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CRONOLOGIA

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ANNO 374 d.C.

QUI riassunto  del PERIODO da GIOVIANO a VALENTE  dal 363 al 378 d.C.


L'ANNO 374
* BATTAGLI DEI SARMATI
* IL GIOVANE TEODOSIO
*** AMBROGIO VESCOVO DI MILANO

L'Imperatore VALENTINIANO, dopo la campagna militare contro gli Alamanni, conclusa con la "pace del compromesso", e dopo una vacanza di alcuni mesi a Milano, era ritornato sul territorio romano nei dintorni di Basilea continuando ad occuparsi della sua maniacale passione: quella di costruire fortezze di ogni tipo e in ogni luogo.

Sta governando con suo figlio GRAZIANO, quello avuto con la prima moglie, che aveva associato al trono quando il piccolo era arrivato all'età di 9 anni.

Quest'anno, dunque GRAZIANO di anni ne aveva 15. Età già da marito, quindi suo padre decise di darlo in sposa a Massima Costanza, figlia di Costanzo, il defunto imperatore, figlio di Costantino.

Da Costantinopoli la futura sposa stava risalendo l'Illiria e la Pannonia quando si venne a trovare nel pieno di una rivolta di Sarmati e Quadi, che premuti alle spalle dalle invasioni dei primi Unni, avevano sconfinato e invaso i territori oltre la linea tracciata dai romani a suo tempo.

Non avevano delle grandi pretese, né nutrivano ostilità, ma volevano trattare con i romani, ed eventualmente accordarsi per far fronte comune contro i nuovi invasori: gli Unni, che premevano alle loro spalle.

I romani sottovalutarono queste buone intenzioni, e il pericolo Unno nemmeno fu preso in considerazione, fu del tutto ignorato, preso come una scusa solo per avanzare delle richieste.

VALENTINIANO invece di organizzare personalmente una delegazione per ascoltare le ragioni e le motivazioni dei Quadi e dei Sarmati, lasciò che sul posto prendesse le opportune iniziative un giovane generale: MARCELLIANO, un vero irresponsabile.

Una delegazione di Quadi chiese di essere ricevuta dai romani. Il giovane generale invece volle trattare direttamente con il loro Re, GABINIO. Costui recatosi all'accampamento dei romani con tutto il suo seguito, fu catturato a tradimento e assassinato insieme ai suoi uomini "barbaramente".

La "prodezza" di questo generale scatenò una tremenda ribellione di Sarmati e Quadi, che non solo devastarono la Mesia e la Pannonia con l'assalto agli accampamenti romani, ma mise addirittura una parte di romani uno contro l'altro. Infatti, una fazione che forse comprendeva uomini più saggi, considerarono il tradimento del generale una vera onta nell'esercito romano, una "vigliaccheria" che disonorava tutto l'esercito e gli uomini che ne facevano parte.

Ora per l'inimicizia dei Quadi e dei Sarmati, per colpa di quel generale, in conto c'era da mettere la rottura di un delicatissimo equilibrio che avrebbe potuto degenerare in tanti mali futuri. Non si sbagliavano!

A parte la questione etica interna che già era un malessere da non sottovalutare, stavano eliminando con queste "prodezze" sui Balcani il "cuscinetto" quado-sarmato messo in mezzo tra l'Est e l'Ovest. Lasciando così la porta spalancata ai futuri invasori. Siamo quasi alla fatidica vigilia dove si traccerà la linea definitiva tra oriente-occidente. Una spaccatura che con la successiva influenza politica, etnica e religiosa diventò poi definitiva.

IL GIOVANE TEODOSIO

L'unico a distinguersi con saggezza in questa circostanza, fu un giovane generale, il ventisettenne TEODOSIO, che con una visione più ampia della situazione cercò (e ci riuscì) di difendersi dall'invasione e nello stesso tempo cercò di trovare una soluzione pacifica, cioè ricucire lo strappo. (Un'esperienza che gli verrà utile in seguito, proprio qui sui Balcani).
Non conosciamo i particolari su chi cedette qualcosa, ma sappiamo che nell'esercito guidato da Teodosio, fu firmata una pace. Purtroppo era una pace fatta da un subalterno, non dall'imperatore in persona, che fu invece informato delle rivolte e delle distruzioni sottacendo i motivi che le avevano provocate e soprattutto l'allarme che i Sarmati e i Quadi volevano lanciare a Roma.

VALENTINIANO voleva partire subito con un esercito per punire con una rappresaglia l'invasione-distruzione fatta agli accampamenti romani dai Quadi e dai Sarmati, ma fu dissuaso, perché gli Alamanni non erano ancora stati del tutto resi inoffensivi, e fu anche sconsigliato per il sopraggiungere della cattiva stagione. Rimandò tutto alla prossima primavera restando a Basilea, nel castello di Robour, dove durante l'intero inverno si mise a preparare i piani e le strategie per la prossima campagna, senza chiedere informazioni da altre fonti, sul perché erano nati quegli incidenti.

Nella zona di Vienna, intendeva riunire un grande esercito e poi marciare verso la provincia devastata per vendicarsi. Le sue intenzioni erano minacciose; del resto i "falchi" con le loro false informazioni sulla situazione, premevano sull'imperatore per la giusta punizione.

VALENTINIANO non sa ancora che in questa "missione" troverà la morte ad attenderlo e in un modo molto singolare, come vedremo in seguito...il prossimo anno.

Gli eventi militari, infatti, ci riservano un grosso colpo di scena, proprio sui Balcani, con grandi conseguenze per i secoli a venire.

AMBROGIO VESCOVO DI MILANO

A MILANO, il 7 DICEMBRE, é consacrato vescovo AMBROGIO (334-397). La figura di questo straordinario personaggio fra i religiosi del tempo è leggendaria. Una delle personalità più rappresentative del cristianesimo. Strenuo difensore dell'indipendenza della Chiesa, fece trionfare in Occidente in un periodo critico l'ortodossia secondo lo spirito del concilio di Nicea.

Teologicamente, unendo l'intensa attività politica, la sua dottrina é importante soprattutto come approfondimento della teoria paolina della grazia. Di pregio anche letterario, le sue opere (autore tra l'altro di un trattato di morale, e opere dogmatiche contro gli ariani) riproducono il contenuto di sue famose prediche e sermoni; le stesse che valsero, a guadagnare SANT'AGOSTINO alla Chiesa quando si decise di andare a soggiornare in Lombardia per ascoltare questo singolare vescovo di cui tutti parlavano.

Milano era allora divisa da una grave discordia di carattere religioso. Una parte era Cattolica ortodossa, un'altra propugnava per l'Ariana. Le due fazioni si disputavano il controllo della città.

L'ultima, avendo il vescovo ariano in mano questo controllo, sia politico che religioso. Morto quest'anno, la popolazione si radunò per eleggere il successore, e con i dissidi che c'erano si trasformò quasi in una lotta civile.

AMBROGIO a Milano non era un prete, ma era un'alta autorità civile, prefetto dell'Italia settentrionale, ossia in pratica governatore della Lombardia, dell'Emilia e della Liguria, inviato dall'imperatore con sede nella capitale lombarda.

Era figlio orfano a sua volta del prefetto della Gallia (Francia e Germania) quindi con una promettente carriera politica, e non aspirava di certo alla dignità episcopale, non era nei suoi programmi.

A Milano dove era giunto da due anni, dal 372, con la carica di prefetto si fece subito conoscere come uomo di carattere autorevole ma anche appassionato di giustizia. Una vera garanzia le sue virtù per chi doveva ricorrere alla giustizia per vari motivi civili e penali.

Nell'elezione del vescovo ora c'era il dissidio di un'intera popolazione che stava divampando quasi in una lotta civile. Ognuno invocava il nome di un valido successore di questa o quell'altra religione.

Secondo la tradizione, dalla folla, si levò il grido di un ragazzino: "Ma perché non facciamo vescovo Ambrogio?". Atterrito da questa grande responsabilità al di fuori delle sue aspirazioni di altro genere, che non erano certo quelle episcopali, Ambrogio si defilò, fuggì via da Milano travestito. Ma non andò molto lontano, fu riconosciuto e la folla lo portò in trionfo anche se lui seguitava a dire che non avrebbe mai accettato, e che del resto non era un prete. Intervenne l'imperatore che gli ordinò di accettare la carica.

Ambrogio, nonostante fosse assai colto anche in materia religiosa, fece presente che non era un prete, e nemmeno cristiano. Non fu un problema. Fu battezzato, ordinato diacono, sacerdote e quindi vescovo: tutto nel breve tempo di una settimana.

Un'esperienza senza precedenti. AMBROGIO resse la diocesi per 23 anni, sino al 397, anno della sua morte. E come la resse! Lasciò il segno nei secoli.

Anni in cui Ambrogio (a parte tutti gli altri importanti eventi politici e religiosi a lui legati, che leggeremo nel corso degli anni che seguono) elevando il grado di cultura, allora assai basso, aprendo numerose scuole anche per il popolo dove non si insegnava solo catechismo, diede un'impronta tanto profonda del suo "stile" che ancor oggi, i veri Milanesi amano chiamarsi in suo onore "ambrosiani".

(per AMBROGIO VEDI ANCHE L'ANNO 381 e segg. in particolare il 385)

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