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CRONOLOGIA

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ANNO 377 d.C.

QUI riassunto  del PERIODO da GIOVIANO a VALENTE  dal 363 al 378 d.C.

DOPO LA  FATALE DECISIONE 
VALENTE SI E' 
ORMAI MESSO NEI PASTICCI
 
( Testo di: Giovanni Aruta )

 * L'ARRIVO DEGLI UNNI (Ostrogoti)
* GOTI (Visigoti) IN MOVIMENTO
* WULFILA il LEGGENDARIO PRETE
* WULFILA E LA GERMANIA
* WULFILA E L'ARIANESIMO

Abbiamo visto lo scorso anno, che i Visigoti di Fritigerno, dopo aver travolto le truppe romane comandate da Lupicino, avevano iniziato a saccheggiare le fertili pianure della Tracia e della Mesia causando grandi sofferenze delle popolazioni romane. Valente, dopo aver appreso queste tragiche notizie, annunciò la sua intenzione di lasciare Antiochia (dove si trovava per seguire i movimenti minacciosi dei Persiani) per rientrare a Costantinopoli. Dichiarò inoltre che avrebbe fatto ogni cosa per soffocare questa pericolosa ribellione. Intanto, poichè dai rapporti dei funzionari imperiali emergeva la gravità della situazione, chiese aiuto all'impero d'occidente dove regnava il giovane nipote Graziano, di soli 18 anni. In attesa dell'arrivo dei rinforzi richiesti, Valente ordinò ad alcuni reparti dislocati in Armenia, al confine con l'Impero persiano, di marciare a tappe forzate verso occidente per fermare le scorrerie dei goti di Fritigerno. 

Il comando, in assenza dell'Imperatore, venne assunto dai suoi luogotenenti Traiano e Profuturo, i quali, in un consiglio di guerra tenuto con altri generali romani, decisero di attaccare i barbari in quel momento intenti a godersi i frutti dei propri saccheggi in un accampamento posto a sud della foce del fiume Danubio. Fritigerno, vedendo i suoi nemici concentrarsi ed aumentare di numero, comprese che i Romani intendevano attaccarlo non appena la scarsità del foraggio per i suoi cavalli lo avesse costretto a togliere il suo campo fortificato costituito da carri uniti tra loro e, pertanto, richiamò tutti i suoi uomini in vista dell'imminente scontro. Alla vigilia della battaglia gli aspri canti dei goti, fatti di urla selvagge e dissonanti, creavano un grande contrasto con l'artificiosa armonia dei tradizionali canti di guerra romani. La battaglia avvenne in una località chiamata Salice e ci viene narrata dallo storico Ammiano Marcellino. Fritigerno diede prova di abilità strategica nell'assicurarsi una vantaggiosa posizione su un'altura, ma lo scontro cruento, che ebbe inizio e si concluse in un sol giorno, fu sostenuto da entrambe le parti con grande slancio ed ostinazione. Le legioni provenienti dall'Armenia, posizionate sulla parte sinistra dello schieramento romano, dovettero sopportare il peso irresistibile dell'attacco dei goti. I veterani delle guerre d'Oriente opposero una disperata resistenza alla furia dei loro nemici ma alla fine furono schiacciati dalla moltitudine ostile ed il campo si coprì dei loro corpi straziati. Questa sconfitta parziale venne però controbilanciata da un parziale successo ed a tarda sera, al calar del sole, quando i due eserciti si ritirarono nei rispettivi accampamenti, nessuno poteva vantare una vittoria decisiva. Ma i goti erano rimasti sorpresi da questa fiera resistenza e pertanto per qualche tempo non ebbero il coraggio di uscire dal loro accampamento. La loro furia devastatrice era stata dunque frenata dall'esito incerto di quella battaglia ma i generali imperiali, viste le gravi perdite subite in quella battaglia, ritennero cosa saggia cercare di chiudere i goti in una stretta zona vicino alla valle del Danubio, sotto il controllo delle forze di cavalleria guidate da Saturnino. Sarebbe stata la fame e la scarsità di cibo a fiaccare l'ardore guerriero dei nemici.
Ma ad interrompere questa azione giunse l'allarmante notizia che nuove masse di barbari avevano attraversato l'ormai indifeso Danubio per sostenere la causa di Fritigerno. Il generale romano fu colto dal timore di essere a sua volta circondato da altri nemici e pertanto dovette rinunciare alla sua opera di assedio del campo dei goti. Questi ultimi poterono così riprendere indisturbati i loro saccheggi. Gli echi di queste vicende giunsero anche ad occidente ed una schiera numerosa di Alamanni, seguendo l'esempio di Fritigerno, irruppe nelle province della Gallia impegnando il giovane imperatore Graziano in una lunga ed impegnativa campagna militare. Pertanto quest'ultimo non potè portare tempestivamente il suo aiuto allo zio imperatore d'oriente e questo ritardo, come vedremo, si rivelerà fatale. Intanto Valente era giunto a Costantinopoli dove fu accolto molto male dai cittadini che lo ritenevano responsabile di tanta calamità causata dalla sua decisione di accogliere quei barbari nella province dell'Impero. L'incerto Imperatore non trovò nella propria mente valide ragioni per opporsi alla rabbia dei suoi sudditi. Iniziò così i preparativi per raccogliere un grande esercito con reparti fatti affluire da ogni parte dell'Impero. Il comando della fanteria venne affidato ad un esperto generale, Sebastiano, che aveva già al suo attivo una lunga e brillante carriera militare al servizio del defunto imperatore Valentiniano I con la qualifica di "comes rei militaris". Sebastiano riuscì ad infliggere qualche sconfitta ai goti a causa dell'eccessiva dispersione di questi ultimi ed a quel punto Valente ritenne che, con una successiva campagna militare, avrebbe potuto dare il colpo di grazia ai suoi nemici e raccogliere finalmente gloria per sè e per il suo Impero riconquistando così la fiducia dei cittadini dopo tante sventure.
 (By: Giovanni Aruta )

BIBLIOGRAFIA:
1) Hermann Schreiber: "I goti" - Garzanti - Milano 1981; 
2) Edward Gibbon: "Declino e caduta dell'Impero Romano" - Oscar Storia Mondadori - Milano 1990; 
3) Gian Roberto Parisini: "L'alba del Medioevo - Adrianopoli" in Rivista Storica - febbraio 1996; 
4) Averil Cameron: "Il tardo Impero romano" - Il Mulino - Bologna 1995; 
5) Stephen Williams - Gerard Friell - "Teodosio - L'ultima sfida" E.C.I.G. - Genova - 1999


 L'ARRIVO DEGLI UNNI (Ostrogoti)
GOTI (Visigoti) IN MOVIMENTO

Le "acque bollono" in ogni parte attorno ai confini dell'impero, c'è un terremoto etnico, popoli in movimento, dalla Cina alla Spagna. L'epicentro dove il coperchio di questa grande pentola  salta, è in quella zona che oggi chiamiamo Ucraina russa, nel Mar d'Azov. E' qui che arrivano a valanghe gli UNNI, detti anche OSTROGOTI da oster = oriente. Mentre goto, gothu(m) lo aggiunsero i latini per indicare indistintamente (e quindi sbagliando e creando un po' di confusione) tutte quelle popolazioni che si stavano diffondendo sull'impero da oltre sei secoli provenienti dai mari del Nord e che in origine erano appunto i got, delle isole e della penisola del Gotland (Svezia).

Molti antichi insediamenti, oggi grandi città, svedesi, danesi, tedesche e cecoslovacche portano ancora questa radice, ad esempio Got-emborg in Svezia o Got-enhafen o Got-inga in Germania, o Got-valdov in Moravia Cecoslovacchia. Così si chiama da tempi immemorabili il fiume svedese Got, che coi vari canali omonimi divide in due la Svezia di oggi, parte da Göteborg e arriva a Stoccolma unendo il Mare del Nord con il Mar Baltico.

GLI UNNI (chiamati erroneamente anche questi ostrogoti) invece provenivano da est, e i primi di cui abbiamo notizia erano guidati da un vecchio re, ATANARICO (si narra che avesse già 110 anni). Incerta la provenienza, l'origine etnica e la lingua. L'ipotesi più probabile è che fossero turco-mongoli, gente nomade del Kansu e del deserto di Gobi. E' comunque ora quasi accettata questa provenienza da ogni studioso, dopo le recenti conoscenze sulla Cina dell'epoca. Gli annali cinesi accennano a queste popolazioni come dei gruppi nomadi che depredavano le loro terre, e li indicano come xiongnu, o ungnu. Termine non molto lontano dal corrispondente unno (unni) europeo , dove la i finale viene messa frequentemente per indicare il plurale, ma non in Cina.

Avevano i primi gruppi sconfitto e poi inglobato l'altro popolo nomade di stirpe indoeuropea del Caucaso, gli Alani.

Dopo incursioni nel nord dell'India e dell'Iran, solo ora, in questi anni iniziano a stabilirsi nella zona bassa del Danubio. Lentamente lo stanno risalendo spingendoli alle spalle e sempre più minacciosi i veri goti germanici che si erano lentamente diffusi, verso ovest prendendo l'appellativo di Visi-goti dal germanico wist, west, per distinguerli dai nuovi arrivati dall' oster= dall'oriente, cioè dall'est (che di goto non avevano proprio nulla).

Questi ultimi hanno oltrepassato il Volga, il Dnepr. Altri gruppi per un totale di 500.000 penetrano in massa dall'altipiano iranico, nell'impero persiano, scendono attraverso il Caucaso, irrompono nell'Armenia romana, poi in Cappadocia, e si spingono fino in Siria.

Più nessuno li ferma, non esistono barriere né umane né montagne. Seminano la miseria al loro passaggio, anche se si nutrono di cose (per gli europei) rivoltanti. Dormono avvolti in grandi pellicce sui cavalli per scaldarsi nelle zone diacce dove le temperature sono proibitive, e nei deserti durante i climi torridi da intelligenti nomadi si spostano solo alla notte. E dilagano!

Siamo ai primi movimenti tellurici, dove le piccole e deboli costruzioni politiche alle prime scosse - impreparate, poco previdenti, tutte impegnate sia quelle tribali germaniche sia quelle romane - con alle spalle le seconde una grande civiltà e un passato glorioso - tutte insieme crollano.

Sono impreparate non per destino ma per scelta. Sembra che quasi invocano l'"apocalisse", pur essendo due le tendenze religiose che parlano di castighi divini: da una parte tutte le religioni pagane-magiche (che in senso lato anche queste si chiamano religioni), dall'altra la nuova religione che viene a trovarsi nel momento più critico dell'impero romano con due poteri entrambi vacanti, quello temporale e quello spirituale, per inserirsi e sostituirsi con un potere diverso. Extraterreno, con la divinità, la solidarietà e la fratellanza umana universale, anche se in abbondanza predica la "rassegnazione". 

Del resto solo questa possono predicare i sacerdoti in questi anni. Nell'impero non c'è più una "forza", e nel prendere coscienza di questa realtà, la spinta della volontà per modificare le vicende della vita umana viene arrestata, fino al punto zero, e non resta altro da fare che affidarsi o al potere immaginario del "destino" fatalistico, o a quell'altro potere - anche questo astratto - dove si crede nella volontà superiore di un Dio. Ma spesso entrambe le due credenze vanno a braccetto anche nelle religioni dette "rivelate". Nell'islamismo ad esempio Allah risulta identificato al destino, che in arabo è chiamato kismet.

Del resto ogni religione é qualcosa di vivente e polimorfo e l'idea di un Dio in ogni uomo è così diversa che non si può ricondurre tutto a un unica rappresentazione.

Ritornando a questo dualismo (le due concezioni religiose) dell'indeterminatezza: le prime - le "religioni-credenze" pagane-magiche - hanno tutti frammenti di una metafisica e una morale male cucite insieme.
Spesso sono "religioni" o credenze individuali, disunite, egoistiche, per nulla solidali. Il benessere del resto è sempre l'humus ideale per far prosperare questo tipo di "religioni", dove la caratteristica principale più marcata é l'individualismo, il liberismo, l'egoismo, l'indifferenza verso i deboli. Esseri deboli dove spesso alcuni hanno il solo torto di non avere la fortuna dalla loro parte, o l'opportunità per evolversi in tutti i sensi. Anche se tutti hanno i numeri per emergere, basta che dall'altra parte uno solo inventi, scopra qualcosa o ha  fortuna  ed ecco che gli altri sono subito perdenti.

Nascono uomini o gruppi sociali potenzialmente vincenti, ma se nel formarsi e poi nel loro cammino incontrano ostacoli umanamente insormontabili, sono destinati a soccombere totalmente o a vivere una intera vita nella rassegnazione. (Se una nazione scopre la bomba atomica, l'altra ha davanti la fine. Se una nazione povera da millenni, scopre sotto i suoi piedi il petrolio domina mezzo mondo, mentre un'altra é destinata a rassegnarsi e a dipendere da quella, anche se possiede una sofisticata tecnologia e una straordinaria cultura filosofica, umanistica, illuministica.

Accenniamo ora alle seconde religioni- quelle "rivelate" - che anche se in parte stoiche come molte altre (lo stoicismo é cosmopolita - non è una invenzione dei greci), hanno un fatalismo molto accentuato perché sono universali e cosmiche (la creazione fatta da un unico Dio - anche se questa era già una concezione primordiale) sono più portate al dominio dell'interiorità del sentimento umano (più di quella panteistica (il "tutto", Dio e natura) e politeistica (pluralità di dei)) che "avvicina" (qui sorge il dubbio se anche sulla società) gli uomini nei periodi della loro esistenza più bui, attraverso un'intuizione immediata, una specie di visione interiore del tutto personale (questa sì egoistica), dove viene dimenticato del tutto l'utilitarismo, dove la ragione e lo spirito mirando a una realtà superiore trascende la sfera della natura, e smette di dirigere e di organizzare nel modo più "razionale" le esigenze dell'individuo nell'ambito della realtà naturale, dove esiste non solo lui, ma una "società" fatta di uomini che desiderano sicurezza e protezione da una società ordinata, quindi anche l'utilitarismo è necessario in quest'ordine.

La concezione etica dello spiritualismo di questo periodo, ha per oggetto il fine cui deve essere indirizzata la condotta umana e vede questo fine in un bene che trascende l'uomo come essere semplicemente naturale. Mentre l'etica naturalistica (o utilitaristica) indaga il movente di fondo delle azioni umane e crede di trovarlo nell'utilità (individuale e sociale).

La sofistica e anche l'etica epicurea si muovevano già nell'orbita dell'utilitarismo, che non voleva essere solo un gretto egocentrismo: l'utilità di cui si parla é essenzialmente l'utilità sociale. Quando l'utilitarismo (assente nel Medioevo tutto permeato di spiritualità cristiana) ricomparve nel Rinascimento (assumendo una forma più coerente e sistematica con Hume) si cominciò a definire l'azione buona quando questa procura felicità e soddisfazione al singolo e alla stessa società.
Spencer e Mill con la seconda ondata utilitaristica, si spinsero ancora più in là con la convinzione che l'utilità privata coincide con l'utilità pubblica. Chi cerca saggiamente il proprio utile non si chiude in un cieco egoismo, ma pensa anche all'utile degli altri e all'utile di tutti, ben convinto che esso si rifletterà sul proprio.
Anche quando ubbidisce alle leggi, quando rispetta le proprietà e l'ordine degli altri, l'individuo sa di fare il proprio interesse perché una società ordinata gli assicura sicurezza e protezione. Opera perciò in base a un calcolo utilitario non criticabile né condannabile. Per quanto possa sembrare paradossale, se non ci fosse stata questa spinta (l'avidità utilitaristica fu sì un eccesso, ma lo era del resto prima anche la totale rassegnazione spirituale) l'occidente sarebbe rimasto al medioevo, rinascimento e rivoluzione industriale non sarebbero mai avvenute.

In questo periodo, lo abbiamo visto, accadono fatti che ancora oggi sfuggono a una razionale analisi. Si registrano è vero le prime avvisaglie di uno scontro tra mentalità barbariche e la mentalità latina, ma si era già registrato nell'ultimo periodo un'età priva di caratteri originali dovuta forse a un epoca di transizione dopo la civiltà classica.
Roma in quattro secoli con le sue conquiste era diventata non solo cosmopolita e ricca, ma con un territorio così vasto per organizzare bene la macchina amministrativa, che dovette adattarsi alle circostanze, agli usi ed ai pregiudizi dei dominati con una certa elasticità. La cittadinanza concessa alle province non fu un regalo ma una necessità. Una tolleranza che portò a modificare profondamente la composizione della società nel suo insieme che sfuggì al controllo degli imperatori. Prima questi accentratori, poi dispotici, infine convinti di poter dominare la situazione, con un nuovo reverente timore. Escogitarono una finzione giuridica e si attribuirono il titolo di "signore e dio", creando delle caste di corte, una miriade di burocrati e un'infinità di ufficiali e funzionari (militia) nel momento in cui invece occorrevano validi uomini politici. In sostanza si era evoluto il mondo più in fretta che gli uomini. Creavano degli stati (province) ma non c'erano gli statisti, solo uomini (ogni tanto) con una grande autorità (spesso solo militare) e basta. Morti loro crollava tutto.

L'evoluzione dentro la società, fuori e dentro i confini richiedeva questa scelta che invece non fu presa mai in considerazione.

Alcuni nel corso degli ultimi due secoli qualcosa crearono, l'organizzazione mutò con alcuni imperatori; Diocleziano e Costantino tentarono, ma anche loro commisero il grande errore di non preparare degni successori, ma solo dei mediocri personaggi, e quindi ogni cosa -scomparsi loro- non solo rimase incompiuta, ma rimase assente una linea politica che permise l'anarchia, che in questo periodo non è neppure più appannaggio dei locali, di una casta smidollata dal lusso e dagli agi, ma sta iniziando il periodo della dominazione dei barbari, non scesi dai confini con le orde, ma nominati dagli stessi imperatori come reggenti, generali, tutori di successori, che si prendono perfino il lusso ora di creare loro stessi i sovrani fantoccio (come vedremo).

Sono situazioni che all'interno di una grande comunità umana (soprattutto se questa é una minoranza, un popolo diseredato, domato, reso servo)  sente il bisogno di una grande entità sopraterrena che intervenga a modificare le cose, e più solo a quella - non certo con una logica razionale - ci si affida. Proviamo a pensare al monoteismo di Mosé, a quello di Cristo, e a quello di Maometto. Tre religione rivelate che nascono e si diffondono in periodi storici molto particolari. Sono tutti periodi di crisi di un popolo.

Questo "modello" di religione, trova il momento ideale per inserirsi nell'animo umano dove sembra non esistere più nessuna certezza, ma solo eventi non più in grado l'uomo comune di controllare. Ma non tutti reagiscono così: una piccolissima parte di uomini (più "eletti" e anche più scaltri - l'utilitarismo lo vedono, lo applicano e se lo godono) colgono questo momento per imporsi come espressione di un potere civile (nasce fra poco il feudalesimo). E sono loro (delegati o usando il potere che hanno, o che prendono con la violenza) a modificare gli eventi terreni che altri, più fatalistici, pensano immodificabili perché "credono" o sono "portati" a credere (in un'ora buia) nella predestinazione, anche quando hanno davanti non un oceano, ma anche quando a sbarrare loro la strada hanno solo un modesto ruscello; che con la rassegnazione neppure questo osano attraversare.

* WULFILA E LA GERMANIA
* WULFILA E L'ARIANESIMO

ED ECCOCI A WULFILA, a quel prete e poi vescovo che da Costantinopoli era partito nel 341 con la sua religione Ariana sotto braccio ed aveva iniziato l'attività di conversione del popolo goto mentre era in corso a Sardica un concilio per dirimere le contese religiose e la rivalità tra Occidente ortodosso e l'Oriente, in maggioranza ariano.

Era WULFILA un goto, da parte di padre, e un ellenico da parte di madre. Importante questo perché dopo aver fatto studi eccellenti si trovò a parlare tre lingue, la greca materna, il latino con gli studi teologici, e quello goto paterno originario delle steppe russe. Nominato vescovo a 30 anni, da Eusebio di Nicomedia (Ariano) proprio nel 341 non attese l'esito del concilio, ma partì subito per convertire il suo popolo.

Lo incontriamo per 35 anni a fare il "missionario" nella zona russa, in Romania, Bulgaria, Ungheria, alto Danubio, fino in Franconia. Traduce una Bibbia e i Vangeli, in una lingua tutta sua, la inventa, ci mette un po' di greco, di latino, di visigoto e di ostrogoto e ovviamente quella locale. Per comporre questo vocabolario usa un po' di tutto, parole mesopotamiche, egiziane, greco antico, moderno, latino e alcune già presenti dalla preistoria in lingua locale.

Nell'est e nel nord europeo dove stanziavano i Goti e in seguito i Vandali, non c'era nessuna lingua scritta, c'erano solo i primi "segni" proto-runici (che indipendentemente e malgrado tutto continueranno ad evolversi fino all'anno 1000 nell'alta Norvegia, in Svezia e in Groenlandia - nel periodo Vichingo).

Erano segni, una scrittura che non esprimeva dei concetti tali per poter fare  un discorso nè d'impostare o dare vita a una forma letteraria scritta. Qualcosa di scritto si poteva fare con quei segni, ma questi erano solo descrittivi, non erano alfabetici come li intendiamo ora, un segno descriveva in realtà un gruppo di suoni fatto da diversi fonemi che andavano a indicare un oggetto, un'azione, uno stato fisico, che serviva unicamente a dare sommarie indicazioni alla vita quotidiana. Per intenderci tali segni erano molto simili ai geroglifici Egiziani, cioè ideografici, un linguaggio pittografico fatto di figure molto semplici, quasi un segno. (come la nostra chiocciola che usiamo oggi per indicare una e-mail, o $ per indicare il dollaro)

WULFILA con la sua invenzione e poi le traduzioni inizia una vera e propria letteratura scritta adattando una "lingua" arcaica, il "gotico" (da non confondere con la "scrittura", più tarda, del XII secolo, che sostituì la carolina (carolingia)) . Una "lingua" il gotico già in uso nei Burgundi, nei Vandali, Eruli e Rugi, che facevano parte del gruppo germanico orientale.

WULFILA l'insegna parlata e scritta (opera per 35 anni non dimentichiamolo) e fa proseliti, contemporaneamente sia con la sua religione operando nello spirito, sia in quella della cultura sollecitando l'alfabetizzazione

Inizia con i suoi aiutanti scrivani a creare vocaboli con una forte duttilità della sintassi e della fonetica locale. Deve conciliare i suoni dei particolari fonemi usati dai goti ai vocaboli di quelle lingue che lui ben conosce, da dove prende interi vocaboli o in molti casi solo la radice; soprattutto da quella greca, ma non dimentica la lingua delle regioni mesopotamiche ancora in uso in Anatolia, che a loro volta sono la radice degli stessi vocaboli greci. 

WULFILA operando in questo modo (selezionando), cerca di adattare il più possibile alcune espressioni linguistiche greche ai molti vocaboli e ai fonemi gotici. Non disdegna neppure nell'utilizzare alcuni vocaboli egiziani; ne prende alcuni dal latino, mentre molti altri é lui a inventarseli. In pratica dopo falliti tentativi nell'adattare certe espressioni, alla fine rinomina molte cose con vocaboli che inventa lui stesso.

Con questo stile energico e nello stesso tempo creativo, WULFILA diventa in assoluto l'inventore della lingua germanica ed é lui a fare iniziare le prime espressioni culturali dei germani. Dalla sua lingua, più tardi, nel V secolo, mutuarono poi gli Angli, i Sassoni, gli Juti, conservando però molti vocaboli celtici e runici, invece di adattarli sulla base di quelli greci, latini e quelli della lingua orientale, come la mesopotamica. Anche se qualcosa rimase identico (mas, tag, mon, sun, pap, anu, minu, rispettivamente mese, giorno, luna, sole, carta, anno, minuto ecc. sono vocaboli di origine sumera babilonese caldea egiziana che sono rimasti nel patrimonio linguistico delle lingue del centro e nord Europa. Esempio: Suntag - giorno del Sole (la ns. domenica in inglese e tedesco) é di origine mesopotamico, caldeo ed egiziano.

E' nata insomma con la Bibbia di WULFILA la lingua TEDESCA. Ed é abbastanza facile intuire come il prete WULFILA sia riuscito ad arianizzare (come religione) con questa sua opera didattica tutto il territorio tedesco. Ma di questo ne abbiamo già parlato nei precedenti anni.

In Grecia si svolgono i giochi della CCLXXXXIX Olimpiade.

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