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CRONOLOGIA

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(QUI TUTTI I RIASSUNTI)  RIASSUNTO ANNI dal 432 al 476 d.C.

DA EZIO AD ATTILA
FINO ALLA FINE DELL'IMPERO ROMANO 
(dal 432 al 476 d.C.)

EZIO - SUE GUERRE IN GALLIA - ATTILA E GLI UNNI -GLI UNNI INVADONO LA GALLIA - BATTAGLIA DEI CAMPI CATALAUNI - ATTILA IN ITALIA - FINE DEL REGNO UNNO - MORTE DI EZIO E VALENTINIANO - PETRONIO MASSIMO - ROMA SACCHEGGIATA DAI VANDALI - AVITO - RICIMERO - MAGGIORIANO -- MORTE PAPA LEONE I - LIBIO SEVERO - PROCOPIO ANTEMIO - SPEDIZIONE CONTRO I VANDALI -- RICIMERO SACCHEGGIA ROMA - GLICERIO - GIULIO NEPOTE - ORESTE. - ODOACRE - DEPOSIZIONE DI ROMOLO AUGUSTOLO
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EZIO, ATTILA E L'INVASIONE DEGLI UNNI


Il ritorno di Bonifazio in Italia e la sua nomina a magister utriusque militiae, carica che corrispondeva a quella di generalissimo, furono la causa di una guerra civile che per fortuna ebbe brevissima durata. EZIO, che tanti e eccellenti servizi aveva resi all'impero liberando Arles nel 425 dall'assedio dei Visigoti, domando una rivolta nel Norico e sconfiggendo nel 428 i Franchi nella Gallia, geloso di Bonifazio scese in Italia con un esercito mercenario di Unni. 

Scontratosi, nel 432, con Bonifazio, ebbe la peggio, ma il vincitore, ferito in battaglia, morì di lì a poco e il figlio Sebastiano, preso lui il comando dell'esercito, fu sconfitto anche lui. La saggezza politica di Gallia Placidia impedì un ulteriore spargimento di sangue e guadagnò una ottima spada all'impero creando Ezio generalissimo e patrizio (433).
Liberatosi del rivale, Ezio dedicò tutta la sua attività alla restaurazione del prestigio imperiale nella Gallia e, poiché non era possibile scacciarne i barbari che l'avevano
invasa, cercò di contenere i loro progressi e di costringere a onorare i patti quelli che avevano ricevuto terre in qualità di federati. 
Si dovette esclusivamente alla sua abilità politica e al suo valor militare se la Gallia non andò interamente perduta. Gli Armoricani erano insorti, moti di contadini erano scoppiati qua e là seguiti da devastazioni e saccheggi, i Visigoti e i Burgundi tentavano d'ingrandire i loro domini, i Franchi Salii, guidati dal re CLODIONE, invadevano il territorio tra la Somma e la Mosa. 
Ezio ebbe insomma molto da fare: gli Armoricani e i contadini furono domati tra il 435 e il 437; in quest'ultimo anno i Visigoti furono respinti da Narbona e nel 439 si convinsero che era meglio rispettare i patti del 418; i Burgundi nel 435 toccarono una grave disfatta, in cui rimase prigioniero il loro re Gaudecario, e nel 443 ottennero di stabilirsi come federati nella Savoia; i Franchi Salii furono contenuti nelle terre occupate e stipularono anche loro patti con cui ottennero le medesime condizioni dei Visigoti e dei Burgundi.

Tutte queste guerre, naturalmente, non potevano permettere un'azione risoluta contro i Vandali. Nel febbraio del 435, dietro ispirazione di Ezio, la corte di Ravenna aveva però stipulato con Genserico un patto, con il quale si riconoscevano al re barbaro le conquiste fatte, si accettavano i Vandali come federati dell'impero e si considerava il loro capo come governatore di quelle terre africane. 
Genserico dal canto suo si obbligava ad assicurare la tranquillità e la difesa dei territori venuti in suo potere, di somministrare frumento ed olio all' Italia, di non molestare Cartagine e quella parte della Proconsolare non ancora occupata dai Vandali, e come garanzia dava in ostaggio il proprio figlio Unnerico.

La pace coi Vandali non durò che quattro anni. Riavuto il figlio, nell'ottobre del 439 Genserico occupò improvvisamente Cartagine e si impadronì del resto della provincia proconsolare; l'anno seguente, raccolta una numerosa flotta, assalì la Sicilia. Il pericolo, che aveva alcuni secoli prima spinto Roma contro la repubblica cartaginese, tornava a riaffacciarsi. 
Con la nuova potenza che sorgeva in Africa l'impero d'Occidente e quello d'Oriente vedevano compromesso il loro dominio del Mediterraneo, le isole, l' Egitto, la Siria, la Grecia e l' Italia erano esposte alle incursioni dei Vandali; gli approvvigionamenti che l' Italia riceveva dall'Africa cessavano.

Del gravissimo pericolo che li minacciava si resero conto Valentiniano III e Teodosio II; aiuti vennero mandati in Sicilia e furono fatti preparativi per una spedizione in Africa. Genserico, che era un abilissimo politico, non volle compromettere la sua posizione e si seppe così astutamente destreggiare da indurre Valentiniano a sospendere i preparativi, iniziati in concerto con la corte di Costantinopoli, e a stipulare nel 442 un trattato con la quale sembra che la Mauritania e parte della Numidia fossero ridate all'impero e la Proconsolare e la Bizacene fossero cedute a Genserico, il cui regno veniva riconosciuto indipendente.

Questo trattato e la sospensione dei preparativi; forse, non furono causati soltanto dalla abilità di Genserico. Un pericolo ben più grave che non fosse quello dei Vandali incombeva dal nord sull'impero di Oriente e questo pericolo doveva consigliare Teodosio II a non impegnarsi in un'azione a fondo contro Genserico. Privo dell'aiuto di Costantinopoli, a Valentiniano non rimaneva che di concludere la pace coi Vandali, che per le condizioni stabilite poteva anche dirsi vantaggiosa.

Il pericolo al quale abbiamo accennato era quello degli UNNI.
Vastissimo era 1' impero barbarico che essi avevano costituito: si estendeva dal Mar Nero al Mare del Nord e comprendeva gran parte dell'Europa centrale e la Russia meridionale con un considerevole numero di popoli soggetti o alleati, Germani,
Ostrogoti, Gepidi, Esuli, Rugi, Turingi e Bavari.

Re degli Unni era ATTILA, succeduto alla zio RUGA, morto nel 434, insieme col fratello BLEDA e rimasto solo sul trono dopo avere, nel 445, fatto uccidere il fratello. 

Attila era piccolo di statura, aveva testa grossa, tinta olivastra, naso rincagnato, occhi piccoli e mobilissimi, barba ispida e rada; possedeva numerose mogli, era astutissimo, feroce e superstizioso, avido di ricchezze che però distribuiva ai suoi uomini. Era un grande condottiero, una mente organizzatrice, non era un insaziabile ladrone anche se non aveva saputo organizzare civilmente e militarmente il suo regno sconfinato e che solo sul terrore fondava la sua forza la sua potenza sul numero immenso dei suoi selvaggi guerrieri.

Attila, al pari di Ruga, aveva mantenuto buone relazioni con l' impero d'Occidente sia per l'amicizia che Ezio aveva sempre dimostrato per gli Unni sia perché questi fornivano contingenti considerevoli di milizie mercenarie all'esercito di Valentiniano. I medesimi rapporti invece non li tenne con Teodosio II. 
Due anni dopo la morte di Bleda, nel 447, Attila passò con una numerosa orda di barbari il Danubio, occupò Viminacio e Margo e devastò la Mesia, la Tracia e parte della Pannonia e costrinse Teodosio a pagargli seimila libbre d'oro e a promettergliene duemila e cento come tributo annuo. Non contento, tornò l'anno seguente a minacciar l'Oriente di guerra, chiedendo con ripetute. ambascerie la cessione della Mesia superiore e la consegna dei fuorusciti Unni.

Teodosio, consigliato dal suo ministro Crisafio, tentò di sbarazzarsi di Attila con il tradimento, ma il tentativo fallì. Nel 450 Teodosio moriva e gli succedeva MARCIANO, marito di Pulcheria, sorella del morto imperatore. Marciano era un valoroso soldato e, quando il re degli Unni sollecitò da lui il pagamento del tributo, gli rispose che l'oro lo riservava per gli amici e che con i nemici era solito usare le armi. Attila che si mostrava prepotente con i deboli ma non osava competere con gli uomini forti e risoluti, capì dalla risposta di Marciano che non c'era più niente da fare con l' impero d'Oriente e rivolse le sue mire all'Occidente.
Due ragioni espongano gli storici per spiegare la rottura dei rapporti tra Attila e Valentiniano. Secondo alcuni il re degli Unni fu chiamato in Occidente da Genserico, secondo altri fu spinto a muovere contro Valentiniano dal rifiuto oppostogli dall'imperatore di concedergli la mano della sorella Onoria.

Secondo una tradizione, il fratello e la madre per punire la sedicenne Grata Onoria che con l'intendente di corte Eugenio aveva avuto intimi rapporti da cui era nato un figlio, l'aveva mandata nel 434 in un monastero a Costantinopoli. Onoria, per vendicarsi, aveva scritto per chiedere aiuto e aveva offerto la sua mano ad Attila, il quale chiese (ma molti anni dopo) a Valentiniano III sua sorella in sposa e parte dell'impero come dote. L'imperatore negò la sorella e la dote e per giustificare il rifiuto si affrettò a maritare Onoria con Eugenio.

Secondo un'altra tradizione fu Genserico a chiamare Attila. Il re dei Vandali aveva dato in moglie al figlio Ummerico la figlia di Teodorico, re dei Visigoti, poi - non si sa bene il perché - Genserico aveva rimandata al padre la nuora col naso e gli orecchi mozzi e, temendo la vendetta dei Visigoti, aveva indotto il re degli Unni a marciare contro i suoi nemici della Gallia.
Non sappiamo quanto ci sia di vero in queste notizie che gli antichi storici ci narrano; la prima ci sembra troppo romanzesca e gli anni trascorsi tra l'offerta di Onoria e la richiesta di Attila ce la fanno apparire molto inverosimile; la seconda - se si consideri che gli Unni invasero la Gallia prima dell'Italia - ha più colore di verità, ma non si capisce come Genserico, durante l' invasione di Attila, sia rimasto inoperoso in Africa invece di portare aiuti, come avrebbe dovuto, al suo, alleato.

Prima di muovere alla volta dell'Occidente, Attila mandò ambasciatori ai Visigoti e a Valentiniano: ai primi dava il consiglio di passar dalla sua parte, all'imperatore diceva di non marciare contro di lui ma contro i Visigoti. Scopo di Attila era quello di dividere  le forze dei suoi nemici per meglio abbatterli; ma l'astuto barbaro non vi riuscì.
Tutti quelli che dall'invasione di Attila avevano da temere si unirono contro il comune nemico. Ezio, che, dopo la morte di Galla Placidia, avvenuta nel 450, era divenuto il direttore della politica imperiale, seppe riunire in salda alleanza i Visigoti, i Burgundi, i Franchi Salii e tutte le popolazioni della Gallia; egli fu l'anima della resistenza e l'artefice della vittoria.

Nell' inverno del 451 Attila iniziò la marcia verso l'occidente, risalendo il Danubio. Si trascinava dietro un'orda immensa quale prima d'allora non si era mai veduta: circa settecentomila guerrieri, reclutati nella Sarmazia e nella Germania, Unni, Geloni, Bastarni, Alani, Bavaresi, Eruli, Rugi, Svevi, Gepidi, Ostrogoti ai quali s'unirono i Franchi Ripuari.
Ezio s'aspettava di vedere invasa l' Italia e stava con le sue milizie a difesa delle Alpi; ma Attila proseguì verso la linea del Reno e investi poderosamente la Gallia su un fronte vastissimo. Invano il re Gaudicario coi suoi Burgundi e il re Meroveo coi Franchi Salii tentarono di opporsi all' invasione: essi furono sconfitti e dispersi e cercarono riparo dietro la Loira, e l'orda di Attila si rovesciò nella Gallia come una marea devastatrice.
Davanti ad Attila, che poi doveva esser chiamato Flagello di Dio e che si diceva fosse armato della famosa spada di Marte trovata nei campi della Scizia, fuggivano atterrite le popolazioni delle città e della campagne. Chi rimase fu scannato. Questa sorte toccò a Nicasio, vescovo di Rheims, che recatosi alla testa del suo clero incontro ad Attila, cantando il salmo: Vivifica me secundum verbum tuum, perì vittima della sua audacia.
Scesi sulla Loira, i barbari investirono la città di Orléans, la quale, resistendo eroicamente per circa due mesi, salvò il resto della Gallia, dall' invasione e diede tempo ad EZIO di accorrere contro Attila.

Il generalissimo dell'impero aveva preso la via delle Alpi occidentali. Giunto nella Narbonese unì al suo esercito con i Burgundi di Gaudicario, i Franchi Salii di Meroveo e i Visigoti, alla testa dei quali si trovava Teodorico col figlio Torrismondo, poi marciò alla volta di Orléans sotto le cui mura giunse il 23 giugno. Ma l'eroica città non riuscì a vedere la sconfitta di quel nemico che gli abitanti avevano difesa fino alla morte. All'avanzarsi di Ezio, Attila stimò prudente di battere in ritirata e si diresse verso il nord.
Ezio passò la Loira e si mise all' inseguimento del nemico che fu raggiunto nei CAMPI CATALAUNI, presso Troyes, e qui venne - non si sa bene se alla fine del giugno o ai primi del luglio del 451 - combattuta la famosa battaglia che doveva terminare con la memorabile sconfitta di Attila.

Due giorni durò il combattimento che fu violentissimo e cruento. A centottantamila gli storici fanno ascendere il numero dei morti da ambo le parti. Fra i caduti ci fu il prode re Teodorico. Le orde nemiche furono respinte, tuttavia queste continuarono la loro ritirata per la medesima via per la quale erano venute.

Il generalissimo dell'impero non riuscì
a sfruttare bene la vittoria. Subito dopo la battaglia, o temendo che durante la sua assenza i suoi fratelli s'impadronissero del trono o perché colpito dalle gravi perdite subite, con le poche forze rimaste non inseguì gli Unni. Anche perchè Torrismondo ritornò coi Visigoti nel suo regno e lo stesso fecero probabilmente i Burgundi e i Franchii Salii.  
Così alla defezione degli alleati dell'impero Attila non incalzato, riuscì indisturbato a passare il Reno e ritirarsi nella Pannonia. (ecco perchè poi a Ravenna fu accusato Ezio)
La Gallia era stata salvata, Attila era stato sconfitto, ma il suo esercito non era stato distrutto e, disponendo di tante forze, il fiero re degli Unni non poteva non pensare alla riscossa.

L' Italia fu la mèta della nuova guerra che organizzava Attila. 
I preparativi degli Unni non atterrirono Ezio. Poiché egli non poteva più contare sull'aiuto dei Visigoti e dei Burgundi, chiese soccorsi di truppe a Marciano, imperatore, e mandò Valentiniano al sicuro a Roma. Ordinò agli scarsi presidii della frontiera orientale dell' Italia di resistere più a lungo possibile all' invasione e si ritirò con il suo esercito sulla destra del Po per impedire al nemico di scendere nella penisola.  Si rinnovava così il piano strategico usato da Stilicone contro Alarico.

Nella primavera del 452 Attila, passate le Alpi Giulie, entrava in Italia. La prima
città ad essere investita fu la forte Aquileia, che con la sua disperata resistenza trattenne per tre mesi i nemici sotto le sue mura; ma l'eroismo dei suoi difensori non ebbe il premio che meritava: alla fine espugnata, fu saccheggiata e rasa al suolo. Sorte uguale toccò alle città di Concordia e Altino; gli abitanti  non sapendo come scampare alla furia devastatrice degli invasori, si rifugiarono nelle isolette della laguna dove poi sorgerà la città che dominerà l'Adriatico.

L' invasione, superate Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Milano, non si arrestò che a Pavia. Quasi tutta la Transpadana fu corsa e saccheggiata, ma la linea del Po non fu passata né i barbari si fermarono a lungo nel territorio invaso. Il merito di avere indotto Attila a ritirarsi fu dallo storico Prospero d'Aquitania attribuito al vescovo di Roma Leone I, il quale, recatosi con un'ambasceria inviata da Valentiniano al campo di Attila sul Mincio, avrebbe persuaso il fiero barbaro a lasciare l'Italia. Se l'ambasceria non si può negare è anche innegabile che altri gravi motivi concorsero a fare allontanare Attila.

Le devastazioni avevano prodotta una grave carestia nei paesi invasi, le stragi e il clima, al quale i barbari non erano abituati, avevano fatto sviluppare una pestilenza tra le orde degli Unni; intanto gli aiuti mandati da Marciano minacciavano gli  invasori alle spalle ed Ezio iniziava l'offensiva riportando vari successi sui nemici. Si aggiunga che Attila, superstiziosissimo, non voleva marciare su Roma temendo di fare la fine di Alarico e che i suoi generali dovettero pensare che non era prudente (i precedenti erano noti)  scendere fra i monti dell' Italia centrale con un esercito in cui prevaleva la cavalleria.
Attila lascò la Pianura Padana e si ritirò nella Pannonia e nel 453, poco tempo dopo il suo ritorno dall'Italia, morì. Fu trovato esanime nella sua tenda l' indomani delle sue nozze con una bellissima fanciulla di nome Ildico. Una leggenda dice che fu trucidato durante la notte da una donna mandata da Ezio.
Imponenti furono i funerali che vennero fatti al gran barbaro. Intorno al feretro i cavalieri Unni cavalcarono cantando le lodi del loro re, poi fu celebrato il banchetto funebre e, calata la notte, fu sepolto il morto, chiuso in tre casse, una d'oro, una d'argento e una di ferro.

Con la morte di Attila si sfasciò 1' impero unno. Una contesa sorta tra i suoi figli per la successione diede occasione ai popoli germanici soggetti di ribellarsi per riacquistare l' indipendenza. I Gepidi, comandati da ALDERICO diedero il segnale della riscossa cui risposero gli Ostrogoti guidati dal re VALEMIRO e dai suoi fratelli Teodomiro e Videmiro. Una furiosa battaglia fu combattuta sulle rive del Netad nella quale perirono trentamila Unni e il figlio maggiore di Attila, Ellak. 
Gli Unni sconfitti fuggirono verso le foci del Danubio, dove rimasero circa due anni a preparare la riscossa, e quello che era stato l' impero di Attila fu diviso fra i vincitori. 
I Gepidi si stanziarono nella Dacia, gli Eruli e i Rugi e altri popoli germanici nel Norico e nella Rezia; gli Ostrogoti nella Pannonia. Questi ultimi, nel 455, furono assaliti dagli Unni, ma li sconfissero con forti perdite. Il popolo, che a tanta potenza era giunto sotto Attila, non tentò più la riscossa;  parte andò a stabilirsi nella Russia meridionale, parte chiese a Marciano un insediamento nei territori dell'impero, nella piccola Scizia e nella Mesia inferiore.

Un anno prima che i figli di Attila fossero battuti dagli Ostrogoti, Ezio periva per mano dell'imperatore. Al pari di Stilicone egli aveva molti nemici alla corte e questi fin dalla vittoria dei Campi Catalauni avevano cercato di nuocere al generalissimo facendo spargere la voce che Ezio aveva indotto i Visigoti a ritirarsi per permettere una libera ritirata ad Attila e agli Unni di cui era amico. 
Il pericolo unno aveva allora giovato ad Ezio come fama. Del resto Valentiniano aveva ancora bisogno del suo generale e, pur dando ascolto ai suoi nemici, se lo teneva buono e al figlio di Ezio, Gaudenzio, prometteva perfino  in matrimonio una delle sue figlie - Eudocia e Placidia - che aveva avuto da Eudossia, figlia di Teodosio II. 
Ma di Ezio, che sapeva ambizioso, sospettava l' imperatore e quando il pericolo degli
Unni fu allontanato, non esitò a sbarazzarsi del potente ministro. Non si sa se l' imperatore abbia colpito il generalissimo in un impeto d' ira o se il delitto sia stato premeditato. E' inutile del resto saperlo perché la collera costituirebbe una ben scarsa attenuante per un principe che per il suo salvatore doveva soltanto nutrire sentimenti di gratitudine.
Ferito da Valentiniano, Ezio fu finito dai cortigiani (21 settembre del 454).

L' imperatore sopravvisse pochi mesi alla morte del suo ministro: il 16 marzo del 455, dopo essere andato ad assistere a delle esercitazioni militari, fu ucciso da Ottila e Traustila, commilitoni e vendicatori di Ezio. (qualche storico dice invece che ad uccidere Valentiniano fu il senatore PETRONIO MASSIMO che volle in tal modo vendicare il disonore fatto alla sua famiglia dall'imperatore).
Se Petronio Massimo non era il vero autore materiale del delitto, lui fu certamente uno dei capi della congiura che preparò l'assassinio. Egli nutriva rancore verso Valentiniano, che gli aveva rifiutato il terzo consolato e il patriziato; infatti poi proclamato imperatore mostrò di aver fatto parte della congiura lasciando impuniti gli assassini. Petronio Massimo volle consolidare la sua posizione con un matrimonio e costrinse Eudossia - vedova di Valentiniano, che lo considerava responsabile della morte del marito - a sposarlo. E anche Eudocia, figlia di lei, fu data in moglie a Palladio, figlio di Massimo.

Con questi atti Massimo conseguì gli effetti opposti: l' imperatore di Costantinopoli si rifiutò di riconoscerlo e la nobiltà romana gli divenne ostile. Si disse che Eudossia, per vendicarsi della violenza patita, invitasse GENSERICO (dall'Africa) a venire in Italia, ma è certo leggenda. Altre cause chiamarono il re dei Vandali: la morte di Ezio e di Valentiniano con i quali aveva assunto l' impegno di non molestare l'impero lo  avevano sciolto da questo impegno; la mancanza di un buon generale, il malcontento dell'esercito e dell'aristocrazia romana costituivano per un barbaro, avido di bottino, l' invito migliore.

Nel maggio del 455 i Vandali con una numerosa flotta comparvero improvvisamente davanti ad Ostia. L'annunzio del loro arrivo portò lo sgomento a Roma. Difendere la città come al tempo di Alarico era impossibile; la maggior parte degli abitanti cercò la salvezza nella fuga; Petronio Massimo cercò anche lui di fuggire, ma i suoi stessi cortigiani lo uccisero (31 maggio).
Tre giorni dopo Genserico entrava in Roma. Il papa Leone I tentò di persuadere il re dei Vandali a rispettare la città, ma ottenne soltanto che Roma non fosse incendiata e non si facesse strage dei suoi abitanti. Genserico abbandonò la metropoli al saccheggio delle sue orde, che durò ben quattordici giorni.
Gli edifici, è vero, furono - secondo la promessa - rispettati, ma vennero spogliati di tutte quelle ricchezze che Alarico aveva lasciato, né furono risparmiati i tesori delle chiese che costituirono il bottino più prezioso. 
Ma non ci furono - che si sappia -stragi, ma numerosissime persone furono prese come prigionieri e seguirono i Vandali, i quali, saccheggiata anche la Campania, ritornarono in Africa. Fra i prigionieri erano Gaudenzio, figlio di Ezio, Eudossia e le due figlie Eudocia e Placida, la prima delle quali fu data in sposa ad Ummerico, figlio di Genserico. I territori africani, che col trattato del 442 erano rimasti all'impero d'Occidente, furono annessi al regno vandalico.

LA FINE DELL'IMPERO D'OCCIDENTE

La catastrofe dell'impero d'Occidente si avvicina: ne erano il preludio la perdita degli ultimi possessi di Africa e la ribellione dei generali Egidio e Marcellino nella Gallia settentrionale e nella Dalmazia.
Due mesi circa rimase vacante il trono: nel luglio del 455 fu data in Gallia la porpora a MARCO MECILIO AVITO, uno dei migliori commilitoni di Ezio e che aveva indotto Teodorico ad unirsi ai Romani nella lotta contro Attila. Dopo la battaglia sui campi Catalauni era stato creato prefetto del pretorio e da Petronio Massimo aveva ripreso il comando di tutte le truppe imperiali della Gallia.
Amico del re dei Visigoti, Avito era stato spinto da lui, con promesse di appoggio, a  prender la porpora. Salito al trono, egli permise ai Visigoti di allargare i loro domini in Spagna, a spese degli Svevi, e pensò a difendere l'Italia e le isole dalle incursioni dei Vandali.

A combattere contro Genserico mandò, creandolo magister militium, un amico di Ezio, il grande generale RICIMERO, nipote di Vallia e figlio di un principe svevo. Questi riportò notevoli successi contro i Vandali la cui flotta venne sconfitta nelle acque di Agrigento e della Corsica. Nel frattempo Teodorico II coi suoi Visigoti passava i Pirenei, sconfiggeva gli Svevi sulle rive del fiume Urbico e faceva prigioniero il re svevo Rechiaro, che gli veniva poi ucciso (ottobre del 456).
La rotta degli Svevi e la loro sottomissione ai Visigoti non poteva far piacere a Ricimero che aveva sangue svevo nelle vene. Aggiungasi che egli non approvava la politica di Avito troppo ligia ai Visigoti. E condivideva il pensiero del Senato romano, il quale non vedeva di buon occhio che un protetto di Teodorico indossasse la
porpora imperiale.
Incoraggiato dal Senato, Ricimero si ribellò all'imperatore e lo dichiarò decaduto dal trono, poi, alla testa d'un esercito, marciò verso le Alpi contro Avito, il quale, alla notizia della rivolta, si era messo in viaggio con un buon nerbo di milizie alla volta di Roma.

La battaglia ebbe luogo a Piacenza e qui, il 18 ottobre del 456, Avito fu battuto e ed ucciso.
Arbitro delle sorti dell'impero rimaneva Ricimero, che però non volle o non osò  indossare la porpora. L'Occidente rimase senza principe cinque mesi circa, retto dalla magister equitum che aveva assunto il titolo di patrizio, titolo che non aveva più l'antico significato, ma conferiva a chi lo portava un'autorità altissima, inferiore soltanto a quella del principe.
Il 10 di aprile del 457, col consenso del Senato e dell' imperatore di Costantinopoli LEONE il Trace, successo due mesi prima a Marciano, fu proclamato imperatore d'Occidente FLAVIO GIULIANO MAGGIORIANO.
 L'impero cadeva in buone mani: Maggioriano era uomo colto, uomo politico pieno di senno di energia e un prode soldato. Salendo al trono, tre cose egli ebbe di mira: imporre il rispetto delle leggi sanando nello stesso tempo la piaga degli abusi, rialzare il  prestigio imperiale nella Gallia e nella Spagna ed abbattere la pericolosa potenza di Genserico.

Tutta la sua opera di legislatore fu rivolta a tutelare i deboli dalle prepotenze dei più forti, a reprimere gli abusi dei funzionari, a migliorare l'organismo delle amministrazioni municipali, a richiamare i magistrati all'osservanza scrupolosa delle leggi e ad frenare il celibato dilagante.
Per ripristinare l'autorità nelle province e combattere i Vandali aveva bisogno di numerose e bene agguerrite milizie. L'esercito fu rinforzato con truppe ausiliarie reclutate fra i barbari della regione danubiana e la disciplina da lui imposta fu rigidissima. Occorreva anche per l' impresa d'Africa una forte flotta: Maggioriano ordinò agli arsenali di Ravenna, di Miseno e della Gallia la costruzione di trecento navi che, allestite, dovevano concentrarsi nei porti della Spagna.

 Prima di cominciare le ostilità contro Genserico, di cui aveva già respinta una incursione sulle coste della Campania, Maggioriano decise di recarsi in Gallia, le cui città  rifiutatesi di riconoscerlo, avevano offerta la porpora a Marcellino, appoggiate da Visigoti e Burgundi.
 Nell' inverno del 458 1' imperatore passò le Alpi e si presentò sotto le mura di
Lione, centro della rivolta. La città venne assediata e infine presa, i Visigoti furono sconfitti e, grazie alla mediazione di Egidio che era tornato all'obbedienza, Teodorico II rinnovò l'alleanza (459).
Anche i Burgundi strinsero rapporti di amicizia con l'impero. 
Pacificata la Gallia, Maggioriamo passò nella Spagna. Verso il porto di Cartagine doveva far rotta la spedizione, ma il tradimento del comandante della flotta mandò a monte l' impresa. I Vandali sorpresero la flotta imperiale di cui parte venne distrutta, e parte catturata.
Senza navi non era più il caso di pensare ad assalire l'Africa. Venute in buon punto proposte di pace da parte di Genserico, Maggioriamo le accettò (460), poi si mise in viaggio per la Gallia e l'Italia. Ma la sua posizione era molto compromessa. La distruzione della flotta, il malcontento dei funzionari che mal sopportavano la restaurazione delle leggi, il malumore delle milizie, provocato dalla rigorosa disciplina, avevano indotto Ricimero a sbarazzarsi di quell'imperatore che intendeva governare senza di lui.
Andatogli incontro a Tortona con un un reparto di soldati, il patrizio riuscì ad arrestare Maggiorino, lo depose dal trono e il 7 agosto del 461 lo fece decapitare nei pressi di Voghera. Due mesi dopo, il 10 novembre, moriva il papa LEONE I, il più grande uomo, insieme con Maggioriamo, di quei tristi tempi, il coraggioso prelato che aveva osato presentarsi ad Attila e a Genserico per la salvezza di Roma del cui seggio episcopale nel concilio di Caledonia aveva fatto riconoscere il primato.

Intanto si facevano più difficili  le condizioni dell'impero occidentale, che era ridotto ad una larva. In Spagna, abbattuta la potenza degli Svevi al tempo di Avito ed estesasi enormemente quella dei Visigoti, all'impero non era rimasta che una striscia di terra lungo la costa mediterranea. 
La Gallia si poteva considerare perduta per sempre: i Visigoti estendevano il loro regno occupando Narbona, i Burgundi a loro volta si impadronivano di Lione. Le comunicazioni con l' Italia si potevano dire tagliate. Rimaneva nella Gallia un generale romano, Egidio, ma questi, dopo la morte di Maggioriamo, pensava a formarsi un regno indipendente ed alleatosi coi Franchi combatteva per suo conto contro i Visigoti che sconfiggeva presso Orléans. 
Egidio morirà nel 464 e la sua politica sarà seguita dal figlio Siangrio. Non rimaneva della Gallia all'impero che una striscia della Narbonese dalle Alpi al Rodano. Insidiate da Genserico erano le grandi isole italiane e la Sardegna finiva per cadere sotto il potere dei Vandali.

In tali condizioni neppure un altro imperatore della forza di Maggioriamo sarebbe stato capace di rialzare le sorti dell'impero. Era questo sotto il potere assoluto di Ricimero, il quale il 19 novembre del 461 innalzava al trono un italico inetto, il lucano LIBIO SEVERO. Questi regnò quattro anni durante i quali, sebbene effettivamente il potere fosse nelle mani di Ricimero, le condizioni del ridottissimo impero si fecero ancor più critiche per le minacce dei Vandali e per l'astuta politica di Genserico. L'accorto re dell'Africa era riuscito a separare le forze dell' Occidente e dell' Oriente, aveva data la libertà ad Eudossia e a Placidia, rimandandole a Costantinopoli, dove quest'ultima si era sposata con un certo Olibrio, nobile romano; ed ora tramava affinché costui, morto Libio Severo nel 465 per veleno, dicesi, propinatogli da Ricimero, venisse innalzato al trono dell' impero occidentale. 
Gli scopi di Genserico erano evidentissimi: divenire arbitro dell'impero d'Occidente facendo proclamare una sua creatura.

Le mire del vandalo costituivano un serio pericolo per Costantinopoli, e LEONE il TRACE che fino allora aveva fatto una politica amichevole verso Genserico, fu dalle minacce di costui e da una  incursione vandalica nelle coste della Grecia costretto a prender posizione contro di lui. Occorreva però accordarsi anche con Ricimero che era il vero padrone d'Italia. Non era cosa difficile nelle condizioni in cui la penisola si trovava e l'accordo fu concluso nel 467. Imperatore d'Occidente fu proclamato il nobile bizantino PROCOPIO ANTEMIO, genero di Marciano, che, partito da Costantinopoli nel marzo del 467, giunse a Roma, passando per Ravenna, nell'aprile e vi ricevette con gran pompa la porpora. Nello stesso anno Ricimero sposava Eufemia, figlia di Astemio.

Una delle clausole dell'accordo tra Ricimero e Leone era la guerra che i due imperi dovevano muovere contro Genserico per abbattere la potenza dei Vandali in Africa e sul Mediterraneo. Furono subito iniziati i preparativi e nel 468 un migliaio di navi e centomila uomini erano già pronti. Il minor contingente di uomini e di navi lo diede, com'era naturale, l'Occidente, la cui flotta, al comando del generale Marcellino, partita dai porti della Dalmazia, assali la Sardegna e la riprese dai Vandali.

 L'Oriente mandò due flotte; la più piccola al comando d' Eraclio, mosse dalle acque egiziane andò su Tripoli e se ne impadronì; la più grande, quella che doveva decidere le sorti della guerra, comandata da BASILISCO, fratello dell'imperatrice Verina, moglie di Leone, si presentò davanti a Cartagine.
Se il comando supremo non fosse stato affidato a un generale mediocre come Basilisco non vi è dubbio che in quell'anno sarebbe crollata la potenza dei Vandali. Genserico che non poteva opporre sufficienti forze al nemico, mise in opera la sua astuzia. Fingendosi atterrito dalla imponente flotta che stava nelle vicinanze di Cartagine, chiese cinque giorni di tregua col pretesto di voler trattare. Basilisco li accordò. Ma non era ancora spirata la tregua quando un vento impetuoso scatenò una terribile tempesta nelle acque di Cartagine. 
Genserico ne approfittò per appiccare il fuoco alla flotta nemica, più di metà della quale andò perduta. Con le navi superstiti Basilisco riparò nei porti della Sicilia ed Eraclio fu costretto ad abbandonare Tripoli; Marcellino che si era recato in Sicilia per difenderla dai Vandali, venne ucciso a tradimento.

L' infelice spedizione fece crescere l'arroganza di Genserico e scosse grandemente la posizione di ANTEMIO, rinforzando quella di Ricimero. Tra il genero e il suocero non correvano buoni rapporti: questi si guastarono del tutto quando Romano, maestro degli uffici, creatura del patrizio, fu condannato a morte. Ricimero si ritirò a Milano aspettando l'occasione di sbarazzarsi dell'imperatore.
Si delineava i1 fantasma di una guerra civile. Per scongiurarla i nobili della Transpadana si servirono dell'opera di EPIFANIO, vescovo di Pavia, i1 quale riuscì a pacificare Ricimero ed Astemio (471). 
Ma fu pace - se pur fu sincera - che durò poco. L'anno dopo il patrizio fece venire OLIBRIO da Costantinopoli, lo fece acclamare imperatore dalle sue truppe e, alla testa di esse, marciò su Roma che cinse d'assedio.
Cinque mesi resistette la metropoli, valorosamente difesa dal generale Billìmero, e
avrebbe resistito più a lungo se non fossero venuti a mancare i viveri. Allora Billimero volle tentare la sorte delle armi: la battaglia fu combattuta presso la mole Adriana e La vittoria arrise a Ricimero. Billimero cadde sul campo: Antemio cercò di salvarsi con la fuga, ma venne preso e messo a morte (11 luglio del 472); E Roma fu dal vincitore fu abbandonata al saccheggio dei suoi soldati.
Ricimero però non riuscì a raccogliere il frutto della sua vittoria: morì un mese dopo, il 18 agosto dello stesso anno e due mesi dopo, il 23 ottobre, lo seguì Olibrio.

Il potere rimaneva nelle mani di un nipote di Ricimero, GUNDOBADO, figlio del re dei Burgundi, il quale cacciato dai suoi fratelli, era venuto in Italia e dallo zio aveva ricevuto un altissimo grado nell'esercito.
Dopo quattro mesi circa dalla morte di Olibrio, Gundobado fece proclamare imperatore dalle truppe a Ravenna il comes domesticorum GLICERIO (5 marzo del 473), che non godeva la stima di nessuno. Questi si resse fin quando Gundobado rimase in Italia, ma, quando il suo protettore, verso la fine del 473, partì per togliere ai fratelli il regno, si trovò impotente a lottare contro un nuovo imperatore che Leone il Trace gli aveva messo contro. Era questi GIULIO NEPOTE, figlio di una sorella di Marcellino e marito di una nipote dell'imperatrice Verina. 
Partito da Costantinopoli nella primavera del 474 con una piccola flotta, sbarcò a Ravenna e prese il titolo di Cesare in nome dell'imperatore ZENONE, successo a Leone, ch'era morto il 18 gennaio di quell'anno. 
Da Ravenna NEPOTE partì per Roma, dove vi entrò nel giugno e dal Senato e dal popolo venne proclamato Augusto. Glicerio cha aveva tentato d'imbarcarsi ad Ostia fu catturato; ma ebbe salva la vita: consacrato vescovo, fu mandato nella sede episcopale di Salona.

Salona l'anno dopo - ironia della sorte! - doveva ospitare anche l'esilio proprio di Giulio Nepote dopo quattordici mesi di regno! Inviso ai romani perchè bizantino, egli aveva cercato di cattivarsene la simpatia; ma non erano tempi quelli in cui sul favore del popolo potesse basarsi la stabilità del principe: Ricimero e Gundobado - per non citar che gli ultimi - avevano mostrato chiaramente che solo alla forza delle armi era affidata la fortuna dell'imperatore. 
E Nepote non aveva questa forza. Se l'avesse avuta non avrebbe lasciata l'Alvernia alla mercé dei Visigoti. Richiesto di aiuti da quella regione, l'unica rimasta indipendente nella Gallia, egli non aveva saputo mandare che il vescovo Epifanio perché inducesse il re Eurico dei Visigoti alla pace. 
E la pace aveva ottenuta, ma sacrificando l'Alvernia. Si era illuso di poter mantenere sotto di sé l'ultimo lembo di Gallia che gli restava nella Narbonese stabilendovi un forte presidio. 
A comandarlo aveva ordinato che vi andasse ORESTE, magister militum, già segretario di Attila e da tempo passato al servizio dell'impero, ma Oreste invece di marciare verso la Gallia, aveva guidate le sue truppe a Ravenna contro il suo imperatore, il quale, avvertito in tempo della ribellione del suo generale era fuggito a Salona, sua patria, a far compagnia a Glicerio da lui stesso spodestato.

ORESTE entrò in Ravenna il 28 agosto del 475; ma non prese la porpora: la diede invece a suo figlio Romolo, ancor giovinetto, il quale, proclamato imperatore il 31 ottobre, fu chiamato per vezzo o per dispregio Augustolo invece di Augusto. (il destino intanto sta giocando proprio su questi due nomi1).
Mentre il nuovo principe per mezzo del padre cedeva a Genserico il possesso della Sicilia, una grave agitazione avveniva fra le truppe barbariche al servizio dell'impero. Le milizie mercenarie, fin dal tempo di Onorio avevano, per la legge sugli acquartieramenti militari, diritto all'alloggio e al mantenimento. Ogni proprietario doveva mettere a disposizione dei soldati un terzo della sua casa che doveva servire da hospitium e un terzo del frutto delle sue terre (tertia sors) doveva versare al fiscus barbaricus. Ora i soldati chiedevano che invece della terza parte del frutto venisse data la terza parte delle terre stesse.
Oreste non accolse la domanda delle sue milizie e suscitò con il suo rifiuto  un grande malcontento che presto degenerò in aperta ribellione, alla cui testa si mise ODOACRE.

ODOACRE

Era questi figlio di Edecone, generale di Attila. Secondo una tradizione, venendo ancor giovane in Italia per militare sotto le insegne dell'impero, si era recato a far visita a S. Severino nel monastero della Faviana (Norico) e il santo monaco gli aveva detto «Va' in Italia, tu che sei oggi ricoperto di vilissime pelli; presto largirai grandissimi favori »
Odoacre era giovane, grande di persona e uomo valoroso. Acclamato capo dai mercenari il 23 agosto del 473, egli promise loro il terzo delle terre richiesto, poi invitò ad arruolarsi sotto le sue insegne tutti i barbari delle regioni danubiane e, in poco tempo, numerose schiere di Sciri suoi connazionali, di Rugi, di Eruli e di Turcilingi accorsero, allettate dalle promesse, ad ingrossare il suo esercito.
Con le truppe che gli erano rimaste fedeli Oreste volle dar battaglia al ribelle, ma, sconfitto a Lodi, andò a chiudersi a Pavia. 
La città, assalita vigorosamente, fu presa, saccheggiata e data alle fiamme; Oreste, fuggito con i suoi, trovò morte a Piacenza il 27 agosto. Allora Odoacre marciò su Ravenna, difesa da un fratello di Oreste, Paolo, che il 4 settembre cadde combattendo. 

Ravenna aprì le porte al barbaro, che, fatto venire innanzi a sé ROMOLO AUGUSTOLO, lo spogliò delle insegne imperiali. 
Avrebbe potuto mandarlo a morte, ma, commosso dalla bellezza e dalla tenera età del principe, ed assegnatogli uno stipendio annuo di seimila solidi lo confinò in un sobborgo di Napoli.

Così terminava il regno dell'ultimo imperatore d'Occidente che per uno strano gioco del destino portava il nome del fondatore di Roma (Romolo) e anche il nome del primo degli imperatori del fu grande Impero (Augusto).

Non ci resta ora che seguire le mosse di Odoacre, l'Impero e  l'Italia di questo...
periodo che va dal 476 al 488 d.C. > > >  

(VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI)

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) GARZANTI 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
WACHER  -Storia del mondo romano - Laterza 1989
ARIES/DUBY -Dall'Impero Romano all'anno 1000 Laterza 1988 
CHATEAUBRIAND -Discorsi sopra la caduta dell'Impero Romano Pirotta MI - 1836

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vedi anche TABELLONE SINGOLI ANNI E TEMATICO

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