HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
DA 1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

ANNO 570 d.C.
( QUI riassunto del periodo ( invasione longobardi ) dal 568 al 590 ) >

*** 
L'ASSEDIO DI PAVIA 
*** LE CITTA' PRIMA E DOPO I LONGOBARDI
I TANTI MOTIVI DI UNA SUCCESSIVA DECADENZA
QUI L'INTERA STORIA IN BREVE -  DALLE ORIGINI 
E LA CRONOLOGIA DI TUTTI I RE LONGOBARDI

*** LA NASCITA DI MAOMETTO


*** ITALIA -
Pavia, cioè Ticinum fin dai tempi delle conquiste dei romani era diventata una importante piazzaforte; le sue mura erano formidabili. La città adagiata da una parte rivolta sul fiume Ticino dove si svolgevano tutti i commerci  via acqua, e dall' altra sulla terra ferma  difesa da un fortilizio imprendibili, era una città che aveva dato sempre dei  grossi problemi a chi voleva assediarla.
Più volte invece di far cedere gli abitanti per fame, erano gli stessi assedianti a non aver cibo e a togliere l'assedio. 
Ma Alboino non si creò questo problema, come abbiamo già letto, nell'assediarla ha piazzato davanti al fortilizio non solo il suo esercito, ma ha predisposto con una geniale idea anche i suoi carri con le donne, i suoi greggi e le mandrie che così assicuravano il vettovagliamento all'esercito a tempo indefinito. Stanziando capi vivi come in un vero e proprio allevamento e ovvio che nascevano altri capi. 
Creò insomma una vera e propria cittadella autonoma, che permetteva se era necessario di sbarrare anche per anni le strade della città assediata.

ALBOINO intanto forma il suo organigramma del potere nelle sue conquiste. Come sappiamo non era partito per fare una razzia, era partito con la determinazione di prendersi l'Italia e di insediarsi definitivamente nel suoi territori, ecco dunque la sua strategia di portarsi dietro in appoggio le salmerie che lo rendevano ben protetto sul piano alimentare, gli permettevano di resistere e di prendere per fame ogni città che poneva in stato d'assedio; una volta capitolata chi non si sottometteva a diventare loro schiavi veniva ucciso.
Dopo ogni resa sul luogo lasciava uno dei suoi duca (duk).
Duk (inteso come duces romano), come  termine era sì di origine romana ma non aveva le stesse caratteristiche come comandante in capo, ma era solo il comandante di una parte dell'esercito longobardo diviso non in base a un numero uguale di uomini, ma diviso nella 35 grandi famiglie (farae) che componevano l'intero popolo longobardo. Non tutte uguali, alcune erano grandi altre piccole. Alcune avevano un valido duk, altre un po' meno. Le rivalità insomma c'erano, ma fino al momento della grande conquista, così ampia, appetitosa, ma anche poco omogenea, non si erano creati dei grandi contrasti fra di loro.

Dopo ogni conquista di una città, il suo intero territorio, quindi terreni, coloni, beni immobili e ogni altra ricchezza era appannaggio di uno dei duk
Ognuna secondo la grandezza della città occupata veniva affidata a un duk in base al numero di uomini donne e armenti che possedeva, ricevendo una certa autonomia nel  territorio. 

Questi territori erano tutti privi sia di un apparato amministrativo che economico. Funzionari e proprietari avendo i mezzi per farlo,  prima dell'arrivo dei longobardi, erano fuggiti a gambe levate portandosi via averi, gioielli, ori. Per salvarsi la pelle avevano abbandonato ogni proprietà terriera in mano ai coloni.
 I Longobardi dopo la presa di possesso del territorio questi disgraziati che erano rimasti allo sbando, li inquadrarono subito non come alleati  ma come popolazione vinta e come tale la trattarono, nel più peggiore dei modi. Non ci furono alternative, o lavorare per loro come schiavi o essere uccisi.
 A capo di questa nuova organizzazione tribale c'è ora questo "duk", che acquisisce il territorio, ne diventa il capo, organizza la vita sociale, l'economia, la struttura governativa; in seguito -come leggeremo più avanti- vorrà farlo  in piena e assoluta autonomia staccandosi dalla volontà del re. 
 E' insomma la nascita dei Ducati Longobardi.

Non dobbiamo dimenticare che i Longobardi non conoscevano l'edilizia in pietra, non conoscevano la cultura latino-romana se non per sentito dire, ma entrando nelle varie realtà, alcuni modificarono radicalmente il territorio conquistato applicando le loro leggi, mentre altri con più opportunismo cercheranno di adattarle alle realtà locali. 

Questi ultimi pur dando un relativo impulso a tutte quelle attività necessarie alla vita pratica, quelle intellettuali e culturali -che non conoscono e nemmeno ne capiscono l' importanza- vengono del tutto ignorate. Ma almeno una certa economia la salvarono dallo sfacelo.

Altri invece comportandosi proprio da dominatori e depredando tutto ciò che c'era, senza organizzarsi di far ritornare -con contadini, artigiani, commercianti- ciò che c'era, portarono i territori  nel degrado rendendoli squallidi..

L'insediamento era quello delle antiche  tribù che invadono un territorio, si insediano e seguendo le proprie tradizioni e legge ataviche non viene più disturbata da quella vicina. Non hanno nessuna coscienza di uno Stato, ma solo quella del territorio dove risiedono e che gestiscono ognuno a proprio modo, secondo la tradizione della propria farae.
  Sono tutti analfabeti. La concezione di una città e di uno Stato di tipo greco-romano, di polis e di provincia è del tutto ignorata, nascono così degli insediamenti che sono da una parte i tipici accampamenti alla quale i barbari non rinunciano e dall'altra  la vecchia urbanistica fatta di case di pietra. Come politica di gestione  adottano la tradizione atavica e tribale dei vecchi accampamenti . 

Non conoscono la scrittura, abbiamo detto, e sarà solo con l "Edictus" di ROTARI il 22 novembre 643, cioè fra 70 anni che verranno messe le prime leggi per iscritto, anche se queste servono più per regolare i vinti che non per darsi loro delle leggi; i longobardi si basano sui diritti consuetudinari che si tramandano oralmente dagli antenati, ed infatti questa legislazione pur contenendo alcune leggi mutuate dal diritto romano, la maggior parte hanno strette affinità con quelle sassone; questo significa che essi conservarono le proprie leggi fin dai tempi quando erano nel territorio dell' Elba.
Non subito, ma dopo un breve periodo, questo connubio di due civiltà danno origine alla civiltà e alle città longobarde.
Una civiltà che rimase quasi sempre primitiva e fece dimenticare del tutto quella precedente. I longobardi non diedero alcun impulso al commercio, per cui le condizioni economiche dei territori italiani, già in una crisi profonda, con una situazione economica disastrosa e in preda all'abbandono delle campagne, peggiorarono ulteriormente con le carestie, malattie, denutrizione.
Altrettanto nella situazione culturale si verificò una condizione  di generale decadenza.

LE CITTA' PRIMA E DOPO I LONGOBARDI
I TANTI MOTIVI DI UNA DECADENZA

Polis proviene dal greco, politica=società,  Città proviene dal latino civitas=civiltà. Entrambe le due tradizioni greco-romana consideravano (come in Aristotele nella sua celebre "Politica" ) la città l'unica forma naturale della vita sociale umana. Le città creano quella forma di convivenza che rende possibile la storia di una civiltà come noi l'intendiamo, cioè una sequenza significativa di fatti documentati, e appunto per questo suscettibili di una spiegazione e di uno sviluppo progettato e portato avanti sempre di più  in una forma più ampia.

L' interesse privato del cittadino e la legge pubblica è un compromesso dell'organismo politico. In questa situazione si forma una società che persuade  chi e dedito alla produzione (contadini inizialmente) a produrre una eccedenza per mantenere una minoranza di specialisti; artigiani, scribi, sacerdoti, funzionari, guerrieri. Questa organizzazione rende possibile un salto nello sviluppo demografico, e quindi una crescita degli insediamenti, che si presentano da quel momento in poi distinti in due parti contrapposte: la campagna e la città. La citta' già con vari intervalli nel corso dei primi 5000 anni rappresenta la condizione ideale di vita della specie umana, ma con i due significati di quella aristotelica diventa ed è la sede reale della classe dominante ma anche la sede ideale di tutta la collettività umana.

Nella città si decide la distribuzione dell' eccedenza prodotta nella campagna; si pratica la scrittura, che permette di fissare e trasmettere (a distanza di tempo e di spazio) le nozioni espresse dal linguaggio; si stabiliscono le forme esemplari dei manufatti e dei comportamenti; si elabora un'attrezzatura materiale, che può essere accresciuta e migliorata senza limite, secondo progetti resi stabili dalle registrazioni scritte e dai modelli formali.

Nel momento in cui queste innovazioni derivate da un controllo e un'indicazione politica va a produrre non solo il soddisfacimento dei cittadini, ma va a produrre eccedenze sia agricole che di manufatti, nasce il fenomeno (che diventa una necessita') che conduce, per migliorare ancora di più, a scambiare tali eccedenze con paesi vicini che reciprocamente hanno o non hanno nel loro territorio tali eccedenze produttive (per motivi di terreno (colture) o materie prime (minerali ferrosi, cave, ecc) ; nasce quindi l' esportazione l' importazione. Con queste, dopo aver innescato una qualità di vita e di desideri nella stessa, possono verificarsi attriti per l' imposizione di prezzi, di monopolio, creare un rapporto di dipendenza che costringono sia chi produce, che chi consuma, a cercare altri territori o a prendersi con la forza quelli che tali territori quei mezzi di produzione e risorse hanno in eccedenza.
Quando questi due fattori di scambio trovano impedimenti protezionistici ecco scatenarsi quelle rivalità che portano se non acconsentono a ridurre i prezzi a difendersi se ne sono ricchi o ad attaccare se ne sono privi.
Se nel modello di sviluppo si è data molta importanza a una materia prima che normalmente si importa e questa viene a mancare, ecco gli attriti, ecco le guerre per impossessarsi di quelle risorse non più con dei rapporti economici formalizzati ma usando la forza. Il paese dipendente non rinuncia più al suo modello di sviluppo, e si organizza per prendersi con un'espropriazione quanto gli occorre. Questo lo abbiamo visto ultimamente nel conflitto Kuwait-Iraq, non più solo interessati i due singoli paesi a contendersi una materia prima, ma veder intervenire quelli che con uno di questi paesi aveva rapporti di dipendenza su una delle maggiori risorse sulla quale avevano sviluppato le loro economie.

Premesso questo, nella nuova struttura politica longobarda la città di tipo greco-romana, cambia connotati. Per quanto guerrieri, questo popolo non vuole questi conflitti, preferisce l'autarchia del territorio, si dedica solo al soddisfacimento delle sue necessità con le risorse del posto; troppo complessa per loro  l'osservazione della bilancia dei pagamenti, problematica la politica degli scambi. L'economia atavica, le tradizioni tribali nei loro insediamenti hanno la caratteristica di vivere nell'indipendenza; agli scambi preferiscono l'autarchia. E sopraggiunge quel fenomeno che porta a  non più progredire. Chi ha molte risorse, soddisfatte le proprie esigenze, smette di produrre le eccedenze, il che non stimola di sicuro le tecnologie, né le migliora. Mentre chi non ha risorse, neppure questi hanno bisogno tecnologie, cosa se ne farebbero, quindi non le inventano nemmeno.

Per fare un esempio banalissimo: Se un villaggio ha una cava di argilla e con questa fa una fornace e costruisce mattoni per farsi le sue 10-20 case, una volta fatte queste, non ha bisogno più di mattoni, e neppure più della fornace e di una tecnologia migliore per fare mattoni nella fornace stessa: così questa per 100 anni rimane ferma, quasi dimenticata dalle generazioni che seguono. Crollate le case dopo cento anni si riapre la fornace, si riadoperano le stesse tecnologie rimaste ferme, si rifanno un po' di mattoni per sostituire quelle 10 case e così via per altri 100 anni.

Dall'altra parte se un villaggio non ha importazione di mattoni ne ha una cava di argilla, non costruisce certamente la fornace, non fabbrica mattoni, non inventa una tecnologia per farli, e non costruisce  le case con i mattoni, ma adopera le lastre di granito che ha sul posto (come in Val d'Aosta) per farsi quelle 10-20 case; non avrà di conseguenza mai la possibilità di adottare altre tecnologie costruttive. Si ferma così anche questo villaggio per altri 100 anni, non lasciando di tecnologico un bel nulla. Quelli che seguiranno, rispolverando qualche tradizione orale, alla meglio, rimetteranno insieme qualche altra lastra per fare un'altra casa pressappoco uguale, e tutto finisce lì. Nessuna tecnologia nessun miglioramento, anzi peggioramento visto che le case non si fanno ogni 20 anni quanto dura una generazione ma deperiscono dopo un paio di generazioni dopo che la prima si è estinta, e l'ultima del resto,  non preoccupandosi affatto della tecnica,  ha aspettato che gli cadesse addosso per ricostruirla, perché la precedente non aveva necessità di costruirne una, nè di impossessarsi della tecnica con uno dei vecchi costruttori ancora viventi.

In entrambi i casi abbiamo visto che i due villaggi hanno eliminato la potenzialità creativa data dalla necessità, e se in questi due villaggi nessuno può emigrare, né immigrare, non nascono certamente bisogni che spingono in quella direzione. Abbiamo lo stallo, la vita di tribù, con la sola difesa del territorio e basta. E se il modello di sviluppo va in parallelo con il territorio, non è più l' uomo che cambia il territorio, ma è il territorio che cambia l' uomo. 
E se nel territorio esisteva una tecnologia che andava avanti a gradini verso la perfezione dovuta alle continue esperienze, anche la più semplice tecnologia si ferma, regredisce, e può anche sparire del tutto.  
Ho vicino a casa mia un contadino che seguita a ricavare da un ettaro di terreno la metà della quantità di grano che comunemente si ricava invece oggi con semenze selezionate. Non acquista una nuova varietà che darebbe una maggior resa e qualità, ma seguita a metter via per la semenza una parte del raccolto dell'anno precedente;  quindi perpetua la bassa resa e la bassa qualità; lui si giustifica dicendo che a lui basta, che gli è sufficiente quella modesta quantità per le sue necessità, quella di farsi il pane e la pasta in casa. Non ha soldi per acquistarne una varietà nuova, ne può del resto - se ne ha in eccesso - procurarsi soldi nel vendere quella qualità che lui produce perché è scadente. Il cerchio si chiude.  
Paradossale -altra faccia della medaglia- se poi parliamo di burro, sua nonna lo faceva in casa; adesso acquistandolo già confezionato alla centrale dove lui porta il latte delle sue mucche, non sarebbe più in grado di farselo da solo perché non ne è capace, tantomeno suo figlio o nipote, non sanno come si fa, gli attrezzi sono marciti, e quelle piccole zangole occorrenti non le fabbrica più nessuno, ne se le vedono in un angolo sanno a cosa servono.

Abbiamo in questi due comportamenti i due fenomeni tipici e in un certo senso paradossali: nel primo troviamo autarchia dove non c'è avanzamento di tecnologia; nel secondo la tecnologia  gli ha fatto dimenticare completamente la tecnica di fabbricazione di una cosa quasi semplice.
Il paradosso alla fine è questo che sia il retrogado che l'altamente incivilito non sono più capaci ne sanno come fare il burro.

E se vogliamo andare in cerca in questi due comportamenti e stili di vita o "modello" di sviluppo una positività e negatività, dobbiamo convenire che ci sono entrambe. Da una parte c'è l'indipendenza , dall'altra la dipendenza. Nel caso di un impedimento delle erogazioni energetiche noi saremmo tutti senza pasta perchè i mulini e i pastifici sarebbero fermi, ma quel contadino seguiterebbe a mangiare la sua pasta che non gli mancherebbe mai; ma ferme anche le Centrali del Latte non avendo più curato la fabbricazione del burro, il contadino dovrebbe mangiarla senza condimento.

La negatività in questo suo "modello" di sviluppo è palese, perché un elemento della sua autonomia era dipendente. Nella sua "societa" familiare però ha commesso un' errore che si ripercuote nella sua alimentazione, scarsa, meno ricca, meno proteica, poco ideale per lo sviluppo di una successiva generazione, la quale mancando proprio di certi apporti diventa deficitaria proprio sul piano dello sviluppo. E questo si verificò proprio nella realtà medioevale, quando eliminato il grande allevamento, diminuita la dieta carnea e adottata quella farinacea ci furono le grandi carestie o le pandemia.

Non diamo però solo la colpa ai Longobardi. Nonostante tante successive conoscenze, e altri nuovi tipi di economia, molti stati europei anche in pieno Ottocento si comportarono peggio in quanto a modello di sviluppo, andando verso la decadenza politica.

(Venezia con la sua autonomia per eccellenza, rimase in isolamento per secoli dal resto d'Europa andando anch'essa verso la decadenza. Anche se fu una decadenza luminosa che ebbe  ancora i suoi momenti di gloria e che ancora per molto tempo impose al mondo il magico nome di Venezia come simbolo della più alta civiltà.

Tornando alla povera dieta longobarda (e con loro gli italici) ancora nel 1776, Adam Smith nelle sue teorie economiche sosteneva che non mangiar carne faceva del resto bene alla salute; e si disse, per convincere i poveri che la famosa gotta dei ricchi era dovuta al mangiar troppa carne (quando invece sappiamo che la gotta viene invece per un 'intossicazione di piombo). La civiltà industriale che aveva bisogno sempre di più manodopera e trovava questa nei campi, separati quegli individui dal mondo dei vegetale e dagli animali trovarono nelle leggi inglesi queste teorie ""Gli ex contadini non possono mangiar carne? tanto meglio per loro: chi ha mai detto che bisogna mangiarne? Non è necessaria alla vita, e lo testimoniano le grandi civiltà del passato che vivevano di grano nell'occidente, di riso nell' Oriente, di mais nelle Americhe. In nessun luogo il decoro richiede che un uomo debba mangiar carne"" E nel "Dictionnarie de Trevoux" si cita ""....i contadini sono di solito piuttosto stupidi, si nutrono di cibi grossolani come la carne e le verdure che coltivano negli orti, non vedo perchè non si possono benissimo accontentare con un bel piatto di polenta"";  rincarò la dose Girolomo Cirelli "".. i contadini abitualmente mangiano come i maiali, come il pollame che allevano, mangiano pastoni di rape, carote e chicchi di grano turco, non vedo perchè dovrebbero soffrire nel sedersi in città davanti a un bel piatto di polenta calda"" 
E i poveri contadini che fino allora avevano mangiato quei pastoni (ma dove c'erano le vitamine della verdura fresca, le proteine dei legumi, i sali minerali ) ed erano sopravvissuti straccioni ma ben alimentati, cominciarono a morire nelle citta' come mosche. Stomaci gonfi, pance come un pallone, avitaminosi, deboli, soccombenti. E stiamo parlando del 1800!

Dunque i Longobardi non furono i soli a sbagliare, più di mille anni prima.

Continuiamo con i Longobardi.... nel prossimo anno


LA NASCITA DI MAOMETTO
(Una breve scheda - Gli eventi che seguirono  li ritroveremo anno per anno dal 585 in poi)

Maometto (Abul-Kasim ibu’Abd-Al-lah, detto Muhammad, il “glorificato, il lodato”) 
nasce il 20 aprile dell’anno 570 d.C. 
nella città araba della Mecca, luogo sacro perché vi è la Caaba (o Ka’ba), cioè il “Cubo”, edificio appunto a forma di cubo, che conserva la “Pietra nera”, forse un meteorite, che si crede mandato da Dio.

I genitori di Maometto, ‘Abda-Allah, commerciante, e Amina, appartengono alla tribù dei Coraisciti, che domina la Mecca: il padre, però muore prima che il bambino nasca e la madre scompare quando il figlio ha solo sei anni. Alle vicende reali della vita di Maometto si mescoleranno ben presto molte leggende (per esempio la madre ha una visione dei castelli della Siria e ode la voce di un angelo che le dice: ”Tu sarai la madre del profeta del mio popolo”).

VEDI ANNO 622 E SEGUENTI
E VEDI
il profeta MAOMETTO - Biografia e tradizione da Abramo in poi

Maometto dunque viene affidato dai parenti ad una balia, avendo modo così, nei primi anni della sua vita, di assimilare la cultura del deserto, custodendo le greggi insieme con il fratello di latte. In seguito viene preso in custodia da una zio, che lo avvia, ancora adolescente, verso l’attività commerciale carovanica. E’ proprio grazie al suo lavoro che Maometto viene a contatto con uomini di diverse religioni e con quella che sarà la sua futura moglie, la ricca vedova Khadigia. Nonostante i molti anni di differenza (Maometto 25, Khadigia 40), il matrimonio, celebrato nel 595 d.C., durerà felicemente per 25 anni. Dopo la morte della moglie , tuttavia, Maometto sposa nove donne ed ha, oltre a quelli di Khadigia, molti altri figli.

Verso i quarant’anni comincia a sentire il bisogno di dedicarsi alla meditazione, per cui prende l’abitudine di ritirarsi, per alcuni giorni all’anno, nel deserto, ai piedi del monte Hirà: è interessato e tormentato, particolarmente, dalle questioni riguardanti il giudizio divino e le “mancanze umane”.
Nell’anno 610 d.C. Maometto, durante una delle sue notti trascorse a meditare in una grotta, si addormenta ed ecco che gli appare in sogno l’arcangelo Gabriele, il quale gli comanda di leggere (ricordiamo che Maometto non sa né leggere né scrivere) ciò che è scritto nel rotolo di pergamena: si tratta di una prima rivelazione di Allah, cui faranno seguito diverse altre.

Il profeta è in grado di recitare, al suo risveglio, i versetti mostratigli dall’angelo: ha così inizio il suo ministero profetico, al quale credono, per primi, la moglie Khadigia, il cugino Alì, il servo Zaid ed un notabile della Mecca Abu-Bakr. Negli anni seguenti, dunque, Maometto riceve le altre rivelazioni, che lo inducono a considerarsi l’ultimo ed il più grande - “suggello” - dei centoventiquattromila profeti di Allah (da Adamo fino a Gesù, secondo, come importanza, solo a Maometto), messaggero di gioia per i credenti. Egli dunque compie la sua missione alla Mecca, annunciando la fine dei tempi ed esortando alla penitenza ed alle opere buone; ribadisce fermamente l’unicità di Allah, al quale i credenti devono sottomettersi ed abbandonarsi completamente e fiduciosamente (Islam). Nell’ambiente della città i poveri e gli schiavi iniziano a seguirlo, mentre i grandi mercanti, ricchi e potenti, gli sono ostili, in quanto vedono minacciati i loro interessi e la fede tradizionale. 

Nell’anno 622 Maometto è costretto a lasciare la Mecca ed a rifugiarsi a nord: questa “fuga” o “Egira”, dà inizio all’era musulmana.
(SU MAOMETTO VEDI POI ANNO 585 e l' ANNO 610 della "Rivelazione")

CONTINUA ANNO 571 >