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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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PERSONAGGI
E PAESI

ANNO 590 d.C
( QUI riassunto del periodo ( invasione longobardi ) dal 568 al 590 ) >

*** MUORE AUTARI - AGILULFO RE DEI LONGOBARDI
*** L' ITALIA NELLA PESTE
*** L'ELEZIONE DI GREGORIO MAGNO
*** GREGORIO MAGNO

*** ITALIA - Dopo il matrimonio con Teodolinda, Autari ebbe appena il tempo di portare a termine l'ultima offensiva contro un ribelle (Francione) -che per sei mesi si era asserragliato all'isola Comacina (lago di Como)- quando dopo essere rientrato a Pavia  muore.
AUTARI muore il 5 settembre 590, forse avvelenato, nel palazzo reale di Pavia; i duchi concessero alla vedova (Teodolinda figlia di Garibaldo duca dei Baviera - Autari l'aveva sposato due anni prima) di scegliersi un nuovo sposo, quindi il nuovo re dei Longobardi. La sua scelta cadde su Agilulfo duca di Torino.
Due mesi dopo Agilulfo otteneva la corona e a Lomello sposava  Teodolinda.

AGILULFO fino al 616, con accanto Teodolinda,  proseguì la politica del suo predecessore. Nel tentativo di rafforzare il potere regio, cercò di stabilire ( anche se lui era Ariano -pur fortemente influenzato da Teodolinda che del resto ha scelto lei come re e sposo) rapporti di convivenza con il Papato, ed in particolare con papa Gregorio Magno (che sale sul soglio proprio quest'anno).
 Un assedio a Roma Agilulfo lo fece, ma poi lo sospese quando Gregorio acconsentì a pagargli una grossa indennità pur di non inimicarselo.
Durante tutto il suo regno Agilulfo condusse una politica ambigua: di avvicinamento ai Bizantini e al Cattolicesimo, che avrebbe dovuto assicuragli quest'ultimo la neutralità (o il favore del Papa - che però sembra giochi su due fronti) nella lotta contro i Bizantini per la conquista dei territori ancora in loro possesso. 
Lo Scisma dei Tre Capitoli, che il Re sperava costituisse una occasione favorevole per questa politica, si rivelò invece un'arma a doppio taglio, perchè rallentò la conversione dei Longobardi. Ciò avvenne perché due grandi Diocesi del Nord, Milano e Aquileia, la cui influenza si estendeva a zone molto più ampie degli effettivi confini diocesani, aderirono allo Scisma.
Agilulfo tentò di volgere la situazione a proprio vantaggio (non prima di essersi incontrato con Teodolinda alla rocca di Lomello)  proponendosi quale mediatore e proponendo con Colombano (*)  la convocazione di un Concilio che ponesse fine allo scisma. Ma la sua morte nel 616, interruppe tale "conciliante" tentativo.
(*) Colombano era un monaco benedettino irlandese, poi Abate di Bobbio (PC). Proprio a Bobbio, con una concessione di Agilulfo, fondò un imponente monastero, creando un importante centro di diffusione culturale. Alcuni storici scrivono anche centro di evangelizzazione cristiana, mentre da altri fonti sappiamo che Colombano per tutta la sua vita  si trovò sempre in contrasto con Roma sulle questioni dogmatiche. Quando morì, tutti i monaci del monastero emigrarono nell'ortodossia, ma forse anche perchè premiati; infatti furono sottratti alla giurisdizione del vescovo di Tortona, che non sopportavano).

*** ALLUVIONI, CARESTIE, EPIDEMIE

*** ITALIA - Le alluvioni dello scorso anno, le acque inquinate, la distruzioni di culture e animali, e la carestia che seguì debilitando ancora di più abitanti già gracili, ha causato micidiali epidemie, che stanno falcidiando fin dai primi mesi dell'anno le popolazioni delle province colpite. In particolare la pianura Padana, che aveva subito lo straripamento dei grandi fiumi e l'inondazione, e la stessa Roma con il Tevere straripato che ha invaso città e campagne.

Non ci sono braccia abbastanza, non ci sono i mezzi per sgomberare i morti che giacciono insieme alle carcasse di animali morti nelle campagne; e nei corsi d'acqua, negli acquedotti non più curati da anni, diventati dei colabrodi, quelli ancora in uso più che acqua portano a valle fango inquinato, e sono le cause principali dell'epidemia
A Roma, i topi che si sono rifugiati nelle zone alte della città, portano via il cibo dalle mani agli ultimi abitanti di una città  in agonia.

Perfino Papa PELAGIO II muore anche lui di peste il 7 febbraio. Il soglio pontificio resta vacante per sette mesi, per i problemi che l'alluvione e le epidemie hanno creato in città.

A ROMA LA PESTE E.... L' ARCANGELO GABRIELE
 
Padre GREGORIO  da Costantinopoli dove era stato per sei anni Nunzio Apostolico inviato da Pelagio per chiedere aiuto contro i Longobardi era tornato a Roma; seguitò  a condurre il suo monastero ma come segretario di papa Pelagio occupandosi dell' amministrazione della città, con la peste che vi era scoppiata seminando morte e disperazione, pragmatico com'era (e qualcosa aveva imparato a Costantinopoli), si prodigò nell' adottare misure sanitarie drastiche. Purtroppo la peste infuriava e seguitava a fare vittime.

Un abate di Sant'Andrea volle organizzare una manifestazione di pubblica penitenza con una processione; poi tenne un famoso sermone, che ci viene tramandato da Gregorio di Tours, e anche da altri fra cui uomini di stato, storici, nobili. 
Era una giustificazione a quella grande calamità, da imputare soltanto alla punizione di Dio. La processione iniziò a sfilare per le vie della città in sette gruppi;  ma la morte sempre all' opera anche in questa circostanza durante la processione ne fece cadere fulminati  dal male 80.
Mentre il solenne corteo procedeva verso il mausoleo di Adriano ( narra la leggenda ), sul ponte (che si chiamerà poi Sant'Angelo) si vide sopra la cupola del grande imponente torrione apparire l'arcangelo Gabriele sguainando la sua spada fiammeggiante. La peste racconta la leggenda fu arrestata e dal mausoleo di Adriano fu tolta la quadriga dove alla guida de i suoi cavalli c'era Adriano con lo sguardo rivolto verso il cielo(Adriano prima di morire fece appena in tempo a vedere il bozzetto). 
Dopo quell'apparizione e la fine della peste, si raccolsero offerte per togliere la quadriga, la si fuse, e col bronzo ricavato si pose al suo posto un grande Arcangelo Gabriele dove ancora oggi si trova e che da quest'anno diede nome al mausoleo stesso: CASTEL SANT'ANGELO.

ROMA, passata la grande paura, tornata a pensare a se stessa, dopo la morte di papa Pelagio avvenuta in febbraio, vuole ora eleggere un Papa. 
Tutti sono d'accordo di elevare al Soglio Pontificio quel Gregorio che vanta una preparazione eccezionale. Era da cinque anni a capo del suo monastero da quando era ritornato da Costantinopoli. Un monastero che aveva strasformato in una " scuola di santi" e in un istituto di studi biblici. 
Quando fu incaricato di concludere l'infelice controversia ai tempi di Giustiniano sui " Tre capitoli" egli presentò il suo credo ortodosso con un trattato dalle argomentazioni lucide e magistrali. A Costantinopoli GREGORIO si era fatto molti amici, e fu intimo di altri ecclesiastici stranieri, oltre che di tutti i potenti che frequentavano la corte bizantina, da dove fece tesoro della amministrazione politica, economica, religiosa.

Nato a Roma 50 anni prima, Gregorio era rimasto orfano in giovane età, ma era di famiglia molto ricca; ereditò terreni e averi da farne uno degli uomini più ricchi della capitale. Ma per l'educazione religiosa ricevuta, nonostante questa ricchezza e una prestigiosa carriera davanti a sé, proprio religione cattolica gli cambiò radicalmente la vita.
 Completati gli studi, appena maggiorenne a 22 anni era già prefetto della città di Roma. Accanito studioso, tutto il sapere del suo tempo (scienza, matematica, storia) passò sotto i suoi occhi, tanto da essere definito maestro dell'arte della filosofia, che tuttavia non era quella pedantesca di Atene, nè quella retorica-cavillosa romana, ma si rivolse verso una "filosofia divina", agostiana-ambrogina. 
Diventato diacono, messa da parte ogni ambizione anche nella carriera ecclesiastica, si sbarazzò dei suoi abiti di seta e dei suoi gioielli, destinò i beni del padre alla fondazione di sei monasteri e altre opere di carità, poi trasformato il suo suntuoso palazzo al Celio in un monastero ci visse tre anni  come un semplice fratello in mezzo agli altri monaci. In stato monastico con la regola di San Benedetto. 
Papa Pelagio per il grande prestigio che godeva, lo distolse dalla vita monacale e lo volle come suo segretario; fu inviato nel 579 in una delicata missione a Costantinopoli per chiedere aiuti contro i Longobardi che assediavano Roma;  ma anche per mettere fine alle spinose questioni dogmatiche. 
Nelle ottusa ostilità di Bisanzio Gregorio non ottenne dei grandi risultati; ma vivendoci sei anni come legato apostolico, ebbe modo di vedere con la sua acutezza, il sistema efficientissimo dell'amministrazione bizantina, ma anche il lusso sfrenato dei nobili e le troppe libertà offerte demagogicamente al popolo; l'interesse pubblico dentro la Corte bizantina politica e religiosa si dividevano tra le poco perspicaci controversie dei teologi e gli spettacoli da offrire alla plebe per estraniarla dai grossi e seri problemi.

Gregorio poté osservare il modo in cui la vita turbolenta di una popolazione instabile e arrogante per ignoranza, veniva diretta non sempre saggiamente dal clero, e in caso di rivolte popolari queste erano represse da un esercito di militari fatto di barbari di ogni razza; infine i funzionari burocrati, che se da una parte salvavano l'organizzazione imperiale, dall'altra soffocava le libertà di espressione. 
Il clero
bizantino  per come combatteva le eresie gli sembrò che andava oltre la sua missione, che peccava esso stesso di eresia quando imponeva senza discussione il proprio credo.
 ""..sono infiammati da uno zelo sbagliato e si illudono di combattere gli eretici mentre in effetti stanno commettendo loro stessi eresia"; è la sua analisi in una lettera inviata a Pelagio da Costantinopoli. Di queste lettere ne conserviamo oggi 14 libri, una miniera di religione e di diplomazia lasciata in eredità dal primo dei grandi pontefici. Vi si possono conoscere i particolari dell'attività di questo grande uomo, studiarne i metodi e i principali obiettivi.
 Scriverà proprio a Costantinopoli due opere fondamentali "MORALIA" e "REGULA PASTORALIS LIBER". Opere dove tutto è pervaso dal senso di una tremenda responsabilità.
 
" La condotta di un prelato -scrive- deve essere superiore alla condotta della gente comune, così come la vita del pastore lo è rispetto a quella del suo gregge. La mente se è presa dalla gestione delle attività esteriori perde il timone della morale e l'anima viene lusingata dal falso miraggio delle buone opere. Mentre si è a caccia dei beni terreni si alza così tanta polvere da accecare gli occhi dalla chiesa tutta".

I due trattati rivelano una profonda conoscenza degli uomini di ogni classe e temperamento, il che dimostra che Gregorio era veramente l'uomo esemplare per trattare con individui di ogni specie e condizione; dal plebeo al potente.
Ora da quando era ritornato a Roma era l'uomo che a Roma ci voleva, il capo politico di cui la città aveva bisogno, il capo religioso che i momenti così travagliati esigevano; in entrambi i due fronti, era  l'unica forza capace di amministrare l'intera penisola, che era sprofondata nell'anarchia.

Quando Roma - da sette mesi con il soglio vacante- propose la sua candidatura, Gregorio si mostrò riluttante, cercò anche di fuggire, mettendosi in viaggio per l'Inghilterra che voleva andare a evangelizzare; fu scoperto e portato di peso a San Pietro e qui il 3 Settembre di quest'anno fu fatto per forza Papa; assumerà il nome di GREGORIO MAGNO.

  E se è vero che il VI secolo dopo Cristo è una delle grandi epoche dell'intera storia europea, non meno vero è che questo Papa rimane la figura maggiore di quest'epoca, chiudendo non solo metaforicamente un secolo molto critico, ma aprendone un altro non meno difficile ma con un punto di riferimento ben preciso.
Non possiamo dimenticare l'opera di evangelizzazione dei popoli germanici e anglosassoni (nel 597 fonda Canterbury); né possiamo dimenticare cosa rappresentò la conversione al cattolicesimo dei Longobardi in Italia, e dei Visigoti in Spagna; né possiamo ignorare che sarà proprio Gregorio ad accrescere notevolmente il potere politico e temporale della Chiesa sull'intera Europa.

C'erano stati altri "grandi", ma se le grandi personalità si debbono giudicare dagli effetti che la loro epoca ha avuto nelle epoche successive, GREGORIO rimane una delle figure di maggior spicco.
Pochi papi, nella storia, espressero in un modo così conciso il senso politico e religioso, in una frase come questa: 
"La carica di pastore ha bisogno di conoscere l'anima degli uomini, ma per la carica di governo si deve conoscere i loro bisogni. La politica è la branca che cura le necessita e i bisogni degli uomini e fanno parte degli obblighi di un vescovo che guida la Chiesa" 

La sua politica era che l'esempio doveva partire dal centro, e lì, a Roma tutti potevano vedere e rendersi conto di come viveva uno dei più ricchi uomini della capitale. Viveva asceticamente, tanto da rovinarsi la salute, anche come papa, niente banchetti, frugali pasti, così come aveva vissuto nel suo monastero. Allontanò gli impomatati bellimbusti che come dei questuanti avevano affollato le stanze dei papi precedenti, una schiera di ipocriti dottori e sgradevoli serventi, che non potevano certo andare a genio all'uomo austero che aveva un'altra idea della vita cristiana; si circondò di persone posate e venerande. Il suo biografo Paolo Diacono così ce lo descrive: 

"" Non si fermava un minuto: Era sempre occupato o nella cura del suo popolo o a scrivere migliaia di lettere in risposta ad ogni problema che da tutto l'impero gli arrivavano per chiedere suggerimenti, consigli, direttive anche quelle minime di cui lui voleva pedantemente occuparsi di persona."" 

In quelle lettere si preoccupava anche dei dettagli dell'amministrazione della giustizia, della soppressione di ingiuste tasse, riparazioni dei torti, difese dei diritti delle proprietà, nulla era troppo piccolo per la sua attenzione che si trattasse di una conversione di un ebreo o che si trattasse di disposizioni sul bestiame, le case, i granai, l'eredità di una povera vedova, o il rimprovero fatto a un vescovo troppo fiscale e zelante, che riportiamo (valido anche per i politici di oggi, laici o religiosi):

  "" Come non possiamo permettere che la proprietà della chiesa non vada perduta, così ritengo che sia contro il diritto cercare di impadronirsi di ciò che appartiene ad altri, vi illumini sì la giustizia , ma che la stessa sia veramente tale, divina e umana.""

Appare evidente -nella situazione così caotica che si trascinava con i disastri da oltre 120 anni- che il mantenimento dell'impero imperiale in Italia (così come gli equilibri negli altri stati) dipendeva non poco da questo grande Papa che si affaccia nella Storia Europea in questo periodo, con le sue grandi capacità politiche, con la sua dirittura morale, con la lucidità cosciente che era la sua opera una grande missione umana, un qualcosa che andava oltre se stesso; quella missione che ben presto mette le fondamenta di quel potere ecclesiastico che succederà a quello inetto imperiale nel governo di una penisola che era diventata da anni solo più "un'isola di rozzi predoni"; e l'Europa non un Impero, ma un campo di battaglia di barbari..

Se poi in seguito ci furono, autoritarismi, dispotismi, arroganze, fanatismi religiosi, questi atteggiamenti non furono di certo indicati da Gregorio; non era sbagliata la sua politica! erano sbagliati gli uomini che dovevano intendere e applicare la sua politica.
In quattordici anni di pontificato non incise sul destino di alcune persone, incise sul destino di intere nazioni, consolidando ognuno i propri confini etnici, che sono ancora lì, con quasi gli stessi confini.

Appena in tempo, questa circoscritta unione europea sotto il carisma e l'autorevolezza del potere papale, prima che sorgesse l'impero Islamico, che avrebbe potuto travolgere -nelle condizioni in cui si trovava ora- ogni difesa del vecchio continente.

CONTINUA ANNO 591 >