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ANNO 627 d.C.
( QUI riassunto del periodo ( longobardo ) dal 591 al 652 ) >

***MAOMETTO: L'ASSEDIO DI MEDINA
***  MAOMETTO E LE MOGLI

qui TABELLA "PIANETA ISLAM"> >

qui L'ARABIA PRE-ISLAMICA > > >

*** *** IN ARABIA - A Medina i seguaci di Maometto uccidono molti oppositori; in un fanatismo religioso che non controlla neppure più il profeta ma che però tollera. Le vittime fanno parte di una delle tante tribù di ebrei che vivono a Medina chiamata Banu Qaynuqa, che nutrivano delle ostilità per la nuova fede. Gli scampati sono costretti a lasciare la città. 
Costoro si erano messi contro la legge che aveva codificato Maometto, che affermava che ogni tribù di ogni stirpe era libera di professare a Medina la propria tradizionale religione, ma che non dovevano i seguaci di una religione avere segni di intolleranza verso chi ne professava un'altra, e che quella di Stato (del nuovo stato creato a Medina) non intralciando le singole credenze, era una, e sola una per ragioni politiche e di unione, e che conteneva anche espressioni di comportamenti giuridici che dovevano essere rispettate da tutti e che non avevano nulla a che vedere con il comportamento spirituale che ognuno sentiva dentro se stesso.

 Dio è l' "Unico", e proprio perché tale, esclude ogni altra divinità.  In poche parole Maometto affermava che si poteva anche non credere che lui era "il Profeta", ma non si poteva per questo anche condannare l'esistenza di Dio onnipotente, né condannare chi del profeta  era un convinto assertore. In pratica non bisognava impedire a chi era di idee diverse di pensare in un modo diverso.
Con gli Ebrei Maometto inizia fin da ora a diffidare e a non avere più in comune i rapporti religiosi, non perdonava loro il fatto che pur appartenendo alla "gente del Libro", avessero rinnegato e tradito l'idea di un unico Dio, che invece per Maometto era lo stesso per tutti, e non monopolio di una sola religione.
Il Dio di Maometto si differenzia dal Dio del Giudaismo in quanto non si rivolge ad un solo popolo (Ebrei = "popolo eletto") ma all'intera umanità.

 Che ci fosse questo risentimento lo troviamo in molti passi del Corano, soprattutto in uno dove sostiene "affermano che coloro che non credono siano migliori di noi, che crediamo in un "Unico" e solo Dio, maledetti chi afferma tali cose".

Per quanto ufficialmente la Chiesa col Concilio Vaticano II, riconosce  l'Islam come terza religione rivelata, dopo il Giudaidsmo e il Cristianesimo con le quali ha diversi punti in comune, esiste una profonda divergenza e perfino incoerenza con entrambe le due religioni; il Giudaismo non riconosce in Cristo  l'avvento del Messia;  e l'Islam nel Corano rifiuta la concezione della Trinità e dell'incarnazione di Dio in Cristo; non crede a dogmi particolari né riconosce alcun clero che si frapponga   tra lui e Dio.
Per l'Islam le tre religioni sono fondate solo sulla Rivelazione dei profeti; e se ogni epoca, ogni ciclo storico, ha avuto il suo profeta ispirato da Dio, Maometto è l'ultimo dei profeti, quello che conclude il ciclo della profezia, e il Corano è l'ultima rivelazione in ordine di tempo, il proseguimento del Vecchio e del Nuovo Testamento.
In quanto al nome di questo unico Dio, non dimentichiamo che l'Elo-Him del Corano, è una parola che significa "unico Dio", e che pronunziata in arabo, suona Allah.

Gli Ebrei che nutrivano queste intolleranze  erano poi gli stessi piuttosto restii alle imposizioni della legge maomettana che condannava i commerci fatti con i prestiti di denaro e che Maometto ritenendola essere usura, condannava. Ma i piu' validi rappresentanti in tale settore erano gli ebrei, essendo dei ricchi proprietari di grandi fondi produttivi, oltre che finanziatori dei lucrosi commerci che si svolgevano alla Mecca. 

A loro si aggiunsero gli stessi ricchi commercianti della città santa, che in primo momento non avevano mai dato l'impressione di volersi compromettere nel voler aprire un vero e proprio conflitto, ma gli ebrei li sollecitarono scuotendoli dal loro torpore, profetizzando un pericolo per i loro commerci, che non era di poco conto, cioè quello di vedersi sfumare tutte le risorse che venivano dai santuari e dai pellegrinaggi.

 Medina stava diventando troppo forte e minacciava quello stato di economia che andava sempre di più deteriorandosi alla Mecca, che allarmata in un modo così catastrofico dagli ebrei, scese sul piede di guerra contro questi seguaci di Maometto che -si iniziò a dire maliziosamente- miravano a ben altri scopi e non a quelli puramente religiosi.

 Creare questo allarme era quello che gli ebrei volevano. Uno di questi capi era ABU SUFYAN, che organizzò un nutrito contingente di questi scontenti (commercianti con interessi particolari) organizzando delle spedizioni punitive a Medina, o attaccandoli quando questi si trovano nel deserto in carovane. 
SUFYAN li fa prigionieri impone poi per il riscatto forti somme agli abitanti di Medina o a Maometto stesso. Quest'anno sono proprio loro a costituire un vero e proprio esercito (dei MECCANI) con l'aiuto degli ebrei della Mecca che fornirono uomini delle tribù giudaiche e altri uomini forniti dagli stessi mercanti. La loro offensiva strategica era quella di colpire i seguaci di Maometto nella loro città di Medina: prima avrebbero saccheggiato i raccolti e tutte le piantagioni di datteri (la risorsa dei medinesi), poi avrebbero assediato la città, e infine atteso la sua capitolazione  per fame.

Questo primo scontro - avvenuto nel 625- non ebbe il risultato sperato, quando i Meccani si presentarono per assediare Medina, Maometto con tutti i suoi uomini aveva già abbandonato la città, rifugiandosi nei pressi del monte Ohod. Impazienti di attaccare, soprattutto i giovani, non riuscirono a vincere la battaglia, ma nemmeno persero la guerra. I meccani convinti di aver dato una buona lezione, si ritirarono, non prima di aver distrutto attorno a Medina, culture, villaggi, campagne.

L'anno dopo (626) Maometto si organizzò meglio, i suoi seguaci aumentarono, sempre più determinati a dare una lezione ai nemici che avevano alla Mecca. Nel corso dell'intero anno furono impegnati in continue spedizioni contro le tribù beduine che andavano alla Mecca a commercializzare, o a incontrare i fedeli che si recavano nei santuari per fare altri proseliti alla sua causa.
Ovviamente i suoi nemici alla Mecca stanno aumentando di numero, l'idea di fare un'altra spedizione punitiva viene presa in considerazione. Ci si prepara insomma ad attaccarlo nuovamente con la solita strategia dell'assedio l'anno precedente fallito. Vogliono intrappolarli ad oltranza dentro le mura di Medina e farli morire di fame.
Per far questo alla Mecca, stanno predisponendo tre corpi di spedizione sotto il comando supremo di Abu Sufyan formati da 10.000 uomini.

Maometto ha tuttavia dei buoni informatori che gli rivelano il piano dei Meccani, e studia bene la strategia da adottare; massicci  rifornimenti di acqua e di viveri per sopravvivere all'assedio, e nuove tecniche di difesa se attaccati;  ma la sua più grande idea strategica che verrà adottata  da allora e per tutti i secoli a venire, gli venne da un persiano che si trovava a Medina, che gli consigliò di scavare attorno alla città un grande fossato atto a impedire che i nemici potessero toccare nemmeno le mura.
 
Il Profeta capisce che questa è una formidabile arma vincente e alacremente fa scavare notte e giorno questo grande fossato al punto che quasi i suoi stessi seguaci si sentirono offesi e umiliati nel dover lavorare così tanto di badile. Ma dopo 6 giorni di frenetici lavori la città fu circondata da una trincea invalicabile, un imbuto pronto a ricevere i nemici, per poi farci un divertente tiro al bersaglio.

Le leggende su questi lavori si sprecano, l'orgoglio di aver partecipato a questa impresa, farà fiorire miracoli in quantità, i seguaci ne racconteranno tanti, e molti assomigliano a quelli della Bibbia mosaica, o a quelli del Vangelo cristiano, come la moltiplicazione delle provviste di datteri per dar da mangiare agli scavatori, o la guarigione di chi si era fatto male negli scavi, o il resuscitare i morti dalla fatica.

L'attacco dei Meccani avvenne il 5 febbraio di quest'anno 627,  e gli assedianti quando arrivarono nei pressi di Medina trovarono proprio buffo quel buco nella terra, ma già non risero più quando capirono che andare oltre quel fosso voleva dire andare incontro a una morte certa, quel "buco nella terra" non permetteva in sostanza di attaccare la città. Ed essendo in pieno deserto e partiti con l'intento di fare un buon bottino furono sconcertati di dover rimanere impotenti e anche a digiuno davanti a quel fosso e a quelle mura, mentre i medinesi in cima alle stesse si facevano vedere a mangiare e bere e a ridere a crepapelle; gli assedianti anche se seguitavano a ubbidire ai loro capi che si ostinavano a voler prendere per fame i medinesi, si accorsero che -dopo alcune settimane- per fame e sete stavano invece morendo loro.

 Mentre i medinesi le provviste le avevano previste rifornendosi in grandi quantità, gli assedianti e i loro comandanti credendo che era il solito assedio non  ci avevano pensato nella stessa misura, tanto più che erano diecimila bocche da sfamare, e paradossalmente avevano loro stessi provveduto a saccheggiare le campagne e distrutto ogni cosa attorno. Dopo diverse settimane la situazione cominciò ad essere seria, dopo altri tre mesi diventò drammatica, poi angosciante quando un loro capo per rompere questo stallo che stava innervosendo un po' tutti, cercò di fare l'eroe prendendo la rincorsa con il suo cavallo per poi catapultarsi oltre il fossato; all'istante fu ucciso mentre il suo cavallo capitombolava dentro il fosso seguito da un coro di risate dei medinesi.  Lo sgomento si impadronì di tutti; ma anche desistere nell'assedio c'era la vergogna di dover tornare a la Mecca sconfitti e umiliati da un "buco nella terra" e da quel Maometto che stava ora diventando un gigante, visto che poteva contare solo su un migliaio di soldati, mentre loro erano in 10.000; molti mugugnarono, ma alla fine arrivarono alla conclusione che se non volevano fare la fine del topo arrosto nel deserto, con la stagione che andava al galoppo verso il torrido caldo di luglio, decisero di tornarsene di corsa a casa e di salvare almeno la pelle.
Medina fu quindi salvata e i seguaci di Maometto passarono alla storia con la "battaglia della trincea", un espediente che poi adotteranno molte città del medioevo e i castelli di tutto il mondo.

Maometto ha adesso tutti i medinesi dalla sua parte, meno qualche gruppo di ebrei che il Profeta durante l'assedio sapeva che avevano tradito; un buon servizio di controspionaggio messo dentro le file degli assedianti lo aveva avvertito, ma per non allarmare i suoi con la psicosi del tradimento e di conseguenza abbassamento del morale, aveva fatto finta di ignorare, pur tenendo d'occhio quelli che erano all'interno.
Ma a vittoria ottenuta, non dimenticando il tradimento fatto dentro le stesse mura di Medina, si rivolse contro gli sleali ebrei del clan dei Qurayza. Li punì in un modo terribile con un massacro, disprezzandoli poi fino alla morte.

Iniziò quell' odio che si era già trasmesso fra i medinesi, quando dalle mura delle città  dovettero assistere impotenti alla scellerata distruzione delle loro piante di datteri, la più grande risorsa economica del territorio, delle loro campagne e dei loro villaggi.
Ma ora bisognava pensare alla Mecca. 

Riuniti tutti quelli che avevano contribuito a questo suo primo successo, questa volta reagisce non più come "profeta" religioso, ma come condottiero politico di un esercito, e gli tocca a lui ora  iniziare una vera e propria guerra. Capisce che non deve essere solo più una guerra di difesa, ma di attacco, pertanto d'ora in avanti la sua strategia cambia totalmente; adotta quella che noi conosciamo come "guerra di religione". Queste, come abbiamo visto fino qui, in occidente hanno già fatto scuola; alle volte abbiamo anche visto come si poteva cambiare anche fazione o corrente religiosa a secondo le convenienze dettate dalla politica, lo abbiamo visto in modo eclatante proprio nei rappresentante più famosi, da Costantino a Teodosio, da Giuliano l'Apostata a Giustiniano; tutti a barcamenarsi  tra ariani e ortodossi, e a secondo le situazioni diventate sempre più prolisse,  tra ortodossi e cattolici.
E altrettanto fecero quelli della Mecca, quando il prossimo anno Maometto si recò alla Mecca.
La fama che si è ormai creata attorno a lui -dopo aver infierito una umiliazione agli assedianti Meccani- sta già dilagando, facendo proseliti con la sua missione politica e religiosa.
Ma soprattutto sta incutendo timori; visto che i Meccani (e i potenti commercianti della Mecca) davanti ai diecimila uomini che Maometto mosse, ritennero opportuno convertirsi all'Islam.

Sfruttando o strumentalizzando le coscienze con le credenze religiose, il fanatismo nazionalistico lo si può fare accendere quanto si vuole, se al vertice c'è un buon politico avveduto e conoscitore delle masse. Lo vediamo ancora oggi in certe sacche non solo dei paesi del terzo mondo africano, ma anche in quelli dell'Est, e addirittura nei paesi civilizzati ma non ancora maturi nelle coscienze e nelle tolleranze religiose; reciprocamente, come quelli dell'Irlanda, e che anche in questi  uno dei primi contrasti religiosi bagnati di sangue, sono iniziati proprio in questi anni.

Maometto oltre che redigere il Corano, si organizza anche militarmente; e dentro questo "esercito" che cresce in forma esponenziale fa nascere una coscienza nazionalistica del territorio, non solo legato al fanatismo religioso, ma lo lega -e qui sta la sua grande strategia di uomo politico- in un preziosa realtà, religiosa, politica, sociale, economica e culturale nello stesso tempo, che o per il suo genio militare, o per avere la facoltà di percepire la psicologia delle masse, o per quel carisma religioso di cui è circondato, sono tutti fattori che contribuirono a moltiplicare i suoi successi e a rendersi lui stesso convinto che aveva una "missione" da compiere. Politica e militare oltre che religiosa.
Il rigoroso monoteismo e i semplici dettami etici e rituali ai quali Maometto ancorò la nuova fede, costituirono la miscela esplosiva che fece deflagrare il mondo dall'Atlantico all'Indo. La struttura egalitaria e universalistica dell'Islam azzerava ogni differenza sociale, etnica, culturale e religiosa. Più che conquistare gli Arabi dilagarono. Questo perché le popolazioni del vicino Oriente e dell'Africa erano state duramente perseguitate rispettivamente dai governi persiani o bizantini (nell' Europa visigota, come in Spagna quelle cristiano-eretiche) e che accolsero l'Islam come un liberatore.
Del resto la cultura che gli arabi portarono nei territori dalla Spagna alla Persia, era una vera spugna che in ogni luogo assorbiva, rielaborava, mediava.
 
Politica e militare molto simile a quella che abbiamo visto fare da alcuni precedenti condottieri, come l'ultimo che abbiamo appena letto, Eraclio, partito quasi perdente e senza speranze e che invece poi è riuscito a frantumare un impero come quello mitico della Persia, da dove non sperava nemmeno lui invadendolo di ritornare vivo. Ha nuovamente galvanizzato i suoi uomini, ridato fiducia, vinto una epica lotta mortale, che non era stata vinta  prima di lui nemmeno ai Romani
Sul piano religioso -pur non essendo un profeta- in questi anni vincerà anche un'altra battaglia: favorendo la conciliazione tra ortodossi e monofisiti.
Purtroppo Maometto, ha messo al suo popolo molto più in fretta una marcia in più; e proprio l'eroico ma sfortunato Eraclio non riuscirà a vincere la sua seconda lotta mortale con gli eredi che Maometto lascerà. Morto Eraclio (nel 641) si sfascia nuovamente l'intero impero bizantino e anche quello persiano appena conquistato per non aver Eraclio lasciato degni eredi. Mentre morto Maometto, i suoi eredi giorno dopo giorno dilagano e dilagheranno dalla Mesopotamia alla Siria, dall'Egitto alla Spagna. 

Maometto, a parte il suo carisma religioso, ebbe in questo periodo un terreno molto fertile: l'impero  Persiano in crisi; l'impero d'Oriente poggiante su un solo uomo poi dopo il nulla; e l'Impero d'Occidente che da tempo allo sfascio era già un nulla (essendo in mano a rozzi barbari).
  Maometto si rese ben presto conto che poteva con la sua intelligenza politica guidare la sua gente a traguardi impensabili, e coltivò a fondo questo terreno che era pronto a ricevere il seme che doveva poi produrre quella grande pianta - l'Islam- che abbraccerà con i suoi rami e in brevissimo tempo i territori dall' Atlantico all'Oceano Indiano, assimilando tutte le conoscenze e le tecnologie, e che distribuendole con una indiscutibile capacità sul piano pratico (non prolissa e politicamente astratte) contribuirono a dare anche tantissima credibilità allo stesso messaggio religioso.
Da notare che non tutto il mondo etnicamente arabo consisté (e consiste) nel solo Islam, né tutto quello religioso islamico in quello arabo.

Lo vedremo presto anche nella penisola italiana queste capacità pratiche: quando sbarcarono in Sicilia (perché chiamati dagli stessi siciliani, per opporsi agli opprimenti bizantini), molti, dopo il benessere che in breve tempo vi avevano portato, furono convinti che Allah e i suoi abili seguaci, che scavavano pozzi dove c'era l'aridità da secoli e secoli, erano veramente degli esseri baciati dal loro dio; dello stesso avviso furono quando ammirarono gli artefici di quel golfo palermitano che trasformarono la città prima in un Fiore (aziza) profumato, poi in una Conca d' Oro quando apparvero le sterminate colture di arance.
Ancora oggi chi visita Palermo nella stagione della fioritura, fra i colori del suo paesaggio e le sensazioni inebrianti dei suoi profumi non può non pensare che shock dovettero provare gli abitanti nell'827-831, dopo quattro secoli di sottomissione romana e altri quattro di angherie bizantine.
La presenza araba toccò vertici di grande splendore soprattutto sotto la dinastia dei Kaibiti (948-1040) con uno stato ben centralizzato, che non terminò con la dominazione araba, ma indirettamente continuò a influenzare l'illuminata opera dei Normanni fino a Federico II.
Ed altre emozioni provarono gli isolani quando apparvero sempre con gli Arabi, gli altri grandi "fiori": quelli tecnologici (si pensi ai mulini idraulici, alla carta, alla pasta secca), commerciali-finanziari (le carte di credito, gli che'kes del conto corrente, la dok-an (dogana), la tar-hif (tariffa), i baz-ar (negozi), macha-zin (magazzino), marittimi (la bussola, gli harc-anà (arsenali), culturali (le università, gli osservatori astronomici). Infine le grandi e ricche biblioteche, con dentro conservato tutto lo scibile umano di quasi tre millenni; pazientemente raccolto, salvato, rielaborato, ampliato, arricchito da altre conoscenze che provenivano dall'India o dalla lontana Cina, che per il mondo occidentale erano ancora due pianeti sconosciuti. 

***  MAOMETTO E LE MOGLI

La prima moglie del Profeta come sappiamo era morta nel 619, e come abbiamo accennato, pur consentito dalle consuetudini locali, a Kadigia, Maometto gli aveva risparmiato la presenza in casa di altri mogli; questo significava che l'amava sinceramente, ce lo conferma quello che abbiamo già detto di lei, tramite i suoi scritti e quelli di una delle sue mogli che vennero poi dopo. Evidentemente Kadigia lui la pensava spesso e non ne faceva mistero neppure con le nuove mogli, fino al punto che una di esse inviperita gli rimproverò "sarebbe ora che tu dimenticassi quella vecchia dai denti marci e bucati che è morta da anni". (Kadigia era morta ultrasettantenne, quando Maometto ne aveva 48 di anni).
Eppure ripeteva spesso "che avrebbe voluto vivere in paradiso per essere accanto a sua moglie Kadigia". 

L'atteggiamento di Maometto nei riguardi delle donne subì un radicale mutamento dopo la morte di Kadigia (che per l'età che aveva poteva benissimo essere sua madre).
 Finchè era in vita non si era mai occupato di altre donne, invece dopo la sua scomparsa, Maometto non si accontentò più di una sola compagna, ma se ne adornò di un bel numero e tutte passate alla storia come donne bellissime, anche se il ricordo di Kadigia (vedova, non particolarmente bella, lei aveva 40 anni, lui 25 quando la sposò) non lo abbandonò mai. Dal Corano si deduce che Maometto dovette invece poi avere parecchie noie dalle donne del suo harem. 
Eppure con la sua legislazione aveva apportato grandi benefici a tutte le donne arabe. Come quella della eredità che prima non aspettava alle donne; come quella dell'adulterio che non come prima dove bastava una sola persona che la incolpasse ma ce ne volevano almeno 4 che avevano visto, e con prove certe e non chiacchiere; come quella del divorzio dove raccomandava "una riconciliazione è preferibile a una separazione, e se proprio quest'ultima la dovete fare, vi invito alla riflessione per almeno quattro mesi".

Alla morte di Kadigia (lui aveva ormai 49 anni) gli era stata poi promessa in sposa da Abu Bakr una bambina, AISHA, che aveva soli 6 anni con la clausola che il matrimonio non fosse consumato al momento, ma più tardi. A Maometto evidentemente piaceva questa bambina, già matura, sveglia, intelligente, bella, e divenne sua moglie a tutti gli effetti già dopo l'emigrazione a Medina nel 622-623; questo ci dice che Ashia doveva quindi avere circa 11-12 anni quando la sposò.

 Che avesse preso il posto di Kadigia nonostante tutte le altre che poi Maometto si prese in casa, lo sappiamo dagli scritti di Ashia stessa e di Maometto; Ashia consolidò e riusci' a conquistare un ruolo di primaria importanza nel governo della casa, e nonostante il Profeta fece poi entrare come concubine altre 11 donne di stupenda bellezza, Ashia  conservò sempre impertubabilmente la sua autorità e la supremazia sulle altre. E di altre Maometto se ne invaghì molte, compresa una moglie molto sensuale di un figlio adottivo, ZAINAB.
Del resto Maometto scrive senza falsi pudori e ipocrisie "Preghiera, profumi e donne mi hanno sempre rinfrancato più di ogni altra cosa", e nonostante avesse proibito agli altri uomini con la sua legge di non possedere più di 4 mogli  trovò una sua giustificazione; dice infatti la "sua" "Legge" : "solo a te spetta questa libertà e non agli altri credenti". Era forse comodo ma se si è ispirati non c'e' nulla da dire. Ma furono proprio questi passi del Corano che in Europa quando fu letta qualche pagina ipocritamente si inorridì. In Europa non è che era molto diverso, vigeba infatti il  "fate come vi dico, ma non fate come io faccio"; c'erano papi che avevano harem più numerosi di Maometto, si sollazzavano in più di una Mille e una notte e facevano figli come i conigli.

Già perchè in Europa, nel nostro mondo occidentale bastava che noi avessimo sottomesso un popolo, o alle volte i semplici abitanti di un feudo, che questi diventavano subito schiavi; schiavi o schiave di qualsiasi rango potevano essere usati come si voleva, erano considerate come un bene mobile; una bella donna che prima magari era stata di buona famiglia ma poi moglie di un vinto poteva essere venduta o regalata per farne quello che si voleva, che avesse 10 o 20 anni. 
E chiunque rapiva o uccideva uno schiava doveva pagare una multa di trenta soldi, la stessa cifra che avrebbe pagato per il furto o l'uccisione di una scrofa. Il duca di Rauching era famoso perchè uccideva le sue schiave in un modo raffinato. Ma dato che le sorti alle volte cambiavano, chi era stato schiavo diventava padrone e chi era stato padrone si ritrovava schiavo, la compensazione della giustizia divina molto probabilmente avveniva in queste alterna sorte.
Platone considerava legale la schiavitù, perchè -diceva- gli schiavi erano nati apposta per servire i virtuosi; poi quando catturarono lui per farne uno schiavo, i virtuosi avevano su di lui lo stesso "diritto legale", e probabilmente il grande filosofo ebbe poi modo di riflettere nella sua nuova condizione. 

Si arrivò anche a non condannare gli adulteri che andavano con attrici, locandiere, cameriere, serve in casa di ogni genere perché si disse che faceva parte del loro natura concupire i "poveri" padroni, e che se si cominciava a fare i processi a tutte quelle donne lascive che giravano per casa non si finiva più. Di conseguenza si tollerava e si difendeva chi aveva stuprato o preso con la violenza una donna. Non era lui nel peccato ma semmai chi lo aveva fatto commettere, era il loro mestiere, era la loro condizione, la loro appartenenza al diavolo che in quel modo cosi sordido (che era piacevole non lo dicevano) le usava per far peccare il povero integerrimo padrone.
La morale così era salva, e le donne in circolazione per il prossimo "avventore" pure.
Del resto è su queste basi che la valutazione non paritaria dell'infedeltà maschile e di quella femminile è rimasta motivo quasi costante della storia dell'adulterio in terra cristiana fino all'800.

Lo "stuprum" con un termine che poi ha assunto un significato completamente diverso era quel reato che fino al 1800 veniva punito solo se c'era un' unione sessuale non consenziente con donne di onorata condizione sociale. Se esercitata la violenza su una schiava, una colona, sulla propria serva, o su una di condizione plebea, non era comminata nessuna pena, perché queste non avevano nessun diritto alla tutela, non era ascoltata nessuna loro ragione, non ne avevano la "facolta" giuridica. Anzi erano e rimanevano sempre delle volgari donnacce se si permettevano di infamare l'onorato tizio o caio.
L'adulterio stesso se fatto dal marito non fu mai condannato in Italia fino al 1968; fino allora la pena della reclusione (contrariamente a quanto diceva l'articolo 29 della Costituzione-principio di parità uomo-donna) era per l'adultera e non per l'adultero (famosa fu la vicenda Coppi-Dama Bianca); il vecchio "concubinato" maschile di atavica memoria legislativa resisteva, e solo dopo la data accennata sopra, per dare una parità di condizione fu dalla Corte Costituzionale abrogato, concedendo infine la non punibilità a entrambi. Ma fino al 1975 ebbe rilevanza giuridica solo ai fini della separazione, consentendo a uno di essi (il tradito) di chiederla per colpa dell'altro, ma dopo questa data non fu neppure più previsto come causa specifica di separazione benchè  "...possa essere considerato l'adulterio tra i fatti "tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza".
Una ipocrisia di non lontana memoria quindi.
Mentre è una verità -come dice Maometto- che profumi e donne rinfrancano più di ogni altra cosa.
Questo lo sapevano anche gli "ipocriti" occidentali, che fino al 1958 nella cattolica Italia, lo stesso Stato incassava soldi con le Case di Tolleranza. Ed erano chiamate di "tolleranza" perchè d'accordo con la "morale cristiana", non era peccato frequentarle, era un "peccato" dispensato perfino alla confessione. Perché riconosciuto "un lecito sfogo" del maschio, sulle "patentate"  "puttane di Stato".

Bibliografia:
Storia dei popoli Arabi, da Maometto ai nostri giorni
di Albert Hourani, Mondadori 1992
Maometto di Gerhard Konzelmann, Bompiani, 1983
Storia della letteratura araba, Francesco Gabrieli, Nuova Accademia Editrice, 1956

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