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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI dal 652 al 742 d.C.

L'ICONOCLASTIA -  IL REGNO DI LIUPRANDO 

COSTANTINO PEGONATO E LA SUA POLITICA VERSO LA CHIESA ROMANA - GIUSTINIANO II E IL CONCILIO TRULLANO - SERGIO I E IL PROTOSPATARIO ZACCARIA - LEONZIO E TIBERIO III AL TRONO BIZANTINO - RITORNO DI GIUSTINIANO ALL' IMPERO - LO STRATEGA TEODORO IN ITALIA - PAPA COSTANTINO IN ORIENTE - RIVOLTA DI RAVENNA - MORTE DI GIUSTINIANO E PROCLAMAZIONE DI FILIPPICO - DISORDINI A ROMA - ANASTASIO II E IL PAPATO -LIUTPRANDO E LA SUA OPERA DI LEGISLATORE - POLITICA DI LIUTPRANDO - GREGORIO II -I DUCATI DI BENEVENTO E SPOLETO - LEONE ISAURICO - PRODROMI DELLA LOTTA PER LE IMMAGINI - L' ICONOCLASTIA - INSURREZIONE NELL' ITALIA BIZANTINA - INTERVENTO DI LIUTPRANDO - LIUTPRANDO CONTRO ROMA - GREGORIO III - I MORI NELLA SPAGNA E NELLA FRANCIA -CARLO MARTELLO E LA BATTAGLIA DI POITIERS - LEONE ISAURICO E GREGORIO III - LIUTPRANDO PRENDE RAVENNA - VENEZIA E IL SUO GOVERNO - I VENEZIANI LIBERANO RAVENNA - LONGOBARDI E FRANCHI - IL PAPA CHIEDE AIUTO A CARLO MARTELLO - PAPA ZACCARIA - SPEDIZIONE DI LIUTPRANDO COTRO SPOLETO E BENEVENTO - ZACCARIA E LIUTPRANDO - LE VICENDE DEL REGNO LONGOBARDO DALLA MORTE DI LIUTPRANDO ALLA ELEZIONE DI ASTOLIO
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IL PAPATO E L' IMPERO


Abbiamo visto -nella precedente puntata- i buoni risultati ottenuti dalla politica accorta di papa AGATONE. Successi non solo suoi ma dovuti anche alla situazione in cui si trovava l'impero bizantino e all'avvedutezza dell'imperatore COSTANTINO PEGONATO. Questi sapeva che se voleva conservare all'impero i domini d'Italia non gli rimaneva altro da fare che una politica conciliante con il Papato, il quale ormai costituiva una grande forza materiale e morale in tutto l'Occidente, una forza intorno alla quale si stringevano tutte quelle parti della penisola non ancora sottomesse ai Longobardi, nelle quali la parte vitale delle truppe non erano né stranieri né mercenari, ma erano rappresentate dalle milizie cittadine. Una cosa nuova per l'Italia in questi ultimi due tre secoli

COSTANTINO PEGONATO continuò finché visse nella sua politica di conciliazione, alleviando i tributi che pesavano sui patrimoni ecclesiastici della Sicilia e della Calabria, rinunciando - se si deve credere al "Liber Pontificalis" - al diritto di approvare l'elezione dei papi e mandando perfino al pontefice alcune ciocche di capelli dei suoi due figli con i quali atto essi divenivano -secondo il costume d'allora- figli adottivi del papa.

Purtroppo la politica di Costantino non fu poi seguita dai suoi successori: si ristabilì quella prerogativa imperiale di sancire la nomina dei pontefici; gli esarchi ricominciarono a intromettersi nelle elezioni papali e GIUSTINIANO II, successo al padre Costantino, con lo scopo in apparenza di riordinare la disciplina ecclesiastica ma in sostanza per riaffermare "l'imperium" del sovrano sulla Chiesa, convocò nel 692, un concilio. Questo fu tenuto a Costantinopoli, in una sala del palazzo imperiale, in una sala con una cupola ("trullus"): che da questa ebbe appunto il nome di "concilio trullano"; da altri fu invece chiamato "quinisesto" perché si affermava che doveva servire a colmare le lacune del quinto e del sesto concilio.

Al concilio trullano parteciparono duecentoundici vescovi, tutti orientali, che naturalmente vollero far trionfare le consuetudini della Chiesa d'Oriente in contrasto con quelle della Chiesa di Roma. Gli Atti del concilio, che dai Cattolici fu chiamato "erratico", furono sottoscritti dall'imperatore, dai vescovi orientali e dai nunzi papali, ma il Pontefice SERGIO I, quando gli furono inviati perché li sottoscrivesse, indignato si rifiutò, provocando l'ira di Giustiniano, il quale mandò a Roma il protospatario ZACCARIA perché s'impadronisse del papa e lo conducesse a Costantinopoli, come quarant'anni prima era stato fatto all'infelice Papa Martino.

Ma i tempi erano cambiati: sotto i colpi degli Arabi era scemata la potenza bizantina e quello sparuto gruppetto di truppe bizantine sparse qui e là in Italia non impressionavano, abbandonati com'erano, lasciati ad arrangiarsi da soli, come del resto a Costantinopoli avevano sempre fatto; e ci voleva poco per tirarseli dalla propria parte, bastava qualche soldo e un buon piatto di ministra calda assicurato ogni giorno.
Inoltre cresciuta invece era l'autorità papale e nelle cittadinanze italiane organizzate militarmente si era sviluppato lo spirito dell'indipendenza, era penetrata la coscienza della propria forza e delle proprie risorse anche economiche.

Appena si venne a sapere che il protospatario era in viaggio verso Roma per catturare il Pontefice, le milizie cittadine di Ravenna e della Pentapoli, in pieno assetto di guerra e al comando dei loro tribuni, mossero indignate verso la metropoli per impedire di fare violenza al "capo" del Cattolicesimo, che da Gregorio Magno, era anche qualcos'altro.
Zaccaria giunto da poco a Roma quando fu informato dell'avvicinarsi delle milizie, ordinò prima -come se fosse lui il capo, ignorando che la realtà da un po' di tempo era ben diversa- che si chiudessero le porte, poi, accortosi che l'esercito della città assumeva verso di lui un atteggiamento ostile, invaso dalla paura, corse a rifugiarsi in Laterano e si diede a supplicare lo stesso Pontefice che non lo lasciasse in balia delle milizie. Finalmente aveva capito la realtà diversa!

Le milizie intanto entravano a Roma a suon di trombe dalla porta di San Pietro e si recavano al palazzo lateranense, gridando che volevano vedere il Papa perché si era già sparsa la notizia che la notte precedente fosse stato "catturato" e condotto sopra una nave che doveva portarlo a Costantinopoli.
Era una voce, ma le milizie la presero per vera, e tumultuando e minacciando di abbattere le porte, papa SERGIO I le fece aprire e si mostrò alla folla dalla basilica di S. Teodoro, sforzandosi di calmare gli animi eccitati; ma le milizie non vollero allontanarsi, sebbene assicurate, fino a quando il protospatario con una grande fifa addosso di finire linciato, non uscì da Roma sano e salvo anche se fra le ingiurie della popolazione.

Questi fatti avvenivano tra il 692 e il 694. Quella giornata - scrive il Bertolini - fu una delle più memorabili nella storia dei papi. Ben si può dire, che da quella data fu l'inizio dell'indipendenza di Roma da Costantinopoli.
Mentre l'impero nella fuga da Roma di uno dei suoi più alti dignitari tradiva la sua impotenza, il Papato vedeva ingigantire la sua opera spirituale e con la sua ormai potente oltre che capillare organizzazione, perfezionare e portare a termine anche quell'accentramento temporale compiuto sull'intera penisola italiana con la cooperazione dei suoi vescovi e monaci, ormai presenti in ogni remoto angolo del paese.

Questo lavoro aveva fatto tacere per sempre l'antagonismo fra Ravenna e Roma e sorgere al posto di quello uno spirito di solidarietà, che dalle cose spirituali si estenderà spontaneamente in parallelo alle temporali.
L'offesa recata al protospatario Zaccaria non sarebbe rimasta impunita se una rivolta militare, provocata dal malgoverno dell'imperatore e capeggiata dallo stratega LEONZIO, non avesse abbattuto GIUSTINIANO II che nel 695 ebbe mozzi il naso e le orecchie e fu esiliato in Crimea.

Leonzio salì al trono, ma neppure lui non ebbe il tempo di pensare e di interessarsi dell'Italia, di fronte ai progressi degli Arabi che si erano resi padroni di quasi tutta l'Africa; ed ora Cartagine, che ancora resisteva, stava per cadere in mano di un esercito di Mussulmani capitanati da Hassan ibn-Noman.
In soccorso di Cartagine Leonzio mandò una flotta comandata dallo stratega GIOVANNI; questi però fu sconfitto e Cartagine andò perduta per l'impero. Alla disfatta si aggiunse la ribellione della flotta quando pervenne a Candia: Giovanni fu ucciso e fu gridato il nome di APSIMARO come imperatore, che riuscì ad impadronirsi, senza spargimento di sangue, di Costantinopoli, dove prese il nome di TIBERIO III (698).

Il nuovo imperatore ebbe qualche successo in Oriente e cercò di riaffermare sull'Italia l'autorità imperiale. Fu sotto il suo breve regno che da Costantinopoli fu mandato a Roma l'esarca TEOFILATTO. Sparsasi la notizia che anche questo esarca mandato da Bisanzio, voleva tentare con papa GIOVANNI VI quel "golpe" sventato di ZACCARIA con SERGIO I, le milizie dell'Italia bizantina accorsero tumultuosamente a Roma e a stento il Pontefice riuscì a far tornare la calma.

Nel 705 moriva GIOVANNI VI e gli succedeva GIOVANNI VII. Nello stesso anno, GIUSTINIANO II, detto "Rinotmeto" dopo che gli era stato mozzato il naso, riusciva a ricuperare il trono e faceva eliminare LEONZIO ed APSIMARO.

Volendo punire i ravennati per l'aiuto prestato a SERGIO I e l'offesa recata al protospatario ZACCARIA ed anche perché alcuni di loro che si erano stabiliti a Costantinopoli avevano preso parte alla rivolta che nel 695 aveva portato sul trono Leonzio, Giustiniano ordinò a TEODORO, patrizio e stratega della Sicilia, di andare con la flotta a Ravenna, e mettere a sacco la città e trarre in catene a Costantinopoli l'arcivescovo FELICE e i cittadini più autorevoli.

TEODORO portò a compimento la trista impresa nel 709. Accolto come amico dai Ravennati, egli s'impadronì con l'astuzia dell'arcivescovo e degli ottimati che fece custodire sulle navi, poi si mise a saccheggiare la città. I prigionieri furono prima condotti a Costantinopoli, e qui trucidati ad eccezione di FELICE che però fu accecato e mandato in esilio in Crimea. Fra i condannati ci fu un certo GIOVANNICCIO, profondo conoscitore della lingua e della letteratura greca e latina, già notaio dell'esarca e lettore alla corte bizantina, il quale fu murato vivo.

L'anno seguente, GIUSTINIANO ordinò al papa COSTANTINO - successo nel 708 a Sissinio - di recarsi a Costantinopoli per comporre la questione del "concilio trullano". Costantino era un greco e perciò era proclive a favorire l'imperatore. In compagnia di due vescovi, partì da Roma il 5 ottobre del 710; trascorso l'inverno ad Otranto, si mise in mare nella primavera del 711 e nel giugno dello stesso anno giunse a Costantinopoli dove con grandi onori fu ricevuto da Tiberio, figlio dell'imperatore, dal Senato, dal patriarca Ciro e dal Clero ed ospitato nel palazzo di Placidia.

Giustiniano, che si trovava in Bitinia, invitò il Pontefice a Nicomedia, dove lo ricevette con gran pompa. Quel che il capo della Chiesa e l'imperatore abbiano concluso non si sa, ma si ha ragione di credere che il Pontefice abbia riconosciuto quanto era stato deliberato nel "concilio trullano". In compenso ricevette la conferma di tutti i privilegi papali. Costantino fece ritorno a Roma il 24 ottobre del 711.

Durante l'assenza del Pontefice in Italia avvennero fatti di una certa gravità, e forse si era voluto allontanare il Papa, chiamandolo a Costantinopoli, proprio per compierli. Infatti, l'esarca GIOVANNI RIZOCOPO, che era giunto a Roma, appena partito il papa, aveva fatto catturare ed uccidere parecchi dignitari della Chiesa, poi si era recato a Ravenna per compiervi senza dubbio altre vendette; ma preceduto da questa fama di giustiziere, il popolo, insorto, lo aspettò al varco e lo uccise.

La rivolta di Ravenna non si fermò qui: le milizie ravennati elessero come capo GIORGIO, il figlio di quel Giovanniccio che era stato così barbaramente giustiziato (murato vivo) a Costantinopoli.
Giorgio chiamò alle armi tutti gli uomini validi della città e li raggruppò in dodici "bande" o compagnie armate, comandati ciascuno da un tribuno, ai quali affidò la difesa delle mura e del porto. Nella dodicesima banda furono messi tutti i dipendenti dalla Chiesa. Alla rivolta aderirono le città dell'Esarcato, come Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola e Bologna, che si organizzarono militarmente e così per la prima volta in Italia sorse una confederazione di città che mirava a scuotere il giogo di Costantinopoli.

GIUSTINIANO II si sapeva che non avrebbe lasciato impunite la morte dell'esarca e la rivolta di Ravenna, ma una ribellione in casa propria, privandolo del trono e della vita, non gli dette il tempo di fare vendette. Quest'insurrezione sorse in Crimea e in breve si estese fino alla capitale. A sollevarla fu un generale esiliato, BARDANE FILIPPICO, al quale ben presto si unì ELIA, comandante della flotta. Filippico fu proclamato imperatore (11 settembre del 711) e GIUSTINIANO, che era fuggito a Sidone, fu catturato; e invece di inviare le truppe a Ravenna per punire la ribellione, furono invece i ribelli di Costantinopoli che inviarono alla città adriatica impacchettata la sua testa dopo averlo decapitato. L'arcivescovo FELICE, cieco ed esule, fu restituito alla sua sede.

Questi atti (e quel "dono") del nuovo imperatore facevano sperare che avrebbe seguito una politica di conciliazione con la Chiesa. Invece non fu così: FILIPPICO era un acceso monotelita e, salito al trono, fece da un'assemblea di vescovi condannare la dottrina delle due volontà, ordinò che fossero pubblicamente bruciati gli atti del sesto concilio ed invitò il Pontefice romano a dare la sua adesione al monotelitismo.

Il Papa respinse sdegnosamente l'invito e informata della cosa la popolazione romana, questa si levò in tumulto, decisa a non riconoscere l'imperatore né di dare corso alla moneta con l'immagine del sovrano. Fu inoltre proibito che il ritratto di FILIPPICO fosse esposto in S. Pietro e il suo nome pronunciato nelle preghiere; poi in segno di protesta, nell'atrio di S. Pietro fu messo un quadro raffigurante i sei concili ecumenici.

Il tumulto prese proporzioni maggiori quando l'imperatore mandò Pietro a sostituire Cristoforo, duca dalla città. La maggioranza dei cittadini si oppose e, poiché il partito (c'era anche questo a Roma) favorevole a Filippico si era schierato per il nuovo duca, la cittadinanza si divise in due fazioni e nacquero disordini che avrebbero senza dubbio provocato una sanguinosa lotta civile se non fosse intervenuto il Pontefice, e al momento più che favorevole, infatti, era giunta la notizia che il 4 giugno del 713 FILIPPICO era stato abbattuto da una congiura di palazzo, spodestato dal trono, ed era stato nominato imperatore ANASTASIO II.

Questi si affrettò a cancellare i decreti del suo predecessore, mandò in Italia un nuovo esarca e stabilì buoni rapporti con la Chiesa. Ma l'opera sua era destinata a non produrre alcun frutto perché il malgoverno bizantino, le lunghe contese tra la Chiesa e l'impero e le poche cure dedicate dalla corte alla penisola avevano fatto sorgere in Italia un partito nazionale e delle milizie indigene che dovevano esser fatali alla dominazione bizantina. Ma ritorniamo in Italia.

LIUTPRANDO - LEONE ISAURICO - GREGORIO II

Mentre l'autorità dei Bizantini in Italia perde terreno e le città, amministrandosi e difendendosi da sole, procedono sulla via dell'autonomia, più saldo diventa lo stato longobardo, in cui comincia a scomparire il dualismo di stirpe e i vincitori al contatto con i vinti si trasformano e s'inciviliscono.
Ora il popolo longobardo ha finalmente il suo re, un sovrano valoroso ed intelligente, che si distinguerà per la sua politica aggressiva, per il proposito di dare, sotto il suo scettro, unità all'Italia e per l'opera legislativa. La forte personalità del sovrano (quel gracile fanciullo che era scampato allo scempio della sua famiglia) e la lunga durata del suo regno saranno i fattori principali del consolidamento della monarchia longobarda, in cui tutto si accentra nella corte, diminuiscono il numero e la potenza dei duchi e si accresce il numero dei gastaldi, che costituiscono la vera forza del potere centrale.

L'attività legislativa di LIUTPRANDO, successo al padre ANSPRANDO nel giugno del 712, va ininterrotta dagli inizi del suo regno al 735 ed è consacrata in centocinquantacinque capitoli.
"… Più che un'aggiunta o una semplice modificazione alle precedenti leggi di Rotari e di Grimoaldo - scrive il Romano - essi rappresentano una vera rivoluzione avvenuta nella società longobarda. Il linguaggio del re e lo spirito che anima quelle leggi provano quale larga breccia nello stato longobardo aprì l'influsso della civiltà romana e della Chiesa.
Il re si professa e s'intitola "cristiano e cattolico principe", "non per proprio merito ma per divina ispirazione", provvede al bene del suo popolo della sua "felicissima e cattolica nazione longobarda a Dio diletta", e infiora i suoi prologhi di reminiscenze bibliche, che attestano l'impiego di ecclesiastici nella redazione delle leggi.

Senza dubbio il re non tralascia di notare che all'opera legislativa concorrono i giudici della Neustria, dell'Austria e della Tuscia oltre il popolo longobardo, ma l'impressione che si ricava dai prologhi è che la volontà del sovrano è la vera fonte del diritto e gli altri non fanno che con energia e degno del nome che consentire.
L'influenza ecclesiastica si sente specialmente nel capitolo 33 (anno XI-723), in cui è proibito il matrimonio con la vedova del cugino. Il re non manca di avvertire che tale divieto è suggerito "dal papa di Roma, che è in tutto il mondo il capo della Chiesa di Dio e dei sacerdoti". Ma, nonostante queste espressioni, la legislazione liutprandea non presenta tracce di quell'ossequio servile verso la Chiesa che caratterizza le leggi visigotiche di poco anteriori, né di quella cieca intolleranza contro gli Ebrei, che fu la disgrazia della monarchia spagnola e spianò la via alla conquista dei mori.

Il latino delle leggi di Liutprando è anche più barbaro di quello di ROTARI, e lascia facilmente trasparire, attraverso il convenzionalismo dello stile cancelleresco, l'azione incalzante dell'uso volgare. Ma da questo nulla è possibile argomentare pro o contro la cultura letteraria del re. Personalmente non pare avesse alcun rudimento di cultura: "litterarum quidem ignarus" lo dice Paolo, ma soggiunge subito: "sed philosophis aequandus", giudizio non dissimile da quello che l'autore della cronaca Teodoriciana ha lasciato di Teodorico…".

La legislazione di Liutprando risente moltissimo dell'influenza del Cattolicesimo e del diritto romano. Quella si rivela nelle raccomandazioni che si fanno di guardarsi dagli eretici, nei privilegi che sono accordati alla Chiesa, in certe disposizioni riguardanti i testamenti e i matrimoni e in generale in tutto quel senso di giustizia e di umanità che la pervade, questa si rivela oltre che nella forma nella sostanza. Molto hanno imparato i Longobardi dagli Italiani e dalla convivenza con questi hanno sentito il bisogno di modificare i loro costumi e di trasformare le proprie leggi, intonandole al tenore di una vita più civile.
In materia di successione se si dà la preferenza al sesso secondo il costume germanico si toglie il concorso dei parenti con le figlie legittime. Una grande riforma è costituita dall'introduzione del testamento, che è evidentemente ispirata dal diritto romano al pari della proibizione dei matrimoni tra consanguinei, della manomissione in chiesa, della tutela dei minorenni e della repressione degli abusi dei pubblici funzionari.
Ma dove più si sente l'influsso romano è in quella parte della legislazione che tratta delle pene per gli omicidi. Con LIUTPRANDO al "guidrigildo" è aggiunta la confisca dei beni dell'uccisore, una metà dei quali va a favore degli eredi della vittima, l'altra passa nelle casse della corte regia. L'inasprimento della pena è un colpo mortale per il "guidrigildo" e mentre eleva il prezzo della vita umana tende a porre un limite ai reati di omicidio.

All'attività legislativa di Liutprando fa seguito, e a volte con questa s'intreccia, l'attività politica e militare. Scopo del re è di ingrandire il suo stato, riducendo sotto il suo dominio tutta la penisola; ma le difficoltà che si oppongono al suo disegno non sono poche né lievi. I Bizantini non sono benvoluti in Italia e non è difficile scacciarli, anche per le poche forze di cui dispongono, ma quale contegno assumeranno le città italiane in una lotta tra longobardi e imperiali? E che condotta terrà il nuovo imperatore che fin dal suo innalzamento al trono ha mostrato di essere capace di tener testa a tutte le forze interne ed esterne che congiurano contro 1' integrità dell' impero?

L' incognita più grande per Liutprando è però costituita dalle città italiane. Esse con le loro milizie nazionali rappresentano una forza non indifferente; esse hanno acquistato un'autonomia quasi completa che vorranno difendere disperatamente e ne sono prova i lavori di fortificazione eseguiti a Roma e in altre città dai Pontefici e dai duchi. Queste città alla sovranità longobarda, avrebbero forse preferito quella nominale dei Bizantini, e in una guerra tra questi e quelli sarebbero stati dalla parte di questi ultimi. Un'altra difficoltà era costituita dal Papa. Mancava una giustificazione per i Longobardi cattolici di muovere alla conquista del ducato romano di cui il vero sovrano era il Capo della Chiesa cattolica che tanta autorità e influenza aveva anche negli altri ducati bizantini d'Italia.

A Papa Costantino era successo, nel 715, Papa Gregorio, uomo di larghe vedute, di grande energia e degno del nome che portava. Gregorio fece scopo di tutta la sua politica l'indipendenza del ducato romano.
Da due nemici era insidiato: dall'impero che ne aveva il dominio, nominale e dai Longobardi che non nascondevano le loro intenzioni d'ingrandirsi a spese dell'Italia bizantina. Con l'impero il Pontefice poteva fare una politica forte, conoscendone la debolezza; con i Longobardi era invece necessario comportarsi con molta prudenza. Con l'uno e con gli altri era però indispensabile agire in modo da evitare le sorprese e Gregorio, imitando i suoi predecessori, fortificò le mura di Roma. Questo provvedimento potrebbe sembrare a prima vista ingiustificato pensando all'atteggiamento di Liutprando, il quale mostrava di voler fare una politica pacifica con i Bizantini e con il Pontefice, confermando la donazione del patrimonio delle Alpi Cozie e definendo amichevolmente la questione della giurisdizione dei patriarcati di Aquileia e di Grado; era invece pienamente giustificato dall'atteggiamento ostile dei duchi di Benevento e di Spoleto.

Nel 717, difatti, ROMUALDO II, duca di Benevento, s'impadronì di Cuma, città fortificata, importantissima perché assicurava le comunicazioni tra Roma e Napoli; ma di lì a poco il duca di Napoli GIOVANNI I, aiutato finanziariamente dal Papa, riuscì a riprendere Cuma al nemico, che lasciò sul campo trecento uomini e cinquecento prigionieri. Qualche anno dopo FAROALDO II, duca di Spoleto, riuscì a conquistare il porto di Classe e il suo successore TRASIMONDO la città di Narrai nel ducato di Roma.

La politica del pontefice verso l'impero fu, come abbiamo detto, forte. Al trono di Costantinopoli ad ANASTASIO II, morto nel 716 e a TEODOSIO III sbalzato da una rivolta, era successo nel 717 LEONE III detto l' "Isaurico", che ereditava un impero in una critica situazione. La Cappadocia era stata conquistata dagli Arabi, i quali avevano fatta la loro comparsa nella Frigia, ora cingevano d'assedio per la seconda volta la stessa Costantinopoli guidati da Moslama, fratello del califfo Uelid. Fu Leone che salvò la capitale dell'impero: nel 717 distrusse con il fuoco greco la flotta mussulmana e nell'anno successivo costrinse l'esercito nemico a togliere l'assedio.

Nonostante questi successi la situazione dell'impero rimaneva grave; s'imponeva il bisogno di continuare la lotta in Oriente, ma per continuarla occorreva riempire le esauste casse dello stato. Fu per procurarsi nuovi cespiti di entrate che l'imperatore intorno al 725 ordinò che fosse raddoppiata l'imposta fondiaria.

Questo provvedimento, suggerito più dai bisogni dell'impero che da avversione di Leone al Papa, fu causa di gravi disordini in Italia e provocò l'atteggiamento ostile di Gregorio. Questi, vedendo che il provvedimento colpiva i beni ecclesiastici, ordinò ai rettori del patrimonio ecclesiastico di non pagare le imposte. L'esempio fu seguito dai provinciali. La reazione da parte dell'impero non poteva mancare: dietro istigazione dell'esarca fu ordita a Roma una congiura con lo scopo di imprigionare il Pontefice e di mandarlo a Costantinopoli. Ne facevano parte il duca BASILIO, il cartolario GIORDANE e il suddiacono GIOVANNI LURION; l'assecondavano, come si crede, non pochi nobili ed ecclesiastici e MARINO, duca di Roma.
La congiura fallì perché Marino, improvvisamente ammalatosi, dovette allontanarsi, ma la trama fu ripresa con l'arrivo del nuovo esarca PAOLO e forse avrebbe conseguito il fine che si prefiggeva se, venuta a conoscenza del popolo, questo non fosse insorto a difesa del Pontefice.
Giovanni Lurion e Giordane furono uccisi e Basilio fu costretto a farsi monaco.

Irritato dall'insurrezione popolare, l'esarca spedì a Roma alla testa di un corpo di milizie un suo spatario con l'incarico di deporre GREGORIO II, ma al ponte Salario le truppe nazionali del ducato romano, aiutate dai Longobardi di Spoleto e della Tuscia, respinsero le schiere bizantine.

Erano questi i prodromi della lotta che di lì a poco scoppiava, provocata da un decreto che proibiva il culto delle immagini. È stato sostenuto che la dottrina iconoclasta di Leone Isaurico sia stata consigliata dal desiderio dell'imperatore di conciliarsi con i Mussulmani e di togliere nello stesso tempo all'Islamismo il favore che godeva presso le popolazioni cristiane dell'Asia e dell'Africa. Può darsi che erano questi i motivi Leone, ma mirava principalmente ad eliminare dal culto cristiano tutto ciò che il paganesimo gli aveva lasciato, restituendo alla religione cristiana il suo carattere spirituale.

"…Leone - scrive il Romano - era un cristiano ardente e sincero, profondamente avverso a quelle superstizioni in cui vedeva non solo un male per la vita religiosa, ma anche per l'impero. Dal momento che questo non poteva sperare salute che in sé stesso, occorreva una nuova trasfusione di energia sana e vigorosa, da cui soltanto l'Impero poteva trarre la forza necessaria per rilevarsi dall'abisso in cui era caduto. Ma a questo proposito .... andò unito un errore di metodo, che Leone aveva ereditato dai suoi predecessori, e che doveva necessariamente compromettere il successo dell'opera sua, l'errore di credere che il culto delle immagini potesse essere combattuto, non già con il lavoro lungo e paziente di un'instancabile propaganda riformatrice, ma con l'azione persecutrice degli editti appoggiati alla forza materiale degli eserciti. Fu quest'errore che compromise il successo finale della sua riforma, la quale, se in qualche provincia trovò fautori ardenti, in altre incontrò proteste vivaci ed ostacoli insuperabili.

Gli Elleni specialmente s'impegnarono a combattere i decreti con un'ostinata resistenza. Per questi parte integrante dell'ortodossia era il culto delle immagini, cui si associavano le loro inclinazioni artistiche e il rispetto tradizionale di cerimonie e riti pagani passati nel Cristianesimo. L'imperatore usò inutilmente la forza per costringerli all'obbedienza; per quanto egli avesse dalla sua parte molti elementi di potenza, quali una parte del clero orientale, la maggioranza delle persone colte dell'Asia e tutti i funzionari, trovò un ostacolo invincibile nella coscienza delle masse popolari, cui la controversia riusciva ora assai più intelligibile che non i passati dibattiti dominatici intorno ai rapporti del Padre col Figlio, alla natura di Cristo e alla sua unica o doppia volontà…".

L'editto contro le immagini, emanato nel marzo del 726, fu inviato al Pontefice con l'ordine di accettarlo pena la deposizione. Ma Gregorio non solo non lo accettò; si ribellò anzi apertamente all'imperatore capeggiando in Roma e nel ducato il moto insurrezionale provocato dal decreto iconoclasta e scomunicando l'esarca. Il moto in breve si estese in tutta l'Italia bizantina e le città, cacciati gli ufficiali imperiali, elessero duchi propri. Venezia insorse a favore del Papa; a Ravenna il partito imperiale, favorito come pare dall'arcivescovo Giovanni, cercò di opporsi alla insurrezione, ma questa trionfò: l'arcivescovo fu scacciato e l'eretico esarca ucciso (727 ); nella Campania un duca ESILORATO che parteggiava per Leone fu trucidato assieme al figlio; a Roma il Duca bizantino PIETRO, accusato di avere scritto lettere contro il Pontefice, fu accecato e in sua vece eletto STEFANO che assunse anche il titolo di patrizio.

I più ardenti tra i rivoltosi proponevano che si eleggesse un nuovo imperatore da imporre a Costantinopoli; altri volevano addirittura staccarsi dall'impero. Ma il Pontefice, che prima era stato l'anima della rivoluzione, ora si preoccupava della piega che prendevano gli avvenimenti. Dalla lotta tra il Papato e l'impero chi tutto aveva da guadagnare era Liutprando. E questi non era rimasto inoperoso. Il momento era propizio per i disegni di conquista del re longobardo, che non lasciò scappare l'occasione.

Col pretesto di difendere il Pontefice entrò alla testa di un esercito, nell'Esarcato impadronendosi di Bologna, Persiceto, Monteveglio e Fregnano nell'Emilia, poi invase la Pentapoli e ridusse in suo potere Umana, Ancona ed Osimo. Classe fu espugnata e Ravenna assediata. Nel medesimo tempo i Longobardi della Tuscia penetravano nel ducato romano e s'impadronivano delle fortezze di Narni e di Sutri.

I progressi di Liutprando fecero capire al Papa quanto fosse pericoloso assecondare i propositi degli estremisti. Da un canto egli non volle che si eleggesse un nuovo imperatore e si adoperò a persuadere gl'Italiani a rispettare il sovrano di Costantinopoli nella speranza che ritornasse alla vera fede, dall'altro fece dei passi presso il re longobardo per fargli restituire le località conquistate.

Qualche cosa da Liutprando il Pontefice ottenne: Classe ed alcune terre presso Ravenna furono restituite e fu restituito anche il castello di Sutri, ma Liutprando trattenne i territori dipendenti dal castello, le conquiste nell'Emilia e, come pare, quelle della Pentapoli.

A complicare la situazione in Italia giungeva intanto il nuovo Esarca EUTICHIO che iniziò il suo governo tentando di sbarazzarsi del Papa. Non essendogli riuscito perché i Romani avevano scoperto l'emissario mandato a Roma dall'esarca per ordirvi una congiura e lo avrebbero ucciso se non lo avesse salvato l'intervento del Pontefice, Eutichio si avvicinò a Liutprando, spingendolo forse contro i duchi di Spoleto e di Benevento ai quali il papa si era avvicinato in funzione anti-Liutprando.

Interessi identici spingevano questi duchi e il Pontefice ad agire d'accordo: tutti e tre temevano di Liutprando, i primi due che la loro dipendenza dal re si mutasse da nominale in effettiva, il terzo che la vicinanza del re fosse fatale a Roma. Che ci sia stato un vero accordo tra Gregorio II e Trasimondo e Romualdo II, duchi di Spoleto e di Benevento, non abbiamo prove, ma si può credere che un accordo ci sia stato dal contegno di Liutprando. Questi infatti marciò alla volta di Roma, nel cui territorio già si trovava l'esarca, e giunto alla destra del Tevere si fermò al Campo di Nerone che aveva visto le tende di Vitige.

Il momento era grave. Se LIUTPRANDO si fosse impadronito di Roma avrebbe mutato il corso della storia d'Italia e stroncato sul nascere il dominio temporale dei Papi.
Non fu così e la piega che presero gli avvenimenti segnò la sentenza di morte del regno longobardo.

GREGORIO II ripetè il gesto di Leone I. Questi aveva contato sulla superstizione dei condottieri barbari per salvare Roma, quegli contava sulla propria autorità di Capo della Chiesa e sulla pietà di Liutprando. Il Pontefice uscì dalla metropoli e con grande pompa si recò al campo dei Longobardi a pregare il re affinché levasse l'assedio, poi condusse Liutprando a Roma e lo accompagnò nella basilica di S. Pietro, davanti la tomba dell'Apostolo, sulla quale il sovrano devotamente depose la corona, il manto e la spada, insegne della dignità regia, rinunciando per sempre con quest'atto all'antico disegno di riunire l'Italia sotto il suo scettro.

CARLO MARTELLO - GREGORIO III
VICENDE DELL'ESARCATO - PAPA ZACCARIA
MORTE DI LIUTPRANDO ELEZIONE DI ASTOLFO

Lasciata Roma, Liutprando fece ritorno a Pavia. Roma era salva, ma non era ancora detto che il re longobardo non dovesse più costituire un pericolo per il ducato romano. Di lui temeva sempre Gregorio e siccome la sua politica tendeva al mantenimento dell'equilibrio tra Longobardi e Bizantini, ora che questo si era alterato con la sottomissione dei duchi di Spoleto e di Benevento, si avvicinò all'esarca bizantino.
Un altro motivo che provocò quest'avvicinamento è da ricercarsi nella ribellione di un duca bizantino della Tuscia romana. Si chiamava questi PETASIO; proclamatosi imperatore, si era fatto prestare giuramento di fedeltà da non poche fortezze del territorio romano e si preparava a costringere altri a riconoscerlo. Non fece però in tempo, l'esarca sostenuto dalle milizie romane fornitegli dal Pontefice, marciò contro l'usurpatore, lo sconfisse e, dopo averlo fatto decapitare, ne mandò la testa a Costantinopoli.
Questo fatto accadeva nel 730. L'11 febbraio del 731 Gregorio II cessava di vivere.

Il 18 marzo, saliva sul soglio papa GREGORIO III, ma correvano tristissimi tempi per la Cristianità. Padroni di tutta l'Africa settentrionale, dal Nilo all'Atlantico, gli Arabi, guidati da Tarik, avevano nel 711 passato lo stretto di Gibilterra, avevano sconfitto, nella famosa battaglia di Xeres la Frontera, il re Roderico ed avevano iniziato la conquista della Spagna che più tardi fu compiuta dall'emiro Musa, costringendo i Visigoti superstiti a rifugiarsi nella zona montuosa della Galizia. Passati i Pirenei verso il 718, Arabi e Mori avevano occupato Arles, Narbona, Avignone, si erano spinti fino alle Alpi e ad Autun ed avrebbero invaso tutta la Francia se a Tolosa non li avesse arrestati il duca Eude di Aquitania.
Ma nel 730, preso il comando dell'esercito mussulmano il valoroso Abd-er-Rahman, questi sconfiggeva sulla Dordogna le truppe di Eude e si spingeva verso la Loira.

La Francia correva serio pericolo di esser sommersa dall'onda mussulmana. La salvò dai barbari del sud, come Stilicone l'aveva salvata dagli Unni di Attila, CARLO, soprannominato poi MARTELLO. Discendeva da ARNOLFO, vescovo di Metz. Questi, prima di entrare nella carriera ecclesiastica, aveva avuto un figlio, ANSGISILDO, da cui era nato PIPINO D' HERISTAL, che divenuto maggiordomo della casa regnante di Austrasia (Francia orientale), aveva vinto nel 687, a Tertry, BERTARIO, maggiordomo della Neustria (Francia occidentale) diventando il vero capo del governo e delle milizie dei tre regni di Austrasia, di Neustria e di Borgogna, sui cui troni si succedevano i "re fannulloni" della stirpe merovingia. Morto Pipino nel 714, gli era successo, dopo cinque anni di aspre lotte civili, nella carica di maggiordomo, il figlio naturale CARLO, il grande condottiero che doveva arrestare definitivamente l'avanzata dei Mori nella Francia.

La grande battaglia tra i Mori e i Franchi di Carlo Martello fu combattuta nel 732 fra Tours e Poitiers. I Mussulmani furono sconfitti e subirono gravissime perdite. Il loro generale, Abd-e-Rahman, perì nel sanguinoso combattimento. I Franchi salvavano a Poitiers la civiltà orientale e la Cristianità e CARLO MARTELLO quel giorno decideva le sorti della fiacca monarchia merovingia. Intanto coloro che avevano il dovere di difendere l'Europa cristiana dalla penetrazione Islamica, il Papa e l'imperatore, si logoravano in una lotta che a quest'ultimo doveva costare la perdita di tutti i domini dell'Italia.

Salito al trono pontificale, GREGORIO III aveva scritto a LEONE ISAURICO di revocare l'editto iconoclasta, ma il messo che portava le lettere papali era stato arrestato in Sicilia e il Pontefice aveva convocato un concilio a Roma, nella basilica di S. Pietro. Al concistoro avevano partecipato novantasei vescovi, il clero romano e i rappresentanti del popolo e della nobiltà. Il concilio si era chiuso con la condanna dell'iconoclastia (novembre del 731), che voleva dire dichiarazione aperta di guerra del Papato e dell'Italia ex bizantina all'imperatore.

LEONE da Bisanzio accettò la sfida e inviò nel 733 una flotta contro l'Italia; ma una furiosa tempesta la disperse prima ancora di toccare la costa. Allora l'imperatore confiscò i beni della Chiesa romana nella Calabria e nella Sicilia, le cui chiese, insieme con quelle della Sardegna e dell'Illirio occidentale, furono sottratte alla giurisdizione del Pontefice e messe sotto quella del patriarca di Costantinopoli. Gregorio si rifece in parte della perdita acquistando dal duca di Spoleto, con cui si teneva in buoni rapporti, Cartel Gallese che fu incorporato nel ducato romano.

Di questa lotta tra il Papato e l'impero non poteva non approfittare LIUTPRANDO che non aveva abbandonato il disegno d'impadronirsi di tutta l'Italia. Nel 734 il re longobardo affidò un esercito al nipote ILDEPRANDO e al duca di Vicenza PEREDEO e lo mandò ad invadere l'esarcato. Ravenna cadde nelle mani dei Longobardi e l'esarca cercò riparo nella laguna veneta.
Nelle isolette della laguna, temporaneo rifugio degli abitanti della terraferma durante le brevi invasioni barbariche, viveva già al tempo di Teodorico una popolazione stabile, dedita ai commerci, solo nominalmente dipendente dai Goti. Cessato in Italia il dominio gotico, le isole erano passate sotto la sovranità bizantina, ma nominale anch'essa; e sotto questa sovranità erano rimaste anche quando in Italia erano venuti e si erano affermati i Longobardi. Nel 580 il patriarca d'Aquileia era fuggito a Grado e ad Aquileia era stato innalzato al grado di patriarca il vescovo di Cividale. Ognuna delle dodici isolette era governata da tribuni eletti dal popolo e confermati dall'imperatore.

Nel 584 l'imperatore Maurizio, sollecitato dall'esarca Longino, aveva concesso agli abitanti della laguna un diploma con il quale assicurava loro protezione e libertà di commercio in tutto l'impero. Ma era più protezione nominale che di fatto; i Longobardi da una parte, gli Slavi dall'altra insidiavano la libertà delle comunità della laguna Per poter meglio difendersi, le varie isole, già confederate tra loro, avevano pensato di darsi un unico governo che doveva anche sopire le discordie tra i tribuni e stroncare le ambizioni. Riunitisi pertanto ad Eraclea, sotto la presidenza del patriarca di Grado, i tribuni, i vescovi, i maggiorenti e i rappresentanti del popolo, era stato eletto, verso il 713, PAOLUCCIO ANAFESTO, duca o doge, supremo magistrato civile, con giurisdizione su tutte le isole e diritto di nominare i giudici e i tribuni e di convocare i concili per l'elezione dei vescovi. A Paoluccio, nel 717, era successo MARCELLO che aveva tenuto il governo per nove anni.

(vedi su questo stesso sito, l'intera)
STORIA DI VENEZIA
e la BIOGRAFIA DI TUTTI I 120 DOGI DELLA SERENISSIMA

Quando, nel 734, Ravenna cadde nelle mani di LIUTPRANDO e l'esarca si rifugiò nella Venezia lagunare, era allora doge ORSO. Il fatto che Eutichio cercò rifugio nelle isole della laguna e che il papa Gregorio III scrisse al patriarca di Grado, Antonino, e al doge pregandoli di riprendere Ravenna ai Longobardi, dimostra che il ducato veneziano si considerava sotto la sovranità di Costantinopoli e che il Pontefice non aveva rotto completamente i rapporti con l'imperatore ed aveva interesse che la potenza di Liutprando non crescesse troppo. I Bizantini erano lontani, ma i Longobardi erano sull'uscio di casa del Papa e, di fatto e metaforicamente, negli altri territori, erano "in casa propria".

Le preghiere di Gregorio trovarono eco a Grado: una flotta veneziana comandata da Orso, piombò improvvisamente su Ravenna e ne scacciò i Longobardi, catturando ILDEPRANDO ed uccidendo PEREDEO.

Alla liberazione di Ravenna segui una tregua tra Longobardi e Bizantini ch'ebbe per conseguenza l'abbandono di Liutprando delle terre occupate nell'esarcato e la liberazione di Ildeprando, il quale, nel 735, fu dal re associato al trono. In questo stesso anno o nel successivo Liutprando e Carlo Martello stringevano rapporti d'amicizia e questi mandava a Pavia il figlio PIPINO a rinsaldare i vincoli tramite la cerimonia del taglio dei capelli descrittaci da Paolo Diacono.

L'amicizia del re longobardo era per il maggiordomo dei regni franchi una necessità politica, perché, dopo la sconfitta di Poitiers, i Mori avevano ripreso l'offensiva, occupando la Settimania e la Provenza, minacciando seriamente l'Aquitania e la Borgogna e il pericolo mussulmano doveva essere davvero grave per la Francia se Carlo Martello ritenne necessario chiedere l'aiuto di Liutprando per cacciare oltre i Pirenei gl'invasori.
` Liutprando si affrettò a darlo e con un esercito mosse al soccorso dei Franchi, ma quando giunse di là dalle Alpi (738) i Mussulmani, efficacemente attaccati da Carlo, avevano già abbandonato il paese.

Quando il re longobardo fece ritorno in Italia una sorpresa lo aspettava: TRASIMONDO, duca di Spoleto, si era ribellato; a Benevento, morto il duca GREGORIO, che il re, dopo la morte di Romualdo II, aveva posto al governo del ducato al posto dell'erede minorenne Gisulfo, dalla frazione che appoggiava l'indipendenza era stato eletto GODESCALCO, ed aveva stretto alleanza con il Papa e con Trasimondo.

LIUTPRANDO allora marciò contro Spoleto, costrinse TRASIMONDO a fuggire e diede il ducato a ILDERICO; saputo poi che il fuggiasco aveva trovato asilo a Roma, chiese la sua consegna al Pontefice. Essendosi Gregorio III rifiutato, invase il ducato romano e trasse in suo potere Bomarzo, Bieda, Ameria ed Orte.
Fu allora che il Papa invocò l'aiuto del potente maggiordomo franco, inviandogli, con una lettera e ricchi doni, le chiavi del sepolcro di S. Pietro e l'offerta del patriziato. CARLO MARTELLO però non si mosse dalla Francia: lo trattenevano il pericolo di una nuova invasione musulmana e il timore che, in sua assenza, il trono merovingio, vacante dal 737 dopo la morte di Teodorico IV, cadesse in mano di CHILDERICO III, parente del defunto re che non aveva lasciato figli, o di qualche altro. Inoltre, non poteva, per aiutare il Pontefice, rompere l'amicizia che lo legava ai Longobardi.
Tuttavia è da credere che CARLO MARTELLO mise una buona parola in favore del Papa. Solo così si spiega perché LIUTPRANDO, interrompendo la sua avanzata, abbia, nell'agosto del 739, fatto ritorno a Pavia.

Ma questa doveva essere una breve tregua per il ducato romano. Nel 740 - anno in cui moriva Leone Isaurico - Liutprando e Ildeprando invadevano l'esarcato e mandavano a saccheggiare i patrimoni della Chiesa romana. Gregorio III allora scriveva una seconda lettera a Carlo Martello ("filio Carolo") pregandolo di non abbandonare la Chiesa per l'amicizia dei malvagi Longobardi, ma non avendo ottenuto nulla, mandava a Liutprando due legati perché insieme con i vescovi della Tuscia chiedessero al re la restituzione dei castelli del ducato occupati l'anno precedente.
L'ambasceria però non ottenne niente, ed allora il Pontefice concluse un accordo con TRASIMONDO obbligandosi di aiutarlo a riacquistare il ducato. Il duca in cambio prometteva di riprendere i castelli perduti dal Papa e di restituirglieli. Con l'aiuto dell'esercito romano e di milizie del duca di Benevento, Trasimondo, verso la fine del 740 tornò a Spoleto uccidendo ILDERICO, ma poi non si curò di mantener la promessa fatta al Pontefice.

La situazione del ducato romano diventava difficilissima. Gregorio III non ebbe il tempo di migliorarla: il 10 novembre del 741 cessò di vivere. Il 21 di ottobre dello stesso anno era morto Carlo Martello, dividendo la Francia tra i due suoi figli CARLOMANNO e PIPINO. Mentre CHILDERICO III, l'ultimo dei Merovingi, era stato chiuso in un chiostro.

A Gregorio III, dopo soli quattro giorni di soglio vacante, succedeva ZACCARIA, un greco dell'Italia meridionale, il quale nell'isolamento in cui la S. Sede si era venuta a trovare, non seppe fare di meglio che avvicinarsi a Liutprando. E vi riuscì nei primi mesi del 742 con la promessa di aiuti nella spedizione che il re si apprestava a fare contro Trasimondo. Questa offensiva avvenne poco tempo dopo. Assalito dalle truppe del re e del ducato romano Trasimondo stimò inutile ogni tentativo di resistenza e si affidò alla generosità di Liutprando, il quale, dopo averli chiuso in un chiostro, nominò duca di Spoleto il proprio nipote AGIPRANDO.

Dopo Trasimondo venne la volta di Godescalco, duca di Benevento. Questi non aspettò che il re gl'invadesse il ducato e stabilì di rifugiarsi a Costantinopoli. Non ne ebbe però il tempo: i partigiani di GISULFO II lo uccisero e il re diede a lui il ducato che come legittimo erede di Romualdo II gli spettava.
Riassoggettati i ducati di Spoleto e di Benevento, pareva che Liutprando si fosse dimenticato delle promesse fatte al Papa. A ricordargliele pensò lo stesso ZACCARIA, il quale da Roma si mosse per andare ad Orte dove il re si trovava. Saputo in viaggio, LIUTPRANDO gli andò incontro a Terni con i suoi duchi e parte delle sue milizie. Il Pontefice ottenne più di quanto desiderava: le quattro città di Bomarzo, Bieda, Ameria ed Orte gli furono restituite e gli si confermò il possesso con un diploma; inoltre furono messi in libertà i prigionieri italiani e furono dati al Pontefice i patrimoni ecclesiastici della Sabina, di Narni, Osimo, Ancona, Umana e Sutri di cui si erano impadroniti i duchi di Spoleto.

Infine tra Zaccaria e Liutprando fu conchiusa una tregua di venti anni. Con questa il re rinunciava alla conquista del ducato romano, ma si riservava libertà di azione nei riguardi delle altre parti dell'Italia bizantina. Nel 743, infatti, penetrò nell'esarcato e, impadronitosi di Imola e Cesena, si organizzò per muovere contro Ravenna.

L'esarca EUTICHIO non aveva forze sufficienti per difendersi e, insieme con l'arcivescovo Giovanni e i rappresentanti delle città minacciate dell'Emilia e della Pentapoli, si rivolse al Pontefice affinché intervenisse a favore dell'esarcato presso il re longobardo.
Zaccaria scrisse a Liutprando, ma, non essendo riuscito a piegarlo, decise di recarsi personalmente presso il re. Il convegno fu fissato a Pavia, dove il Pontefice fu ricevuto con grandissimi onori ed ottenne tutto quello che chiese, la restituzione cioè delle conquiste fatte nell'esarcato, eccetto un terzo del territorio di Cesena che promise di restituire al ritorno degli ambasciatori inviati a Costantinopoli per trattare la pace.
Zaccaria, lieto del successo, prese congedo da Liutprando, che volle accompagnarlo fino al Po, e fece ritornò a Roma. Il nuove imperatore, COSTANTINO COPRONIMO, successo al padre Leone, fu grato al papa del provvidenziale intervento presso la corte longobarda e, in segno di riconoscenza, donò alla Chiesa romana le masserie di Ninfa e Norma presso le Paludi Pontine.

Nel gennaio de' 744 LIUTPRANDO cessava di vivere. Quest'uomo fu senza dubbio il più grande dei re longobardi; uomo di non comuni virtù militari e scaltro politico, seppe consolidare la monarchia, facendo scemare la potenza dei duchi e riducendo sotto il suo diretto dominio i ducati di Benevento e di Spoleto, seppe ingraziarsi la Francia e far sentire la propria potenza ai Pontefici, rendendosi nello stesso tempo temuto dall'esarca. Ma non seppe tradurre in realtà il disegno di unificare l'Italia sotto il suo scettro, perché ebbe la debolezza di cedere alle preghiere del Pontefice proprio nei momenti in cui gli era facilissimo impadronirsi di Roma e di Ravenna. Così facendo egli, senza saperlo, aveva segnato le sorti della monarchia longobarda e del suo popolo.

II successore di Liutprando fu ILDEPRANDO, ma, inetto e non ben visto dal partito cattolico, regnò soli otto mesi, poi (745) fu sbalzato dal trono e al suo posto fu messo RACHI, duca del Friuli. Era un valoroso soldato che molto si era distinto nella spedizione contro Trasimondo, ma non era certo l'uomo che poteva tenere a lungo lo scettro di Liutprando.

Vi era nel regno, forse fin dagli ultimi anni del defunto re, una corrente ostile alla politica remissiva verso la Chiesa romana, un partito che spalleggiava la guerra contro i Bizantini e reclamava che gli interessi della nazione longobarda non fossero sacrificati a beneficio di quelli della S. Sede.
Lo sviluppo preso da questo partito doveva avere certamente gravi ripercussioni nella vita dello stato e rendere difficile la posizione del re, il quale, eletto con il favore dei cattolici, con una moglie cattolica romana (Tasia) e continuatore della politica di Liutprando favorevole al papato con il quale aveva rinnovata la tregua di vent'anni, si venne a trovare avversato da una parte dei suoi sudditi.

Nel conflitto delle due correnti politiche la disciplina si era venuta allentando, era scemato il rispetto alle leggi, gravi abusi erano sorti nell'amministrazione della giustizia e i ducati di Spoleto e di Benevento si erano sottratti di nuovo all'obbedienza del re. Prova delle condizioni in cui lo stato longobardo si trovava l'abbiamo nelle leggi di Rachi, in cui si proibiva d'inviare senza il permesso del re messi a Benevento e a Spoleto, si davano severe disposizioni per la vigilanza delle frontiere, si vietava che i giudici si allontanassero dalle proprie "giudiziarie" e si ingiungeva loro di "esplicare quotidianamente le proprie funzioni".
Poco noi sappiamo del breve regno di RACHI per il silenzio delle fonti, ma l'invasione della Pentapoli e del territorio di Perugia, avvenuta nel 749, ci assicura che la corrente espansionista abbia avuto il sopravvento.

Questa nuova guerra contro i Bizantini e l'intervento, in qualità di paciere, del pontefice Zaccaria, diedero occasione al partito contrario alla politica filoromana di disfarsi del re.
Mentre RACHI si trovava all'assedio di Perugia giunse al campo Zaccaria accompagnato dai suoi dignitari. Scopo del Pontefice era indurre, il re a porre fine alla guerra; e vi riuscì. Il "Liber Pontificalis", che ci fornisce le notizie di questi fatti, sostiene che Rachi, persuaso dall'eloquenza del Papa, insieme con la moglie Tasia e la figlia Rotrude si recò a Roma e, deposte tutti e tre le insegne regali sulla tomba di S. Pietro, le due donne indossarono l'abito monacale e anche Rachi andò a chiudersi nel convento di Montecassino.

Questi i fatti. Però noi non possiamo credere che la rinuncia alla dignità regia sia stata una conseguenza delle sole persuasive parole del Pontefice.
Più tardi Rachi cercherà di ricuperare il trono e questo ci fa sospettare che l'abdicazione del re sia stata imposta da quel partito (anticattolico) che nella politica remissiva di Rachi invece vedeva il fatale ostacolo al programma nazionale del popolo longobardo più intransigente.
Il sospetto trova conferma nell'elezione del successore, ASTOLFO, e nella politica bellicosa e diametralmente opposta a quella di Rachi che doveva seguire subito dopo essere salito al trono.
Di cui parleremo nel prossimo capitolo.

FINE

Oltre che della politica di Astolfo, dobbiamo
ora seguire anche quella dei Franchi con re Pipino,
la nuova politica della Santa Sede con la discesa di Pipino in Italia
è il periodo che va dall'anno 743 al 756 d.C. > > >

VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) GARZANTI 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
WACHER  -Storia del mondo romano - Laterza 1989
ARIES/DUBY -Dall'Impero Romano all'anno 1000 Laterza 1988 
CHATEAUBRIAND -Discorsi sopra la caduta dell'Impero Romano Pirotta MI - 1836

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