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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI dal 850 al 867 

IL PAPATO FINO A NICCOLO' I

INCORONAZIONE DI LUDOVICO II - CONDIZIONI D'ITALIA E PROVVEDIMENTI LEGISLATIVI DI LUDOVICO; LA SUA POLITICA - MORTE DI LEONE IV ED ELEZIONE DI BENEDETTO III - SUCCESSIONE DI LOTARIO I - NICCOLÒ I E LA SUA POLITICA - NICCOLÒ E L'ARCIVESCOVO DI RAVENNA - FOZIO, PATRIARCA DI COSTANTINOPOLI - LOTARIO II RIPUDIA TEUTBERGA E SPOSA VALDRADA - INTERVENTO DI NICCOLÒ I - I CONCILI DI METZ E DI ROMA - LUDOVICO INTERVIENE NELLA CONTESA TRA LOTARIO E IL PONTEFICE - VITTORIA DI NICCOLÒ - RIPRESA DELLA LOTTA TRA LA SANTA SEDE E FOZIO - FINE DELLA CONTESA TRA ROMA E COSTANTINOPOLI - MORTE DI NICCOLÒ I
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INCORONAZIONE
I PROVVEDIMENTI LEGISLATIVI E LA POLITICA DI LUDOVICO II


Dopo il precedente "Riassunto", dobbiamo tornare indietro di alcuni anni, ripartendo dal 846, dopo il saccheggio di Roma e Ostia.
Nel 847 papa Sergio II era morto il 27 gennaio, il 1° aprile sul soglio saliva LEONE IV, che provvede dopo il saccheggio di San Pietro a cingere di mura "Leonine", il territorio, collegandole con quelle della città (le Aureliane), ma, in effetti, formando con San Pietro al centro, una vera e propria città chiamata appunto "Città Leonina".
Nell'848 Ludovico II, re d'Italia, liberava parte del ducato di Benevento dai saraceni, ratificava la divisione del ducato, fra Radelchi e Sighinolfo, e se ne tornava a Pavia. Nel 849 apprese il ritorno dei Saraceni e la famosa battaglia del prode CESARIO che li aveva respinti a Ostia.

Nell'aprile del 850, LUDOVICO II, accompagnato dal suo arcicappellano Giuseppe, vescovo d'Ivrea, dagli arcivescovi di Milano, Ravenna e da molti altri vescovi, si recava a Roma e dalle mani del pontefice Leone IV riceveva la corona imperiale (aprile dell'850).
Era vivo ancora Lotario, suo padre, ma questi, trattenuto di là dalle Alpi, non poteva pensare alle cose d'Italia e aveva conferito al figlio la dignità imperiale perché potesse con maggiore autorità governare la penisola e condurre la guerra contro gli infedeli.
Da notare che in Francia, i suoi due cristiani Pipino (che non ha accettato la spartizione fatta a Verdun da Lotario) e Guglielmo di Tolosa, con gli infedeli si alleano, e all'emiro di Cordova, Abd ar Rahman, aprono le porte della cristianissima e devota Francia. Insomma gli infedeli se erano utili, diventavano preziosi.

Ma torniamo a Ludovico con il nominale titolo di imperatore per le ragioni esposte sopra, che erano sagge. Perché in verità Italia aveva bisogno di cure assidue ed energiche per risollevarsi dalle misere condizioni in cui si trovava. Le campagne erano infestate da bande di briganti, che assalivano e saccheggiavano le ville e derubavano sulle strade i mercanti e i pellegrini; ma molto peggio dei masnadieri, si comportavano certi nobili, che commettevano ogni sorta di prepotenze a danno dei piccoli proprietari e della povera gente senza mezzi; a quanto pare si vendevano e si compravano uomini, poiché nel già ricordato "Pactum Lotharii" tra Lotario e Venezia, si proibiva ai Veneziani il commercio degli schiavi dentro le terre del regno italico (significa che questo commercio quindi prosperava, e che nel regno italico c'erano loschi "negrieri" che procuravano la "merce").

Le leggi dunque seguitavano a non essere osservate; gli edifici pubblici cadevano in rovina per l'incuria dei funzionari; le vie e i ponti, mal tenute e in rovina pure quelle e questi, accrescevano la difficoltà delle comunicazioni; poco osservata era la disciplina da parte del clero secolare e regolare, e lasciava molto a desiderare la condotta dei conti nell'amministrazione civile e giudiziaria.

LUDOVICO II, presa la corona imperiale, cercò di porre rimedio ai mali che affliggevano il regno. Deciso a restaurare la disciplina ecclesiastica, trasmise ai vescovi, per mezzo di ANGILBERTO vescovo di Milano e dell'arcicappellano Giuseppe, un questionario allo scopo di informarsi direttamente della situazione per poter meglio procedere, e verso la fine dell'850 convocò a Pavia un concilio, in cui furono emanati vari provvedimenti tendenti a rendere più salda la disciplina del clero, a fare osservare l'obbligo delle decime, a proteggere più efficacemente le vedove e gli orfani, a riordinare gli ospedali e i monasteri, ad estirpare l'usura, a combattere la magia e a sorvegliare i preti e i monaci vaganti che spesso si professavano tali solo per raggirare la gente. Dopo l'assemblea dei vescovi ci fu pure un'assemblea di conti in cui si discusse delle condizioni civili del regno e dei provvedimenti da adottarsi che furono resi noti in un importante capitolare nel quale furono comminate pene severe ai malfattori, si minacciarono punizioni ai nobili che commettevano abusi, si ordinò il restauro dei pubblici edifici e la costruzione di nuovi ponti. Più tardi, nel luglio dell'855, in un'altra assemblea tenuta a Pavia, Ludovico emanerà disposizioni per reprimere gli abusi nell'amministrazione della giustizia e nell'856 tenterà pure una riforma del diritto pubblico.

Ma che i suoi provvedimenti rimanessero lettera morta a confermarlo é Ludovico stesso, quindici anni dopo, nel febbraio dell'865: in un'assemblea fa la rassegna dei mali che affliggono il suo regno, esprime il fermo proposito di fare applicare i provvedimenti presi nel capitolare dell'850 e perché siano eseguiti nomina due messi e conferisce a loro l'incarico di accertare i fatti denunciati, di ispezionare gli ospedali e i monasteri, di provvedere alla manutenzione delle opere pubbliche, di difendere, contro gli abusi, i diritti fiscali.
Mentre, nell'anno della sua incoronazione (il ricordato 850) pensava a dare assetto alle cose d'Italia, Ludovico cercava di rafforzarsi sul trono con un proficuo matrimonio, tale da procurargli larghe e potenti parentele. Andate a monte le nozze progettate con la figlia dell'imperatore bizantino Michele III, nell'autunno dell'851 sposò ENGELBERGA, di nobile famiglia longobarda, donna di grande ingegno che influì moltissimo sulla politica del marito. Questa era politica era tipicamente italiana, perché in Italia erano gli interessi di Ludovico, in Italia viveva e l'Italia era il suo regno.
Due cose premevano al re imperatore: scacciare dalla penisola i Musulmani, unificandola sotto il suo scettro, ed esercitare su Roma e sullo stato della Chiesa un'effettiva sovranità.

Quest'ultimo non era in verità un punto nuovo del suo programma. Nell'844 - come abbiamo avuto occasione di dire - egli era stato sollecito a scendere in Italia per ricordare al pontefice Sergio II i diritti imperiali sanciti dalla costituzione romana di venti anni prima. In quell'occasione il Papa aveva giurato fedeltà a LOTARIO, ma si era rifiutato di giurarla a Ludovico. Ora Ludovico rivestiva le due dignità di re e d'imperatore e intendeva che il suo non fosse un semplice protettorato su Roma.
Quale fosse la sua politica verso la S. Sede mostra chiaramente il processo che si svolse nell'855. Il maestro dei militi Daniello aveva accusato Graziano, consigliere del Pontefice, di ordire delle trame per ristabilire su Roma la supremazia bizantina. Ludovico II subito informato si precipitò a Roma e alla presenza del Papa invitò Daniello a ripetere l'accusa e Graziano a scolparsi. Non essendosi presentato alcun testimonio a confermare l'accusa, Daniello al processo fu dichiarato calunniatore e consegnato all'accusato perché lo punisse, ma l'imperatore intervenne salvandolo dalla pena.

Pochi giorni dopo questo processo, Leone IV mori (11 luglio dell'855) e fu eletto papa il cardinale di S. Calisto, BENEDETTO III. A dare notizia dell'elezione all'imperatore furono mandati il maestro dei militi Mercurio e il vescovo d'Agnano Niccolò, i quali, passando per Gubbio, si lasciarono indurre da ARSENIO vescovo di Orte - a cambiare le carte in tavola- e a sostenere presso Ludovico la candidatura del cardinale ANASTASIO.

Questo prelato era stato in un concilio tenutosi a Roma il 19 giugno dell'853 scomunicato da Leone IV per avere abbandonato la propria sede ed essersi rifiutato di ritornarvi. Da Venezia, dove aveva cercato asilo, aveva fatto ritorno a Roma dopo la morte di Leone e qui covando rancori aveva tirato dalla sua parte parecchi nobili ed ecclesiastici.
Ludovico, persuaso dagli inviati del Pontefice con la nuova proposta, negò la conferma al precedente e inviò a Roma i suoi messi. Benedetto fu imprigionato e in sua vece fu innalzato Anastasio, ma il popolo si levò a tumulto e reclamò minacciosamente la liberazione e il ritorno sul trono del Papa legalmente eletto. All'atteggiamento risoluto della cittadinanza i messi imperiali scacciarono Anastasio e il 29 settembre 855 BENEDETTO III fu consacrato.

NICOLÓ I - Mentre Papa Benedetto III veniva consacrato a Roma, moriva in Francia l'imperatore Lotario I. Nel chiostro di Prum, presso Treviri, dove presentendo la fine, si era ritirato e aveva diviso il suo regno fra i tre figli. A LUDOVICO II con la dignità imperiale aveva lasciato l'Italia, a LOTARIO II la parte settentrionale dei suoi domini transalpini che da lui prese il nome di Lotaringia (che in seguito si chiamò Lorena) con capitale Aquisgrana; al terzogenito CARLO la Provenza e il territorio del Rodano.

Di questa divisione dei domini paterni non fu contento Ludovico II, che come primogenito credeva di avere diritto, oltre che alla dignità imperiale, a una parte dei paesi di là dalle Alpi. Ma ad Orbe, dove nell'856 i tre fratelli si incontrarono per procedere alla spartizione, Lotario e Carlo si opposero energicamente alle sue pretese. Egli Ludovico si rivolse agli zii Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico; con questo anzi ebbe un convegno a Trento nell'857; ma le sue trame non approdarono a nulla, provocarono invece il TRATTATO DI SAN QUINTINO, stipulato tra gli zii nel marzo di quello stesso anno in difesa dei diritti di Lotario II e Carlo.
Fallita la speranza di ingrandire, a spese dei fratelli, i suoi domini oltre le Alpi, Ludovico dovette accontentarsi dell'Italia e a questa dedicò tutta la sua attività. Nell'aprile dell'858 lo troviamo a Roma. Era morto il 7 aprile, dopo circa due anni e mezzo di pontificato, Benedetto III, e Ludovico subito informato, voleva trovarsi presente all'elezione del nuovo pontefice e influire direttamente nella scelta. Al suo appoggio più che alla designazione del clero - secondo gli Annali Bertiniani - fu dovuta l'ascesa al trono pontificale di NICCOLÒ I. Costui era stato invitato a Roma al tempo del processo di Anastasio per far da paciere, fatta la conoscenza con l'imperatore, a Ludovico II questo prete per le sue doti di rettitudine, cultura e imparzialità, piacque e lo nominò suo segretario. Ora "suggeriva" di nominarlo papa.

Ma se credeva Ludovico di trovare in Niccolò I un Papa servile, ligio ai suoi voleri si sbagliò di grosso. Nell'uomo trovò invece una creatura pensante, di tempra fortissima e d'invincibile tenacia, che della dignità pontificia aveva un altissimo concetto; che voleva il potere papale indipendente dall'imperiale; che considerava la potestà dell'imperatore subordinata alla pontificia dalla quale trovava conferma per mezzo dell'unzione e dell'incoronazione; che dicendo a MICHELE III essere il Pontefice principe "su tutta la Terra, vale a dire su tutta la Chiesa, perché la Terra è Chiesa" doveva richiamare in vita il principio del primato universale del papato.

"Il gran papa - scrive uno storico moderno - non si accontentò di semplici affermazioni teoriche, ma armonizzando alle teorie i fatti, durante i nove anni di pontificato cercò di realizzare il concetto dell'universale dominazione del pontefice. Lo stato di disordine in cui si trovava la società, la debolezza dei re e il bisogno universalmente sentito di un principio d'ordine e di autorità che correggesse gli abusi e al predominio della forza e della licenza sostituisse l'efficace disciplina di un'alta idea morale, tutto contribuì a dare al papa un'autorità indiscussa, che parve realizzare per un istante quella teocrazia che troverà più tardi in Gregorio VII un interprete convinto e il più forte rappresentante. Niccolò, infatti, non si accontentò di proclamare l'indipendenza del potere religioso dal potere civile, ma affermando altamente la sua supremazia sia nel campo sacerdotale, sia in quello del governo e dell'insegnamento, con il sottomettere a sé le Chiese particolari, i vescovi, gli arcivescovi, i metropolitani e i primati, i concili particolari e i re, riuscì a infondere la convinzione che il papa era l'interprete della legge, il capo della Chiesa universale, superiore a tutte le assemblee di vescovi come a tutti i governi…".

Amante della lotta, sostenne fierissime lotte contro vescovi, contro principi, contro concili, in Oriente come in Occidente, e in queste lotte mostrò di che tempra fosse la sua, che non solo si difendeva dagli attacchi, ma partiva lui all'offensiva e sapeva far piegare i più forti avversari.
La prima sua lotta fu quella che sostenne contro l'arcivescovo Giovanni di Ravenna. Non era la prima volta che i vescovi ravennati tentavano di rendersi indipendenti dal Papato, e noi abbiamo visto i vani sforzi fatti da Gregorio Magno per ridurre all'obbedienza il vescovo ravennate; ma nessuno aveva assunto l'atteggiamento di Giovanni e si era come lui reso colpevole di tanti abusi. Invano Leone IV lo aveva minacciato, Giovanni aveva perfino osato di impadronirsi di non pochi beni della Chiesa romana, si era messo ad esercitare il governo sull'Esarcato e sui territori pontifici dell'Emilia, ed aveva a coloro che non volevano sopportare i suoi arbitrii, perfino proibito di recarsi a Roma.

Avendolo invano ammonito e invitato a scolparsi, Niccolò I convocò a Roma un concilio ed ordinò all'arcivescovo di presentarsi; ma Giovanni non ubbidì. Scomunicato, se n'andò a Pavia dopo aver esposto il suo problema all'imperatore, ottenne da Ludovico che due messi imperiali lo accompagnassero a Roma per difenderlo presso il Pontefice; questi però rimproverò gli ambasciatori dell'imperatore di avere avuto rapporti con un ecclesiastico colpito da anatema e ingiunse a Giovanni di presentarsi ad un concilio che doveva svolgersi il 1° di novembre.
Intanto giungevano a Roma alcuni cittadini ravennati a pregare il Pontefice, in nome dei nobili e del clero, d'intervenire contro gli abusi dell'arcivescovo. NICCOLÒ I a quel punto, si recò a Ravenna, dove fu lietamente accolto, ma non trovò Giovanni che per la seconda volta era andato a Pavia ad invocare Ludovico la sua protezione, ma il suo consiglio fu di sottomettersi. Non potendo tener testa al Papa senza appoggi, si presentò allora al concilio che si svolse a Roma fra il 16 e il 18 novembre dell'861, e dai settanta vescovi che vi parteciparono fu assolto, ma dovette prima fare atto di sottomissione al Pontefice e giurare che si sarebbe recato una volta l'anno a Roma, che non avrebbe consacrato i vescovi dell'Emilia se non dopo il permesso papale, che non avrebbe imposto loro alcun tributo e non avrebbe esercitato altri diritti all'infuori di quelli che gli spettavano.

LO SCONTRO CON BIZANZIO

Là lotta contro Giovanni fu ben poca cosa a confronto di quella che dovette sostenere Niccolò contro la Chiesa bizantina. Origine dei contrasti fu la deposizione arbitraria del patriarca di Costantinopoli, Ignazio, avvenuta il 23 novembre dell'857 per ordine dell'imperatore MICHELE, che innalzò al patriarcato un laico suo parente: il protospatario FOZIO, provocando con quest'atto una scissione nella stessa Chiesa bizantina.
Per comporla l'imperatore si rivolse al Pontefice nella speranza che questi desse la sanzione alla nomina. Niccolò mandò a Costantinopoli due suoi legati per fare un'inchiesta, ma Fozio riuscì a corromperli, falsificò le lettere papali poi riunì nel maggio dell'861 un concilio che alla presenza dei messi pontifici lo confermò patriarca, degradò Ignazio e lo costrinse a sottoscrivere la propria condanna.
Dinanzi a un simile fatto non poteva Niccolò senza menomare il suo prestigio e quello del papato rimanere indifferente. Nell'aprile dell'863 convocò a Roma un concilio di vescovi occidentali e in questo uno dei due legati (l'altro non si era presentato), Zaccaria d'Anagni, fu deposto e scomunicato, deposto e bandito fu anche Fozio, le ordinazioni da lui fatte furono considerate nulle, Ignazio fu riconosciuto legittimo patriarca di Costantinopoli e gli ecclesiastici suoi sostenitori che erano stati deposti ripresero la loro carica.

La contesa che minacciava di scavare un abisso incolmabile tra le chiese d'Occidente e d'Oriente conobbe alcuni anni di tregua, durante i quali un'altra contesa non meno grave Niccolò I doveva sostenere con LOTARIO II. Questi, alla morte del padre, si era unito in matrimonio con Teutberga, ma nell'857 l'aveva ripudiata e per giustificare il suo atto aveva accusato la moglie di procurato aborto in seguito a rapporti avuti, prima delle nozze, col fratello Uberto.
Non sappiamo quanto c'era di vero in queste accuse. Probabilmente erano infondate e le ragioni del ripudio si debbono forse ricercare nel temperamento sensuale e nei costumi depravati del principe e nella sterilità di Teutberga, che - non avendo pure Carlo e Ludovico figli - minacciava l'estinzione del ramo primogenito dei Carolingi. Mentre da una sua concubina di nome Valdrada, Lotario aveva avuto tre figli: Ugo, Gisela e Berta e, ripudiando Teutberga, aveva pensato di sostituirla nel talamo con l'amante.
Ma occorreva il divorzio. Temendo di provocare con la sua condotta il malcontento dei fratelli, Lotario II volle procurarsi l'appoggio del più forte, di Ludovico, e sceso da lui in Italia nell'859, gli cedette alcuni territori ad est del Giura e cioè i vescovadi di Ginevra, di Losanna e di Sion, eccettuati la contea di Pumplitz e l'ospizio del S. Bernardo. Inoltre seppe guadagnare alla sua causa i vescovi del regno e fra questi in special modo Gunterio arcivescovo di Colonia e Titgaudo vescovo di Treviri.

La regina con l'inganno e la violenza fu costretta a dichiarare di essere colpevole d'incestuosa relazione con il fratello e il 5 gennaio dell'860 un'assemblea di vescovi convocata ad Aquisgrana giudicò Teutberga indegna del titolo regale. Più tardi, in un'assemblea più numerosa, alla quale parteciparono Lotario e i Grandi del regno, Teutberga confermò per paura la colpa addebitatale e fu stabilito che la regina doveva sparire dalla scena e fu rinchiusa in un monastero.
Credeva Lotario II di avere la via spianata al divorzio quando, sul finire dell'860, in difesa della misera regina insorse l'arcivescovo di Rheims, Inemaro, che impugnò la procedura dell'assemblea di Aquisgrana e propose che, fatte nuove e più minuziose indagini, e non essendoci in queste nulla di accertato, il caso di Teutberga fosse portato al giudizio di un nuovo concilio.
Del medesimo parere del dotto arcivescovo era CARLO il Calvo; a lui premeva che il nipote non sposasse Valdrada perché sperava che, morendo senza eredi, toccasse a lui una parte della Lotaringia.
Lotario temendo le trame dell'interessato Carlo, pensò allora di guadagnarsi l'appoggio dell'altro zio, Ludovico il Germanico, e gli cedette l'Alsazia ma con il possesso solo dopo la sua morte.
Quest'atto irritò Carlo il Calvo che si schierò apertamente in favore di Teutberga, la quale, fuggita dal monastero, si dichiarò innocente della colpa attribuitale, vittima della violenza e chiese che il Pontefice intervenisse per annullare le deliberazioni prese dai vescovi al concilio aquisgranese.

Stando così le cose, Lotario II ritenne opportuno non perdere più tempo: abilmente destreggiandosi scrisse al Pontefice promettendogli l'invio di due ambasciatori per informarlo di come stavano le cose; ma nello stesso tempo fece convocare in Aquisgrana un nuovo concilio (29 aprile 862) che diede facoltà al re di celebrare un nuovo matrimonio e questo avvenne verso la fine di quello stesso anno. Pochi mesi dopo cessava di vivere Carlo, terzogenito di Lotario I, e i suoi domini furono divisi tra Lotario II e Ludovico II (863).

Già prima di questo matrimonio e di questa morte, nel novembre dell'862, accogliendo l'appello di Teutberga, il Pontefice aveva deciso d'intervenire in suo favore ed aveva inviato, come suoi legati, Rodaldo di Porto e Giovanni di Cervia perché convocassero a Metz un concilio cui doveva partecipare, oltre i vescovi della Lotaringia, una rappresentanza degli episcopati della Provenza, della Francia e della Germania. Ai vescovi del futuro concilio Niccolò I aveva spedito una lettera: li esortava a seguire una prassi onesta e a giudicare con serenità la questione del divorzio di Lotario ed ordinava, senza prendere loro alcuna decisione definitiva, di trasmettere gli atti a Roma.

Erano da poco partiti i legati, quando il Pontefice seppe del matrimonio del re con Valdrada. Allora si affrettò a scrivere una seconda lettera, ripetendo quanto aveva detto nella prima ed ingiungendo che intorno alle accuse mosse contro Teutberga si operasse con un'inchiesta rigorosa.
Il concilio da lui promosso, fu tenuto pochi mesi dopo, nel giugno dell'863 a Metz, ma Lotario seppe fare in modo che le decisioni gli fossero favorevoli, infatti, i legati pontifici, corrotti dal re, nascosero parte delle lettere papali; a Teutberga fu prima negato il salvacondotto per andare a difendersi, poi la sua assenza fu considerata come una confessione delle colpe; i vescovi della Lotaringia, che costituivano la maggioranza, confermarono il divorzio ed approvarono il matrimonio con Valdrada; gli atti del concilio furono mandati al Pontefice per mezzo di Guntero e Titgaudo, che accompagnavano i messi papali.

Niccolò I rispose al concilio di Metz convocando nell'ottobre dello stesso anno un concilio a Roma, nel quale annullò gli atti del precedente, depose Guntero e Titgaudo e minacciò d'infliggere la medesima pena a tutti i vescovi che erano intervenuti a Metz e non avevano ubbidito agli ordini inviati dalla Santa Sede; poi comunicò la sentenza ai vescovi dell'Italia, della Francia e della Germania e scrisse a Lotario di sciogliere il matrimonio contratto con Valdrada.
Gutero e Titgaudo, invece di ubbidire alle decisioni del concilio romano, si recarono da Ludovico II - che allora si trovava a Benevento occupato in una spedizione contro i Saraceni dell'Italia meridionale - e protestarono contro il Pontefice che li aveva deposti non tenendo conto della qualità di ambasciatori di Lotario che essi vantavano e si onoravano di avere. Ludovico considerò le deliberazioni del concilio come un'offesa alla sua famiglia e, lasciata a mezzo l'impresa, pieno di collera, in compagnia della moglie e alla testa di non poche soldati marciò su Roma.
La notizia che l'imperatore marciava sulla metropoli deciso a piegare ai suoi voleri il Pontefice fece rialzar la testa ai nemici di Niccolò, non ultimo fra questi l'arcivescovo di Ravenna. Anche Guntero e Titgaudo, che avevano indirizzata una protesta ai vescovi franchi, confermando la validità del matrimonio con Valdrada, seguivano l'imperatore. Poi il colpo di scena.

Quando Ludovico giunse nelle vicinanze della basilica di S. Pietro, il popolo gli andò incontro con le croci e le insegne, come era solito fare in queste occasioni quando giungevano re e imperatori; soltanto che questa volta le croci e le insegne erano tante e chi le portava non è che erano tanto pii e miti; a un certo punto della sfilata, che sembrava lieta e servile, all'improvviso proprio con le croci e le insegne i pii e miti fedeli usandole come armi assalirono ferocemente il corteo e nel tafferuglio che ne seguì, i soldati franchi difendendosi alla disperata, non andarono molto per il sottile, menarono a destra e a manca, fino al momento in cui uno di loro andò a colpire perfino la croce vera che apriva il corteo di benvenuto: la preziosa croce che in una teca era incastonato un frammento della S. Croce di Cristo, donata da S. Elena a S. Pietro.
A quel punto scese un silenzio tombale, carico di alta tensione. Temendo per sé, il Pontefice affranto e indignato, abbandonò il luogo e si rifugiò nella basilica di S. Pietro dove vi rimase chiuso in ritiro spirituale e a digiuno per due giorni, senza voler incontrare nessuno.

I tafferugli, gli eccessi dei suoi inferociti soldati contro gente inerme, anche se avevano le croci, e infine il misfatto, fecero pentire l'imperatore del contegno tenuto verso il Capo della Chiesa; il pentimento si mutò in paura, poi in terrore, quando proprio l'uomo che aveva colpito e infranto la croce fu prima assalito da una terribile febbre, e il giorno dopo, mentre il papa si era autorecluso, moriva. Il terrore di Ludovico fu il vedere in quella morte il nefasto preavviso di una punizione divina ancora maggiore.

Si affrettò a mandare la moglie Engelberga dal Pontefice, a supplicare un incontro con imperatore "pentito, affranto e sconvolto dai fatti così incresciosi". Niccolò accettò l'incontro, e si recò a far visita all'imperatore. Non sapremo mai cosa si dissero. Sappiamo solo che dopo, il Papa rientrò in Laterano; e l'imperatore depose anche lui Guntero e Titgaudo e ordinò ai due di lasciar l'Italia, e con loro Ilduino, vescovo di Kammerich, fratello di Guntero, che fu incaricato di portare una protesta scritta al Papa; ma non avendo Niccolò voluto riceverla, Ilduinò si presentò con una schiera di armati alla basilica di S. Pietro e gettò lo scritto sulla tomba dell'Apostolo. Non fu l'ultima violenza (marzo dell'864): Titgaudo esegui gli ordini del Pontefice e dell'imperatore, ma Guntero, ritiratosi a Colonia, rioccupò, contro le disposizioni del concilio di Roma, il seggio vescovile. L'atto però d'insubordinazione non fu imitato dagli altri vescovi della Lotaringia che avevano partecipato al concilio di Metz, i quali anzi fecero atto di sottomissione al Pontefice.
Questi, non contento della vittoria, mandò lettere ai vescovi della Francia nelle quali affermava la supremazia della Santa Sede sugli episcopati e si riservava il diritto di giudicare ogni questione che riguardasse la fede, la disciplina e la gerarchia; ai vescovi della Lotaringia scrisse di non essere troppo osservanti ai voleri del re; infine allo stesso Lotario fece sapere che lo avrebbe scomunicato se non rompeva il matrimonio con Valdrada e riprendeva Teutberga.

Latore di tutte queste lettere era Arsenio, vescovo di Orte, il quale il 3 agosto dell'865 conduceva a Lotario Teutberga e due giorni dopo celebrava a Gondreville la messa cui assisteva la coppia reale apparentemente riconciliata. Valdrada ebbe ordine di recarsi a Roma per giustificarsi dinanzi al Pontefice e fare penitenza, ma giunta a Pavia volle tornarsene in Lotaringia e qui la raggiunse la scomunica del Papa il 2 febbraio dell'866.

Mentre nel "teatro" di Roma terminava con tutti questi colpi di scena questa "commedia tutta familiare" con protagonisti del contrasto Lotario e Teutberga, e indirettamente il Papa e Ludovico; in quello di Costantinopoli un'altra "commedia" con altri contrasti sempre più aspri andava in "scena". Ma questa tutta a carattere religioso, ma sempre con Niccolò come ago (appuntito) della bilancia. E non mancheranno anche qui, i "colpi di scena".

In questo stesso anno 865 l'imperatore bizantino Michele III, irritato dalle decisioni di Roma dell'858 che aveva negata la validità della consacrazione e poi scomunicato il patriarca Fozio, scriveva al Pontefice una lettera violenta piena di volgari ingiurie, che però non fu lasciata senza risposta. Questa fu energica e non meno aggressiva: il Papa biasimava il contegno dei suoi legati, dimostrava essere stata arbitraria la deposizione di Ignazio e invitava Fozio e il patriarca ingiustamente deposto a presentarsi a Roma, dove un'assemblea li avrebbe giudicati.
Più energiche furono altre lettere che qualche tempo dopo Niccolò I mandava a Costantinopoli per mezzo di tre legati, partiti in compagnia dei vescovi Paolo di Populonia e Formoso di Porto, i quali si recavano in Bulgaria per costituirvi un episcopato in seguito alla richiesta del re Boris: nelle missive il Papa insisteva perché Fozio e Ignazio si presentassero a Roma; e in una diretta all'imperatore perentoriamente lo invitava a ritirare e a bruciare la lettera ingiuriosa che gli era stata mandata, minacciandolo che, in caso di rifiuto, l'avrebbe fatta bruciare lui stesso in un concilio non prima di averla letta e poi scomunicato l'autore. Queste lettere però non giunsero mai a Costantinopoli e se anche vi fossero giunte non avrebbero cambiato il corso degli avvenimenti. Perché il "colpo di scena" stava avvenendo nella stessa Costantinopoli.

A Costantinopoli la contesa stava assumendo un nuovo aspetto. Fozio -lacerando una certa politica contraria- sosteneva con ostinazione l'indipendenza della Chiesa orientale dalla Santa Sede ed accusava Niccolò I di eresia. Un concilio di vescovi, tenutosi a Costantinopoli nell'867 con l'autorizzazione dell'imperatore bizantino, Michele III, dichiarò deposto il Pontefice Romano Papa Niccolo I, e lo condannò al bando insieme con i suoi partigiani.
Nell'enciclica ai Patriarchi d'Oriente, Fozio confuta il dogma dell'origine dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio sostenendo l'origine dal solo Padre. (la cosiddetta questione del "filioque")

Perché la condanna avesse esecuzione in Italia, Fozio cercò di tirar dalla sua parte Ludovico II e gli spedì gli atti sinodali e lettere in cui astutamente offriva a lui il titolo d'imperatore e ad Engelberga quello di Augusta, ma Ludovico non si lasciò allettare dalle espressioni contenute nelle lettere e dalle promesse che gli ambasciatori, latori delle stesse, gli facevano, perché sapeva che, se avesse voluto assumere un atteggiamento decisamente ostile al Pontefice, non sarebbe stato sorretto dal clero d'Occidente.
Ludovico fu sollecitato dal Papa nell'ottobre dell'867 affinché desse la sua alta solidarietà alla Santa Sede nell'aspra lotta ingaggiata contro Fozio e lo stesso imperatore. Fu una sollecitazione superflua: pochi giorni prima (ma la notizia non era ancora giunta a Roma) Michele III avvelenato si era spento nel sonno (forse avvelenato prima in un banchetto) da una congiura di palazzo, capitanata da un ambizioso Basilio il Macedone, suo co-imperatore, il quale ovviamente era stato subito dopo proclamato imperatore.

E questo era il primo "colpo di scena". Poi arrivò il secondo: Basilio, convinto che la politica ecclesiastica del suo predecessore fosse su una brutta strada e dannosa per la sua, depose Fozio relegandolo in un convento e rimise Ignazio al patriarcato di Costantinopoli (novembre dell'867), poi -per ingraziarsi l'Occidente- inviò in Italia un'ambasciata per darne comunicazione al Pontefice e fargli atto di ossequio. Ma quando gli ambasciatori bizantini giunsero a Roma il grande Papa non era più: era morto il 13 novembre. Non riuscì ad assaporare la vittoria che era più che completa.

Con lui la Chiesa romana aveva perduto uno dei suoi più grandi campioni, il quale, approfittando dello stato di dissoluzione in cui si trovava la società civile e della necessità che aveva l'episcopato occidentale di difendersi dalla prepotenza dei Grandi, aveva saputo difendere e a far rispettare la gerarchia ecclesiastica, innalzare l'autorità della Santa Sede su quella dei re, elevare il Papato a tribunale supremo di giustizia, infine, far ritornare a Roma nei confronti di Costantinopoli il primato papale.

I suoi nove anni di pontificato furono difficili, ma lo inaugurò subito sistematicamente rivolto al consolidamento del primato del papa su tutte le chiese e dell'autorità pontificia sui potentati laici. Giovanni ad esempio, che si arrogava il diritto all'autocefalia perché si vantava di avere un lungo e prestigioso periodo esarcale - e voleva staccare la chiesa romana creando un papato ravennate. Niccolò prima lo scomunicò poi ci andò di persona a metterlo sulla retta via. Meno felici furono le relazioni con Bisanzio, ma nemmeno sopportava che un laico -Fozio- investito in pochi giorni di tutti gli ordini sacri con il favore di una corte corrotta, potesse deporre a suo piacimento e sostituirsi al Patriarca Ignazio; fare Concili; rifiutare il primato di giurisdizione della Chiesa di Roma; addirittura scomunicare il Papa; scrivere encicliche per confutare il dogma; e infine battezzare Boris di Bulgaria che ambiva al titolo di zar e voleva crearsi una propria chiesa. (Che non ci riuscì, ma da allora la Bulgaria ascoltando Fozio entrò nell'influenza della chiesa d'oriente. L'unico intervento dove Niccolò, fallì).
Per quanto riguarda le altre burrascose relazioni in Francia (Soisson), Germania (Metz), e in Italia (Ludovico), la sua autorità la impose riesumando le Pseudo-decretali o Decretali-pseudo Isidoriane (testi apocrifi volti a confermare la supremazia della chiesa di Roma sul potere dei vescovi locali).

Ma come qualcuno ha sostenuto, per Niccolò forse fu una necessità.
In soli nove anni non poteva fare di più. Anche se in soli nove anni tracciò un solco profondo.

FINE

Dopo le vicende del papato e di Niccolò I, dobbiamo ora ritornare
a quelle di Ludovico II, il re d'Italia, che che pur citato in varie occasione,
non abbiamo approfondito alcuni aspetti della sua politica,
e del suo sogno -liberare l'Italia dai saraceni ed unificarla- che voleva tradurre in realtà,
quindi dei suoi successi e delle sconfitte, fino alla sua morte
dobbiamo quindi tornare indietro e tracciare
il periodo che va dall' 850 all' 875 d.C. > > >

 

VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
RINALDO PANETTA - I Saraceni in Italia, Ed. Mursia
L.A. MURATORI - Annali d'Italia,
VITORIO GLEIJESIS - La storia di Napoli, Soc. Edit Napoletana
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
ARIES/DUBY -Dall'Impero Romano all'anno 1000 Laterza 1988 
CHATEAUBRIAND -Discorsi sopra la caduta dell'Impero Romano Pirotta MI - 1836

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vedi anche TABELLONE SINGOLI ANNI E TEMATICO

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