SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
MINIBIOGRAFIE DI PERSONAGGI

(SONO PRESENTI PIU' AMPLIAMENTE NEI VARI PERIODI DEI
"RIASSUNTI" IN "STORIA D'ITALIA")

IN ORDINE ALFABETICO

BOSELLI - FACTA - FARINI - FORTIS - NITTI -
ORLANDO - SARACCO -  SONNINO SIDNEY GIORGIO

 

BOSELLI PAOLO - (Savona 1838 - Roma 1932)

Uomo politico del centro destra.
Eletto alla Camera nel 1870 come deputato del centro-destra, nella sua lunghissima carriera politica ricoprì diversi dicasteri.
Titolare nel 1871 della prima cattedra di scienza delle finanze, presiedette nel 1916 (19 giugno) un governo di unione nazionale per fronteggiare l'emergenza della Grande Guerra. Ma si dimise dopo la disfatta di Caporetto.
Finita la guerra lo ritroviamo nei primi anni del fascismo ad essere uno dei relatori del progetto di legge per l'approvazione dei Patti Lateranensi.
Morirà all'età di 94 anni a Roma nel 1932.


FACTA GIOVANNI - (Pinerolo 1861 - id. 1930)

Politico Italiano- Rappresentante liberale ma poi ambiguo con il fascismo.
Proveniente dalle amministrazioni locali, appena trentenne, nel 1892 entrò in parlamento schierandosi con Giolitti. prima come sootodegretario nei vari gabinetti Giolitti e Fortis, poi ministro delle Finanze nel 1910-1911 nel gabinetto Luzzatti, e ancora con lo stesso incarico nel quarto governo Giolitti del 1911-1914. Avverso all'entrata in guerra dell'Italia.

Nel 1919 lo ritroviamo nel ministero della Giustizia nel governo Orlando, e nuovamente ministro delle Finanze nel quinto ministero Giolitti del 1920-1921. Poi nella crisi del 1922 assunse la presidenza del Consiglio dopo la caduta del governo Bonomi.
Incapace a contenere l'avanzata fascista, osteggiato dai popolari e dall'estrema sinistra, nel luglio dello stesso anno fu costretto alle dimissioni. Vani i tentativi di una conciliazione nazionale, e altrettanto inefficaci quelli di far ritornare Giolitti. L'ondata fascista lo travolse, ne seppe come fece Nitti, Salandra e lo stesso Giolitti a condurre delle trattative (anche se confuse, ambigue, concilianti) con Mussolini (proprio lui, Facta  che nutriva fiducia in una coalizione comprendente anche i fascisti).

O per incapacità, o per connivenza, o per i contrasti all'interno del governo, la preannunciata "Marcia su Roma" trovò prima del 27 ottobre  Facta con in mano nessun provvedimento di ordine pubblico. Solo durante la notte del 27, rispolverando un vecchio decreto del 1800 (nessuno era in grado di farne uno nè si sapeva come farlo) si decise a proclamare con quello, lo stato d'assedio, che però il Re non gli firmò.
Convocato a Roma Mussolini per formare un nuovo governo, Facta fu costretto a dare le dimissioni.

Inizia un periodo di ambiguità. Rappresentante del ceto dirigente liberale, in alleanza con questo,  molti storici affermano che  Facta  contribuì a spianare la strada a Mussolini. 
Non ci dovrebbero essere dubbi, perchè infatti lo ritroviamo subito fiancheggiatore del nuovo governo fascista; e lo stesso Mussolini due anni dopo - nel 1924- lo nomina senatore.

Alle soglie del 70 esimo anno, Facta  muore a Pinerolo, nel 1930.  


FARINI LUIGI CARLO -  (Russi 1812 - Quarto 1866)

 
Politico italiano di professione medico. 
Dopo aver partecipato ai moti del 1831 fu costretto dalla dura repressione ad emigrare per l'esilio. Rientrato nel 1848 fu ministro di Pio IX, e nel 1849 ottenne la cittadinanza piemontese. 
Deputato dal 1849 al 1865, fu ministro con D'Azeglio e stretto collaboratore di Cavour. 
Dittatore dell'Emilia nel 1859, gestì l'annessione al Piemonte. 
Capo del Governo dal 1862 al 1863, colpito da una grave malattia mentale si ritirò a vita privata.


FORTIS ALESSANDRO -  ( Forlì 1842 - Roma 1909)


Politico italiano della sinistra.
 Mazziniano, partecipò alle campagne garibaldine del Trentino nel 1866 e di Mentana nel 1867.
Deputato della sinistra nel 1880, ministro dell'agricoltura nel governo Pelloux, si dimisse dall'incarico per disaccordi con il presidente del consiglio.
Aderì così al gruppo giolittiano e fu presidente del consiglio dal 1905 al 1906. 


NITTI FRANCESCO SAVERIO - (Melfi 1868 - Roma 1953)



( vedi le pagine del primo dopoguerra - 1919 )


Uomo politico - radicale - antifascista
Democratico, grande esponente della borghesia industriale più avanzata, ma nemico delle rendita della retriva borghesia parassitaria.
Figlio della piccola borghesia provinciale, giovanissimo  entrò nel giornalismo, collaborando prima con Il mattino  di Napoli, poi con Il Corriere di Napoli.
A 20 anni, influenzato dal positivismo tedesco e dalle scienze sociali ed economiche provenienti dall'Inghilterra, nel 1888,  pubblicava un singolare saggio:  L'emigrazione italiane e il suo avvenire. 
Entra così dentro un circolo di economisti e dei primi sociologi dando vita a Rassegna settimanale.
Nel 1892 diventa professore di economia politica all'università di Napoli, dedicandosi soprattutto ai problemi economici e sociali del Mezzogiorno. Nel 1894 con Roux fonda la rivista Riforma sociale, con vivaci dibattiti con le forze più aperte del paese e soprattutto con quelle socialiste. 

Diventa un propugnatore  di un programma di intensa industrializzazione del Sud, perchè sosteneva che solo questo poteva risolvere la "questione meridionale". Non solo, ma individuò come grave ostacolo allo sviluppo del Mezzogiorno, lo squilibrio nella politica tributaria adottata dai governi nei confronti del meridione, giudicata iniqua oltre che inefficiente.
Nel 1900 pubblica  Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896;  nel 1903 dà alle stampe  Principi di scienza delle finanze;  e nel 1904 pubblica La ricchezza dell'Italia. Tutti saggi che entrano in polemica con gli ambienti del liberalismo economico sia conservatore che democratico. Fu infatti accusato di fare della "statolatria socialista".
Con le polemiche,  Nitti esordisce nello stesso anno nella vita politica diventando deputato con la lista dei radicali.
Ed è proprio lui ad essere investito subito con la direzione di una commissione parlamentare per studiare proprio il suo territorio e le condizioni dei contadini  in meridione e in Sicilia.
Con il governo Giolitti del 1911-1914 Nitti è ministro dell'Agricoltura, industria e commercio.

Dopo Caporetto, nel governo formato da Orlando diventa ministro del Tesoro (dove fra l'altro istituì il monopolio delle assicurazioni).
Alla fine della guerra, e dopo Versailles, dimessosi Orlando, nel giugno 1919 Nitti è Presidente del Consiglio in un periodo molto critico. Gli manca l'appoggio dei socialisti e quello dei cattolici. E' costretto dopo un anno (giugno 1920) a lasciare il posto a Giolitti, anche se ha fatto in tempo a smobilitare l'esercito e a far varare una amnistia per tutti i disertori.

Resta in disparte all'avvento del fascismo, ma poi al "Delitto Matteotti" lo troviamo schierato come forte oppositore al fascismo, fino al punto che è costretto a esiliarsi in Francia, svolgendovi attiva propaganda contro Mussolini.
Eppure tornato in Italia a fine guerra, sostenne che il fascismo non poteva essere considerato il solo responsabile della guerra, e fu proprio lui a battersi affinchè molti incarichi dei tecnocrati dello stato compromessi con la dittatura rimanessero ai loro posti.

Un comportamento che fu (e lo è ancora oggi) oggetto di discussioni; alcuni rimproverano a Nitti di essere rimasto alla sua vecchia impostazione tecnocratica e fuori dalla realtà della nuova Europa, mentre altri affermano che fu -nonostante fosse ultrasettantenne- un realista e che l'Italia non poteva permettersi di sostituire l'intera burocrazia, l'intera classe dirigente, la magistratura, e i vari incarichi dello stato. Questo errore lo aveva già commesso Lenin all'indomani della Rivoluzione d'Ottobre in Russia, e non doveva commetterlo anche l'Italia, pena l'anarchia e lo sfascio totale.
Fu insomma coerente con la Prima  (l'amnistia a tutti) e con la Seconda guerra mondiale.

Nel 1945 al rientro in Italia con altri aveva fondato l'unione democratica nazionale, nella quale fu eletto l'anno dopo all'Assemblea costituente insieme a Orlando, Croce e Bonomi, e nel 1948 capeggiò il Blocco nazionale, vano tentativo di tracciare una "terza via" tra il blocco democratico e quello socialcomunista.

Francesco Saverio Nitti si spense a Roma nel 1953 a 85 anni.


ORLANDO VITTORIO EMANUELE - (Palermo 1860 - Roma 1952)


Uomo Politico di tendenza liberale: poi di destra; poi fascista, poi antifascista, poi di sinistra

Insigne giurista, fu ministro della Pubblica Istruzione, di Grazia e giustizia e dell'Interno.

Già a 22 anni ottenne l'incarico di diritto costituzionale all'Università di Palermo. Nel 1901 dopo approfonditi studi ottenne la cattedra di diritto pubblico interno e poi di diritto costituzionale dell'università di Roma.
Eletto deputato nel 1897, Orlando si schierò con il gruppo di Zanardelli e Giolitti.
Ministro della P.I dal 1903 al 1905, e di Grazia e giustizia nel 1907-1909, fu un sostenitore di incontri della maggioranza giolittiana con i cattolici.

Dopo la crisi giolittiana, Orlando si spostò a destra con Salandra occupando sempre il dicastero di Grazia e giustizia dal 1914 al 1916, schierandosi a favore di un intervento dell'Italia nel grande conflitto.
Ministro dell'interno durante il breve governo di Boselli nel 1916, con le dimissioni di questi dopo Caporetto, il 29 ottobre 1917 Orlando è lui il nuovo presidente del consiglio. Quello che sprona alla vittoria, ma è anche quello che impose la sostituzione di Cadorna.

Alla fine del conflitto è ancora lui il protagonista -assieme a Sonnino- del poco felice esito alla riunione di Versailles. Lui ad abbandonare per protesta la Conferenza di Pace dopo le inutili rivendicazioni italiane (Dalmazia e Fiume) fatte all'intransigente Wilson.

Dimessosi da presidente del consiglio nel giugno del 1919, nella crisi del dopoguerra la sua linea è piuttosto contraddittoria. Non solo entra nel 1924 dentro il grande listone mussoliniano, ma con il suo prestigio di costituzionalista, avalla la famosa Legge Acerbo. Ma l'anno dopo, nel 1925, diventa un ostinato antifascista, fino al punto che nel 1931 non giura fedeltà al regime come deputato ed è costretto anche a lasciare la cattedra.

Molto vecchio (a 86 anni) riappare alla fine della guerra e torna alla politica (Fu deputato alla Costituente del 1946 e senatore di diritto dal 1948) schierandosi su posizioni liberali, ma poi converge a sinistra ed attacca i governi democristiani del dopoguerra fino al 1952, cioè fino all'anno della sua morte avvenuta a Roma.


SARACCO GIUSEPPE - (Bistagno 1821 - id. 1907)

Politico piemontese. Dal 1851 fu deputato del centrosinistra al parlamento sardo.
Dal 1865 senatore del regno d'Italia.
Ministro dei Lavori pubblici nei gabinetti Depretis e Crispi (1887-1889 e 1893-1896), fu poi presidente del senato nel 1898, capo del governo nel 1900-1901 e ancora alla guida del senato fino al 1904.


SONNINO SIDNEY GIORGIO - (Pisa 1847 - Roma 1922)

all'interno del motore di ricerca del sito
http://cronologia.leonardo.it/ricerca_web/index.html

lo trovate citato in 90 link-pagine diverse

Uomo politico.  Figlio di un ricco israelita toscano e di madre scozzese.
Laureatosi in legge a Pisa nel 1865, esercitò per un paio d'anni poi nel 1867 entrò nella carriera diplomatica con continui viaggi nelle varie capitali europee.
Nel 1873 i suoi interessi si spostarono sull'agricoltura. Lasciata la diplomazia pubblicò importanti saggi: nel 1874 La mezzeria in Toscana, e nel 1877 (assieme a Franchetti) diede alle stampe La Sicilia nel 1876: un'ampia inchiesta sul Mezzogiorno sullo sfruttamento dei contadini da parte dei latifondisti isolani, ma anche per il grande disinteresse che dimostravano verso la propria terra spesso lasciata incoltivata. Si chiedeva l'intervento dello Stato per stabilire dei meno vessatori contratti con i coloni, cui Sonnino voleva estendere anche il suffragio universale.
Eletto deputato nel 1880, divenne ministro del Tesoro nel primo ministero Crispi. (gennaio-marzo 1889). Poi Ministro delle Finanze e Tesoro, e poi solo quello del Tesoro dal dicembre 1893 al marzo 1896.
Con queste funzioni fu il fautore di rigide economie, e per le stesse ragioni contrario alle avventure africane.
Porto ben presto il risanamento del bilancio ma con provvedimenti impopolari: l'aumento del dazio doganale sul grano, ritenute di ricchezza mobile, controllo dello stato sull'emissione di moneta, rafforzando il ruolo della Banca d'Italia pur organizzando altri numerosi istituti di credito.

Dopo il ritiro di Crispi (1897) divenne capo dell'opposizione costituzionale. Sostenne:  a) l'abbandono del governo parlamentare; b) un ritorno allo Statuto Albertino; c) restaurazione dei poteri in mano al sovrano; d) ministri unicamente responsabili davanti al re.
Non mancarono -per salvare ad ogni costo lo stato liberale- duri attacchi contro i socialisti e contro i cattolici intransigenti. Ma dopo le elezioni del 1900 con una netta vittoria della sinistra, Sonnino molto realista prese atto della nuova situazione politica, pur rimanendo leader dell'opposizione liberal-conservatrice. Per dieci anni (con una brevissima esperienza di due governi di transizione nell'era giolittiana - 1906 e 1909) la sua azione di oppositore fu poco incisiva nel panorama parlamentare.
Sonnino torna alla ribalta allo scoppio della Grande Guerra. Succedette a San Giuliana - nel governo Salandra- come ministro degli esteri nei difficili mesi della neutralità dell'Italia.
Fu proprio Sonnino a iniziare le trattative con gli Austro-Ungarici per la restituzione all'Italia di Trento e Trieste. Fallite queste, nel marzo 1915 iniziò altre trattative con gli Inglesi, e il 26 aprile 1915 firmò (l'ambiguo e con alcune dimenticanze)  Patto di Londra, che con le promesse spartizioni convinse l'Italia a schierarsi contro la ex alleata Austria. 
Sull'intervento dell'Italia, Sonnino era molto ottimista; credeva a una guerra di brevissima durata, oltre ad essere intransigente su una intesa italo-iugoslava  respingendo così alcuni obiettivi dell'Italia sull'espansione in Turchia e in Africa.

Alla fine della guerra, Sonnino con Orlando fu presente alla burrascosa trattative di Parigi. Qui inutilmente chiese l'applicazione del Patto di Londra, che però a Versailles fu del tutto ignorato da Wilson ("I patti sono stati fatti con gli Usa assenti, e sono gli Usa che hanno vinto in Europa!").
Lasciato nel 1919 il ministero degli esteri, alla caduta del governo Orlando, nel settembre del 1919 Sonnino rinunciò anche al mandato parlamentare (e anche a quello di senatore) per ritirarsi a vita privata. 
Giorgio Sonnino visse ancora per tre anni poi si spense a Roma nel 1922.


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