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HENRI BERGSON

Henri Bergson, filosofo francese, è autore di una teoria dell'evoluzione fondata sulla dimensione spirituale della vita umana che esercitò una profonda influenza su molte discipline.

Henri Bergson nacque a Parigi nel 1859 da una famiglia appartenente a quell'ambiente ebraico di commercianti e banchieri che si era completamente inserito nella società francese. Dopo il compimento degli studi superiori si iscrisse all'école Normale di Parigi, dove si laureò in filosofia e matematica. Si interessò attivamente alle scienze e in particolare alla matematica e alla fisica, che coniuga con la filosofia della scienza e la riflessione sul problema del tempo. Insegnò nei licei dal 1881 al 1898, anno in cui divenne professore all'école Normale Supérieure; due anni dopo fu nominato professore di filosofia al Collège de France.

Nel frattempo venne pubblicata la sua tesi di dottorato, Saggio sui dati immediati della coscienza (1889; trad. it. 1986), nella quale Bergson critica l'applicazione alla coscienza di una concezione del tempo deterministica e positivistica. Solo la "durata" intesa come sequenza di momenti qualitativamente connessi tra loro e non quantificabili, è in grado di cogliere l'io nella sua interezza.

Nelle opere successive analizzò:
il rapporto tra mente e corpo (Materia e memoria, 1896; trad. it. 1986) le regole sulle quali si fondano la commedia e il meccanismo del riso (Il riso, 1900; trad. it. 1971) il problema dell'esistenza umana all'interno dell'evoluzione intesa come energia pura, élan vital, forza vitale libera da implicazioni finalistiche o deterministe (L'evoluzione creatrice, 1907).

Nel 1914 Bergson divenne membro dell'Accademia di Francia e nel 1921 si dimise dall'incarico presso il Collège de France per occuparsi di affari esteri, di politica e di problemi morali e religiosi; si convertì al cattolicesimo ma rifiutò il battesimo per non tradire la sua origine ebraica al tempo della persecuzione. Negli ultimi vent'anni della propria vita pubblicò unicamente Le due fonti della morale e della religione (1932; trad. it. 1979), in cui estese le sue concezioni alla morale, alla religione e alla società. Nel 1927 fu insignito del premio Nobel per la letteratura. Morì a Parigi nel 1941.

Il pensiero

Bergson contrappose alla concezione razionalistica del Positivismo una visione della conoscenza e della vita fondata su diversi livelli dello spirito e su diversi piani conoscitivi. All'apice di questi livelli non è l'intelligenza, che ci offre soltanto rappresentazioni superficiali, convenzionali, utili ma non corrispondenti alla realtà delle cose; la vera attività conoscitiva è l'intuizione, che ci permette di cogliere l'essenza del reale, della natura come del nostro Io. La vera realtà della natura e dello spirito non può essere colta attraverso le artificiose schematizzazioni delle scienze ma deve essere appresa intuitivamente nel suo divenire, nel suo flusso ininterrotto.

Al concetto di tempo "spazializzato" della scienza, artificialmente diviso in momenti distinti, egli contrappose il tempo come durata, come flusso ininterrotto, come processo che non può essere quantificato ma soltanto vissuto dalla spirito. Così tutta la vita viene interpretata come evoluzione continua, come proiezione della realtà e dello spirito verso forme sempre nuove, in una perenne attività creativa.

E' la coscienza, attraverso la sua capacità di conservare nella memoria gli oggetti e poi di giustapporli in una successione ordinata, che crea il tempo omogeneo. [...] ogni termine assume per la nostra coscienza un duplice aspetto: uno sempre identico a se stesso, poiché pensiamo all'identità dell'oggetto esterno, l'altro specifico, perché l'addizione di questo termine dà luogo a una nuova organizzazione dell'insieme. [...] distinguiamo due forme di molteplicità, due valutazioni molto diverse della durata, due aspetti della vita cosciente [...] l'uno netto, preciso, ma impersonale; l'altro confuso, infinitamente mobile e inesprimibile, poiché il linguaggio non potrebbe coglierlo senza fissarne la mobilità, e nemmeno adattarlo alla sua forma banale senza farlo cadere nel dominio comune.

 


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