SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIUSEPPE BOTTAI

il "PRIMATO" di un fascista critico

(vedi anche le pagine del periodo fascista in STORIA D'ITALIA )

vedi in fondo la biografia e per approfondimenti il libro qui sopra edito dalla Garzanti

di Franco Spicciariello

Il "più fascista dei fascisti", lo zelante attuatore delle leggi razziali nella scuola e nell'università italiana, il mussoliniano dedito ciecamente al capo, oppure: il gerarca che sognava la libertà, colui che avrebbe voluto portare l'intelligenza nel Fascismo e il Fascismo alla liberalizzazione, l'intellettuale del regime, il vate della cultura italiana del Ventennio. 
Dov'è la verità? 

Probabilmente è esattamente nel mezzo come del resto si addice ad un uomo dalla personalità controversa quale il già Governatore di Roma, Ministro dell'Educazione Nazionale e Ministro della Corporazioni Giuseppe Bottai. 
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(Ndr. Francomputer)
Figlio di un commerciante di vini toscano e di una madre ligure, Giuseppe Bottai nasce a Roma nel 1895. Il padre, Luigi è ateo e repubblicano; quando il figlio giovanissimo entra nelle file del fascismo non ne fu per nulla contento, subito e anche dopo, quando Giuseppe farà carriera, non salirà mai su quell'automobile ministeriale che portava lo stemma sabaudo che odiava, come odiava il Re.

La famiglia Bottai  abitava in un quartiere periferico di Roma. Giuseppe vi trascorre la giovinezza e vi termina le scuole fino alla maturità. Estroverso di carattere, si appassiona e si dedica a letture umanistiche; poi si iscrive a Giurisprudenza e ha subito un'altra passione: il giornalismo.

Nel 1915, ha vent'anni. E' scoppiata la guerra. Parte volontario scegliendo non un qualsiasi reparto ma quello degli Arditi. E' un intellettuale "interventista", "un belligerante che vuol vivere le radiose giornate di maggio". Al ritorno frequentando proprio questo ambiente entra nella corrente di Marinetti, collaborando e scrivendo qualche articolo su Roma futurista.

Nel 1919 incontrando Mussolini per la prima volta ne ricava una forte impressione.
Nel suo diario pubblicato nel 1949, scriverà: "...mi colpì la singolarità dei suoi modi. Non so quale grandezza, non fisica soltanto di quelle membra; una vitalità non contenuta, che imprimeva ai suoi gesti più semplici e ordinari...un'ampiezza smisurata". (...) Mi incontrai e la mia vita fu decisa con quella di una intera generazione"

Come tanti italiani, in quel movimento ancora così confuso,  i molti scontenti reduci dalla guerra hanno trovato il loro uomo, il loro capo in Mussolini. Bottai -intellettuale, poeta, giornalista, reduce, ex ardito, è tra i fondatori del Fascio romano. Uno dei più zelanti, con tante idee e anche uno dei più giovani del partito. E sono suoi alcuni articoli molto cerebrali sul Popolo d'Italia. Alle elezioni politiche è il candidato numero uno del fascismo nel "blocco" che si presenta a Roma. Bottai ottiene un exploit, viene eletto deputato con quasi centomila preferenze. Ma come il suo collega e coetaneo DINO GRANDI a Bologna,  è un precoce, ha solo 26 anni, e la sua nomina viene invalidata per la troppa giovane età.. Ma come farà Grandi, non se la prende, né smette per questo a dare vita alle organizzazioni.  Già leader dello squadrismo romano crea l'VIII Zona.

Quando si svolge la Marcia su Roma, lui si piazza a Tivoli con le sue colonne formate nel Lazio, nelle Marche e in Abruzzo; poi marciò sulla capitale causando nel "quartiere rosso" San Lorenzo con alcuni squadristi scalmanati un putiferio, scatenando una sparatoria con un bilancio di 13 morti.
Quando Mussolini scende a Roma per incontrarsi con il Re, nelle immagini del tempo, Bottai gli è accanto, elegante come il suo capo, in bombetta; entrambi hanno smesso le divise dello squadrismo o degli arditi. Bottai - non così ITALO BALBODINO GRANDI, Farinacci e tanti altri- inizia a fare  il "revisionista", il "normalizzatore", insiste su una "legalità fascista", su un "liberalfascismo"; odia gli estremisti, e detesta i vari "Farinacci".

Preso il potere, Mussolini anche lui vuole metter fine al "rassismo", al rozzo "fascismo provinciale" (vedi la battaglia sul Patto Rosso, quasi una scissione). Bottai gli viene utile, come gli è utile Massimo Rocca (ex anarchico diventato "legalitario"), così la "conversione" di Grandi, che smette di fare il "Rivoluzionario", il "Ribelle" scrive anche lui sul Popolo: "... la riforma del Fascismo, è una necessità doverosa ed urgente per tutti noi, ed è quella di inserire il Fascismo...nel corso della concreta realtà storica italiana". Il Grandi "rivoluzionario", il Grandi "ribelle" non esiste più. Mussolini sorpreso lo mette perfino alla prova: lo manda a "moderare" proprio i suoi rivoluzionari in Romagna.

BOTTAI senza mascherarsi da liberale, perché liberale forse lo era veramente, inizia la sua opera; e da vero intellettuale cerca di mettere un po' d'ordine in quel calderone di idee, aspettative e contributi venuti da ogni parte. C'era l'esigenza della sistemazione teorica del fascismo; la definizione dell'identità e della prospettiva ideologica (* su questa, vedi poi a fondo pagina); infine la necessità di formare una nuova classe dirigente. Il partito non doveva essere una accozzaglia. Lui così fine, distinto, modi da aristocratico, con il suo parlare posato, dai toni bassi, dall'aria assorta, con una grande cultura, era completamente diverso dai suoi colleghi, urlanti, parolai, gesticolanti, arroganti o macchiette come ACHILLE STARACE

Questo voler costruire un partito d'èlite, anche se non intende Bottai escludere il dibattito costruttivo per procedere a questa trasformazione del partito, della società e degli individui, a molti gerarchi intransigenti non piace, né gli esprimano molta simpatia. Ma lui non scende fisicamente in campo, da vero intellettuale nel '23  crea con MASSIMO ROCCA una corrente propria che ha un suo organo di stampa: Critica fascista. La volontà è chiara: una "critica al fascismo", per costruire il "fascismo". Nel '24 in una conferenza cerca di definire a cosa mira con queste parole: "movimento di reazione critica alla mentalità ed ai principii della rivoluzione francese". Cita Hegel, Sorel, Oriani, Corradini e lo "Stato etico" di Gentile.
Bottai voleva insomma organizzare uno stato nuovo, più duttile e moderno.

Ma questo infastidisce gli estremisti, fino al punto che formandosi una fronda, convincono Mussolini nel maggio del 1924 a buttar fuori dal partito i due. Rocca non scende a patti e non lo sentiremo più. Mentre Bottai rientra nei ranghi sottomettendosi.

Alcuni dicono per opportunismo, ma Bottai  in quel momento era (senza il forse) la mente migliore del fascismo e non aveva bisogno di assumere questo atteggiamento. Dobbiamo quindi dar credito ad altri che affermano che Bottai rimase scendendo a compromessi perchè era convinto che era  meglio stare dentro e agire all'interno del sistema per migliorarlo piuttosto che uscirne. Lui al fascismo ci credeva proprio.

Convinto sostenitore del corporativismo, nel quale vede la possibilità di una mediazione dei conflitti di classe e una pacificazione sociale è nominato prima sottosegretario (1926-29) e poi ministro (1929-32) delle corporazioni attuando l'ordinamento corporativo dello stato fascista, la Carta del Lavoro (21 aprile 1927) da lui elaborata. 
(Con un Mussolini entusiasta: vedi DISCORSO DELLE CORPORAZIONI)

Ma la fronda vigilava e il tutto si chiuse  con un sostanziale fallimento. Bottai fu mandato a fare il presidente della Previdenza Sociale (1932-35). Sostituì poi De Vecchi l'anno dopo (22 novembre 1936) al Ministero dell'Educazione, dove rimase fino al 5 febbraio 1943. Profondendovi un attivismo innovatore, come la riforma della scuola media inferiore, non sottraendosi però alle direttive di regime (la fascistizzazione della scuola), come indicano anche i provvedimenti razziali in materia scolastica (esclusione dei cittadini di razza ebraica dall'insegnamento e gli alunni dalla frequenza nelle scuole statali).

(Ndr. Francomputer)

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(di Franco Spicciariello)

 Per comprendere meglio la parabola della sua vita e della sua opera è bene andare ad analizzare le riviste da lui dirette, le quali sono specchio della sua storia e del suo pensiero. Furono molte, ma due si elevarono su tutte, per lo spessore e l'influenza culturale che ebbero: Critica fascista e Primato. Quando nel 1923 fondò "Critica fascista / Rivista quindicinale del Fascismo" Bottai aveva appena ventotto anni. Mussolini era Presidente del Consiglio da sette mesi.
 
In quel periodo Bottai attraversava un periodo di profonda delusione per le vicende interne al Partito Fascista, delusione che lo aveva portato addirittura a meditare di uscire dal Partito stesso. Ripresosi, diede vita alla rivista che voleva essere indicatrice di una strada concreta di azione politica assumendo una posizione revisionista nei confronti della ideologia ufficiale del Regime, posizione però presto saltata nello scontro con la rozzezza politica di uomini come Farinacci, anche se inizialmente la rivista fu ben accolta dal Duce in persona, addirittura con una lettera pubblicata sul secondo numero del giornale. All'inizio Bottai diede spazio ad intellettuali anche di estrazione opposta alla sua, quali ad esempio don Romolo Murri e giovani come Guido Carli, Valerio Zincone ed altri (che poi erano gli animatori dei Littoriali della Cultura e dell'Arte di cui proprio Bottai era patrocinatore), giovani ai quali egli sempre sarebbe stato attento nel progetto del loro inserimento nella realtà del Partito. 

"A parte quindi piccole variazioni dovute alla situazione politica del momento, la formula di Critica fascista rimase quasi sempre invariata affrontando, senza preclusioni per contenuti e critica, i problemi socio-economici dell'epoca, in particolare quelli riguardanti la teoria corporativa della quale Bottai era acceso sostenitore, ma anche dibattiti su argomenti giuridici e di tecnica dell'amministrazione nella quale era uno dei pochi competenti del regime (cfr. S. Cassese, "G. Bottai, un programmatore degli anni '30", Politica del diritto, 1970, n°3, pp.404-447)

Ancor più di Critica fascista, grosso impatto culturale ebbe "Primato / Lettere e Arti d'Italia", rivista da lui fondata nel Marzo del 1940 e che andò avanti per 84 numeri, sino al fatale Luglio 1943, cioè negli anni più bui del Regime che si stava avviando verso la fine. Quella di Primato fu per lui l'avventura più stimolante ed affascinante dal punto di vista intellettuale. Da tempo era sempre più critico nei confronti del Regime per ciò che era ormai diventato, per la sua burocratizzazione che lo aveva reso sordo alla voce del popolo e che ormai pretendeva di risolvere tutto nella formula "Mussolini ha sempre ragione"; per la sua innaturale alleanza con la Germania nazional-socialista e per le conseguenti leggi razziali che niente avevano a che fare con la civiltà italiana.
 
In quel clima, che necessitava di una fronda se non di una critica, anche profonda, che facesse da stimolo per un rinnovamento o che quantomeno servisse a salvare ciò che di buono c'era nel Fascismo, prende il via l'avventura di Primato, rivista che potè vantare nelle sue file il meglio della cultura dell'epoca, in gran parte poi passata nel campo antifascista. Uomini di grande respiro culturale come Nicola Abbagnano, Michelangelo Antonioni, Giulio Carlo Argan, Dino Buzzati, Carlo Emilio Gadda, Leo Longanesi, Eugenio Montale, Indro Montanelli, Cesare Pavese, Giaime Pintor, Vasco Pratolini, Salvatore Quasimodo, Luigi Salvatorelli, Emilio Sereni, Giuseppe Ungaretti, e potremmo andare avanti ancora a lungo.
 
Andando a dare una sguardo ai vari numeri della rivista si possono trovare delle vere chicche: Giaime Pintor che recensisce positivamente un romanzo di Ernst Junger, scrittore che ancora nel 1995 in occasione del suo centesimo compleanno venne bollato da certa intellighentsia come nazista (ne era stato sì il fautore all'inizio, ma dimenticarono che dopo entrò nella fronda antihitleriana - Ndr.); Ernesto Sestan, lo storico che nel 1976 avrebbe scritto sull'"Unità": "...votando comunista daremo ali alla speranza..." (di chi?), dedicava un articolo al processo di unificazione tedesca in parallelo col Risorgimento italiano (stravagante paragone storico di moda in quel periodo); c'era Renato Guttuso che raccontava della Mostra degli Squadristri e così via su questo livello. 

Certo che leggendo tutti questi nomi a molti è venuto il dubbio sulla reale esistenza di un "totalitarismo" fascista, persino ad un'antifascista sempre con la penna calda quale Giorgio Bocca (il quale anche lui scrisse qualche articolino su altri giornali fascisti, valga quale esempio una recensione dei [falsi] Protocolli dei Savi di Sion, documento emblema dell'antisemitismo di questo secolo...
("Protocolli" che attribuisce agli ebrei la responsabilità, di volta in volta, o per l’avvento del capitalismo, o del comunismo, o entrambi (bolscevismo=ebrei,  vedi Hitler); la stessa visione  che fa ancora capolino nelle campagne "anti-mondialiste" della moderna destra politica. Ndr.).

Regime quello fascista che certamente fu autoritario ed anche violento ma non certo paragonabile ai totalitarismi nazista e comunista. La parabola di Primato ebbe termine con la lunga notte del 25 luglio del '43 e l'adesione decisiva di Bottai all'ordine del giorno Grandi. Con Primato terminò anche il tentativo di Bottai di dare vita ad un post-mussolinismo, per il quale la rivista doveva essere laboratorio culturale, tentativo del quale si trova conferma in una sua corrispondenza con Mons. De Luca. Bottai puntava ad una futura alleanza fra il fascismo moderato e modernizzatore con settori e gruppi della società italiana, in particolare cattolici, staccatisi dal fascismo mussoliniano. 

Dopo la guerra Bottai diresse un'altra rivista, "Abc" molto tagliente nei confronti dei vizi già evidenti della Repubblica nata da poco e dei suoi intellettuali. Da questa traiamo una frase di Bottai stesso che mette a nudo le "qualità" di una certa èlite della cultura italiana contemporanea: "Gli intellettuali italiani avrebbero potuto portare un contributo all'educazione politica dei loro compatrioti... visto che non lo fanno loro, bisognerà che un giorno un politico, che con essi abbia avuto qualche commercio, dica dell'incapacità della società letteraria, o più genericamente artistica, italiana a fondersi nella più ampia società civile, a circolarvi con disinvoltura, a esercitarvi il suo officio e, quasi per istinto di difesa, del suo gettarsi in politica agli estremi: talché ai fascistissimi di ieri corrispondono i democraticissimi di oggi. Con la stessa mancanza di serietà." (cfr. Abc, n°10, ottobre 1954).
(di Franco Spicciariello)

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(Ndr. Francomputer)

(* ) Sulla ideologia fascista, sulla cultura sistematica del fascismo, oltre che Bottai, nè Mussolini nè Gentile, sembravano sapere esattamente che cos'era il fascismo dal punto di vista dottrinario.
(il 23 marzo del 1921, Mussolini ne aveva parlato, ma era quello del 1921!, un discorso di mobilitazione; già diverso da quello precedente nazionalistico-social rivoluzionario dei Fasci di Combattimento ("noi abbiamo fatto la guerra i RICCHI no, quindi i RICCHI che paghino!") e molto diverso da quello in seguito fatto sulle corporazioni (link già citato sopra) che è invece un patto con i "RICCHI" produttori. 

Fu creato a Milano nel 1931 l'Istituto di Mistica Fascista. Scopo dell'istituto era contribuire all'elaborazione dell'ideologia fascista. Ma non riuscì mai a decollare. L'attività fu scarsa e di bassa levatura.  Salvatorelli scrive  "L'Istituto organizzò qualche conferenza, pubblicò qualche opuscolo, ma era tutto ispirato a un dilettantesco spiritualismo".

Un nuovo tentativo fu fatto istituendo una cattedra di Storia e dottrina del fascismo" all'Università di Perugia, con la nuova facoltà di scienze politiche; ma non essendo obbligatorio l'esame, furono pochi gli studenti che seguirono il corso. Il ruolo di questa cattedra rimase simile a quello delle università popolari. Quindi nessuno approfondì cos'era il fascismo scientificamente.
Ma un Istituto Nazionale Fascista di Cultura, c'era già, e lo aveva fondato lo stesso Mussolini nel 1925, affidandolo al filosofo ufficiale del regime GIOVANNI GENTILE, che avrebbe dovuto spiegare ai nuovi funzionari di partito il "verbo". Ma poi Gentile andò fuori dal "seminato" tentando di giustificare il fascismo collegandolo al Risorgimento. Nei capoluoghi di provincia ne nacquero 88 di questi istituti, 76 nelle città minori. Ma anche questi rimasero sempre di bassa levatura e la frequenza anche questa fu solo popolare. Contributi importanti su cos'era il fascismo da questi istituti non ne uscì mai uno.
Del resto nè Mussolini e neppure Gentile -come abbiamo detto all'inizio- sembravano sapere esattamente che cos'era il fascismo dal punto di vista dottrinario.
La testimonianza ci viene - leggendo la prima edizione 1925- dalla Enciclopedia Treccani.

Nel redigere la colossale e prestigiosa opera editoriale - quando si arrivò alla voce Fascismo, l'Istituto Treccani,  pensò di affidarne (e chi meglio di lui che era il depositario della verità!) la compilazione allo stesso Mussolini; che accettò ma non si fece più sentire. Intanto l'enciclopedia fu completata, già quasi pronta per la stampa, ma senza la voce Fascismo. In una riunione di vertici si corse ai ripari, fu infine affidato il compito a Gentile, capo del già accennato sopra Istituto Nazionale Fascista di Cultura, che mettendosi subito al lavoro si avvalse anche del migliore storico, Volpe. Insieme terminarono la voce.
 Si era pronti per la stampa, già tutto impaginata l'opera, quando arrivò anche la voce scritta da Mussolini. Con un disinvolto  stratagemma si riuscì a inserire la sua voce, ma rimase la definizione data dal Gentile un po' diversa anche se concordavano su una cosa.

Il fascismo dal punto di vista dottrinario per Mussolini  era volto a mettere insieme una sorta di teoria che potesse sorreggere, sul piano ideologico, l'attivismo pragmatico e spesso un po' improvvisato del governo fascista, quindi con molto cammino da fare.
Mentre Gentile sosteneva  che il fascismo poteva contribuire a creare una nuova civiltà o almeno un nuovo tipo di italiano; e Mussolini dovette restare affascinato da questa intuizione.
Ma poiché entrambi concordavano nel ritenere che il fascismo non era né una filosofia né un dogma ma una  "rivoluzione continua" della nazione, erano entrambi alla ricerca di qualche approfondimento che consentisse di dare un minimo di sistematicità a questa cultura del fascismo e allo stato fascista. Insomma nel 1925 il fascismo non era stato ancora ben spiegato per chi voleva sapere che cos'era. E neppure dopo. Mussolini il 12 febbraio del 1944 improvvisamente torna a parlare di "SOCIALIZZAZIONE" e firma un decreto (vedi).

Quando Bottai esce deluso dalle sue esperienze ministeriali (dopo l'affossamento del sistema corporativo) torna a privilegiare l'attività culturale e formativa dedicandosi ai giovani. Vuole - e gli sta a cuore, formare una nuova classe dirigente del fascismo.
Giovani intraprendenti su posizioni di "sinistra" del fascismo, ne trova e questi partecipano volentieri al dibattito politico-culturale esercitando perfino un'azione di stimolo fondando una rivista, modesta tuttavia significativa di certi fermenti che si agitano in questo periodo.
A Firenze appare  tra il 1931 e il 1935, la rivista Universale, diretta da Berto Ricci con alcuni collaboratori: Bilenchi, Pelizzi, e il poco più che ventenne INDRO MONTANELLI.
Ciò che caratterizza la ideologia di questo gruppo, e si rispecchia nel nome stesso della rivista, è il superamento del nazionalismo, a favore di una concezione che sostiene l' "universalità" del Fascismo.

Altra rivista molto simile, a orientamento "rivoluzionario" del movimento giovanile toscano Il Bargello, della federazione fascista fiorentina, con a capo ALESSANDRO PAVOLINI.
(anche lui come Bottai colto, intelligente e raffinato gerarca, che però finì tragicamente la sua contraddittoria avventura a Dongo). La rivista si fa portavoce dell'indirizzo intransigente del fascismo toscano, conducendo un'aspra polemica antiborghese e antiliberale ed esaltando la vocazione "imperiale" del regime (dunque statalista).

E' significativo che molti di questi giovani della "sinistra" fascista finiranno col rivoltarsi contro il fascismo, col militare -alcuni di loro- nelle file della Resistenza, o comunque a dar vita nel dopoguerra ad un'intensa attività di promozione politico-culturale nelle file della sinistra socialista e comunista.
All'ombra del mecenate Bottai si era dunque formata una cultura antifascista (o meglio antimussoliniana), con molti personaggi che ritroveremo in primo piano negli ambienti letterari e artistici: Quasimodo, Gatto, Pratolini, Guttuso, Carrà, Ungaretti, Casorati, Manzù, De Pisis, Mafai,  Cassinari, Sassu, Treccani, e tanti altri (che con una apposita legge, permise a molti di accedere all'insegnamento senza laurea e senza concorso).



Quando poi nel 1940 fonda il Primato, Bottai è ancora più spregiudicato; collaborano tra gli altri (oltre quelli citati sopra) con una libertà mai concessa fino ad allora, personaggi come Vecchietti, Gadda, Pintor, Spini, Salvatorelli, Alicata, Paci, Abbagnano, Argan, Montale, Pavese, Zavattini, Biagi, Brancati, Montanelli, Bacchelli, Buzzati.
Alcuni storici affermano che Bottai, prevedendo una caduta di Mussolini, intendeva crearsi una base di consenso (forse). Altri invece sostengono che agiva così per impedire la diaspora degli intellettuali dal fascismo offrendo loro il volto e l'illusione di un fascismo "diverso".
Ma infatti il "suo" era "diverso" (e senza forse).

Il 25 luglio quando sarà tra i promotori dell'ordine del giorno di Grandi -come scrive nelle pagine del suo diario - il suo  "...fu un giorno molto sofferto".

Ma ancora più sofferto perché drammatico, fu poi l'8 settembre, per sottrarsi al processo dei "suoi amici" e per evitare dagli stessi una pallottola nella schiena a Verona. Lui così fine, elegante, distinto, modi da aristocratico, con il suo parlare posato, dai toni bassi, dall'aria assorta, meditabondo, amante della grande cultura, dell'arte, delle letture umanistiche, così completamente diverso dai suoi colleghi, urlanti, parolai, gesticolanti, arroganti, cosa fa dopo l'8 settembre? 
Mentre molti suoi colleghi rinnegano tutto e telefonano a Badoglio per collaborare,  e mentre altri suoi colleghi acciaisti seguono Mussolini nell'ultima sua avventura (alcuni fino alla morte) lui si arruola alla Legione Straniera e va a combattere i tedeschi, ma non gli italiani, nè da una parte né dall'altra.

Resta un grande neo; quello sulle leggi razziali. Che è un discorso lungo da farsi, oltre che difficile da comprendere vista la complessa natura di quest'uomo dalla personalità così controversa.. 
Ma non c'era solo il suo nome in quel manifesto... 
(vedi MANIFESTO DEGLI SCIENZIATI RAZZISTI)
... ma c'era quello di Badoglio, Gedda, Padre Gemelli, Murri, tanti nomi famosi, e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, che "per grazia di Dio e volontà della nazione" aveva firmato quel Regio Decreto (vedi nel link citato sopra) e che si dimenticò perfino di abrogarlo dopo il 25 luglio e dopo l'8 settembre.
EPPURE BADOGLIO E IL RE ERANO ITALIANI NON NAZISTI.

Infine per Bottai l'ultima beffa: condannato a morte in contumacia a Verona, finita poi  la guerra,  l'Alta Corte di Giustizia (!)  lo condannò all'ergastolo.
(sembra la "storia simbolo" di quel Franco milanese)
Poi,  con l'aria che tirava ("di finire a tarallucci e vino", con il "tutti colpevoli, quindi tutti innocenti") nel 1947 fu amnistiato:
Tornò in Italia dedicandosi al giornalismo. Nel 1949, scrisse un libro di memorie Vent'anni e un giorno. Dieci anni dopo, nel 1959 moriva a Roma. 
(Ndr. Francomputer)

Bibliografia
A. Petacco, Storia del Fascismo
R. De Felice, Storia del Fascismo

Questa invece la "scheda" di Giuseppe Bottai nel volume
"LA NAZIONE OPERANTE" del 1928
( i 2000 fedelissimi di Mussolini )

PER UN BUON APPROFONDIMENTO IL LIBRO DELLA GARZANTI

" DIARIO 1944 - 1948" Rizzoli - Collana: Storica - 652 pagine
Introduzione di Giordano Bruno Guerri
Nota biografica
Opere di Giuseppe Bottai:
DIARIO 20 gennaio 1944-22 agosto 1944 LETTERE 24 agosto 1944-30 ottobre 1945 DIARIO 2 novembre 1945-22 maggio 1947 LETTERE 23 maggio 1947 -2 ottobre 1947 DIARIO 18 ottobre 1947-14 gennaio 1948 LETTERE 18 gennaio 1948-26 giugno 1948


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