SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIOVANNI CAPURRO

L'autore della celebre canzone " 'O sole mio"

Giovanni Capurro nacque a Napoli, nel quartiere Montecalvario, il 5 febbraio 1859 da Antonio, professore di lingue, e dalla siciliana Francesca Prestopino. Avviato dal padre agli studi tecnici preferì poi abbandonarli, per dedicarsi con maggiore impegno allo studio del flauto, diplomandosi al Conservatorio.
Successivamente, dopo essere stato commesso in una ditta di tessuti, si dedicò al giornalismo, presso il periodico socialista ‘La Montagna’ e passando poi al ‘Don Marzio’ e al ‘Roma’; in quest’ultimo giornale fu assunto da cronista nel 1896, poi fu critico teatrale e, negli ultimi anni di vita, impiegato amministrativo.

Capurro era un brillantissimo frequentatore di salotti ove cantava, suonava il pianoforte e faceva spassose imitazioni: sin da giovanissimo si dedicò alla poesia pubblicando la raccolta ‘Napulitanate’, nel 1887, e poi ‘ Carduccianelle’, che meritarono l’ammirazione e le lodi dello stesso Carducci, che si stupì della bravura dell’autore che seppe utilizzare il metro delle ‘Odi barbare’ per la poesia dialettale.

Nell’ambito della canzone napoletana, il suo primo successo fu ‘A vongola del 1892 seguita poi da numerose altre: Cutignè, cutignì, cutignà (1892), Carmela 'e San Sivero (1894), 'E tre chiuove (1894), A tossa (1895), 'E cataplaseme (1895), 'O guaglione 'o speziale (1895), A misturella (1896), Chitarra mia (1896), 'E zzite cuntignose (1896), 'O pizzaiuolo nuovo (1896), 'O presidente (1896), 'O sculariello (versi e musica, 1896), A sciantosa (1897), Quanno ll'ommo va a marcià (1897), Vòtate 'a cca e ggirate 'a llà (1900), Palomma mia (1901), A vennegna (1902), Zi' Carulina (1902), Nun saccio spiegà... (1904), Quanno mammeta nun ce stà! (1904), Ammore che gira (1907), Così, com'è (1907), A capa quanno 'a miette? (1908), Eh? (1908), Il disperato eccentrico (1908), A zarellara (1909), Addò ce mette 'o musso Margarita (1910), Perì-pperò (1912), 'O napulitano a Londra (1915), Totonno 'e Quagliarella (1919).
Un aneddoto vuole che quest’ultima canzone Capurro la scrisse sulla soglia del portone di casa, dopo essere stato colpito da un avventore incontrato in una taverna poco distante dalla sua abitazione, ove era entrato prima di rincasare.

In lingua scrisse Fili d'oro (1912), ritenuta il capolavoro delle canzoni melodiche, ma non ebbe mai grandi riscontri economici per la sua attività, limitandosi a vivere modestamente con il suo stipendio, appena necessario a mantenere la famiglia, composta dalla moglie Maria Forcillo e da tre figli Armando, Bianca e Maria. Altri tre bambini erano invece morti piccolissimi. Unica gratificazione ricevuta da Capurro fu una spilla di brillanti donatagli dal re Vittorio Emanuele III nel 1904, per ringraziarlo della canzone ‘O figlio d’’o Rre’, da lui scritta in occasione della nascita del Principe di Piemonte Umberto. Capurro ne fu soddisfatto, ma poco dopo, sopraffatto dall’orgoglio ed anche dalla modestia, si recò nella chiesa di Piedigrotta ed appuntò il gioiello al manto della Madonna.

Nel 1898 scrisse i versi che lo resero famoso, intitolati appunto ‘ ‘O sole mio’, e li consegnò ad un musicista posteggiatore , Eduardo Di Capua, affinché li musicasse. La musica della canzone fu scritta a Odessa, in Russia, ove Di Capua era in tournee con il padre, e fu poi presentata ad un concorso per Piedigrotta, promosso dall’editore Bideri.

La canzone, anche grazie alla dedica a Nina Arcoleo, moglie del deputato Giorgio Arcoleo, si piazzò al secondo posto ed ebbe un successo a livello mondiale, confermato da un aneddoto avvenuto molti anni dopo: nel 1920 il re Alberto del Belgio inaugurò ad Anversa le Olimpiadi. Sfilano le rappresentative nazionali mentre la banda esegue gli inni ufficiali. Un momento di smarrimento quando escono gli italiani perché la banda ha smarrito lo spartito della "Marcia Reale". Il maestro passa voce ai suonatori e attacca 'O sole mio, che la folla dello stadio canta a gran voce.

Anni dopo la cantò anche Elvis Presley, e quel nastro era gelosamente conservato dal poeta Sandro Penna, che l’ascoltava spesso con il suo registratore che teneva nascosto sotto il letto.
Soffermarsi ancora sul successo della canzone, cantata dai maggiori cantanti del mondo e celebrata da Proust, è superfluo, ma giova ancora ricordare che Capurro firmò nel 1905 anche un altro celebre brano musicato da Salvatore Gambardella, il cui titolo forse poco noto, ‘Lilì Kangy’, nasconde il famosissimo ritornello ‘ chi me piglia pè frangesa, chi me piglia pè spagnola’, in omaggio alle tante chanteuse napoletane che si celavano, sotto affascinanti e misteriosi nomi d’arte stranieri. Curiosamente la canzone la lanciò un uomo, Nicola Maldacea, che la eseguiva nei suoi spettacoli facendo anche la ‘mossa’.

Giovanni Capurro morì poverissimo; i familiari negli ultimi istanti di vita gli misero accanto al letto una immagine di S.Giuseppe, patrono della buona morte. Il poeta guardò l’immagine, sorrise e più che alla buona morte pensò alle zeppole che si preparano a Napoli il 19 marzo, giorno della festa del Santo, e volle dettare l'ultima sua poesia, che in uno dei versi diceva "Che bona morte, si me sento meglio". Era il 18 gennaio 1920.

Sono passati più di ottant’anni, ma Giovanni Capurro vivrà per sempre attraverso i suoi versi, nella canzone più famosa del mondo.


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