SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
CARMAGNOLA

 GLI UOMINI DI VENTURA DIVENTATI RICCHI E FAMOSI 

MA "lui" TRADIMENTO O NO
ALLA FINE VENNE DECAPITATO

di Mario Veronesi


FRANCESCO BUSSONE, Uno dei più grandi capitani di ventura del XIV secolo, era nato intorno al 1382 a Carmagnola, figlio di umili contadini. 
Un giorno mentre pascolava le pecore non seppe resistere alle parole di un banditore, che girando le campagne, era sempre in cerca di giovani da arruolare per la ventura, promettendo ovviamente ori, onori e celebrità se si univano a lui..

Il giovane insomma si fece sedurre, era stufo di fare quella vita noiosa.  Così raggiunge un certo Tedasco che lo inizia al mestiere del mercenario sotto le insegne di Bonifacio (Facino) Cane. Tutti avevano un nome di ventura e quando Francesco se ne scelse uno per se, memore del paese natio, il suo nome diventò semplicemente "il Carmagnola". E nemmeno dimenticò cosa faceva prima, infatti nel suo stemma scelse un'insegna molto singolare: tre capretti.

Nel 1411 lo troviamo a Pavia a proteggere il Gian Galeazzo Visconti dall'assedio di Facino e assisterlo nella resa incondizionata; l'anno seguente morì il duca Giovanni Maria e più tardi il Cane (1412) . Ma Francesco rimase al servizio della moglie Beatrice Tenda, e la seguì quando nel 1413 andò in sposa a Filippo Maria Visconti, diventandone subito uno dei principali esecutori del programma di riconquista.

 Infatti Francesco difende il giovane duca Filippo e la vedova del "Terribile" dalle truppe di Astorre Visconti e del nipote di questi Giovanni, auto proclamatisi signori di Milano. Il futuro condottiero, li scaccia dalla città,  Astorre si rifugia a Monza ma qui troverà la morte.

 Filippo Maria Visconti e sua moglie Beatrice, insediatisi a Milano si dedica alla ricostruzione del ducato e incarica per ricostituire l'esercito il Carmagnola, il quale arruola e istruisce ottomila cavalieri e li ripartisce in squadroni, poi raccolse anche duemila fanti e volle che negli spostamenti montassero a cavallo ma poi nelle battaglie combattessero a piedi. Sembrò allora una bizzarra novità, ma i suoi sottoposti si adeguarono ai suoi ordini.

Le prime operazioni campali che compie sono fondamentali, occupa il Lodigiano dove spadroneggia Giovanni Vignate, combatte poi contro i vari condottieri-signori Gabrino Fonduto, Pandolfo Malatesta e Filippo Arcelli.
Il Visconti dopo due anni di questo magnifico modo di agire, per riconoscenza gli concede il feudo di Castelnuovo Scrivia trasmissibile ai sui discendenti; infine  il duca vuole elevare di censo  il suo capitano generale così che nessuno riconosca le sue umili origini. Gli concede in moglie persino una sua parente (forse un illegittima) Antonia Visconti e quindi il titolo.

Così Francesco Bussone detto Carmagnola ora conte di Castelnuovo cancella il suo passato e fa incidere nel suo sigillo "Vicecomes" (Visconti) e porre nello stemma al posto dei tre capretti che ne rammentava l'umile origine, il biscione visconteo e l'aquila imperiale. 

Prosegue poi nella riunione del ducato tra il 1415 e il 1424; recuperò Alessandria (1415), riconquistò il castello di Lecco, Como (1416) e Trezzo (1417), Piacenza (1418), Castelleone, Orzinuovo, Palazzolo,  Pontoglio, Bergamo e Cremona con la sua contea (1419).  Pandolfo Malatesta sconfitto l'8 ottobre 1420 si rifugiò a Brescia ma alla fine dovette capitolare per fame, mentre il Carmagnola coglieva il suo primo trionfo popolare in un solenne rientro a Milano.

Terminata la riconquista del ducato a sud ed a est, si rivolse a nord; occupa i castelli di Bellinzona e di Domodossola; il 30 giugno 1422 compie una memorabile impresa: sconfigge ottomila svizzeri calati nel ducato; singolare la tecnica di quella giornata: la fanteria svizzera era temibile per le sue lunghe picche con le quali scontrandosi facevano strage dei cavalieri. Il Carmagnola ha un'idea: ordina alla sua cavalleria di scendere a terra appena vengono a trovarsi in vicinanza degli svizzeri, e di trasformarsi subito in fanti corazzati; lo stratagemma riesce perfettamente, e i suo uomini fanno strage di nemici disarcionandoli facilmente appena entravano in contatto.

Per il conte di Carmagnola è altra gloria, e grande fama in ogni contrada; troppa a questo punto per non far sorgere gelosie ed invidie. I nemici del conte tra i quali il Bigli (storico contemporaneo) fomentano dei sospetti con delle insinuazioni, e il Duca crede alle loro accuse. Per allontanare il Carmagnola dalle sue milizie - cercando di sbarazzarsene, gli ordina di riconquistare Genova; gli affianca  però l'altro condottiero Guido Torelli ben visto dai visconti. Quella di Genova è una vittoria per il Carmagnola molto facile, perchè la città la trova priva di difesa. Lo ricompensano con una  nomina che è una specie di governatorato della città ligure, ma che non è un premio riservato a un dinamico condottiero come lui, ma sembra piuttosto un modo per volerlo esiliare, e forse solo allora il Carmagnola capisce che cosa volevano fare di lui i Visconti -disfarsene- visto che a Milano gli preferivano il Torelli e lo Sforza. Volle esporla questa amarezza, ma dopo un drammatico diverbio, al termine di questo si licenziò o forse fu licenziato dal Visconti.

 Vista l'ingratitudine del duca, e preoccupato per la sua vita, il Carmagnola fugge con alcuni compagni nelle terre del duca di Savoia, ma Amedeo VIII non ci sta a mettersi contro il potente Visconti, e la stessa accoglienza gli riserva Ludovico I, il marchese di Saluzzo. Rimasto quasi solo, non avendo altre scelte nei paraggi, decise di raggiungere la città di Venezia.

 Nella città lagunare vi arriva travestito con alcuni fedelissimi il 23 febbraio 1425. Venezia lo assoldò acquartierandolo a Treviso, nel frattempo tutte le terre del Carmagnola sono sequestrate da Filippo Maria e gira anche l'ordine di ucciderlo. Così quando Firenze impegnata con una guerra contro il Visconti chiede l'aiuto di Venezia, la repubblica stipula una lega con la città toscana, con Ferrara, Mantova e il Monferrato (e più tardi i Savoia contro Milano) e affida le sue truppe al Carmagnola, che non vede l'ora di vendicarsi dei Visconti. Inizia da Brescia.
 
Alcuni suoi amici bresciani aprono le porte della città alle avanguardie veneziane guidate da Pietro Avogardo, la città è presa,  meno la munita rocca espugnata per fame quattro mesi dopo. Altre truppe veneziane condotte da Francesco Bembo infliggono una sconfitta al Visconti a Cremona; poi Pavia stessa è minacciata, a questo punto il duca chiede la pace.

Le trattative si trascinano senza però concludere nulla e la Serenissima ordina al Carmagnola di proseguire le ostilità con un nuovo attacco che avviene a Maclodio il 12 ottobre 1427. E' un epico scontro: da un lato i ducali viscontei con dodicimila cavalieri e seimila fanti guidati da Francesco Sforza, Niccolò Piccinino e Carlo Malatesta, dall'altro diciottomila cavalieri e ottomila fanti agli ordini di Gianfrancesco Gonzaga e Niccolò da Tolentino, ma sempre sotto la guida strategica del Carmagnola che ha provveduto a schierare ben nascosti carri di balestrieri. I ducali avanzando vengono travolti da nugoli di frecce e prima ancora di affrontare il nemico vengono catturati oltre diecimila prigionieri. I superstiti ancora numerosi riescono però a mettersi in salvo guadando il fiume Oglio; e qui  inaspettatamente (ma leggeremo più avanti perchè) il Carmagnola non li tallona nè continua la sua avanzata per distruggerli.

 La pace che comunque segue, del 18 aprile 1428, con la mediazione del papa, non offre garanzie a Venezia, troppo vicini e precari sono i confini (Bergamo, Cremona, Brescia) con il ducato milanese e poi il fatto che il Visconti con profferte reintegri il Carmagnola allo stato di nobiltà e al grado militare di cui godeva prima, è un controsenso per la sospettosa repubblica. Ancora più sospettosa quando i primi di gennaio del 1429 il Carmagnola, chiede a Venezia lo svincolo per un anno del suo contratto. E' un suo diritto chiederlo per motivi privati (ha sul territorio visconteo casa, terre e famiglia), ma Venezia non vuole correre il rischio di vederselo schierato dall'altra parte, così il 10 gennaio il senato della repubblica respinge la richiesta del Carmagnola e il 15 febbraio senza tener conto delle sue insistenze di mettersi in aspettativa, lo riassume d'ufficio con mille ducati al mese per una ferma di due anni, inoltre (forse cercando di convincerlo a cambiare residenza) gli viene donata la contea di Chiari con i territori di Roccafranca e di Clusone. L'investitura è ufficiale nella terza domenica di quaresima del 1429. 

Alle riprese delle ostilità con il Visconti, nel 1430, la Serenissima pur di trattenere il Carmagnola gli offre (se vince i milanesi) un feudo nel ducato nemico, con una lettera di conferma del doge Francesco Foscari del 15 dicembre. Il Carmagnola scende in campo, ma è lento nell'azione, e l'assedio dei veneti al castello di Soncino si trasforma quasi in disastro; in un'imboscata il Carmagnola perde più di seicento cavalli e lui stesso si salva a stento, non riuscendo così a portare aiuto alla flotta comandata da Nicola Trevisan.
Il 18 ottobre va male ai Veneti anche l'impresa affidata all'altro condottiero Guglielmo Cavalcabò costretto a ritirarsi da Cremona. Altra disfatta imputata al Carmagnola.
Perchè il Carmagnola non è andato ad aiutarlo? per la Serenissima questo suona come un defezione. Venezia ora controlla ogni mossa del suo capitano; arrivano delazioni e davanti agli occhi dei dieci osservatori-inquisitori che dovranno giudicare iniziano ad avere una certezza: che si tratti di "tradimento". Invitato a Venezia con il pretesto di consultazioni sulla pace, il Carmagnola si reca senza sospetto, anche perchè durante il viaggio gli furono riservati onori sia a lui che al Gonzaga che lo accompagnava.
Giunto a Venezia l'8 aprile 1432 gli mandarono incontro otto gentiluomini con l'incarico di accompagnarlo a S. Marco; poi entrato nel Palazzo Ducale, si rimandarono in libertà i suoi accompagnatori asserendo che il Carmagnola si sarebbe intrattenuto a lungo con il doge.
Ma appena varcato la soglia, fu arrestato, condotto in prigione e subito giudicato da una giunta (Collegio secreto) che lo condannò a morte.
 
Comunicatogli la condanna, la sentenza venne eseguita 
il 5 maggio successivo sempre del 1432 per decapitazione. 

Non c'è risposta sull'interrogativo che in seguito si posero poi molti, se innocente o colpevole? Il giudizio se era colpevole o no rimase sempre difficile, perchè ricerche approfondite non furono mai fatte, inoltre mancavano prove documentate. 
Alcuni storici affermano che non è improponibile la tesi che il Carmagnola abbia ceduto alle pressioni morali viscontee, ma non per corruzione, ma più semplicemente perchè la sua famiglia era rimasta e viveva nel ducato, e quindi temeva ritorsioni o vendette.

Ma accadde anche un altro fatto in quella sofferta battaglia.  Il successo del Carmagnola alla battaglia di Maclodio del 12 ottobre, allarmò le altre città della lega (Ferrara, Mantova, Monferrato) che stavano partecipando a fianco dei veneziani. Si dissero fra di loro che l'aiuto che offrivano non era certo per fare allargare il territorio a Venezia rendendola così ancora più potente sulla terra ferma, ma era semmai quello di ridimensionare le pretese dei Visconti e meglio ancora eliminarli.
Singolare poi che mentre il Carmagnola veniva giustiziato, Mantova si dissociava dai Veneti e chiedeva protezione ai tedeschi di Sigismondo che da signoria -finalmente permettendogli di allargare il suo territorio- la elevava poi a marchesato.
Ecco perchè sull'Oglio il Carmagnola non inseguì i viscontei. Tutto da solo non poteva fare nulla; inoltre alle prime difficoltà si verificò un altro fatto sconcertante in quel 12 ottobre: un tradimento!

I SAVOIA che si erano alleati con i Veneziani anche loro per contrastare l'espansione dei Visconti, alla prima difficoltà del Carmagnola, convinti  che la vittoria stava volgendo a favore di milanesi, si schierarono improvvisamente con i Visconti, indebolendo così i veneziani e rinforzando i milanesi che comunque persero ugualmente.
 Un "tradimento"  inutile ma che poi fu ben ricompensato. Infatti dopo le sofferte spartizioni fatte dai milanesi, i Visconti premiarono tuttavia il "voltafaccia" dei Savoia dandogli in sposa ad Amedeo VIII di Savoia la figlia; che portò in dote un bel pezzo di territorio visconteo: quello di Vercelli e di Biella. I Savoia iniziano così ad allargare il territorio sul Piemonte. Del resto con questi voltafaccia il capostipite (Conte Biancamano) aveva iniziato la sua carriera nel 1032 (vedi) tradendo una povera vedova che si era fidato troppo di un ex consigliere del marito.

 La leggenda dell' innocenza del Carmagnola, sono ricordate nelle parole del Manzoni nella tragedia del "Conte di Carmagnola" ("nulla da temer più resta"), nella quale si fa del condottiero il profilo di un leale servitore della repubblica ma che fu sacrificato nel nome della ragion di stato.

Carmagnola resta comunque  un personaggio notevole del suo tempo; nato povero con le sue sole capacità militari è riuscito ad elevarsi al rango nobiliare, ricucendo un ducato frammentato sotto la signoria dei Visconti e inconsapevolmente fargli conservare la sua unità seppur ridotta (sotto gli Sforza) per altri cento anni. 

Come molti militari, anche il Carmagnola non ebbe quelle grandi doti politiche che si richiedevano a quei tempi per sopravvivere ai loschi intrighi delle numerose corti.

 In quanto all'"ingrata" Venezia (se ingrata fu), nella Serenissima stava già spuntando un altro leggendario condottiero, misero da ragazzo come il Carmagnola, ma che sta già iniziando - proprio mentre l'altro veniva giustiziato- a far parlare molto di sè.

 BARTOLOMEO COLLEONI

di Mario Veronesi
& Francomputer

Bibliografia
I CAPITANI DI VENTURA- di Claudio Rendina
Storia Universale Cambridge, ed Garzanti.


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