SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
CATERINA D'ARAGONA ( 2 di 3 )

< la prima puntata


"la rivale" ANNA BOLENA

di  Simonetta Leardi

La passione del re per ANNA BOLENA esplose improvvisa, tale era il carattere del sovrano. Enrico aveva allora trentacinque anni: regnava da diciassette. Per le aspettative di vita del tempo, era entrato nella mezza età, ma restava facile preda di entusiasmi giovanili e di quelli che lui considerava giovanili appetiti. Era un uomo ancora vigoroso, ancora bello, dalla corporatura ancora atletica.

Nonostante tutto il suo giovanile vigore, tuttavia, aveva ben poco in comune con il giovane principe vissuto all'ombra del padre che si era innamorato di Caterina d'Aragona. Al suo posto c'era un sovrano risoluto, a volte spietato, che reputava suo naturale diritto decidere in ogni cosa secondo la propria volontà, che non amava incontrare ostacoli di sorta sul suo cammino ed era incline a trattare duramente quanti, uomini o donne, riteneva gli avessero posto di fronte degli ostacoli. La passione di Enrico per la dama di compagnia di Caterina era al momento segreta, ma non lo rimase a lungo. Anna Bolena faceva parte del seguito della regina e viveva a corte; si è già parlato della mancanza di privacy, si aggiunga l'inevitabile curiosità con cui cortigiani (e ambasciatori) guardavano a ogni aspetto della vita del sovrano, anche se, apparentemente, la vita di corte continuava come sempre. Il re e la regina dividevano ancora un letto e una tavola, come avevano sempre fatto e come avrebbero fatto ancora per qualche tempo, come si vedrà. La verità era che Enrico VIII non intendeva più risolvere la questione della successione con il matrimonio della figlia e l'eventuale passaggio del trono d'Inghilterra al genero o a un nipote. 

La relazione con Anna Bolena doveva uscire dalla clandestinità e nel maggio del 1527 Enrico chiese il divorzio dalla regina. Il termine divorzio viene qui usato impropriamente, perchè questo significa un atto che implica l'esistenza di un vincolo matrimoniale precedente il divorzio stesso. Quello che il re voleva era una dichiarazione di invalidità del matrimonio con Caterina (annullamento, diremmo oggi). Tale dichiarazione avrebbe comportato non solo che nel 1527 lui non era sposato, e che quindi poteva contrarre matrimonio, ma anche che non era mai stato sposato in precedenza e dunque Caterina tornava a essere la vedova di suo fratello Arturo e riprendeva il titolo di principessa di Galles. Le drammatiche conseguenze del divorzio di Enrico VIII da Caterina d'Aragona, cioè il rapporto che esso ebbe con lo scisma d'Inghilterra, hanno spesso offuscato il fatto che l'intera vicenda si sarebbe potuta svolgere in modo relativamente indolore, se certe circostanze fossero state diverse. Una di queste circostanze fu indubbiamente l'influenza che il nipote di Caterina, Carlo V, esercitava sul papato.

"My tribulations are so great, my life so disturbed by the plans daily invented to further the king's wicked intention, the surprises which the king gives me, with certain persons of his council, are so mortal, and my treatment is what God knows, that it is enough to shorten ten lives, much more mine." Lettera di Caterina d'Aragona a Carlo V, Novembre 1531

Quando esattamente il re cominciò a essere tormentato da quegli scrupoli di coscienza che lo indussero a mettere in dubbio la validità del suo matrimonio con Caterina, non è dato sapere con certezza. La spiegazione ufficiale che fu addotta fa risalire ad "un'ispirazione" di Enrico la lettura di un brano del Levitico (20:21) dove vi aveva trovato un versetto che esplicitamente affermava che sposando Caterina egli avesse compiuto un atto contrario alla volontà di Dio. "E se un uomo prenderà la moglie di suo fratello, è cosa obbrobriosa: avrà scoperto le vergogne di suo fratello". Altrettanto chiaramente era indicata la punizione che Dio infliggeva a chi commetteva simile offesa: "essi saranno senza figli".

E' da supporre che le cose siano cominciate in tutt'altro modo: con l'insorgere della passione per la giovane Anna Bolena si era riaccesa nel re l'insoddisfazione per la mancanza di figli maschi che con il passare degli anni era sfumata in una forma di passiva accettazione. Grande importanza è attribuita dalle fonti al negarsi di Anna e alla conseguente frustrazione del re, frustrazione che lo avrebbe indotto a gettare a mare il matrimonio (e tutto il resto) pur di averla. Certamente per diversi anni Anna non consentì al sovrano rapporti sessuali completi. Ma la linea di condotta non sempre era chiara in queste faccende ed è probabile che con il tempo al sovrano venissero concesse libertà sempre maggiori. 

A questo punto converrebbe chiedersi che cosa offriva Anna Bolena al sovrano, e la risposta è semplice: una speranza per il futuro, speranza che assumeva la forma ben definita di un figlio maschio. Il primo passo del re verso il divorzio fu dunque la passione per Anna Bolena, il secondo passo fu il ricorso al Levitico. Quel passo della Bibbia diventava all'improvviso così rilevante perché si accordava inconfutabilmente con il disappunto del re nei confronti del proprio matrimonio, disappunto che la relazione con Anna Bolena aveva riacceso. Dio lo aveva punito negandogli un erede; dunque Enrico doveva aver errato in qualche cosa. Se avesse riparato al suo errore, Dio avrebbe cancellato la dura condanna e avrebbe ricompensato il suo (di nuovo fedele) servitore. I dettami della coscienza e i dettami del desiderio trovavano così felice accordo. Gli uni e gli altri imponevano a Enrico di liberarsi di Caterina. Questa mirabile coincidenza di coscienza e desiderio non significa che il re non fosse sincero, al contrario, a partire dal 1527, Enrico credette fermamente di aver errato agli occhi di Dio sposando Caterina. Ciò non significa che egli fosse sempre sincero in ogni affermazione al riguardo: era pur sempre un uomo politico con uno scopo da perseguire. Certe sue dichiarazioni suonano infatti estremamente ipocrite: come quando si disse pronto a risposare Caterina, se si fosse potuto dimostrare che la loro unione non costituiva peccato. 

E' anche vero che nella testa di Enrico tale affermazione non aveva nulla di ipocrita: egli era convinto che una cosa simile non si sarebbe mai potuta dimostrare. Purtroppo la regina Caterina rimase dall'inizio alla fine altrettanto fermamente convinta di essere la sua legittima sposa: il matrimonio con il principe Arturo non era stato consumato, era arrivata vergine alle nozze con Enrico e da molti anni era sua moglie (nonché madre della sua unica figlia legittima). Papi, avvocati della Chiesa, prelati, nobili, politici, da Londra alla Spagna, da Parigi a Bruges, da Bruxelles a Roma si mobilitarono per scovare ogni possibile argomento pro e contro la validità di quel matrimonio. Per contrasto, le rispettive posizioni delle due persone che quel matrimonio aveva unito erano in fondo estremamente semplici, ma erano anche diametralmente opposte. Il terzo passo compiuto dal re fu mettere in moto il vero e proprio processo di divorzio. 

Nel maggio 1527 il cardinale Wolsey, in qualità di legato pontificio istituì un'indagine sulla validità del matrimonio del re. Si trattava di una forma di tribunale straordinario istituito dal IV Concilio Vaticano nel 1215, che contemplava la possibilità di interrogare la persona o le persone imputate di pubblica infamia e di risolvere la vertenza con una sentenza. Wolsey tuttavia cominciò a studiare il caso in segreto, senza informarne la regina: cosa contraria alla procedura. I risultati di quelle indagini preliminari convinsero il cardinale che il caso non sarebbe stato di così facile soluzione come l'innamorato sovrano pareva credere. La ferrea convinzione del re che il suo matrimonio fosse contrario alla legge divina non poteva comunque risolvere i non pochi punti controversi della questione.
Il primo problema era posto dallo stesso versetto del Levitico cui il re faceva riferimento: il testo latino della Bibbia allora in uso non parlava di figli maschi, ma di prole in generale. Al re era piaciuto credere che la parola fosse stata erroneamente tradotta dal greco. Questa tesi era però infondata. Più insidiosa appariva una pagina del Deuteronomio (25:5-7) in cui esplicitamente si affermava che il dovere del cognato verso la vedova del fratello che non avesse figli era "andare da lei e prenderla in moglie, affinché il nome del fratello morto non fosse cancellato da Israele"; pene severe dovevano essere inflitte a chi non agisse secondo la legge. 

Questo secondo testo opponeva una insormontabile difficoltà alla tesi che sosteneva che il matrimonio di Enrico era avvenuto contro la legge di Dio - quale specificata dal Levitico - legge che nessun papa poteva ignorare. Non solo, infatti, Enrico si era comportato verso la vedova di suo fratello come quel secondo testo biblico prescriveva, ma poiché il Deuteronomio, essendo il secondo libro della legge, segue il Levitico, si poteva a buon diritto sostenere che esso fosse una sorta di chiosa al primo. A tutto ciò si aggiunga il fatto che un appello così diretto alla legge divina attaccava, quanto meno implicitamente, l'autorità del pontefice: se il papa non poteva trovare il modo di aggirare quella legge (superiore), ciò significava che il suo potere aveva dei limiti. Viste le circostanze, Wolsey, nella sua posizione di ecclesiastico e di rappresentante dell'autorità papale, preferì rimettere l'intera questione a un vizio di forma nella dispensa originale (anche se si sarebbe potuto sostenere che il Deuteronomio valeva soltanto per gli ebrei). La tesi di Wolsey non contestava la facoltà del papa di concedere dispense, ma avanzava dubbi sulla correttezza di una specifica dispensa e sull'operato di un pontefice preciso: Giulio II e la dispensa del 1503. Ma in quel momento portare il caso a Roma era impensabile. 

Dopo la vittoria di Pavia del 1525, le truppe imperiali, calate a Roma nel maggio del 1527, avevano messo a ferro e fuoco la città e imprigionato papa Clemente VII. L'impossibilità di far intervenire il pontefice lasciava aperta una soluzione apparentemente rapida e indolore: fare approvare all'unanimità dai vescovi inglesi un verdetto di invalidità del matrimonio di Enrico. Ma su questo terreno Wolsey e il re incontrarono un formidabile ostacolo nella coscienza del vescovo di Rochester John Fisher, il quale insisteva che il matrimonio era valido. La regina non tardò a ricevere l'umiliante notizia dei maneggi che avvenivano alle sue spalle. Caterina reagì chiedendo immediatamente aiuto all'imperatore suo nipote perché da un lato protestasse presso Enrico, dall'altro usasse tutta la sua influenza per ottenere che il caso fosse rimesso all'autorità del pontefice.

Fin dall'inizio, dunque, il re e la regina si trovarono su fronti opposti anche riguardo a questo punto: Enrico comprensibilmente teneva a che la questione fosse risolta in Inghilterra, ricorrendo all'autorità vicaria di Wolsey o a quanti altri mezzi fossero necessari; la regina, altrettanto comprensibilmente, sperava di trasferire il caso a Roma, dove riteneva di poter contare su una maggiore imparzialità. 

Al pari di Wolsey, la regina, che non era un'ingenua, aveva intuito l'importanza della dispensa del 1503. Se un'obiezione si poteva levare contro il suo secondo matrimonio, questa stava nella natura di quella dispensa, che contro il suo parere era stata concessa per un matrimonio "forse" consumato. Era stato re Ferdinando a pretendere quella formula ambigua, pur sapendo benissimo che la figlia era ancora vergine: il re aveva creduto opportuno, allora, chiedere la dispensa più ampia possibile per compiacere gli inglesi. Un matrimonio non consumato richiedeva tuttavia un altro tipo di dispensa, cioé la dispensa dall'impedimento di pubblica onestà; in altre parole: poiché agli occhi dell'opinione pubblica la coppia era stata sposata, anche in assenza di unione carnale, il fatto andava riconosciuto da un'apposita dispensa.

Apparentemente all'epoca delle seconde nozze quella dispensa non era stata richiesta. Caterina pregò il nipote di approfondire la questione. Il 22 giugno Enrico comunicò alla moglie i suoi scrupoli relativi all'unione che durava ormai da quasi vent'anni. Enrico aveva deciso di affrontare Caterina nel suo studio privato: temeva il colloquio e sperava forse che l'intimità dell'ambiente valesse in qualche misura a mitigare il colpo. 

Ma si era sbagliato. Con tutta la delicatezza possibile il re spiegò che "certi dotti e pii signori" gli avevano comunicato che lui e la regina vivevano nel peccato. Probabilmente sperava di riuscire a persuaderla a ritirarsi spontaneamente, reputando che quella esplosiva notizia la turbasse quanto aveva turbato lui. Ma evidentemente aveva commesso un errore di valutazione: non fu quella l'ultima volta nel corso della interminabile contesa in cui lo spirito indipendente di Caterina si oppose alle aspettative del re. Anche la regina, però, commise un errore, essendo convinta che fosse da imputare a Wolsey la richiesta di divorzio; ma é un errore comprensibile: accusare Wolsey era molto meno doloroso che riconoscere la responsabilità del consorte.

Durante l'estate aveva cominciato a circolare voce che il re avesse intenzione di ripudiare la regina perché il suo matrimonio si era rivelato condannabile (ossia teologicamente inaccettabile) e intendesse sposare invece una principessa francese. Le autorità della City ebbero ordine di far tacere quelle voci e il 15 luglio venne data pubblica lettura di una lettera regia in cui si definivano sediziose, false e calunniose tali dicerie e si ingiungeva al popolo di cessare quella condotta rozza e insolente. In quel periodo i momenti più felici erano per Enrico quelli passati a ispezionare vari trattati sul tema del divorzio, almeno tre dei quali, tra cui un'opera intitolata "Librum Nostrum", apparvero fin dal 1527. E quando era costretto a separarsi temporaneamente da Anna, le scriveva:

"My mistress and friend: I and my heart put ourselves in your hands, begging you to have them suitors for your good favour, and that your affection for them should not grow less through absence. For it would be a great pity to increase their sorrow since absence does it sufficiently, and more than ever I could have thought possible reminding us of a point in astronomy, which is, that the longer the days are the farther off is the sun, and yet the more fierce. So it is with our love, for by absence we are parted, yet nevertheless it keeps its fervour, at least on my side, and I hope on yours also: assuring you that on my side the ennui of absence is already too much for me: and when I think of the increase of what I must needs suffer it would be well nigh unbearable for me were it not for the firm hope I have and as I cannot be with you in person, I am sending you the nearest possible thing to that, namely, my picture set in a bracelet, with the whole device which you already know. Wishing myself in their place when it shall please you. This by the hand of loyal servant and friend. H.Rex"

"No more to you at this present mine own darling for lack of time but that I would you were in my arms or I in yours for I think it long since I kissed you. Written after the killing of an hart at a xj. of the clock minding with God's grace tomorrow mightily timely to kill another: by the hand of him which I trust shortly shall be yours. Henry R".

"Mine own sweetheart, these shall be to advertise you of the great loneliness that I find here since your departing, for I ensure you methinketh the time longer since your departing now last than I was wont to do a whole fortnight: I think your kindness and my fervents of love causeth it, for otherwise I would not have thought it possible that for so little a while it should have grieved me, but now that I am coming toward you methinketh my pains been half released.... Wishing myself (specially an evening) in my sweetheart's arms, whose pretty dukkys I trust shortly to kiss. Written with the hand of him that was, is, and shall be yours by his will. H.R."

Non potendo per il momento risolvere la propria situazione, Enrico si preoccupava di appianare la strada al futuro matrimonio mettendo chiarezza in quella di Anna Bolena. Durante l'assenza di Wolsey re Enrico inviò a Roma un emissario con la richiesta di dispensa per il secondo matrimonio. Per quanto riguarda Anna Bolena, la richiesta era formulata in modo da coprire ogni possibile obiezione futura riguardo al suo stato coniugale al momento del matrimonio: contemplava infatti sia il vero e proprio fidanzamento ufficiale, sia una eventuale promessa segreta. La dispensa che infine venne concessa nel dicembre del 1527 copriva una quantità di situazioni diverse. Ma essendo esplicitamente sottoposta alla condizione che il sovrano fosse libero dal primo matrimonio era del tutto inutile.
Nonostante l'irremovibilità della regina, nel 1528 il matrimonio con Anna non sembrava del tutto improbabile. In dicembre il papa era sfuggito alla prigionia romana. Dopo lunghi maneggi diplomatici, Inghilterra e Francia erano di nuovo ufficialmente in guerra contro l'Impero. E, sebbene la guerra fosse in effetti di brevissima durata, la situazione generale non lasciava ben sperare per Caterina, la cui più grande speranza riposava nell'aiuto dell'imperatore (Suo fratello, Carlo V).

  In febbraio due abili diplomatici, Edward Fox e Stephen Gardiner, segretario di Wolsey, si recarono a Roma con la speranza di ottenere una procura decretale che consentisse di risolvere la questione in Inghilterra. Portavano una lettera di Wolsey che con dovizia di superlativi cantava le lodi di Anna Bolena, esaltando le provate, eccelse virtù della gentildonna in questione. In breve: il re non stava chiedendo di sposare la sua amante. Il 1528 vide l'oggetto della segreta passione del re uscire dall'ombra per dimostrare che possedeva qualcosa in più che una graziosa figura. Tanto per cominciare, nutriva un reale interesse per la religione, in particolare per quella religione che grazie alla predicazione di Lutero si andava rapidamente diffondendo sul continente come reazione alle clamorose mancanze e corruzioni del clero. In questo re Enrico non la seguiva. I dieci anni di differenza tra loro in termini religiosi valevano una generazione. Enrico era cattolico nel profondo dell'animo, e tale sarebbe rimasto per tutta la vita, anche se in seguito, deluso dalla Chiesa, doveva orientarsi verso una politica di radicale riforma religiosa. Anna, invece, era intimamente protestante. 

Il cardinal Campeggio giunse a Londra il 7 ottobre. Anna Bolena ed Enrico VIII esultavano. Il cardinal Campeggio era per molti versi l'uomo ideale per il difficile ruolo di conciliatore in quella scottante faccenda essendo un esperto in diritto. Quello che il re ed Anna auspicavano era la possibilità che il divorzio non fosse necessario convincendo la regina Caterina a ritirarsi in convento di sua spontanea volontà e lasciando che la posizione coniugale del consorte venisse ridefinita una volta venuta a cadere ogni opposizione da parte sua. In quella luce, l'intera questione assumeva connotazioni assai diverse. Nel corso del primo colloquio con il cardinal Campeggio il re aveva rifiutato, com'era prevedibile, la proposta di Clemente VII di concedere una nuova dispensa per il matrimonio con Caterina. Non era certo quello cui mirava. Ma se la regina si fosse ritirata in convento, tutta la questione prendeva un'altra piega. Con il permesso del re il cardinale si recò tre volte dalla regina. La più importante di queste visite, dal punto di vista della regina, fu probabilmente quella in cui ella rese piena confessione al cardinale, giurando tra l'altro di essere giunta vergine al matrimonio con Enrico.

Dal punto di vista del re, invece, l'aspetto più rilevante delle visite del cardinale fu il netto rifiuto che la regina oppose alla proposta di entrare in convento. Campeggio si era recato da lei accompagnato da Wolsey. L' espediente, che le veniva suggerito con piena approvazione del pontefice, le venne presentato in questi termini: per evitare l'insorgere di difficoltà riguardo alla successione (con il possibile strascico di lotte intestine) ella doveva entrare in una comunità religiosa e prendere i voti di castità. La proposta fu accolta da Caterina con irritazione. Disse dunque al legato pontificio che non c'era cosa al mondo che stimasse più della coscienza e dell'onore del re, ma aggiunse che da parte sua non provava alcuno scrupolo riguardo al proprio matrimonio, ma anzi si reputava vera e legittima moglie del re, suo consorte.

"In this world I will confess myself to be king's true wife, and in the next they will know how unreasonably I am afflicted". Caterina d'Aragona 1532

Dal punto di vista della vita materiale, la sua esistenza sarebbe stata senz'altro assai più confortevole se avesse accettato. Quanto al rango, nessuno avrebbe potuto esserle più tangibilmente riconoscente di Enrico: avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni onorata e riverita come una sorta di figura madre della famiglia reale. Si può aggiungere che la vita che l'aspettava in convento non era molto diversa dall'esistenza costellata di pratiche pie che ella già conduceva. Ma il matrimonio con Enrico era l'unica certezza della vita di Caterina, a parte naturalmente la fede in Dio. Una figlia di re cattolici non poteva ammettere di essere soppiantata da una donna non solo più giovane, ma di rango infinitamente inferiore, anche se era troppo intelligente e troppo raffinata per dirlo. Enrico avrebbe evitato di dichiarare illegittima sua figlia se la madre si fosse mostrata più compiacente? Va detto che per la Chiesa i figli nati da matrimonio non valido non erano necessariamente considerati illegittimi se l'unione dei genitori era avvenuta in buona fede, come indubbiamente era il caso di Caterina e Enrico. Tuttavia, quella restava una delle possibili conseguenze del divorzio. Inoltre, fin tanto che Maria conservava lo stato di figlia legittima, i suoi diritti avrebbero costituito grave minaccia per i figli del secondo matrimonio. Questo era il vero pericolo. 

I consiglieri di Enrico fecero tutta una serie di maldestri tentativi per risolvere in modo soddisfacente l'ambigua posizione della principessa. L'idea che la regina potesse entrare in convento non venne immediatamente abbandonata, quanto meno dal pontefice. Il 28 dicembre Clemente VII inviò un altro messaggio a Campeggio in cui affermava che "gli sarebbe stata cosa assai gradita che la regina fosse indotta a entrare in qualche ordine religioso", convenendo che pur trattandosi di pratica alquanto insolita, la soluzione aveva il vantaggio di arrecare danno a una sola persona. Ma in Inghilterra re Enrico non tardò a rendersi conto che non avrebbe potuto contare sulla scomparsa della regina dietro i cancelli di un convento. Una delle caratteristiche più singolari (quanto meno per la sensibilità moderna) del classico triangolo, Enrico, Anna, Caterina, é il fatto che la vita di corte continuava placidamente, in apparenza per nulla turbata dalle tempeste che agitavano l'animo dei protagonisti. Non é neppure chiaro quando la vita coniugale del re e della regina si fosse effettivamente interrotta. Certo è che il re continuava a pranzare negli appartamenti della moglie a suo piacimento. A detta dell'ambasciatore francese, nell'autunno del 1528 dormiva ancora con lei. Tutto confermerebbe l'ipotesi di una cessazione dell'intimità fisica a partire dal 1526, dovuta a varie cause concomitanti, tra cui l'indifferenza del re e la precaria salute della regina. Ciò non significa che cessasse tra loro ogni rapporto. Restava la terribile intimità formale della vita di corte. 

Nel frattempo Anna Bolena aveva ottenuto un proprio appartamento e un proprio seguito di dame d'onore. Il re, secondo quanto annotava Campeggio, aveva ormai preso l'abitudine di baciare Anna Bolena in pubblico e di trattarla apertamente come fosse sua moglie. Con l'arrivo del cardinal Campeggio fu necessario garantire alla regina una propria rappresentanza legale: negarle una difesa significava volgere in farsa quello che doveva essere un serio esame di un caso complesso. Tra i difensori di Caterina il più coraggioso e combattivo si sarebbe rivelato il vescovo di Rochester John Fisher, il quale già l'anno precedente ne aveva sostenuto la causa schierandosi contro la tesi di invalidità del matrimonio. C'erano poi alcuni stranieri, due esperti di diritto canonico che l'ambasciatore spagnolo aveva fatto venire dalle Fiandre e il confessore spagnolo della regina.

Uno dei primi problemi che i difensori di Caterina dovettero affrontare fu quello sorto a proposito del breve riguardante la dispensa del 1503. Mentre il primo documento di Giulio II concedeva la dispensa per un matrimonio che fosse stato "forse" consumato - e dunque si prestava all'obiezione che in caso contrario la dispensa non valeva - il successivo breve era stato redatto in termini assai più ampi. La formula usata, "altre non citate ragioni", includeva infatti tanto la consumazione, quanto la non consumazione del matrimonio. 

Copia di questo documento, molto pericoloso per la causa del sovrano, era giunta dalla Spagna con il materiale inviato da Carlo V in seguito alla richiesta di aiuto di Caterina. Naturalmente Wolsey e i consiglieri del re misero subito in dubbio l'autenticità del documento e pretesero di vedere l'originale che si trovava in Spagna. Ma se il breve era autentico, veniva a cadere il punto di forza dell'argomentazione del re agli occhi della Chiesa: cioé che per quanto fosse in potere del papa di concedere dispense di matrimonio, la dispensa del 1503 non si applicava al caso specifico del matrimonio di Arturo e Caterina, e dunque non poteva considerarsi valida.
All'inizio la regina rifiutò di richiedere l'originale in Spagna, temendo, a buon diritto, ciò che sarebbe potuto accadere al documento una volta giunto in Inghilterra. Quando infine accettò, in privato fece quanto era in suo potere per vanificare gli effetti di ciò che pubblicamente chiedeva. L'originale non pervenne mai in Inghilterra; fu infine inviata una copia autenticata.

Il giorno stesso in cui consegnò il breve, 7 novembre, Caterina ricevette la visita dei suoi cosiddetti consiglieri, Warham e Tunstall. I due inviati esposero il motivo della visita: si trattava del breve. La regina aveva tenuto segreto il documento. Il breve poteva essere un falso, ma se la regina avesse dichiarato la sua esistenza a tempo debito, avrebbe risparmiato al re molto incomodo. Caterina respinse quell'accusa dichiarando di non aver rivelato l'esistenza del breve (probabilmente giunto dalla Spagna circa sei mesi prima) semplicemente perché non sapeva di doverlo fare. La battaglia personale e legale di Caterina, tanto in contrasto con l'atteggiamento remissivo che il re si aspettava, era affiancata dalla sua intatta popolarità presso la popolazione. 

Nell'immaginazione pubblica Anna Bolena cominciava ad apparire come la donna malvagia che aveva rubato il marito alla donna buona. In novembre, a Bridewell Palace, nel tentativo di prevenire irritanti manifestazioni di dissenso, il re rese una lunga dichiarazione pubblica. Tessendo le lodi della regina asseriva: "Se risulterà che la regina é mia legittima consorte, nulla mi potrà essere più grato e desiderabile, tanto per il sollievo della mia coscienza, come pure per tutte le belle qualità e doti che io le riconosco oltre al suo nobile lignaggio, ella é donna di grandissima gentilezza, umiltà e venustà; e in tutte le qualità caratteristiche dell'aristocrazia, ella non ha confronti. Se dunque dovessi nuovamente prendere moglie, sceglierei lei tra tutte le donne. Ma se verrà stabilito in giudizio che il nostro matrimonio é contrario alla legge di Dio, molto soffrirò, separandomi da tanto nobile signora e amorevole compagna."

Il re e Anna Bolena trascorsero il Natale del 1528 nel palazzo di Greenwich. Anche la regina era presente, ma Anna Bolena occupava ormai un appartamento accanto a quello del re. Il tribunale venne aperto alla fine di maggio, in un'atmosfera di generale disagio. Più grave motivo di disagio era l'incertezza riguardo al comportamento della regina nei confronti del tribunale. Il 6 marzo Caterina aveva chiesto al papa di avocare il caso a Roma. Non si poteva dunque dare per certo che la regina avrebbe obbedito alle convocazioni del tribunale. Campeggio e Wolsey avevano convocato il tribunale in base al mandato ricevuto da Clemente VII l'anno precedente. Ma con il passare del tempo, il papa aveva ricominciato a considerare politicamente desiderabile la protezione dell'imperatore. Tutto ciò significava che i due legati avevano di fatto interessi divergenti. Mentre Campeggio doveva arrivare a un verdetto che non rischiasse di compromettere la politica a lungo termine del papato, quali che fossero le scelte di Clemente VII, per Wolsey era necessario arrivare ad un verdetto in favore dello scioglimento del matrimonio: egli era il fedele servitore del suo sovrano, non del papa, e il verdetto doveva dimostrarlo. 

Il tribunale si riunì la prima volta il 31 maggio 1529. Era stata scelta per le sedute l'aula del Parlamento di Blackfriars. Dei lavori, che durarono due mesi, restano pochi atti frammentari e talvolta contraddittori nei dettagli. Il metodo usato dal tribunale consisteva essenzialmente nell'interrogatorio dei testimoni, procedura già usata all'epoca della inquisitio ex officio di due anni prima. Questa volta però furono convocati tanto il re quanto la regina. La data stabilita era il 18 giugno, tre settimane dopo l'apertura dei lavori.

La linea di condotta della regina continuava a destare preoccupazioni, né valse a smorzarle il colloquio preliminare del 16 giugno con il cardinal Campeggio. Caterina alloggiava allora al castello di Baynard, dove, triste coincidenza, avevano avuto luogo non solo il banchetto che aveva celebrato il suo matrimonio con il principe Arturo nel 1501, ma anche la discussa prima notte di nozze. In quella occasione, alla presenza dei suoi consiglieri, l'arcivescovo Warbam, il vescovo Tunstall e il suo confessore spagnolo, Jorge de Anthequa, nonché di altri notabili, Caterina ribadì che il matrimonio con il principe Arturo non era stato consumato né la notte delle nozze, né mai in seguito e che "dagli abbracci del primo marito era giunta a questo matrimonio vergine e intatta" . Chiese inoltre che il suo caso fosse giudicato dal papa a Roma e non dai legati del papa in Inghilterra.

Due giorni dopo rinnovò le sue dichiarazioni al cospetto del tribunale, tra l'altro negando che questo avesse diritto di giudicare il suo caso; dichiarò inoltre che l'aver accettato di presentarsi a rispondere in nessun modo doveva essere inteso da parte sua come un atto di riconoscimento dell'autorità del tribunale, né doveva pregiudicare il suo diritto a portare il caso a Roma. E pretese che quanto aveva affermato e richiesto venisse debitamente verbalizzato e sottoscritto dalla corte. A loro volta i giudici le chiesero di tornare tre giorni dopo per ascoltare la loro decisione. 

Il 21 giugno, lunedì, ebbe dunque luogo la scena, immortalata da Shakespeare, in cui la regina si gettò ai piedi del re chiedendo pietà. Quel giorno l'aula del Parlamento di Blackfriars era affollata di spettatori venuti ad assistere ad un evento senza precedenti nella storia dell'isola. Il re e la regina sedevano su seggi sormontati da baldacchini di broccato d'oro (quello della regina un poco più basso rispetto a quello del re), ma da come si svolsero i fatti in seguito si può dedurre che si trovassero alquanto discosti l'uno dall'altra e che tra loro vi fosse parte degli spettatori. Il re parlò per primo. Partendo ancora una volta da un certo scrupolo riguardo al matrimonio che "gli pungeva la coscienza", Enrico nel suo discorso ripercorse le tappe ufficiali dell'insorgere del dubbio: le incertezze sollevate dall'ambasciatore francese riguardo alla legittimità della principessa Maria, l'invito del suo confessore a studiare il passo del Levitico. E ribadì quanto aveva già affermato il novembre precedente a Bridewell: se la validità del matrimonio fosse stata confermata, con piacere avrebbe ripreso con sé la regina quale sua legittima sposa. 

Considerando quanto era ormai dominante a corte la presenza di Anna Bolena, tale asserzione dovette suonare più falsa che mai alle orecchie dei presenti. Quando il re annunciò che tutti i vescovi inglesi condividevano i suoi dubbi, tant'é vero che avevano firmato una petizione per porre la questione sotto inchiesta, John Fisher protestò violentemente, dichiarando che lui non aveva firmato nessun documento del genere e rimproverando all'arcivescovo Warharn di aver aggiunto il suo nome senza esserne stato autorizzato. Il re non si lasciò scomporre: nel suo discorso Enrico si preoccupò anche di assolvere Wolsey dalla responsabilità di aver sollevato la questione del divorzio. La tattica era giusta: Wolsey doveva figurare quale giudice imparziale. 
Toccava ora alla regina. Secondo l'ambasciatore francese, Caterina per prima cosa rivolse al re una supplica, alla quale questi rispose con argomenti prevedibili: era stato il grande amore che le portava a impedirgli di agire fino a quel momento; era suo grandissimo desiderio che il matrimonio fosse dichiarato valido; se non gradiva che il caso fosse portato a Roma era solo perché temeva l'ingerenza dell'Imperatore (dei tre argomenti, quest'ultimo almeno corrispondeva a verità). Ma fu la scena seguente che si impresse in modo indelebile nella mernoria di tutti i presenti. 

Inaspettatamente la regina lasciò il suo seggio e aprendosi la strada tra la folla degli spettatori, si avvicinò al re e gli si gettò ai piedi. Secondo il resoconto del cardinal Campeggio, il re la sollevò immediatamente da terra e la scena si ripeté: la regina si inginocchiò una seconda volta e il re non poté far altro che farla alzare di nuovo e ascoltare le sue appassionate parole. La voce di Caterina era insolitamente profonda per una donna di corporatura così minuta. Va inoltre sottolineato il coraggio di cui ella dette prova osando proferire quelle parole in pubblico (dopo tutto, l'ira del re significava morte).

Il discorso della regina suona come l'estrema espressione di disperazione di una moglie che si vede abbandonata per un'altra donna dopo una vita di dedizione al marito per l'unica colpa di essere invecchiata prima di lui. "Sire, per l'amore che c'é stato tra noi vi supplico, rendetemi giustizia e diritto, abbiate compassione e pietà di me, poiché io sono una povera donna, una straniera, nata al di fuori del vostro regno. Io non ho amici qui e ancor meno difensori imparziali. Vengo a voi come a colui che amministra la giustizia all'interno di questo paese... Prendo Iddio e il mondo intero a testimone che sono stata per voi una moglie fedele, umile e obbediente, sempre compiacente ai vostri desideri e al vostro piacere... sempre paga e soddisfatta di tutte le cose in cui voi trovavate diletto e svago... Ho amato tutti coloro che voi amavate, solo per amor vostro, che ne avessi da parte mia motivo o no, che essi fossero miei amici o miei nemici." 

Era pronta, disse ancora la regina, a essere messa da parte qualora se ne fosse trovato legittimo motivo. Vi fu anche un cenno alle tragedie che avevano vissuto insieme: "Da me avete avuto diversi figli, anche se é stata volontà di Dio di chiamarli fuori da questo mondo". Il punto del discorso che certamente colpì più in profondità Enrico fu quando lo chiamò a testimone della propria verginità: "E chiamo Iddio a mio testimone che quando mi avete avuta ero vergine, né mai toccata da uomo. E se questo sia vero o falso, lo chiedo alla vostra coscienza." Il re non rispose. Mai del resto l'aveva smentita pubblicamente su quel punto, né mai l'avrebbe fatto in seguito. Quando ebbe finito, la regina si alzò, fece una profonda riverenza al consorte e appoggiandosi al braccio del suo usciere lentamente lasciò l'aula. L'usciere del tribunale la richiamò ben tre volte. Alla fine il suo accompagnatore, a disagio, si azzardò a dirle: "Signora, vi hanno richiamata." "Non importa, questo tribunale non é imparziale nei miei confronti. Non intendo restare." E se ne andò. 

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di  Simonetta Leardi


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