SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
CAMILLO BENSO DI CAVOUR

cavour.jpg Come cercar
 di fare una guerra

Progetto, disegno di ribellione, norme generali


(testo integrale)

 La Farina e la "Società Nazionale"

Cavour aveva in mano la direzione degli affari del proprio paese colla direzione dei più alti incarichi: egli era Presidente del Consiglio, Ministro degli Affari esteri, Ministro dell’interno, Ministro della marina, Ministro della guerra! Era insomma il vero dittatore della rivoluzione italiana, e del governo costituzionale del Re Vittorio Emanuele II. [...]

Cavour a meglio esercitare e più immediatamente che fosse possibile la sua potenza, giunse al punto di far trasportare il suo letto nelle stanze ministeriali, e nel corso della notte, in veste da camera, passava da un ufficio all’altro per dare ordini in ogni ramo di pubblico servizio, — segretamente di concerto con Garibaldi e con Mazzini. — Scrive al capo settario La Farina, e lo premura a preparare il progetto pei corpi dei volontarii, dandogli appuntamento per l’ora consueta; lo assicura indi a poco che il suo disegno è accettato, e lo spinge a concentrare i mezzi d’azione là dove deve incominciare il ballo, nell’istesso tempo che spedisce e scatena tutti gli emissarii della setta negli Stati italiani.

Invitato La Farina in casa da Cavour, questi, dopo una lunga conferenza, conchiude: "L’Italia diverrà una grande nazione, secondo la vostra Società nazionale; ma non sò se tra due, dieci, venti o cento anni. — Voi non siete Ministro; ma badate che, se sarò interpellato nella Camera, o molestato dalla diplomazia, io vi rinnegherò." E conchiudeva il discorso col consueto risolino sardonico. La Farina si restringe a rispondere: "Lasciateci fare" * [Nicomede Bianchi, loc. cit. pag. 65].

I concerti tenevansi regolarmente in Torino, strada Arcivescovado, n. 13. L’autorevole giornale francese L’Univers ne riportava i particolari nel suo num. dei 12 agosto 1859.

Ma prima di addentrarci di più in questa inaudita pagina di storia è pregio dell’opera di far fare meglio al lettore la conoscenza di codesto La Farina. Ne togliamo le notizie dal libro di un suo concittadino, e ad un tempo suo amico.

"Nacque Giuseppe La Farina in Messina, e passò l’età giovanile parte negli studî, parte negli stravizî. Svegliato di mente, perfido di cuore, settario d’indole, figurò nei casi del 1848, e quindi dannato all’esilio nella restaurazione. A Torino, ove fece stanza, cospirò indefessamente contro le monarchie e per la repubblica; strinse amicizia con Mazzini e scrisse nel senso di costui parecchie opere. Nel 1856, dopo il trattato di Parigi, si gittò in braccio a Cavour fondando una società liberalesca nominata Nazionale per antitesi. — Soffiare la ribellione, mettere l’Italia in fiamme era la missione della società, avente a programma di unificare l’impero costituzionale italico. Su quest’uomo e la sua congrega sentenziò il rivoluzionario Augusto Licurghi, scrittore d’ingegno, con le seguenti parole: * [Nella sua opera edita in Torino 1858 intitolata: La nuova lega italiana, progetto di unificazione per fondare l’Impero italico, cap. 3, pag. 39. (Mem. dell’Armonia 2. 218.)]

""Non ha guari si costituiva a Torino una società, sedicente Nazionale, che alacremente continua, benché in una cerchia di idee assai ristrette e limitate, l’opera dissolutrice del Mazzinismo. L’uomo che una volta ha appartenuto a qualche società segreta, per una fatale abberrazione d’idee, non mai dimentica i pregiudizii di casta, le abitudini del settario e la cospirazione in lui diventa natura. — Vi hanno poi taluni a cui la misteriose conventicole ed i segreti maneggi sono elementi indispensabili di vita, come l’aria e la luce; né per volgere di tempo, né per cambiar di circostanze cessano di cospirare. — Questi è il signor La Farina. — Qual’è la base del suo programma politico? L’Unità piena ed assoluta imposta ipso facto senza ritardo, senza contestazione. Per avere la unità propugna la fusione, la dittatura militare e civile, la guerra a tutto ed a tutti, e non rifugge neanco dalla guerra civile. Lo scopo principale a cui tende si è di confiscare le dottrine di Mazzini a vantaggio della Casa Sabauda. Egli cospira per fondere tutta la penisola negli Stati sardi, o, per dir meglio, unire tutta Italia in un sol corpo politico sotto la bandiera e il dominio di Casa Savoia. I suoi programmi sono vaghi, confusi, declamatorii, come d’uomo che non ha fede politica, ma tutto vende all’incanto: patria, onore, sapienza a chi più lo paga."

"Aveva ragione Augusto Licurghi a scrivere codesti vaticinii nel 1858, che dal 1860 in poi si sono a mano a mano verificati. (Episodi della rivoluzione siciliana di P. Olivieri Acquaviva. Losanna 1865, pag. 9.)

Notizie storiche intorno alla Società Nazionale

È ormai noto che, di accordo con Cavour, fu La Farina il Fac totum della famosa setta della Società Nazionale organizzatasi in Torino per fare l’Italia; della quale Società fu dapprima presidente Garibaldi, dipoi Pallavicino e da ultimo il medesimo La Farina, suo fondatore e segretario perpetuo.

Dalla corrispondenza epistolare tra quest’ultimo ed i suoi proseliti si rilevano le istruzioni da lui dettate. In una sua lettera da Torno, 8 febbraio 1858, ad Ermanno Barigozzi in Pallanza si legge quanto segue:

"... In nome della Società e nel mio nome particolare, la ringrazio moltissimo di quanto ella ha fatto in sì poco tempo; si approva pienamente il suo operato, ed in quanto ad istruzioni, ecco ciò sono incaricato a comunicarle:

"1. I Comitati istituiti o da istituirsi debbono mettersi in corrispondenza diretta con noi, indirizzando le loro lettere a Giuseppe La Farina, segretario della Società Nazionale italiana. Via Goito, n. 15. — 2. Questi comitati spediranno, almeno una volta il mese, una relazione sullo spirito pubblico del paese in cui sono istituiti, l’elenco dei nuovi socii, e tutte quelle notizie che crederanno utili siano conosciute dal Comitato Centrale. — 3. Se stabiliranno delle corrispondenze con persone, abitanti in altri Stati italiani, nelle loro relazioni mensili ne faranno cenno; ma taceranno sempre i nomi delle dette persone e terranno su di esse il più scrupoloso silenzio. — 4. Cercheranno, per quanto loro sarà possibile, di far adottare i principii del nostro programma dai giornali della località, e procureranno che detti giornali patrocinino la causa della Società Nazionale. — 5. Adopreranno tutti i mezzi onesti di propaganda che sarà loro possibile, tenendo fermi i principii della indipendenza ed unificazione italiana; ma nel medesimo tempo usando molta tolleranza, ed adoprando sempre modi conciliativi in tutte le altre questioni religiose politiche e sociali. — 6. Cureranno di propagare la Società in tutte le classi de’ cittadini, nessuna esclusa, volendo noi fare opera di concordia e non di disunione. — 7. Qualora saranno interrogati sulle intenzioni del Governo piemontese, potranno rispondere, che gli sforzi nostri sono in tutto favorevoli alla Casa di Savoia, e come teli sono ben accetti alla dinastia ed al governo; che la nostra Società, usando delle libertà concedute al Piemonte, è sotto lo scudo delle leggi; che la sua esistenza è un fatto pubblico e legale; che il Governo però non potrebbe dare alcuna solenne ed esplicita adesione senza compromettersi e procurarsi degli imbarazzi e delle difficoltà, che è prudenza evitare. — Queste, per sommi capi, sono le istruzioni da osservarsi da tutti i comitati: il resto è completamente lasciato alla loro intelligenza e al loro zelo" * [Epistolario ecc. Tom. 2. pag. 42].

In altra lettera da Torino, 25 aprile 1858, il medesimo La Farina così scrive all’abate Filippo Bartolomeo da Messina:

"... Desidero da voi, la cui intelligenza e buona fede mi è nota, risposta alle seguenti domande: — 1. Credete che il programma della Società Nazionale sarebbe accettato dalla maggioranza dei liberali siciliani? — 2. Credete che se una guerra sorgesse tra Piemonte e Napoli, Sicilia insorgerebbe in prò di Vittorio Emanuele e dell’Italia? — 3. Credete che in Sicilia ci siano elementi sufficienti per una iniziativa rivoluzionaria, avendo promessa di molti consimili nella Italia centrale? — 4. Credete che una esplicita promessa di aiuti piemontesi dopo il fatto, basterebbe a far insorgere la Sicilia? — 5. Quali, secondo voi, sono i mutamenti seguiti nella pubblica opinione in Sicilia dal 1849 in poi? — 6. Quali, secondo voi, sono gli uomini più influenti in questo momento in Messina, in Palermo, e in Catania? — Attendo ansiosamente vostre risposte * [Ivi. Tomo 2. pag. 55]."

Dee ritenersi che tali risposte fossero state abbastanza sconfortanti per il cospiratore; perocché le Due Sicilie godettero la più perfetta pace e tranquillità nel 1858 e in tutto il 1859, e anche nel primo quadrimestre del 1860, ad onta delle vittorie franco-sarde in Lombardia, dell’invasione dei Ducati e della Marche e dell’Umbria, come di tutte le mene e degli intrighi diplomatici e settarii. E se nel maggio del detto anno si tenta l’arrischiatissima invasione de’ filibustieri con Garibaldi nell’isola di Sicilia, bisogna ritenerne vera cagione primaria il Governo piemontese che operava per mano del suo strumento d’azione, la setta della Società Nazionale, coadiuvata dalla frammassoneria presso tutti i Governi d’Europa.

Disegno di ribellione

Conosciuto così all’ingrosso il La Farina e colle proprie parole e con quelle autorevoli di rivoluzionari come lui, ma non dell’istesso partito rechiamo ora il disegno dei cospiratori per rovesciare i varii Governi italiani a profitto del Piemonte, concertato nell’ottobre 1858 tra il ministro Cavour e lo stesso La Farina, ambidue fondatori della Società nazionale, e principali fattori della invasione garibaldesca della Sicilia nel 1860.

Testo del progetto, o piano d’insurrezione d’Italia per la primavera del 1859, elaborato dal La Farina, emigrato siciliano, ed autograficamente approvato dal Cavour, quale si legge nell’Epistolario di G. La Farina, tom. II, pag. 82, raccolto e pubblicato da Ausonio Franchi. Milano 1859.

I. Norme generali

1. Che la guerra e la sollevazione si aiutino a vicenda; ma abbiano per quanto sarà possibile un terreno distinto e separato. Gli eserciti regolari intiepidiscono lo slancio rivoluzionario, e le bande insurrezionali rovinano la disciplina degli eserciti.

2. Che le bande rivoluzionarie siano solamente adoperate là dove nascono spontanee pel solo fatto della rivoluzione. Le bande reclutate dopo compiuto il movimento, sciupano una quantità enorme di denaro e di munizioni, e non si battono.

3. Che le bande non siano giammai incorporate nell’esercito. Tra 100 uomini di bande non ve n’è forse uno del quale potrà farsi un soldato. L’elemento buono per le bande è fatale a qualunque esercito regolare.

4. Che l’esercito piemontese si vada rapidamente accrescendo con un modo di coscrizione sommario e con l’aggregazione di soldati di altre parti d’Italia che si uniranno a noi e non mai con altri elementi indisciplinabili.

5. Che gli abili ufficiali delle altre parti d’Italia, unendosi a noi, siano immediatamente incorporati nell’esercito piemontese, e distribuiti nei vari corpi, qualora per ragioni particolari, e come eccezione, non si credesse necessario di lasciarli uniti ai loro soldati.

6. Che là dove la rivoluzione sia compiuta, si proclami immediatamente lo stato d’assedio; s’instituiscano consigli di guerra che giudichino di tutti i reati contro le persone e contro le proprietà, allorché i detti reati abbiano carattere di violenza pubblica; e che non sia permesso altro giornale oltre un bollettino governativo.

 Modo pratico per iniziare il movimento

Suppongo che il movimento debba aver luogo il 1° maggio. Il Governo farà in modo che verso quell’epoca si trovino alla Spezia due battaglioni di Linea, due compagnie di Bersaglieri e 4 pezzi di campagna. — La notte del 30 aprile s’insorgerà a Massa e Carrara, si arresteranno le autorità Estensi, e si disarmerà il presidio. Questo movimento sarà aiutato da una banda che moverà da Lerici e da una che moverà da Sarzana.

Calcoliamo d’avere in quei luoghi 300 persone atte alle armi. Questa gente sarà capitanata da Garibaldi. La mattina del 1° maggio Garibaldi riunirà ai suoi militi gl’insorti di Massa e Carrara; traverserà gli Appennini, ed ingrossato da un’altra banda che moverà da Varese per Pontremoli, si getterà su Parma, dove potrà giungere ai 3 di maggio dopo mezzodì. Al suo appressarsi, se il presidio uscirà a combatterlo, i nostri amici s’impossesseranno dell’arsenale. Presa tra due fuochi, è probabile che la truppa parmense porrà giù le armi o si sbanderà. — Se vorrà combattere sia dentro, sia fuori la città, bisognerà accettare il combattimento; se saremo battuti, ci ritireremo sugli Appennini; se vinceremo, marceremo rapidamente sopra Reggio e quindi sopra Modena. — Il Governo piemontese, che in tutto questo non avrà preso alcuna parte apparente, protestando la necessità di assicurare i suoi confini, occuperà Massa e Carrara, e, lasciate quivi due compagnie di Linea e pochi Carabinieri, colla rimanente truppa farà custodire i due passi degli Appennini, naturalmente fortissimi, con lo scopo apparente di difendersi dagli Austriaci, con lo scopo reale di dare animo ai sollevati di Parma. Se l’impresa di Parma non riuscisse, se gli Austriaci tagliassero con forze imponenti la strada di Reggio e di Modena, Garibaldi si ritirerebbe su gli Appennini, e scenderebbe verso Pistoia, ingrossato con gli insorti del Fivizzanese e della Lunigiana, popolazioni animose e armigere. Se la fortuna ci seconderà, Garibaldi si spingerà innanzi alla volta di Bologna.

"La notte del 2 maggio i nostri amici del Lombardo-Veneto taglieranno i fili elettrici, romperanno le strade ferrate, metteranno fuoco ove sarà possibile a tutti i magazzini di viveri, foraggi, attrezzi militari.

"La mattina del 4 una parte della flotta sarda con qualche truppa da sbarco entrerà nel porto di Livorno. Il pretesto di questa comparsa si ha benissimo nei moti della Lunigiana e del Pontremolese, che potrebbero cagionare un intervento austriaco. Si ritiene per certo che questa sola apparizione basterà a cacciare in fuga il Granduca e il suo Governo; si ritiene per certo che la truppa toscana non si batterà contro i cittadini, vedendo vicini i Piemontesi.

"Nel caso probabile che il Veneto e la Lombardia insorgessero, una parte delle forze radunate a Bologna, capitanate da Ulloa, passerebbero il Po, e Garibaldi si getterebbe nelle Marche. Volendosi un movimento più ardito, e forse più decisivo, si potrebbe da Massa attraversare gli Appennini, e pigliare la via di Garfagnana, Montecuccolo, Montagnano e Modena. In questo caso si rasenterebbe la Toscana e si lascerebbe a sinistra il Ducato di Parma. Credo che partendo da Massa la notte del 1° la sera del 15 si potrebbe giungere a Modena.

"Accettato" * [La parola accettato è autografa di Cavour, che la scriveva nella notte del 19 ottobre 1858, e riteneva l’originale presentatogli dall’autore La Farina. (Nota alla pag. 81 del tom. II dell’Epistolario succitato.)]

 Vantaggio dell’esposto piano

1. L’esercito Sardo non si priverà che di pochissime truppe.

2. Si moverà da luoghi in cui la popolazione dello Stato è dispostissima a secondare la sollevazione: Lerici, Sarzana, Spezia.

3. Si agirà da luoghi in cui la Società Nazionale conta maggiori aderenti: Carrara, Massa, Fivizzano, Pontremoli, Piacenza, Parma, Reggio, Pistoia, Modena, il Veneto e le Romagne.

4. Se alcuna delle fazioni proposte non riesce, non si corre rischio di rovinare la impresa.

5. Si propaga la sollevazione nei due versanti degli Appennini dove abitano le popolazioni più forti, armigere e malcontente.

6. Riuscendo, si piglia l’esercito austriaco tra due fuochi, o almeno si costringe a tenere gran parte delle sue forze sul basso Po e sul basso Adige.

7. Si evita la mescolanza pericolosa di esercito regolare e di bande insurrezionali.

8. Si fa comparire agli occhi di chi è disposto a non vedere, il Governo piemontese obbligato a pigliar parte per la difesa e sicurezza dello Stato.

9. Si lascerà aperta all’esercito piemontese la via di Toscana e Romagna in caso che credesse utile a’ suoi disegni di guerra girare il quadrilatero austriaco dell’Adige e del Mincio.

 Aiuti che si credono necessari

"Per i primi di novembre: fucili 300, carabine 100, pistole 200, polvere un quintale, piombo due quintali, capsule 20,000. Successivamente per i mesi di dicembre, gennaio, febbraio e marzo: fucili 8,000, carabine 2,000, polvere cinque quintali, piombo dieci quintali, capsule un milione.

"Sarebbe anche utile avere giberne di scarto 3,000, sacchi a pane 3,000.

"In quanto a denari, per tenere spie in tutte le piazze d’armi austriache e per tenere in punto tutto ciò che occorre e pagare il viaggio alle persone che si debbono far venire dai luoghi designati, bastano da novembre a marzo franchi 400 al mese. Quando sarà tempo di operare occorreranno un 50 mila franchi. Le requisizioni suppliranno al resto."

"Approvato dopo lunga discussione (col conte di Cavour, e con un suo segretario particolare) la sera dei 19 ottobre 1858."

E La Farina era tanto sicuro che il Governo piemontese avrebbe attuato tali disegni a danno de’ pacifici Stati vicini, che con una sua lettera da Torino, 20 ottobre 1858, al Dottor Bolognini a Lerici, dice, tra l’altre cose:

"Speriamo con fiducia di esser nel caso di dover agire nella prossima primavera. Il come e il dove sarà comunicato ai capi dei Comitati (della Società Nazionale) verso la fine dell’inverno, ciascuno per la parte che lo riguarda; ma tenga per fermo, che noi agiremo e con moltissime probabilità di buona riuscita."

 

Bibliografia
Paolo Mencacci
Storia della Rivoluzione Italiana
Volume Secondo
Parte
Seconda — Libro Secondo
Capo I.
- Lett.e alleg.e

CAVOUR A PLOMBIERES

MA CAVOUR FU ASSASSINATO ?

( vedi anche i "RIASSUNTI" STORIA D'ITALIA )


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